Verso il BIG BANG dei conti pubblici

Tanta aria fritta occupa il dibattito politico e i due soci di maggioranza, Lega e M5s, sono bravissimi a creare diversivi che distraggano l’opinione pubblica dai problemi veri nei quali stiamo immersi. Di conti dello Stato si parla solo per accapigliarsi sulle spese da fare. C’è una gara a chi promette di spendere di più e si trasmette agli italiani il messaggio che è arrivato un carico pieno di regali e che bisogna solo distribuirli. Ah, se non ci fossero quegli ottusi burocrati europei che ci sorvegliano! La spesa pubblica è un fiume che raggiunge quasi la metà del Pil. Dentro ci sta di tutto e sembra alimentarsi da una fonte inesauribile. Nessuno immagina che possa arrivare il BIG BANG dei conti ovvero l’esplosione di un deficit incontrollabile che può far saltare ogni compatibilità. Con chi? Con la ragione e con i limiti oggettivi che non possiamo ignorare.

Con quali soldi pensiamo di far fronte alle spese già decise e a quelle che derivano dalla promesse che giorno dopo giorno i due soci del governo aggiungono a quelle iniziali? Come sappiamo fin troppo bene le entrate non bastano mai e senza i prestiti che vanno ad aumentare il debito pubblico lo Stato non avrebbe letteralmente soldi in cassa. Il nostro debito è molto elevato, il più elevato in Europa dopo la Grecia in rapporto al Pil e ogni anno deve essere parzialmente rinnovato con nuovi prestiti. Che costano perché gli interessi, pur enormemente calati dai tempi della lira, sono pur sempre ai livelli più alti rispetto a quelli pagati dagli altri paesi europei. Perché? Per il semplice motivo che i prestatori non si fidano dell’Italia e chiedono interessi più elevati di quelli di Germania, Francia, Spagna, Portogallo. Ormai lo spread è con loro e non più soltanto con la Germania. È probabile che gli italiani non l’abbiano ancora capito, ma la fiducia un governo la conquista con le parole e con le azioni. Non a caso, su entrambi i fronti, i soci che formano il governo con il loro contrattino che sembra un compromesso di vendita immobiliare, non ne hanno azzeccata una da un anno a questa parte. E sono punti in più di interessi che scattano.

I cosiddetti sovranisti di casa nostra (sia Lega che M5s fino alle elezioni erano schierati chiaramente per l’uscita dall’euro), una soluzione al problema ce l’hanno. O, meglio, ce l’avevano, perché oggi sono molto più cauti nel parlare col linguaggio di prima. E quale sarebbe? Ma ovviamente il ritorno ad una moneta nazionale stampata su ordine del governo. Basta con i parametri da rispettare, basta con la Commissione europea che sorveglia i nostri bilanci e basta anche con i tassi di interesse decisi dai mercati finanziari. È lo Stato che mette in circolazione la moneta che gli serve e, se proprio deve vendere titoli di debito, lo fa con gli italiani sui quali esercita la piena sovranità (cioè: ti rimborso quando e se voglio).

È una favoletta da piazzisti di provincia che pensano di parlare a persone ignoranti delle regole che governano il mondo. Molti italiani si erano infervorati quando i nostri sovranisti esibivano con baldanza e con orgoglio l’intenzione fermissima di rompere con l’Europa. Ora quei molti forse si sono messi paura. A volte anche la massa sa intuire la fregatura. Ed è forse per questo motivo che Lega e M5s hanno smesso di agitare l’uscita dall’euro come una possibilità reale. Sanno che la gente teme che accada veramente e così si mostrano europeisti. Ma è un’apparenza. Nei fatti stanno spingendo l’Italia su un piano inclinato verso il BIG BANG dei conti e lo scontro con le regole europee facendo finta di niente e spergiurando sulla loro intenzione di non uscire dall’euro. Mentre dispensano assicurazioni di buona volontà spingono verso il basso il carro Italia che sta prendendo velocità. Con il Pil quasi a zero hanno aumentato il deficit e il debito per mettere in atto le loro promesse elettorali che non portano alcun beneficio alla competitività dell’Italia né sono in grado di spingere l’economia.

Quando a ottobre arriverà la resa dei conti non ci saranno più scappatoie: o si troveranno i soldi per coprire le spese o si sforeranno tutti i parametri di bilancio dell’euro. Salvini e Di Maio continuano a dire no all’aumento dell’IVA (che è già legge e scatterà in automatico l’anno prossimo). Tria ministro dell’economia e delle finanze dice che l’aumento sarà inevitabile. A legislazione vigente cioè per le sole spese introdotte con la legge di bilancio 2019. E come si farà se Salvini rilancia e pretende la flat tax? Inoltre nulla si sa della richiesta di autonomia delle regioni del nord dietro la quale c’è la chiara intenzione di tenersi una quota maggiore delle entrate fiscali. È molto probabile che l’autonomia non sarà a costo zero per il bilancio dello Stato.

A ottobre quindi il bilancio 2020 partirà con un buco di oltre 30 miliardi da coprire, più la flat tax, più l’autonomia regionale per non parlare degli investimenti. Insomma lo spettro di un BIG BANG dei conti è piuttosto reale. A quel punto le possibili vie d’uscita saranno tre: 1. Chiedere il sostegno dell’Europa (lo hanno fatto sia Spagna che Portogallo negli anni passati) sottoscrivendo un piano di rientro; 2. Sforare i parametri di deficit e debito (come fecero Germania e Francia nel passato) confidando nella lunga durata della procedura di infrazione prima di arrivare alle sanzioni; in pratica 2-3 anni di deficit libero e un rientro in extremis a prezzo di duri sacrifici; 3. Uscire dall’euro invocando l’impossibilità di rimanerci cioè attuando il famoso “piano B” che proprio questa eventualità prevedeva.

Salvini ripete che dopo il 26 maggio cambierà tutto in Europa. Infatti i sovranisti amici suoi sono i più acerrimi nemici di ogni aiuto a chi non tiene i conti in ordine. Salvini e Di Maio stanno giocando una partita nella quale l’unica carta che sta rimanendo loro in mano è la minaccia del fallimento di un Paese con un gigantesco debito pubblico. L’Italia però è troppo grande per fallire, ma anche troppo pesante per essere salvata. E non si vede poi da chi dovrebbe esserlo. Forse da Putin amico di Salvini? Chissà cosa sperano di fare. L’impressione è che non lo sappiano nemmeno loro. Vanno avanti alla giornata con arroganza e sicumera, ma, in realtà, stanno in alto mare e non possono far altro che agitarsi ed esibirsi nei loro spettacolini per distrarci dal naufragio.

La cortina fumogena delle polemiche di queste settimane serve a distrarre gli italiani che non devono riflettere su questa realtà. Ciò che conta per Salvini e Di Maio è che loro possano dare la colpa a qualcun altro di ciò che accadrà spacciandosi come intrepidi condottieri che hanno combattuto per il bene di tutti. Prima gli italiani dice sempre Salvini. Infatti: gli italiani pagheranno la demagogia e l’irresponsabilità. Primi e unici. Questo è certo

Claudio Lombardi

I grillini hanno “salvato” Salvini

Era chiaro a tutti, era necessario farlo per continuare a governare, era la soluzione scelta e decisa dalla dirigenza, erano il palazzo e le poltrone a chiederlo: salvare Salvini era l’obiettivo, a tutti i costi bisognava evitare di mandarlo a processo e gli iscritti del movimento hanno accettato! Tutto come previsto. Alla fine, dunque, il M5S si stende definitivamente ai piedi del vero leader, lo tira fuori dai guai, abbandona l’ennesimo baluardo della propria ragione d’essere, lo erge ad unico difensore dell’italianità, e lo difende così bene da andare (con una ruspa?) contro il proprio credo: davanti alla Legge non siamo più tutti uguali.

Perché la domanda non era quella formulata in modo confuso sulla piattaforma Rousseau (il giocattolo della proprietà del marchio grillino) ma era sostanzialmente questa: è giusto mandare a processo Salvini come richiedono i giudici? Tra Salvini e la Legge chi scegliete?

Il risultato? Il 59,05% ha votato per SALVINI e il 40,95% ha scelto la Legge.

I grillini dunque scelgono con coerenza e sicurezza l’uomo forte, chissenefrega della LEGGE, quel residuato di una epoca scomparsa nel quale la legalità era un principio, è il momento di dichiarare guerra anche alla magistratura, anche alla Costituzione oltre che ai diritti degli uomini!

Un grandissimo risultato per i leghisti, inaspettato forse ma decretato dai loro “servitori” attuali, una vittoria per il LEADER MAXIMO, non salvato dai suoi ex amici di Forza Italia o di Fratelli d’Italia ma salvato on line da un popolo che fino a marzo lo definiva fascista e razzista, con il quale litigava, mentre ora lo venera! Di contro è stata una grande e irrimediabile sconfitta per il piccolo Di Maio, il “migliore dei servitori”, che aveva scelto sin dall’inizio, per lui e per tutti che così dovesse essere e così è stato. Non si poteva rischiare minimamente di irritare il grande capo, era doveroso per il M5S stringersi attorno a lui, era l’unica cosa da fare per galleggiare ancora, sperando che l’essere diventati così servili sia utile alla fine per barattare qualche poltrona di prestigio ancora vagante.

E ora cosa ne resterà del M5S? Nulla è più come prima, il M5S è qualcosa ora di completamente diverso, si è trasformato nella guardia pretoriana dei leghisti! Niente del M5S è più come sembrava, tutti i loro slogan sono finiti negli abissi della memoria in nome di un “contratto” di governo capestro!

E d’ora in poi messo in soffitta l’ennesimo “credo” ai grillini, dunque, cosa resta? Sicuramente di iscriversi alla Lega!

Alessandro Latini

Tria e Di Maio: il serio e l’ominicchio

“Un ministro serio i soldi li trova”, “io pretendo che trovi i soldi”. Cosa pensava di fare Di Maio ingiungendo al prof Tria di trovare i soldi per le richieste del Movimento 5 stelle? A prima vista sembra paradossale che proprio Di Maio, un giovane astuto e fortunato catapultato in un ruolo evidentemente spropositato per la sua preparazione e la sua esperienza politica e di governo, si metta a dar lezioni di serietà ad una persona di ben altro livello professionale ed intellettuale. In realtà Di Maio ci ha abituati alle sue sparate propagandistiche: l’accordo sull’Ilva era un imbroglio e non si doveva fare, la concessione ad Autostrade si doveva considerare annullata istantaneamente e così via sentenziando. Propaganda smentita dai fatti.

La spiegazione però è semplice. Di Maio ha scelto questo stile di comunicazione perché il governo ha abbondantemente superato i 100 giorni e, di fatto, non sta facendo nulla di sostanziale. Il decreto cosiddetto dignità tanto sbandierato (più problemi ai lavoratori e alle aziende invece di risolverli) e le sceneggiate sui migranti sono il magro bilancio di quattro mesi che sono già costati in perdita di fiducia alcuni miliardi di euro di aumento dei tassi di interesse sul debito pubblico e svariate decine di disinvestimento sui titoli pubblici da parte degli investitori esteri.

Con la manovra di finanza pubblica arriva il momento cruciale però, perché gli italiani hanno votato e stanno sostenendo i partiti di governo sulla base di promesse consapevolmente irreali e dunque false.

I sostenitori del governo dicono che bisogna spendere per spingere la crescita, ma le spese che loro vogliono imporre sono tutte correnti, assistenzialistiche o regali ai redditi più alti. Reddito e pensioni di cittadinanza, riduzione dell’età di pensionamento, flat tax.

Le spese correnti non generano crescita. Al massimo possono aumentare la domanda interna cioè la spesa delle persone che non è detto si indirizzi su prodotti che fanno lavorare le aziende italiane. Ammesso e non concesso che l’espansione del mercato interno sia il problema principale che affligge l’Italia.

È vero che i poveri vanno aiutati e già lo si sta facendo con il reddito di inclusione introdotto dal precedente governo. È vero che chi cerca un lavoro va sostenuto con un’indennità di disoccupazione e pure questa è una misura che già esiste e casomai va potenziata. È vero che le imposte vanno ridotte a partire dai redditi medi e pure questo è stato già fatto con i famosi 80 euro che andrebbero trasformati in una riduzione di aliquote anche per i redditi più bassi.

L’assistenzialismo ha senso se è accompagnato da politiche che puntino alla crescita economica vera cioè a far sviluppare le imprese e a migliorare la produttività del lavoro e del sistema. Se, invece, come dicono leghisti e 5 stelle, si pensa che il Pil si possa rialzare grazie all’assistenzialismo allora si preparano giorni drammatici per il nostro Paese.

I nodi veri da affrontare stanno per esempio in una cifra: 150 miliardi. È la somma degli stanziamenti per opere pubbliche che si sono cumulati nelle precedenti manovre finanziarie e che non si riesce a spendere per la lentezza del sistema decisionale ed attuativo che è il vero peso morto che schiaccia l’Italia. Se il governo si occupasse di questo insieme con il pagamento del debito verso i fornitori dello Stato già avrebbe dato un bel contributo a spingere la crescita.

Se poi volesse fare di più potrebbe riprendere alcune scelte di politica industriale introdotte da Calenda che vanno nella direzione dell’innovazione tecnologica. Oppure pensare a come superare il nanismo delle imprese italiane (al 95% di piccole e piccolissime dimensioni) che le penalizza nella concorrenza internazionale e nel campo della ricerca e sviluppo.

Ma Di Maio e Salvini preferiscono vestire i panni dei rivoluzionari intransigenti che danno voce al popolo. Ne hanno bisogno perché hanno il loro motivo di essere in una campagna elettorale permanente e, dunque, devono parlare a slogan. Se tentassero di ragionare si scontrerebbero con la realtà che è molto più dura delle loro invettive. Per questo si scagliano contro Tria, che, da persona seria quale è, non ha bisogno di fare campagna elettorale.

Ne ”Il giorno della civetta”, Leonardo Sciascia fa pronunciare al boss Don Mariano Arena un breve discorso sull’umanità. Eccolo:

Io ho una certa pratica del mondo. E quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i pigliainculo e i quaquaraquà”. Pochissimi gli uomini, i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini. E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi, che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi. E ancora più giù, i pigliainculo, che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà. Che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre”.

La categoria degli ominicchi sembra tagliata su misura per i due “rivoluzionari” al governo, ma in particolare per Di Maio che non può nemmeno vantare l’esperienza politica di Salvini. Il guaio è che quando uomini così ricevono un consenso sproporzionato alle loro capacità il rischio che lo usino male è una certezza

Claudio Lombardi

Lega e M5S: inesperienza, ignoranza e rischio

Cari italiani abbiamo un problema: chi ci guida non è affidabile. Si può essere di destra, di sinistra, di centro, di niente, ma quando si prende la patente per guidare uno Stato bisogna saperlo fare. Gli italiani hanno dato la patente a Lega e M5S e loro si sono messi al posto di comando. Giustamente. Siamo partiti da poco, ma già si vede che la guida non è esperta. Ad improvvise accelerate seguono strani rallentamenti, si tenta di prendere scorciatoie, si sbanda alla minima curva. Insomma si rischia continuamente l’incidente, la macchina prende velocità e sembra che il governo punti direttamente verso un muro di cemento alto e spesso come quelli contro i quali si fanno i crash test. Lo credono un muro di cartone forse?

Come scrive Paolo Cirino Pomicino in un recente articolo “quando all’inesperienza politica e di governo si aggiungono l’assenza di ideali e di cultura politica la miscela che ne viene fuori è il governo autoritario degli ignoranti”. In effetti a pensarci bene quali ideali muovono Lega e M5S? Per esempio uno potrebbe essere “gli italiani prima di tutto”. E l’altro “onestà”. Basta così poco per guidare la settima potenza industriale nonché Paese fra i più complessi e con i più antichi e ramificati intrecci di cultura del mondo? Sembrerebbe di no. E la cultura politica? Si riconosce alla Lega di saper bene amministrare regioni e città e di averlo fatto anche quando alcuni suoi esponenti hanno assunto incarichi istituzionali a livello nazionale (Maroni al ministero dell’interno). Ma oggi la Lega di Salvini è un’altra cosa rispetto a quella del passato. Si è passati dal federalismo, alla secessione, al nazionalismo. Ma sempre di estremismo si tratta. E i 5 stelle? Quale cultura politica hanno? Dire debole è dire poco perché provengono dalle idee fantasiose di Casaleggio e da quelle satireggianti degli spettacoli di Grillo, più una diffidenza verso il mondo delle competenze specie scientifiche.

Non si tratta tanto del livello culturale delle singole persone (che pure è importante come è ovvio), ma della “non conoscenza dell’arte del governare” e di gestire l’amministrazione pubblica. Per esempio cambiare la collocazione internazionale dell’Italia a colpi di provocazioni o sfruttando qualche centinaio di migranti raccolti in mare significa non porsi il problema degli sbocchi di queste scelte. Forse che allearsi con l’Ungheria in nome della chiusura delle frontiere può essere il futuro dell’Italia? No certo specialmente se si fa finta di ignorare che le potenze mondiali – Usa, Cina e Russia – puntano tutte sulla disgregazione dell’Europa per non averla come rivale. L’Europa è un gigante economico, ma un microbo politico perché è divisa e in crisi. Chiaro che faccia gola pensare di farla a pezzi e stabilire delle zone di influenza economica, finanziaria ed energetica. È un rischio avvertito da Salvini e Di Maio? No, anzi loro stanno favorendo questo disegno. È un rischio di cui si preoccupano gli italiani? Ma nemmeno per idea. D’altra parte sono stati oggetto di un bombardamento mediatico per odiare l’Europa e la politica durato molti anni. Se tale ignoranza non vi fosse nessun penserebbe mai di menzionare la possibilità di ricevere una garanzia russa sul debito pubblico dell’Italia come ha fatto il ministro Savona di recente. Sarebbe presa come la battuta di un comico talmente è paradossale. E invece ci hanno pensato davvero. Cioè dovremmo rompere con Francia e Germania e quindi demolire l’asse portante dell’Unione europea per cadere in braccio a Putin o ai Paesi di Visegrad? Solo dei folli potrebbero pensarlo. Eppure se ne parla come di una scelta possibile e seria.

Stessa situazione sul terreno dell’economia e del lavoro che ricade nella competenza del giovane Di Maio. Che si tratti della caduta del ponte Morandi o della vicenda Ilva l’approccio è sempre quello dei proclami stizzosi e categorici che prescindono dalla realtà e sostituiscono il deficit di idee e di capacità con l’altezzosità del comando. Sembra che chi sta al governo possa reinventare il mondo che lo circonda in forza del suo potere. Con una faciloneria che impressiona il giovane Di Maio affronta questioni di enorme portata come se si trattasse di una bega paesana.

Ciò che si capisce dai primi mesi di governo Lega M5S è che non c’è alcuna idea di come rilanciare lo sviluppo superando i mali strutturali dell’Italia. Ma si capisce benissimo che i suoi capi sono disposti a rischiare tutto per una generica rivalsa contro le burocrazie d’Europa e contro gli stati più forti. Provocazioni e ripicche invece di mettersi a costruire seriamente una nuova via per il nostro Paese insieme con i suoi partner europei. Salvini e Di Maio preferiscono averli come avversari.

Si era immaginato che il Piano B sarebbe rimasto un gioco di fantasia di alcuni professori. Invece più si va avanti più si intravede che il piano di uscita dall’euro e di rottura con l’Europa è qualcosa di concreto. Il muro contro cui andremo a sbattere si avvicina

Claudio Lombardi

Dove ci portano M5S e Lega?

Tempi difficili per l’Italia. Tra un ponte che crolla e un governo di apprendisti eccitati dal potere, tra una fuga degli investitori esteri e lo spread che aumenta c’è poco da stare allegri. Se un anno fa sembrava un vanto aver raggiunto una discreta stabilità e il segno + sul Pil oggi ci troviamo in una situazione completamente diversa in attesa che l’autunno ci porti le prove più difficili. Lega e M5S sembrano non rendersi conto dei pericoli che corriamo di scivolare indietro. Anzi, alcuni autorevoli esponenti come gli economisti della Lega Borghi e Bagnai sembrano dei generali che si fregano le mani pregustando la battaglia. Il piano B per l’uscita dall’euro si avvicina. In realtà lo hanno anche annunciato che forse saranno gli altri a buttarci fuori. O lo faranno i fatti. Basta imboccare una certa strada e il resto verrà da sé.

Ogni giorno porta il suo passettino verso il marasma tra un Salvini che si atteggia a duce del popolo italiano unica fonte di diritto superiore alle altre autorità dello Stato e alle leggi e un Di Maio che gioca con le nazionalizzazioni e con la sorte dell’Ilva. Proclamano senza pensare a cosa dicono, ebbri del consenso ricevuto da un elettorato in vena di sfoghi che ha scambiato il governo nazionale e gli intrecci europei per un gioco di ripicche, come se si trattasse di una bega familiare o di condominio. Non sarebbe la prima volta che il consenso premia i più ignoranti, spregiudicati, fanfaroni. Il popolo è un’entità astratta composta da milioni di teste ben poche delle quali sono in grado di rendersi conto delle implicazioni delle proprie scelte. È sempre così in democrazia: l’incompetente deve indicare quale competente sceglie. A volte si è fortunati, a volte no. I regimi più infami hanno sempre ricevuto il consenso popolare che è rimasto anche quando si è arrivati alla guerra e alla distruzione totale.

Speriamo di non arrivare a tanto e cerchiamo di mantenere lucidità di pensiero e la capacità di comprendere e distinguere. Stando con i piedi per terra perché la vita reale non è un videogioco.

Il crollo del Ponte Morandi ha scoperchiato una realtà che conosciamo bene. C’è l’incuria, c’è il peso delle burocrazie, c’è l’avidità, c’è lo sfruttamento dei beni pubblici, ma, soprattutto, c’è uno Stato che non riesce a svolgere la sua funzione. Non riusciva a gestire in maniera efficiente le aziende prima quando mezza Italia era sotto il controllo pubblico e non è riuscito a regolare i suoi rapporti con i gestori privati poi. Chi proclama con leggerezza “nazionalizziamo” non conosce la storia dell’intervento pubblico nell’economia e non vede la realtà di oggi. Atac e Ama sono due aziende romane di proprietà del comune di Roma che gestiscono da decenni due servizi essenziali per una città: trasporti e rifiuti. Ebbene entrambe sono state distrutte dalla mala gestione, dal clientelismo, dalla corruzione, dalle ruberie, dagli interessi di persone e gruppi (sindacati inclusi). Entrambe sono costate e costano cifre enormi ai cittadini e rendono un servizio pessimo. Perché? La causa principale è la totale dipendenza dalla politica cioè da chi rappresenta gli elettori. La stessa cosa accadeva con le partecipazioni statali dalla fine degli anni ’60 alla privatizzazione degli anni ’90. Questi sono fatti non opinioni. Eppure il M5S sembra arrivare dalla luna e candidamente ripropone ciò che ha fallito nel passato (e fallisce nel presente). Non avendo né capacità di governo né idee forti si aggrappa al controllo e al comando come unici strumenti della politica. Sono ingenui e sprovveduti, pensano che sia sufficiente mettere nei posti chiave persone da loro dirette per ottenere i risultati a cui aspirano. È l’altra faccia del complottismo: se la situazione esistente nasce da complotti per fregare gli onesti basta sconfiggerli e automaticamente le cose cambieranno in meglio. Il loro pensiero esclude la complessità e gli intrecci intorno ai quali si dipanano decisioni e governo di istituzioni ed apparati.

La stessa ingenuità, ma intrisa di cattiveria, muove Salvini. Va avanti a testate, a provocazioni, in un clima rissaiolo ed eccitato tra una diretta Facebook e un comizio. La sua impronta di governo non si vede. Dovrebbe gestire il ministero dell’interno e, come vice presidente del Consiglio, contribuire ad indirizzare la politica del governo. Lo fa? Ovviamente no. Se si depurano i suoi interventi dalle provocazioni e dalle sparate non resta nulla di rilevante. Un abisso lo separa dal suo predecessore Minniti senza il quale non ci sarebbe stata la riduzione dell’80% degli sbarchi e, soprattutto, non ci sarebbe stato l’impegno nella strategia europea in Africa che il governo italiano sembra aver abbandonato.

Intanto i ministri economici consapevoli dei rischi che corre l’Italia chiedono all’Europa di aiutarci a fare ciò che vogliono i padroni del governo. Candidamente ci si aspetta sostegno dalla Bce ben sapendo che l’acquisto dei titoli pubblici sta finendo. Ingenuamente si pretende di alzare l’asticella del deficit e del debito come se fosse un regalo della Commissione Europea. Chi pagherà più interessi saremo noi italiani non Bruxelles. E chi si troverà a fare i conti con un debito in crescita saremo sempre noi e i nostri figli.

Intanto, silenziosamente, c’è chi toglie i suoi soldi dall’Italia. Già un’asta di Bot è andata deserta a luglio e per uno Stato che si vive di prestiti (intorno ai 400 miliardi l’anno) è un segnale molto serio.

Dove ci stanno portando il M5S e la Lega forti di un consenso incontrastato tra gli italiani? All’orizzonte si vedono solo guai, rischi e problemi. Della stabilità e della fiducia riconquistata negli ultimi anni non vi è più traccia. Se una strategia c’è e se atti e parole hanno un senso è quella di rompere con l’euro e l’Europa. Prima o poi ci accorgeremo di non essere solo spettatori di un’esibizione di bulli apprendisti governanti, ma protagonisti delle conseguenze dei loro errori

Claudio Lombardi

Il governo della paura

La paura è una reazione naturale di fronte ad una situazione di pericolo. Lo è anche verso ciò che non si conosce, non si capisce o si pensa di non poter controllare. Chi ha un ruolo di guida, però, dovrebbe dominare la paura e trasformarla in lucida analisi della realtà e in azioni razionali. Proprio quello che Lega e 5 Stelle non fanno. Il governo della paura non è una trovata propagandistica, ma una definizione che corrisponde alla realtà.

Salvini per anni si è fatto conoscere per la sua aggressività, per la volgarità, per la superficialità rozza con la quale ha affrontato qualsiasi problema politico e sociale. Le sue maniere rudi parlavano ad un elettorato che vi si rispecchiava. Invece di mostrarsi in grado di gestire la complessità Salvini raccontava agli italiani che le questioni si dovevano affrontare con le maniere forti. Ora che la Lega è accreditata di un’enorme crescita di consensi si capisce che molti italiani confidano sul serio in una politica manesca e ignorante. Sicuramente sono stati delusi dalle esperienze passate. Tuttavia il paradosso è che ognuno lo fa dal suo punto di vista convinto che il suo riferimento politico – Salvini – lo faccia suo, ma ignorando che in realtà l’atteggiamento da bullo nasconde un’indeterminatezza di scelte che prima o poi verrà fuori. La Lega presalviniana ha dato una discreta prova nel governo di comuni e regioni, ma giungere con Salvini a dominare la politica nazionale sembra decisamente andare oltre le sue possibilità.

Per questo motivo l’esasperazione dei toni che ha caratterizzato questi due mesi del Salvini egemone sul governo è pericolosa: eccita gli animi della gente e crea il terreno favorevole a violenti, idioti e disagiati mentali per uscire allo scoperto e compiere le azioni che corrispondono al loro livello intellettuale (maltrattare una persona di colore, fare il tiro al bersaglio su un operaio, insultare, aggredire); nello stesso tempo crea problemi all’Italia sul piano internazionale. Al suo attivo Salvini vanta un paio di navi dirottate in porti spagnoli, ma il Consiglio Europeo di un mese fa ha dato uno schiaffo in faccia all’Italia.

Considerazioni analoghe si possono fare per il M5S. In questo caso non ci sono le esibizioni manesche, ma una rabbia ben coltivata da anni di campagne scandalistiche e diffamatorie. Anch’esse hanno proposto soluzioni semplici a problemi complessi, ma puntando sul sospetto e sull’utopia. Sospetto verso tutti quelli indicati come casta di parassiti sulle spalle del popolo. Utopia che è possibile realizzare a condizione di espellere dalla vita pubblica tutta la gente che c’era prima dell’avvento dei 5 stelle.

Come osserva Marco Ruffolo in un recente articolo su Repubblica dietro la concreta azione di governo del M5S sembra esserci l’idea semplificatrice di un potere che automaticamente consente di raggiungere i risultati desiderati purchè sia eliminato tutto ciò che si frappone tra governo e popolo (lobbies, partiti, mercati ecc).

Ciò significa che il successo dell’azione di governo dipende più dal grado di volontà politica nel fare le cose che dalla capacità di superare difficoltà strutturali, di sporcarsi le mani nella dura amministrazione. Con questa impostazione le proposte fondamentali che il M5S ha messo nel suo programma assumono quasi un potere taumaturgico. Reddito di cittadinanza, abolizione dei vecchi vitalizi (quelli nuovi sono stati aboliti nel 2012), taglio delle “pensioni d’oro”, vincoli ai contratti a termine, ripudio degli accordi sul libero scambio commerciale, blocco della vendita di Alitalia, rimessa in discussione della gara per l’Ilva e della Tav. Tutte scorciatoie presentate come risolutive, ma tutte poggiate su un forte incremento di spesa pubblica corrente che si traduce in un rinnovato intervento dello Stato che offre assistenzialismo invece di politiche di sviluppo.

Una semplificazione di vecchia data per i 5 stelle che naturalmente si è scontrata con i vincoli di bilancio europei. Messa da parte per ora l’idea grillina di indire un referendum per l’uscita dall’euro (ma riproposta da Beppe Grillo) Di Maio si barcamena tra minacce e annunci solenni che si traducono nella conquista di posti in cariche di nomina governativa.

Il governo del cambiamento lo sta sicuramente realizzando con la spartizione di ogni genere di poltrona piazzando gente di fiducia negli incarichi di responsabilità senza fare mistero di aspettarsi da tutti collaborazione per la realizzazione del programma di governo senza più distinzione di ruoli e di funzioni.

I 5 stelle non sono cambiati. Vivono il mercato cioè la concorrenza e gli scambi commerciali come il regno delle multinazionali sede di tutti i mali. La loro visione del mondo è sempre improntata al complottismo, molto consolatorio per quelli che non vogliono o non sanno comprendere la realtà con tutte le approssimazioni, le ingiustizie e i compromessi che caratterizzano la storia dell’umanità. Un complottismo che rivela una grande paura del mondo. I 5 stelle al governo stanno fermi su posizioni difensive e punitive dando l’impressione di un grande attivismo.

Soltanto con questa mentalità immatura e rozza, si può comprendere un ministro del lavoro e vice Presidente del Consiglio che denuncia un complotto per una relazione tecnica (tecnica appunto ed obbligatoria) ad un disegno di legge del governo. Di Maio ci mette di suo un’abilità teatrale nel recitare la parte dell’irreprensibile che sorride, ma può anche minacciare. Come ha fatto al congresso della Coldiretti a proposito del Ceta annunciando la cacciata dei funzionari governativi che conducono la trattativa (per dovere di ufficio) e l’immediato voto contrario del M5S per rigettare l’Accordo. Poi è intervenuta la Lega (e la Confindustria e le categorie produttive) i toni sono calati e la questione è stata accantonata. Anche perché il Ceta non arriverà in Parlamento tanto presto. Ma Di Maio ha fatto la sua recita da bravo interprete di idee elaborate da altri

Claudio Lombardi

Il governo non vuole vedere la realtà

Era il 4 marzo. Poi è arrivato il 1° giugno e ci ha portato il governo Conte basato sul contratto tra Lega e M5S. Oggi è il 14 luglio. È presto per dare giudizi, ma la prima impressione è che il governo Lega – M5S non sappia che pesci prendere. Per dirlo meglio: le proposte manifesto del contratto (flat tax e reddito di cittadinanza) bisogna metterle da parte perché gli equilibri di bilancio sono più precari di prima e il grande problema dell’Italia non è l’euro o l’Europa, ma il debito che va continuamente rifinanziato. Se chi presta ha l’impressione che il debitore barcolla è ovvio che è spinto a chiedere più interessi o uscire dal mercato italiano. Non è un’ipotesi, ma è quello che sta già avvenendo con il rialzo dei tassi e con il trasferimento di capitali all’estero. Si vede che la coppia Di Maio – Salvini non ispira molta fiducia.

Dunque il governo deve volare più in basso della propaganda che lo ha consacrato. Ma, siccome qualcosa bisogna pure dare in pasto all’opinione pubblica, si ricorre ad un tema classico del repertorio della Lega: i migranti. I toni e gli atti sono da emergenza, ma in una situazione che, grazie alla politica praticata dal governo Gentiloni, vede una diminuzione degli sbarchi dell’80%. Si sfrutta la paura del futuro e l’onda lunga dello scontento per il disordine degli anni passati (perché disordine c’è stato e anche spreco di soldi pubblici). Ma si sfrutta anche una profonda divisione tra i paesi europei e le rispettive opinioni pubbliche che considerano l’immigrazione un rischio dal quale bisogna star lontani. Ovviamente poi la realtà ha molte facce perché gli immigrati sono pur sempre essenziali per far funzionare apparati economici e servizi. E molti altri saranno necessari, secondo tutte le previsioni, nel prossimo futuro. Strano perché lì dove sale il timore di essere invasi (a prescindere dai numeri) non si tiene conto dei tanti che sono già inseriti in quelle realtà. Sono tutti arrivati con regolare contratto di lavoro?

Ovviamente non ci sarebbe questa situazione se l’immigrazione fosse stata gestita con canali di ingresso regolari nel passato e se nessuno avesse pensato di sconvolgere il Medio Oriente e il Nord Africa con le guerre e abbattendo gli stati. Ma le cose sono andate diversamente.

Ci ritroviamo un Salvini che agita il “suo” ministero dell’interno come una minaccia e pensa di governare una situazione così difficile bloccando le barche una per una e costringendo Francia, Spagna o Malta ad accoglierne qualcuna. Può essere che il braccio di ferro funzioni, ma se non si cambia la situazione in Africa non servirà a nulla. D’altra parte se gli sbarchi sono diminuiti dell’80% non è perché il governo precedente ha chiuso i porti, ma perché ha concentrato la sua attenzione oltre il Mediterraneo.

Comunque il governo Conte in Europa non ha raggiunto nessun risultato. Anzi, l’unica decisione importante (Consiglio europeo) ha visto l’Italia perdente perché il Trattato di Dublino resta com’è e i profughi possono essere inviati in altri paesi solo su base volontaria.

Sull’altro versante, quello dei 5 stelle, si è pensato di replicare al protagonismo salviniano con un bel decreto-legge. Nella più pura tradizione della Prima Repubblica è un decreto-legge che non doveva essere emanato perché contiene misure disomogenee e perché non risponde ai requisiti di straordinaria necessità ed urgenza richiesti dalla Costituzione.

La parte più sostanziosa riguarda i contratti di lavoro a tempo determinato che vengono scoraggiati. Anche quelli a tempo indeterminato vengono gravati da un costo maggiore nel caso di licenziamenti senza giusta causa. E basta. Niente politiche attive del lavoro, niente tagli dei contributi per chi assume. Una tipica legge manifesto con la quale si può dire di aver fatto qualcosa di utile solo perché la si valuta prima che produca i suoi effetti. Che i posti di lavoro non si producano per legge continua ad essere un mezzo tabù.

Sia Lega che M5S cercano di mostrarsi tenacemente determinati ad ottenere risultati sui temi con i quali più si sono identificati sapendo che poco possono fare e quel poco lo devono esibire come se fosse molto di più.

Ma sono queste le vere urgenze di fronte alle quali si trova l’Italia?

Completamente oscurati dal clamore suscitato da una singola barca di migranti sono usciti dei dati previsionali della Commissione Europea che certificano la diversa velocità alla quale viaggia la nostra economia rispetto a tutte le altre.  

Nel 2018 l’Italia crescerà dell’1,5%, contro una media della zona Euro del 2,3% e una media dell’Unione Europea del 2,5%. Andrà ancora peggio nel 2019, dove i Paesi con l’Euro cresceranno del 2%, quelli dell’Europa a 27 del 2,2% e noi ci fermeremo all’1,2%. Dunque peggio di noi nessuno. Non si può certo dire che sia colpa dell’euro perché quelli che crescono ce l’hanno proprio come noi. Del rigore di bilancio? Nemmeno, perché ci sono Paesi che se lo sono persino auto-imposto che funzionano molto meglio di noi.

Per quanto tempo possiamo far finta che le cause dei nostri mali vengano dall’esterno (l’euro, la finanza, Soros, i tedeschi, i migranti) e non invece da un sistema malato che sta frenando l’Italia da almeno vent’anni? Pensiamo ancora di poter sopravvivere tenendoci tutti i nostri panni sporchi fatti di sprechi e inefficienze (nonché rendite, ruberie, privilegi) sbraitando per rivendicare chissà quale sovranità perduta? Chissà perché evasione fiscale, burocrazia ottusa, criminalità organizzata, incertezza del diritto non devono essere considerati i nostri principali nemici? Forse perchè nessuna forza politica ha il coraggio dimisurarsi sul serio con questi temi?

Prima o poi dovremo prendere atto con serietà che se siamo ultimi in Europa è per problemi nostri. E prima o poi dovrà esserci un governo che parte da qui senza distrarci con l’esibizione dei suoi capi popolo che i nostri veri problemi non sanno e non vogliono affrontarli

Claudio Lombardi

Boeri Salvini migranti pensioni lavoro

Non passa giorno che Salvini non dica qualcosa sul suo tema preferito: i migranti. Giorni fa il presidente dell’Inps Tito Boeri ha illustrato la relazione annuale che l’istituto da lui diretto deve presentare al Parlamento. Nell’ambito di un’analisi basata su dati incontestabili ha affermato che i contributi pensionistici pagati dai e per i lavoratori immigrati e regolarmente occupati sono indispensabili all’equilibrio del sistema pensionistico. Salvini si è infuriato. Ma le affermazioni di Boeri corrispondono ad una realtà che ognuno può intuire e comprendere con un minimo di ragionamento. Vediamo come ci si arriva.

Il sistema pensionistico italiano è e sarà anche in futuro un sistema che paga le pensioni con i contributi versati dai lavoratori attivi. A ripartizione o contributivo incide sul calcolo della pensione, ma i soldi sempre da lì devono arrivare.

Dunque è importante il numero dei lavoratori che devono bilanciare quello dei pensionati. Oggi siamo quasi a 3 lavoratori per 2 pensionati. Ma domani?

Il domani è già indicato dall’oggi ed è rappresentato da un altro rapporto, quello tra nascite e decessi.

Nel 2017 abbiamo avuto un saldo negativo pari a 183.000 abitanti e non perché muoiono più anziani, ma perché nascono meno bambini. Anche questo è un tema ben conosciuto dall’opinione pubblica e tutti possono intuire che se nascono meno bambini e gli anziani vivono più a lungo, prima o poi, lavoratori e pensionati saranno pari e, se non si invertirà la tendenza, i secondi finiranno per superare i primi.

Dunque chi manterrà una popolazione anziana, bisognosa di pensioni e cure? Questo è il problema.

La prima risposta che si è data negli anni passati è stata la diminuzione dell’importo delle pensioni con il passaggio al metodo contributivo. La seconda è stata l’innalzamento dell’età di pensionamento. Ma ciò non basterà se non aumenterà il numero dei lavoratori. Ovviamente non si parla di lavoratori finti mantenuti a spese dello Stato, ma di lavoratori che producono. Dunque innanzitutto bisogna puntare a politiche di sviluppo che aumentino la ricchezza complessiva e che richiamino più occupati. È questa la prima preoccupazione del governo attuale? Non sembra. Né il reddito di cittadinanza né la diminuzione delle imposte per i redditi più elevati né la lotta all’immigrazione e l’ irrigidimento dei contratti di lavoro porta una maggiore spinta allo sviluppo. Al contrario, il governo spinge verso un aumento del deficit e del debito e non c’è alcuna dimostrazione che ciò incrementi lo sviluppo.

Torniamo alle affermazioni di Boeri.

Se la decrescita delle nascite rallentasse e addirittura si invertisse (vuol dire fare almeno 3 figli per coppia) ci vorrebbero vent’anni per avere i primi effetti. Ma noi il problema ce l’abbiamo già oggi e il modo più semplice e più rapido per aumentare i pagatori di contributi è far arrivare un certo numero di immigrati.

Problema: perché ricorrere a lavoratori immigrati e non ai milioni di disoccupati italiani?

La risposta è semplice: perché gli immigrati accettano di essere pagati meno e di fare lavori che agli italiani interessano poco, ma che sono indispensabili per mantenere in funzione l’economia italiana e la società (con colf e badanti).

È quindi un’illusione pensare di sostituire i lavoratori immigrati con i disoccupati italiani se i datori di lavoro aumentassero i salari. E’ difficile che accada e non solo perché molti datori di lavoro sono avidi, ma perché l’Italia ha un problema di scarsa produttività che si porta dietro da anni. I salari italiani sono nettamente inferiori a quelli della Germania anche a fronte di un maggior numero di ore lavorate per categorie di lavoratori che sono tutelati da contratti collettivi di lavoro. D’altra parte anche per colf e badanti ci sono i contratti nazionali a stabilire i minimi retributivi e i principali diritti e doveri di lavoratori e datori. Eppure questi lavori non sono richiesti dagli italiani. E tante fabbriche, specialmente nelle zone più sviluppate, sono tenute in piedi dagli immigrati.

Perché? La spiegazione più semplice è che la principale aspirazione degli immigrati è quella di fermarsi qui e guadagnare. Per i giovani italiani non è così.

In parte c’è un deficit di formazione per cui molte offerte di lavoro per ruoli tecnici non vengono coperte (e mancano anche gli artigiani). In parte le aspirazioni dei giovani italiani sono più elevate, non si accontentano di un qualunque lavoro e di una retribuzione bassa (come facevano però i loro padri o nonni negli anni ’50). Magari a Londra il cameriere o il lavapiatti vanno a farlo, ma in Italia no. Perché? Perché a Londra (o Berlino o Parigi) ci sono realtà dinamiche che permettono di sperare in un miglioramento e di veder riconosciuti i propri meriti, mentre in Italia è tutto molto più difficile e bloccato. Guadagnare poco e senza poter sperare in una carriera interessa solo chi ha lasciato alle spalle situazioni ben peggiori. Dunque i migranti.

E siamo al punto di partenza. Dei lavoratori immigrati c’è bisogno e ce ne sarà bisogno per molti anni ancora. Il calo delle nascite degli italiani si può contrastare con politiche di sostegno alla formazione delle famiglie, ma non sono politiche che si mettono in piedi e che producono effetti dall’oggi al domani. E comunque le famiglie non possono prescindere dal lavoro per il quale valgono le considerazioni fatte prima. L’Italia è quella che è e non può vivere di assistenza e lavori finti. Le mucche in Emilia Romagna qualcuno le deve mungere e oggi non lo fanno gli italiani. Per non parlare di mille altri lavori. Così è.

Dunque è vero che gli immigrati servono a tenere in piedi il sistema previdenziale italiano. Il problema vero è che servirebbero quelli regolari. Lo dice anche Boeri che sottolinea come in questi anni di anarchia migratoria si sia bloccata proprio l’immigrazione regolare.
Ma questo Salvini non lo dice perché non gli conviene. Lui ha bisogno della rabbia e dei ragionamenti con i piedi per terra non sa che farsene

Claudio Lombardi

Migrazioni: strategia non improvvisazione

Viviamo tempi nei quali domina l’immediatezza e ciò che conta è la reazione atto per atto in un eterno presente. Il caso delle migrazioni affrontato con l’approccio di Salvini rientra in questa tipologia. Arriva una nave carica di migranti? Stop! Chiusura dei porti. E poi, cosa si farà dopo? Oggi è l’Aquarius e domani? E all’Europa cosa chiede esattamente il governo Lega-M5S? Non si capisce. Ciò che conta è fare la voce grossa e finire in prima pagina. Sul domani c’è buio. Parlare di analisi e di strategia sembra quasi una bestemmia. Il neoministro dell’interno dichiara che l’alleato ideale è il nazionalista Orban campione della chiusura ad ogni redistribuzione dei migranti e nello stesso tempo proprio quella invoca attraverso una revisione dell’accordo di Dublino che impone all’Italia di accogliere e trattenere sul suo territorio tutti quelli sbarcati nei suoi porti. La logica dice che o l’uno o l’altro, ma Salvini sta sempre in campagna elettorale, parla non per costruire e attuare una linea politica, ma per riscuotere un consenso immediato, impulsivo che dia l’impressione del decisionismo nascondendo la confusione e la superficialità.

Eppure non è sempre stato così e qualche motivo ci sarà se gli sbarchi si sono ridotti drasticamente negli ultimi due anni.

Correva l’anno 2016 e il governo italiano guidato da Matteo Renzi presentò all’Unione Europea alcune proposte per un approccio comune alla crisi migratoria. Si trattava del Migration Compact. In quel periodo l’Unione Europea non si era posta la questione di un nuovo approccio al problema migrazioni che andasse oltre la gestione degli ingressi nel suo territorio, ogni Paese pensava per sè e le polemiche si concentravano sulla chiusura delle frontiere ad est. Era il tempo dell’accordo con la Turchia, ma a fronteggiare gli sbarchi nel Mediterraneo l’Italia fu aiutata ben poco. In quella situazione il governo italiano prese l’iniziativa.

Nella sua proposta partì dalla premessa che le migrazioni verso l’Europa dovessero essere considerate un fenomeno strutturale, che non poteva essere affrontato solo come emergenza. Occorreva agire sulle cause e, quindi, verso i Paesi africani di origine e transito dei migranti. Questi dovevano diventare i principali interlocutori delle politiche europee.

L’Italia proponeva quindi uno scambio fra Europa e Paesi africani. La UE doveva puntare a progetti di investimento; a cooperare in materia di sicurezza;ad organizzare una migrazione legale verso l’Europa; alla redistribuzione dei migranti tra i Paesi europei.

I Paesi africani coinvolti dovevano impegnarsi a controllare le loro frontiere per ridurre i flussi illegali (con assistenza e finanziamenti UE); a cooperare per i rimpatri degli immigrati irregolari, tramite l’insediamento di uffici di collegamento dell’UE direttamente nei Paesi africani; a gestire i flussi migratori collaborando alla distinzione fra richiedenti asilo e migranti economici; a creare loro sistemi nazionali di asilo politico; alla lotta nei confronti dei trafficanti di esseri umani.

Per far fronte alle spese che queste azioni richiedevano l’Italia proponeva diverse soluzioni fra le quali l’emissione di specifici eurobond dedicati al finanziamento di una politica migratoria europea comune.

Gli sviluppi successivi a questa proposta hanno portato, in un clima di crescente chiusura da parte degli stati confinanti con l’Italia, ad una svolta nella politica del governo italiano incarnata dall’attivismo del ministro Minniti. Faticosamente, ma concretamente sono state poste le basi per una collaborazione con le tribù libiche e con alcuni stati africani e l’ONU ha iniziato a collaborare.

I risultati sono arrivati con la diminuzione degli sbarchi, ma si è appena ai primi passi di un percorso molto lungo. Ora il problema è capire che le politiche dei governi specialmente quando si rivolgono a questioni della portata delle migrazioni non possono essere misurate sui tempi dei talk show televisivi. Ci vuole tempo e devono essere costruite passo dopo passo. Le esibizioni di Salvini e la ristrettezza di analisi con la quale il governo Conte si è presentato alle Camere servono a poco. La fermezza è anche necessaria, ma se si sa in quale direzione si vuole andare. Se si tratta solo di dimostrare che anche l’Italia sa fare la faccia feroce lontano non si va

Claudio Lombardi

Di Maio e Salvini: i bulli che volevano sconvolgere l’Italia

L’Italia ha certo molti problemi, ma ce n’è uno che viene prima di tutti gli altri: mentre noi pensavamo ad altro si è riempita di bulletti da strapazzo e di fascistelli, che sono talmente ignoranti da non rendersene conto, gente senza arte né parte, che, nel vuoto lasciato colpevolmente dai partiti, bussano alla vostra porta, direttamente, o attraverso le televisioni e il web, con grande schiamazzo, cercando di vendervi la luna, o il Colosseo, dicendo che lo fanno nell’interesse vostro. Vi stanno imbrogliando: vi chiedono il voto puntando sulla vostra buona fede, sul vostro ‘non poterne più’, vogliono entrare dentro le stanze del potere per fare i loro comodi e dare un senso alla loro vita. Se ne fregano di voi.

Per questo vi promettono di tutto: ad esempio, nel loro contratto (con tanto di firma autenticata!) Salvini e Di Maio prevedevano contemporaneamente di far pagare meno tasse ai ricchi e ai benestanti (è questa la flat tax), e un sussidio per tutti chiamato reddito di cittadinanza in sostituzione di un lavoro. Chi ha un po’ di buon senso sa che queste due cose non possono stare insieme. Perchè ve lo propongono? Perchè sono ignoranti e non sanno nulla? Forse. In realtà io credo che siano soprattutto degli imbroglioni, che vi trattano come se foste degli sciocchi creduloni. Era molto più simpatico Totò quando provava a vendere i monumenti di Roma, che almeno non aveva nessuna intenzione di governare, ma solo di farci sorridere.

Ora schiamazzano nelle strade, nelle piazze, sui media, minacciano quelli che la pensano diversamente (come i fascisti di una volta; a quando l’olio di ricino, e le botte agli angoli delle strade?), Di Maio minaccia il Presidente della Repubblica, Salvini lo insulta; ai loro occhi ha il torto di non aver obbedito agli ordini di chi ha ricevuto ben il 37% dei voti degli elettori!

Perchè non hanno fatto un governo, partendo da quel programmino che aveva fatto ridere mezzo mondo? Avevano la possibilità di farlo, magari mettendo Giorgetti, l’amico di Salvini che da sempre si occupa di conti pubblici, al posto di quel Savona che volevano ad ogni costo, come una sorta di capitan Fracassa dei nostri rapporti con il resto del mondo (come se non dovessimo convivere con il resto del mondo, e con l’Europa in particolare)? Perchè non l’hanno fatto? La smettano di raccontare balle agli italiani gridando che i cosiddetti poteri forti non volevano farglielo fare. Non l’hanno fatto perchè avrebbero governato con una maggioranza striminzita e non avrebbero combinato nulla, come i Cinquestelle a Roma, che fanno fare continuamente figuracce nel mondo alla Capitale, ormai da tempo al posto di Calcutta nel giudizio dei più. Non avrebbero combinato nulla, perchè solo questo sanno fare: schiamazzare, insultare, minacciare, tenere aperta una continua campagna elettorale per farci morire stremati.

Quanto ci costa quello che stanno facendo? Molti miliardi in termini economici, ma molto, molto di più in termini di vivibilità delle città e dei borghi di questa bella Italia che abbiamo ereditato dai nostri padri e dalle nostre madri e dovremmo lasciare ai nostri figli migliore di come l’abbiamo ereditata. Sbugiardiamoli. E poi cacciamoli di casa. Basta, vi era stata data una possibilità, la nostra è una Scuola dove non si rimandano a settembre i bulli, ma si bocciano senza riguardo prima che facciano altri danni.

Lanfranco Scalvenzi

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