Nuovo governo: continuità o rivoluzione?

Il nuovo governo sembra ancora lontano e quelli che se ne contendono la leadership non possono ammettere ciò che è ovvio ossia che non ci potrà essere nessuna rivoluzione qualunque sia la formula che si metterà in campo. Tutt’al più qualcuno che vuole a tutti i costi apparire alfiere del cambiamento potrà mettere in atto una sostanziale continuità rivestita di una nuova veste comunicativa. La vicenda dell’attacco di Usa, Francia e GB, alla Siria, al di là di ragioni e torti, serve a richiamare l’attenzione sulla dura realtà e sul contesto di interdipendenze nelle quali vive l’Italia.

L’eredità dei governi della passata legislatura è complessa e andrà gestita con cura perché ha messo in piedi politiche che produrranno i loro effetti, volenti o nolenti, nei prossimi anni.

Probabilmente i nuovi governanti si concentreranno su alcuni errori dei precedenti governi e a questi si attaccheranno per mostrare le loro virtù  innovatrici. Si tratterà  però  di aggiustamenti e non di sconvolgimenti. D’altra parte cosa ci sarebbe da cancellare, travolgere e sconvolgere? Forse quel complesso di provvedimenti noto come industria 4 che ha favorito la crescita di Pil, produttività ed esportazioni? O forse la politica sui migranti del ministro Minniti? O, magari, gli interventi avviati per contrastare la povertà. Qualcuno pensa di abolire il reddito di inclusione oppure preferisce scagliarsi contro gli 80 euro? Vorranno eliminare la quattordicesima per le pensioni minime? O gli interventi per le famiglie con figli? E le leggi sul “dopo di noi” e sulle unioni civili che fine faranno? Probabile che nessuno vorrà  fare brutta figura cercando di annullare diritti che migliorano la vita delle persone.

Eh già, ma c’è il Jobs Act. Lì sicuramente ci sarà una restaurazione, tornerà  l’art. 18 e gli unici contratti ammessi saranno a tempo indeterminato. Sicuri?

Cassa integrazione (anche sotto i 15 dipendenti), Naspi (per due anni dopo il licenziamento), nuovo assegno di disoccupazione (finita la Naspi), assegno di ricollocazione e Discoll (indennità di disoccupazione per collaboratori coordinati e continuativi, ricercatori, borsisti e dottorandi), Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro (Anpal). Anche questo è  Jobs Act. Che si fa? Cancelliamo tutto?

Va bene, allora si punta alla riforma Fornero che sembra mettere d’accordo M5S e Lega. Dicono che va cancellata. Anche qui meglio leggere bene anche tra le righe. Per esempio si è parlato di un’altra riforma che contemperi equità  generazionale e sostenibilità  dei conti. Tutto sommato non molto diverso da quanto si sta facendo, a piccoli passi, da cinque anni a questa parte prima con gli interventi per gli esodati e poi con l’Ape social e non social.

Salvini e la destra in generale parlano ancora, a campagna elettorale finita, di un’Italia ridotta allo stremo dai governi Renzi e Gentiloni. Strano perché i dati statistici e le stime (quella ultima del FMI lo conferma) rilevano la crescita del Pil e dell’occupazione nonché del reddito disponibile delle famiglie. Anche le esportazioni vanno benissimo e quindi si presume vi siano molte imprese che marciano a pieno regime.

La verità è che c’è una parte del Paese che cresce e vive a livelli nordeuropei e un’altra parte che arranca. È la frattura che separa il Mezzogiorno dal resto dell’Italia e non si è certo prodotta in questi ultimi anni. È uno dei problemi strutturali più difficili e complicati da affrontare e non sarà un cambio di maggioranza ad inventare un modo nuovo per affrontarlo. C’è poi l’immensa macchina dello Stato che comprende ogni pur piccola amministrazione locale e le aziende da questa dipendenti. Qui allignano inefficienza, spreco e anche corruzione. E a questa vanno ricondotti i veri costi della politica.

La destra e i Cinque Stelle avranno il coraggio di metterci mano? Ovviamente no e come potrebbero dall’alto dei loro programmi campati per aria, velleitari e azzardati? Non c’è dunque da aspettarsi nessuna rivoluzione. La continuità è la cifra dei governi e delle politiche che vogliono raggiungere i maggiori benefici senza correre rischi eccessivi.

E la continuità sarà anche quella di qualunque governo si dovesse formare nelle prossime settimane. O, almeno, dobbiamo augurarci che sia così perché se i nostri pretendenti alla carica di Capo del governo dovessero tentare spericolate esibizioni di forza si accorgerebbero subito che non hanno in mano una bacchetta magica e che ogni loro decisione avrà ripercussioni di sistema alle quali non potranno sfuggire. Di Maio sembra averlo già capito e, infatti, ha adeguato toni, proposte, dichiarazioni e l’approccio alla costituzione del governo mettendosi implicitamente sulla linea della continuità. Salvini vuole spingere ancora sulla demagogia e sulla protesta. Potrà funzionare ancora per un po’, poi si capirà che serve a nascondere la sua incapacità

Claudio Lombardi

Dopo le elezioni una domanda sull’Europa

Le elezioni ci hanno consegnato due possibili candidati alla presidenza del Consiglio: Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Ma finora entrambi hanno lasciato irrisolta una questione centrale: il ruolo dell’Italia in Europa e nella moneta unica.

Di Maio e Salvini aspiranti premier

Le elezioni hanno portato al centro-destra la maggioranza relativa dei seggi tra le coalizioni: 265 seggi su 630, pari al 42 per cento del totale alla Camera, e 137 seggi su 315, il 43,5 per cento del totale al Senato. Tra i partiti, la maggioranza relativa dei seggi è andata al Movimento 5 stelle, con 227 seggi alla Camera (il 36 per cento del totale) e 112 seggi al Senato (il 36 per cento del totale). È dunque probabile che il presidente Mattarella attribuisca un incarico – esplorativo o pieno – per la formazione del governo a un rappresentante di questi gruppi politici, presumibilmente a Matteo Salvini (il leader della Lega, il partito con la maggioranza dei consensi nel centro-destra) o a Luigi Di Maio.

Leggendone i programmi, ci si accorge che, alla fine di una campagna elettorale piena di proposte molto ambiziose o inverosimili, i partiti hanno in realtà lasciato irrisolte alcune domande fondamentali. Una di queste riguarda il ruolo dell’Italia in Europa e nella moneta unica. Vale la pena di tornarci sopra.

L’euro, una valuta cattiva per Salvini

Nella sua prima conferenza stampa dopo le elezioni, Salvini ha parlato dell’euro come di una “valuta cattiva”. Ora, nessuno può negare che l’architettura istituzionale dell’euro – un esperimento privo di precedenti – debba ancora essere completata. Ma l’euro c’è, è oggi in buona salute e, anzi, i lavori in corso sono in vista del suo consolidamento. In Europa si parla (e ci si divide) su temi come l’assicurazione europea sui depositi, le regole di vigilanza bancaria e l’introduzione di vincoli alla quantità di titoli pubblici detenuta nei bilanci bancari. Si ragiona cioè in modo operativo su come completare l’unione bancaria (ad esempio, ne ha discusso su questo sito Angelo Baglioni). In modo meno operativo, si parla anche dell’adozione di un bilancio comune a sostegno dell’euro – un meccanismo che svolga più pienamente la funzione assicurativa giocata da un governo centrale in una nazione – o almeno di uno schema europeo di indennità di disoccupazione (ha recentemente ripreso l’idea Andrea Boitani) per dare ai disoccupati europei un supporto di reddito svincolato dalle condizioni del loro paese di provenienza.

Sono tutte misure di perfezionamento dell’architettura dell’euro, visto come una valuta che è qui per rimanere: semplificando, chi prova a migliorarne il funzionamento pensa all’euro come a una valuta “buona”, non a una valuta cattiva di cui sbarazzarsi.
Se dunque l’Europa e i paesi europei diversi dall’Italia si stanno attrezzando per continuare a convivere nell’euro, sarebbe utile avere qualche chiarimento al riguardo dagli aspiranti premier italiani.

Ci sono due possibilità. La prima è che anche l’Italia attraverso il suo prossimo governo partecipi alla predisposizione delle nuove regole, cercando di influire sul risultato, ma sapendo fin dall’inizio che gli esiti potrebbero non essere del tutto favorevoli ai nostri interessi nazionali. Nei negoziati si porta a casa qualcosa ma non tutto. Oppure si può concludere che, essendo l’euro una valuta cattiva e constatata l’impossibilità di ottenere la “revisione dei trattati europei” auspicata al punto 3 nel cosiddetto “programma del centro-destra”, l’Italia farà i preparativi per andarsene dalla moneta unica. Sapendo che “andarsene” vuol dire andarsene da soli, con le conseguenze e le difficoltà di attuazione che ciò comporta, sia nella transizione che a regime.

Anche Di Maio è ambiguo sull’euro

Da parte sua, il M5s sembra aver abbandonato la prospettiva dell’uscita dall’euro, ma in passato le dichiarazioni del candidato presidente del Consiglio Luigi Di Maio erano state ondivaghe sul punto. Di recente, nella trasmissione Porta a Porta, la conclusione è stata che “Ora non è più il momento di uscire dall’euro”. Intendendo che, finiti i tempi dell’asse privilegiato franco-tedesco, in Europa si sarebbero aperti margini per una gestione più collegiale e quindi anche per una revisione dei trattati europei come il Fiscal Compact e – chissà – gli altri trattati fondativi della moneta unica. Il che però lascia aperta la stessa questione che si pone per la Lega: e se l’asse franco-tedesco si rinsalda (qualcosa di più di una congettura accademica) e l’Europa risponde picche alle richieste di revisione dei trattati, cosa si fa? Si esce in solitaria? Se sì, come?

A ben vedere, dunque, ambedue gli aspiranti presidenti del Consiglio hanno finora lasciato irrisolta – con un po’ di voluta ambiguità strategica – una questione di grande importanza. In fondo, la vera domanda è se su questi temi ci sia spazio per le ambiguità, soprattutto per un paese con il 133 per cento di rapporto debito-Pil. Un’alternativa semplice all’ambiguità c’è: il governo italiano potrebbe dichiarare che, pur concorrendo alla discussione per cambiarle, si impegna a rispettare le regole esistenti, in particolare quelle relative agli obblighi derivanti dalla permanenza nella moneta unica, a cominciare dal Fiscal Compact. Ma non è quello che Di Maio e Salvini hanno promesso ai loro elettori in campagna elettorale.

Francesco Daveri tratto da www.lavoce.info

Rifugiati: l’ esempio della Germania

Dopo anni di opacità, di scelte mancate, di esibizione degli egoismi nazionali nel giro di pochi giorni è accaduto qualcosa che rimarrà nella storia. La Germania ha deciso di applicare l’articolo della sua costituzione che obbliga all’accoglienza dei rifugiati politici e la cifra degli arrivi previsti nei prossimi mesi indicata dalla signora Merkel – 800mila profughi – è di quelle che lasciano senza parole. La Germania è pronta a riceverli e il popolo tedesco si è lanciato in una gara di solidarietà quale non si era mai vista in nessun paese europeo. Quando i tifosi arrivano ad esporre uno striscione allo stadio nel quale si da’ il benvenuto ai rifugiati vuol dire che l’opinione pubblica si è schierata. E non a parole. Le migliaia di profughi che sono arrivati a Monaco dall’Ungheria hanno trovato ad accoglierli non solo polizia e volontari, ma anche tanti semplici cittadini che li applaudono e che cantano l’inno dell’Europa mentre dagli altoparlanti della stazione si da’ loro il benvenuto.

benvenuti rifugiati stadioNo decisamente qualcosa di simile non era mai accaduto. Popolo, apparati statali, organizzazioni di volontariato uniti dallo stesso obiettivo e una leadership del paese capace di guidarli interpretando un sentimento diffuso, ma imprimendogli la forza del potere democratico che l’ha espressa ed inserendolo dentro un progetto politico. Gli estremisti di destra, i razzisti, i nazionalisti ridotti a povera cosa, a residui, quasi inevitabili scarti di una società complessa. Questi sono i fatti.

L’Europa che appariva sorda, muta e inerte viene rivitalizzata e riorientata dall’esempio tedesco e quella bandiera europea alla testa della marcia dei rifugiati in partenza da Budapest dovrebbe riportare tutti alla responsabilità di essere nella parte del mondo più evoluta, più libera, più ricca. Un Occidente del benessere e dei valori di rispetto della dignità umana e della libertà che ha il dovere di non arroccarsi nei propri confini.

invecchiamento popolazioneSi sa, struttura e sovrastruttura, interessi economici e idee e passioni si intrecciano nelle vicende umane. Che alla base della decisione della Germania ci sia il calo demografico previsto nei prossimi decenni che farà mancare milioni di lavoratori ad un’economia gravata dalla crescita della popolazione anziana è probabile. Gli esperti quantificano in 30 milioni questa necessità di mano d’opera per tutta l’Europa. L’invecchiamento della popolazione però è un problema anche nostro, anche di altri paesi. Soltanto la Germania però ha dato un taglio alle incertezze e alle polemiche decidendo di imboccare la strada dell’accoglienza, puntando ad aumentare la popolazione attuale e futura e sfidandosi ad integrare milioni di immigrati. L’accoglienza riservata ai profughi è il primo atto di questa sfida. Non si tratta però solo di un calcolo economico, altrimenti il popolo non si muoverebbe. Si tratta di qualcosa di più profondo che sfugge ai commenti più superficiali e miserevoli.

chiacchiere inutili SalviniChi fino a ieri sbraitava contro i clandestini e spargeva paura e odio verso tutti i migranti ignorando ragioni umanitarie e ragioni economiche oggi pontifica dicendo che è facile per la Germania scegliere i rifugiati e fra questi le famiglie siriane. E perché non l’hanno proposto loro per primi? Gretti, ottusi, dannosi e inutili per l’Italia. Che gente come Salvini possa essere seguito da tanti italiani segna la distanza culturale e civile con il popolo tedesco e condanna l’Italia a non capire i suoi stessi interessi. Si dice anche che il nostro paese, a differenza della Germania, non può permettersi i costi dei salvataggi e dell’accoglienza. Sì certo dato che abbiamo pagato finora i costi di una corruzione diffusa e di un saccheggio dei soldi pubblici che ha preso anche Rom e migranti come ostaggi così come ogni altro settore di intervento pubblico adesso non abbiamo i soldi per fare le politiche giuste. Ma quando si tratta di far lavorare come bestie gli immigrati (ma anche gli italiani) nella nostra agricoltura allora i clandestini diventano molto utili proprio perché clandestini. Anche loro ostaggi di un’arretratezza civile che fa paura.

cambiamento in EuropaComunque forse qualcosa sta cambiando in Europa ed è arrivato il tempo di una maggiore integrazione che vada oltre il livello intergovernativo. Il tema dell’immigrazione è di quelli più difficili da condividere, ma sta tutto dentro il progetto di un rilancio delle economie europee cui non bastano i capitali se poi mancano le energie fresche degli esseri umani che lavorano, creano e popolano i territori. L’economia europea del futuro dovrà inevitabilmente coltivare con maggior cura il proprio mercato interno perché il motore delle esportazioni da solo non basta più. E il mutamento di fronte al quale sta la Cina e del quale percepiamo solo i turbamenti di Borsa.

È indubitabile che le tragedie in corso in Medio Oriente e la spinta a cercare migliori condizioni di vita che muove milioni di persone in Africa e altrove non si risolvono con l’accoglienza in Europa. L’occidente deve prendersi le responsabilità che gli spettano per avere destabilizzato la Libia, la Siria, l’Iraq provocando gli sconvolgimenti da cui fuggono masse di disperati. Ma occorre fare di più perché nel lungo periodo si creino le condizioni per rendere accettabile restare nel proprio paese di nascita.

Sono temi questi ormai analizzati e dibattuti, maturi perché si arrivi alla decisione politica. La politica è stata per anni la grande assente sulle scene nazionali e su quella internazionale sostituita da decisioni frettolose e improvvisate non lungimiranti e senza progetto o da un dominio del denaro costituito in potere sovranazionale autonomo.

Adesso la Germania ha dimostrato che la politica esiste ed è ancora la funzione sociale di guida delle comunità umane e che nessun parametro economico la può sostituire. Anche questo è l’esempio della Germania che dobbiamo saper capire

Claudio Lombardi

I paradossi dei politici italiani e la Grecia

A gennaio, dopo la vittoria di Syriza alla elezioni generali greche, il sito satirico Lercio titolava “si ribalta il carro del vincitore di Tsipras, feriti 85 politici italiani”.

Salvini e TsiprasE’ vero che l’estenuante dibattito sull’euro e sul futuro dell’Unione sta dividendo l’Europa e il mondo tra chi sta con Bruxelles e chi sta contro Bruxelles, ma in Italia la politica, come forse un pezzo rilevante di opinione pubblica, è andata ben oltre il ridicolo. Giorgia Meloni, Matteo Salvini, molti esponenti del M5S, tutti i mini-partiti della sinistra radicale italiana e buona parte del PD hanno esultato quando vi è stato l’ultimo avvicendamento di governo ad Atene. Anche il PD istituzionale, con il premier-segretario Renzi, e con il capodelegazione a Bruxelles, Pittella, che tra le altre cose è anche capogruppo di Socialisti e Democratici, non ha esitato a sottolineare che l’arrivo nei palazzi di Atene della sinistra radicale è simbolo e sintomo di un’Unione che per non morire deve cambiare.

crisi grecaSalvini ha definito Tsipras un premier non al servizio di Bruxelles ed anche Meloni, Grillo e Toti lo hanno lodato. In realtà l’unico partito italiano che può vantare un apparentamento con Syriza è SEL di Nichi Vendola, che ha contribuito in Italia ad eleggere uno sparuto gruppo di parlamentari che siede tra gli stessi banchi della sinistra radicale greca a Bruxelles.

Il Movimento 5Stelle, che forse avrebbe potuto dopo le europee di maggio 2014 arrivare ad una cooperazione con Syriza e Podemos ha deciso di fare un gruppo con un partito dell’estrema destra britannica, l’UK Indipendence Party di Nigel Farage. Così a fronte di uno Tsipras che si batte contro l’austerità, ma non contro l’euro, fa da contraltare un Di Battista che propugna un’alleanza per far saltare l’euro mentre Grillo e Di Maio vaneggiano di un asse del sud per cancellare l’Europa tedesca. Ma quale asse del sud se la Spagna è sempre stata assolutamente allineata ai tedeschi in tema di rigore ed è stata il campo degli esperimenti neoliberisti ed ultraliberisti nel mercato del lavoro ben prima che la Troika si affacciasse in Europa? E come non vedere che oggi i paesi che hanno beneficiato di programmi di assistenza, Spagna, Irlanda e Portogallo sono i peggiori nemici della sinistra greca?

GrexitIntanto in tanti, FMI compreso, sostengono da tempo che il debito greco deve essere rinegoziato e stiamo aspettando un disco verde di Madrid che probabilmente arriverà solo dopo le elezioni spagnole di autunno inoltrato.

Persino economisti liberisti come Zingales appaiono morbidi nei confronti di Tsipras, mentre che c’è stato un tempo in cui molti fra questi chiedevano a Monti di accettare l’aiuto del fondo salva stati e consegnarsi alla Troika.

Tutti questi paradossi sono diventati ancora più evidenti dopo il referendum greco del 5 luglio. Alcuni 5 stelle, Vendola, Fassina e il democratico D’Attorre hanno trascorso il giorno del referendum ad Atene. Paradosso nel paradosso il portavoce di Syriza in Italia aveva invitato i 5stelle a rimanere a casa poiché erano ospiti non graditi a causa dell’alleanza a Bruxelles con le forze xenofobe di estrema destra.

politici italiani e GreciaGrande paradosso anche per Salvini, leader di un partito che ha sempre criticato gli inefficienti ed inoperosi meridionali e che adesso si schiera con Tsipras. Evidentemente anche la Grecia può servire al suo gioco di assumere una dimensione nazionale. Dopo che anche il ministro acchiappa fannullone Brunetta ha dichiarato di tifare per il no al referendum greco manca solo che Berlusconi chieda a Tsipras di fare insieme la lotta ai comunisti.

La verità è che in giro c’è troppa irresponsabilità e troppo opportunismo. Ciò che è chiaro, però, è che in Europa occorre tornare ad una seria dialettica sinistra-destra, una dialettica che spinga alla ricerca di vie nuove per realizzare il progetto europeo superando la contrapposizione nord-sud che ha divorato la dimensione politica dell’Unione Europea e che è già diventata una tragedia in Europa ed una farsa in Italia.

Salvatore Sinagra

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