La sanità nelle regioni: intervista a Anna Rita Cosso segretario Cittadinanzattiva Umbria

Civicolab vuole capire cosa accade nel campo della sanità alla vigilia del cosiddetto federalismo. Già oggi tutte le competenze in materia spettano alle Regioni, ma in un quadro molto diverso da quello che si immagina per il futuro. Il nodo è quello della compatibilità dell’universalità delle prestazioni (e della loro efficacia) con costi che si intende riportare a standard omogenei nel quadro di una riduzione dei finanziamenti pubblici che viene data per certa. Ciò implica che sprechi, inefficienze ( e ruberie) si tradurranno automaticamente in riduzione delle prestazioni o in maggiori oneri per i cittadini. Alla vigilia di questi cambiamenti vogliamo conoscere il punto di vista di Cittadinanzattiva che, con la sua rete dedicata alla sanità – il Tribunale dei diritti del malato – segue l’evolversi della situazione in costante contatto con i cittadini. 

1. La prima domanda non può che riguardare i tagli di bilancio che sono diventati il punto di partenza di ogni ragionamento sulle politiche dei servizi. Nel rapporto fra sostenibilità e universalità dove pende la bilancia? Le difficoltà dei servizi di pronto soccorso esemplifica bene il dilemma: tagliare o riformare con servizi alternativi?

Risposta:
Per parlare di servizi sanitari in riferimento alla mia regione, l‘Umbria, credo non si possa che partire, per onestà intellettuale, da un dato incontrovertibile, che troviamo ben esplicitato nel Dap dell’Umbria (Documento annuale di programmazione 2011-2013): l’Umbria, regione virtuosa, ha il vantaggio di presentarsi ai blocchi di partenza con i conti in ordine e con un sistema sanitario in grado di fornire prestazioni di qualità.

Questa la risposta che l’amministrazione regionale umbra darebbe alla domanda posta: “ Per il sistema sanitario umbro, la sfida dei prossimi anni è quella di riconfermare la propria natura universalistica difendendo ed allargando il diritto alla salute, aumentando qualità e innovazione e tenendo fermo il principio della sostenibilità finanziaria. Quest’ultima, a sua volta, non si deve tradurre in un approccio “ragionieristico” alla sanità volto a razionare le risorse, ma deve concorrere a proseguire nel lavoro d’innalzamento dell’efficacia e della qualità delle prestazioni, sempre associata all’economicità del sistema”(DAP 2011-2013)

A fronte di tutto ciò, però, la nostra esperienza quotidiana di organizzazione dei diritti dei cittadini continua a segnalarci dati contraddittori; sprechi a fronte di tagli, duplicazione di primariati a fronte di riconversioni ospedaliere, costruzione di nuovi ospedali (a questo punto forse inutili) a fronte di chiusura di reparti importanti per talune zone, liste di attesa abnormi a fronte di una floridissima attività intramoenia. Inoltre ci appaiono ampiamente sottovalutati i rischi della sostenibilità del sistema sanitario regionale, soprattutto in relazione all’assenza di iniziative per analizzare le vere cause dell’aumento della spesa ospedaliera, in particolare nei poli di alta specializzazione, che rischiano di fagocitare progressivamente tutto il sistema ospedaliero regionale e le risorse per l’assistenza territoriale. Il valore esorbitante dei DRG viene riconosciuto come normale, senza neppure attivare forme di controlli reali anche a campione. La duplicazione dei servizi di alta specializzazione e la proliferazione di figure di coordinamento clinico senza compiti operativi, entrambe costosissime, sembrano rispondere più ad interessi corporativi e carrieristici delle corporazioni universitarie che a reali necessità assistenziali. Diciamo dunque che in Umbria ci sarebbero le condizioni di base per coniugare rigore dei conti e universalità del servizio, ma la strada da fare è ancora tanta. 

2. La seconda domanda riguarda i Livelli Essenziali di Assistenza e, in particolare, i farmaci e i presidi. C’è oppure no una spinta delle regioni a ridurre le prestazioni e ci sono strade alternative? Esempio: quanto può incidere la prevenzione e quanto l’uso razionale e consapevole dei farmaci per una riduzione di spesa che non faccia mancare ciò che veramente serve? E ancora: quali standard dovrebbe garantire una rete di emergenza (118, pronto soccorso) per poter soddisfare i bisogni di un determinato territorio, senza generare sprechi di risorse? 

Risposta
L’Umbria con i conti in ordine potrà contare su risorse continuative, ma dovrà comunque porre grande attenzione su alcuni parametri di spesa, in particolare quella farmaceutica ospedaliera, del personale, degli stessi singoli ospedali e dei costi delle prestazioni che i pazienti chiedono di fare fuori regione. La spesa regionale per la mobilità passiva è un dato molto poco rassicurante, con saldo negativo per prestazioni ambulatoriali e somministrazione diretta di farmaci (cfr. Piano Sanitario regionale 2009-2011).

Il servizio del 118 è attraversato in questo momento in Umbria da numerose tensioni soprattutto riguardanti problematiche del personale: gare fatte al massimo ribasso che hanno tolto il servizio alla Croce Rossa (Alta Umbria), problema di precariato degli autisti soccorritori del 118, necessità di interventi organizzativi e di messa in rete di tutti i diversi soggetti attualmente coinvolti nella regione (Croce Rossa, Croce Bianca, Croce Verde, Stella d’Italia). Il Piano sanitario regionale 2009-2011 prevedeva la regionalizzazione del servizio ma ancora siamo lontani da decisioni definitive.

L’attuale riduzione delle risorse messe a disposizione dal Governo nazionale potrebbe essere l’occasione per effettuare una reale riorganizzazione della rete ospedaliera, assegnando ai nosocomi più piccoli il ruolo di presidi per l’emergenza con reparti di pronto soccorso molto ben attrezzati e consistenti, in grado di effettuare il primo intervento, con tutte le tecnologie più avanzate, fino alla disponibilità di trasporto dei malati per elicottero. Contemporaneamente sarebbe possibile ridurre il numero e i posti letto degli altri reparti, in modo di recuperare le risorse economiche necessarie a potenziare la rete delle Residenze Sanitarie Assistite (R.S.A.), al fine di disegnare una struttura sanitaria che destina l’ospedale all’intervento nell’emergenza con alta specializzazione, per poi destinare le R.S.A. a seguire la convalescenza e le lungo degenze, ivi compresa l’assistenza alle patologie senili. 

3. Ultima domanda: cosa possono fare i cittadini? Forse non tutti lo sanno ma Cittadinanzattiva ha condotto campagne per il monitoraggio civico e da anni si concentra sull’audit civico che ne rappresenta la concreta realizzazione già sperimentata in molte ASL. E sufficiente proseguire così o si può pensare ad altre azioni? Per esempio: i cittadini potrebbero avere un ruolo attivo nel segnalare e denunciare gli sprechi delle risorse? In che modo?

Risposta:
L’indagine dell’audit civico realizzata nell’anno 2010 in Umbria, opera di cittadini volontari, provenienti (alcuni, ma non tutti) dall’associazionismo organizzato, ha dimostrato che gli strumenti partecipativi previsti dalla normativa vigente non sono stati attivati tranne in pochissimi casi nei servizi sanitari umbri (ad es: comitati consultivi degli utenti, forme di gestione associata degli URP con le associazioni degli utenti, conferenze annuali dei servizi, applicazione Dlgs 150/2009 sugli obblighi di trasparenza e comunicazione della pubblica amministrazione, ecc…)

Il Tribunale per i diritti del malato è presente da trent’anni nelle strutture sanitarie pubbliche per evidenziare e segnalare disfunzioni e disservizi, ma quello che insieme ad altre associazioni dei consumatori e organizzazioni professionali stiamo chiedendo con forza alla Regione Umbria in questo momento è che i cittadini possano intervenire in fase di:

a)    scelta condivisa delle priorità su cui lavorano i servizi;
b)    valutazione della qualità dei servizi e dell’impatto che hanno sulla salute dei cittadini.

Si chiede inoltre che venga garantito alle associazioni ed ai cittadini un regolare flusso di informazioni sulla sanità reale: troppe volte è difficile avere accesso ad informazioni fondamentali per valutare la qualità e la sostenibilità del servizio. Provate ad esempio a fare la semplice ingenua domanda: quanti medici lavorano in questa Azienda ospedaliera? Bene, non vi risponderà nessuno. L’Associazionismo umbro ha lanciato in queste settimane una forte iniziativa per democratizzare il servizio sanitario regionale toccato dai recenti scandali (“sanitopoli”) che hanno dimostrato l’esistenza di un uso “privato” (da parte dei partiti politici) del servizio sanitario pubblico, come di tutto il complesso mondo dei servizi pubblici.

Anna Rita Cosso segretaria Cittadinanzattiva Umbria

Sanitopoli umbra: alla fine solo raccomandazioni, hanno scoperto l’acqua calda (di Gabriele Silvestri)

Ogni giorno la stampa locale continua a insistere con titoli roboanti su quella che ormai viene da tutti chiamata la “sanitopoli” umbra e allora viene voglia di fare qualche breve riflessione.

 In primo luogo mi sembra che dalla grande messe di intercettazioni telefoniche e ambientali emerga che nella sanità e nel pubblico impiego umbro c’è una pratica diffusa della raccomandazione, per favorire l’assunzione di persone vicine a questo o a quell’altro esponente politico.

 Francamente mi viene da suggerire alla magistratura e alle forze dell’ordine che stanno conducendo le indagini da anni, che si potevano risparmiare lo sforzo e potevano risparmiare i tanti soldi pubblici che hanno speso per le intercettazioni, bastava che si mettessero in abiti borghesi e facessero un giro nei bar e avrebbero potuto avere informazioni molto dettagliate e circostanziate su precise situazioni e fattispecie.

 Perché è noto a tutti che il malcostume della raccomandazione è ampiamente diffuso in Italia; il popolo, nella sua immensa saggezza, sa benissimo a chi rivolgersi, sia esso politico o potente in genere, per ottenere un piacere, come sa altrettanto bene quanti politici e finti potenti praticano a piene mani il millantato credito.

 È evidente che la raccomandazione è un malcostume, non solo per quanto concerne le assunzioni, ma anche per tutto quanto riguardi l’intervento della mano pubblica, perché tutti sanno benissimo che in Italia e quindi anche in Umbria, quando si deve interloquire con la pubblica amministrazione, ivi compresa la sanità, è sempre bene farsi precedere da una telefonata del notabile di turno. I nostri amici del Tribunale dei Diritti del Malato nella loro encomiabile e decennale lotta per ridurre le liste di attesa, sanno benissimo che ogni giorno c’è qualcuno che essendo “amico degli amici” salta miracolosamente tutta la lunga lista, anzi qualche volta viene il dubbio che la lista sia lunga proprio per consentire di fare “il piacere” di saltarla a qualcuno che poi possa “ricambiare”.

 Questo malcostume purtroppo è sedimentato nella coscienza del popolo italiano, è il frutto di un millennio di dominazione straniera, quando il potere parlava una lingua diversa e incomprensibile ai più e c’era bisogno di ingraziarsi le forze occupanti per tirare a campare. Lo stesso valeva anche quando il potere era “indigeno”, come nello stato pontificio che comprendeva l’Umbria, il popolo sapeva benissimo che chi esercitava il potere era solito predicare bene e razzolare male e che se si voleva ottenere qualcosa bisognava prenderlo per la “gola”.

 Centocinquant’anni di unità nazionale e sessant’anni di democrazia non solo non hanno scardinato questo malcostume, ma al contrario lo hanno rafforzato. La storia ci dirà che nei cinquant’anni di governo democristiano la pratica della raccomandazione ha garantito un’amministrazione pubblica docile al volere dei politici e un solido consenso elettorale tra i pubblici dipendenti, come baluardo della democrazia occidentale.

 Ma ormai la pratica della raccomandazione non tutela più la democrazia, al contrario è essa stessa una minaccia, perché in fin dei conti piegarsi alla raccomandazione significa di fatto chiedere un piacere laddove invece c’è un diritto, che viene negato da un potere politico dispotico e clientelare o da una struttura pubblica inefficiente.

 Per scardinare il malcostume delle raccomandazioni c’è bisogno di un cambiamento profondo della cultura dominante, cioè delle abitudini e delle consuetudini che regolano la vita reale di tutti i giorni, il funzionamento della società e le regole non scritte ma ferree che presiedono alle relazioni sociali, economiche, politiche tra le persone e i soggetti collettivi. In altre parole ci sarebbe bisogno di dare concretezza a quel bellissimo slogan di cittadinanzattiva che campeggiava su molti opuscoli e che rappresenta un’ispirazione profonda del nostro stare insieme: non basta essere cittadini bisogna fare i cittadini.

 Allora la parolina magica è ancora: PARTECIPAZIONE! Nel senso che solo se si metteranno in atto meccanismi di vera e reale partecipazione sarà possibile avere contemporaneamente un controllo sull’esercizio del potere e una emancipazione culturale dei cittadini, cioè le due condizioni per impedire l’esercizio della pratica della raccomandazione. Questo dovrebbe essere l’interesse anche degli amministratori onesti che pure ci sono e tutti i giorni sono confusi con quelli disonesti, perché spesso nell’immaginario collettivo si fa di tutta l’erba un fascio, nel silenzio generale.

 In questo ambito la leva giudiziaria può contribuire ben poco, perché in Italia non c’è più (ma c’è mai stata?) un’opinione pubblica che si indigna e reagisce quando viene a sapere di queste cose. Mi sembra che la gente abbia una reazione molto più vicina all’interesse di tipo scandalistico che altro, in altre parole è interessata al gossip e al chiacchiericcio che si fa intorno alle rivelazioni sulle telefonate di tizio e caio, ma non vedo in giro una forte indignazione. D’altronde anche gli stessi giornali non hanno nessuna intenzione di suscitare indignazione, ma solo la curiosità morbosa di chi guarda dal buco della chiave; in effetti il loro interesse è diventato quello di vendere più copie non quello di dare voce alle coscienze libere e pulite.

 L’Associazionismo dei cittadini non deve cadere nella trappola di trasformare tutto in una telenovela a sfondo gossip, ma deve mantenere il profilo politico di chi lavora per l’emancipazione dei cittadini, per una sollevazione dal basso che rivendichi spazi di partecipazione alla gestione della cosa pubblica, per impedire qualunque malcostume e garantire trasparenza, efficienza ed efficacia all’azione della pubblica amministrazione.

 Quando parlo di partecipazione, mi riferisco alla messa in atto di meccanismi cogenti e vincolanti, cioè ad una partecipazione che conta davvero, non a quelle forme di ascolto delle esigenze dei cittadini che in molte amministrazioni locali si praticano ancora oggi, con una presenza che scema costantemente perché la gente si rende conto che non basta esporre le problematiche, poi bisogna fare i conti con le limitate possibilità economiche della mano pubblica e allora l’esigenza di pochi, ma raccomandata da chi conta, sopravanza l’esigenza dei tanti che non hanno trovato un santo in paradiso.

 Oggi ci sono molti strumenti legislativi che consentono di mettere in pratica forme di vera e cogente partecipazione, ma manca una reale volontà politica di realizzarla veramente, su questo le associazioni dei cittadini utenti possono e debbono svolgere un ruolo di primo piano, ricordando che solo creando una forte consapevolezza dei propri diritti e un’altrettanto forte volontà di non scambiarli per piaceri che possiamo evitare il degrado democratico che si sta rischiando nel nostro paese.

 Gabriele Silvestri Cittadinanzattiva Umbria

Costruzione del comune in sanità e crisi della rappresentanza: il caso dell’Umbria (di Carlo Romagnoli)

Con l’accettazione da parte della Giunta regionale delle dimissioni dell’assessore alla sanità, Vincenzo  Riommi, il problema della funzionalità dell’attuale sistema della rappresentanza  politica anche ai fini della promozione e tutela della salute assume assoluta rilevanza.

 Tutti noi dobbiamo riflettere senza infingimenti sulla crisi terminale che coinvolge i due modi di gestione che hanno avuto l’egemonia nel corso del secolo passato: il sistema di gestione privato e quello pubblico.  Restando alla sanità, del modello di gestione privato basterà dire che non vi è in letteratura un solo studio scientifico che ne attesti almeno la non inferiorità rispetto al pubblico nel garantire salute da un punto di vista di popolazione. E vi sono evidenze della relazione tra diminuzione degli anni di vita  vissuti senza salute e la percentuale crescente di spesa sanitaria privata rispetto a quella totale (CDSH, “Closing the gap”. 2008).  Per non parlare del privato come determinante della crisi ambientale  o di quella finanziaria, economica e sociale che producono precarietà e nuova povertà in tutto il mondo.

 Il problema però è che già dal 2008 l’OMS ci dice che il pubblico, invece di produrre equità nella salute, comunità sane e servizi centrati sui bisogni della gente, sostituisce i fini  e produce centralità dell’ospedale, commercializzazione ( la pandemia!) e frammentazione dei programmi sanitari ( OMS,  World health report 2008).

 Oggi noi dobbiamo aggiungere che, oltre a quanto l’OMS autorevolmente denuncia, il SSR in Umbria ha dimostrato di produrre anche l‘uso privato del pubblico.

 Associando poi i fatti di casa nostra con quanto già si è verificato in Abruzzo o in Calabria, solo per restare ai casi più clamorosi, vi è sufficiente evidenza del fatto che il problema investe in pieno non solo il cosiddetto “centro sinistra”, ma la stessa capacità del pubblico di garantire il rispetto delle finalità sociali per cui è stato creato.

 Se i partiti selezionano i gruppi dirigenti contando più sui vincoli di appartenenza territoriale e amicale (i clan!) che sulla capacità di dare concretezza ai programmi e se questi partiti riescono a mettere le mani su aziende sanitarie che, prive di qualsiasi elemento di partecipazione reale e di controllo dal basso, sono un eccellente leva per ottenere voti, fare favori, spostare le risorse di tutti su definiti territori e orientare appalti, ebbene noi, di tutto questo, non sappiamo che farne.

 Nuova sanità pubblica? Cosa può significare se meccanismi politici e sistemi di gestione aziendale restano gli stessi?

 Non bastano nemmeno le giaculatorie sulla sanità come bene comune perché vecchi e nuovi partiti dicono già da ora che ci penseranno loro a difendere i beni comuni.

 Ma il punto è un altro: come ci liberiamo di questi due modi di gestione evidentemente superati e come lavoriamo per costruire il comune in sanità.

 Il bello del concetto di comune (Hardt e Negri, 2010) è che esso consiste nel “ Divenire principe della moltitudine”, ossia in un processo aperto in cui noi in quanto molti, grazie anche alla materializzazione del cervello sociale nella rete ed ai dispositivi di inclusione e condivisione grazie ai quali l’abbiamo resa forte ed efficiente, ci “autoattiviamo” ( M Castells, 2009).  

 Costruire il comune in sanità può voler dire allora  che i cittadini, anche grazie al web 2.0, condividono la scelta delle priorità, verificano in regime di terzietà la qualità delle cure, valutano l’impatto pratico delle politiche sanitarie sulla loro salute.

 Ecco, facciamo una cosa nuova piuttosto che cercare di applicare nel presente le ipotesi del passato: concentriamo l’attenzione di tutte le persone di buona volontà sulle buone pratiche di costruzione del comune in sanità: ce ne sono già molte in giro e chissà quante ne possiamo condividere se ci mettiamo a ragionare insieme.

  Carlo Romagnoli  responsabile sanità Associazione Consumatori e Utenti Umbria

Anche in Umbria arrivano gli scandali nella sanità? Il ruolo dei cittadini (di Annarita Cosso)

Ebbene sì, avremmo preferito non doverne mai scrivere, ma i fatti degli ultimi giorni ci dicono che anche in Umbria è scoppiato un caso di “sanitopoli”, definizione mutuata dalla ben più celebre “tangentopoli” che sta ad indicare la diffusione, a cavallo fra politica e amministrazioni pubbliche, di un malcostume fatto di piaceri, di gestione piegata ad esigenze personali, di affari privati trattati dai posti di potere di qualunque livello e tipo essi siano.

Le indagini della magistratura sono in corso ed è presto per pronunciare giudizi, sia di colpevolezza che di assoluzione. Ciò che è chiaro, però, e che emerge dalle intercettazioni che sono state divulgate sulla stampa (e meno male che ci sono e che sono rese pubbliche senza violare alcuna legge!) è che esiste un sistema di gestione del potere che è più forte delle “fedi” politiche e che tradisce una cultura dello Stato e una concezione della politica che non sono quelle che ci piacciono.
Non è mia intenzione impartire lezioni e sviluppare approfondite analisi. Desidero solo, oggi, scrivere delle brevi note a margine della “sanitopoli” umbra e porre qualche interrogativo che chiama in causa tutti noi.

Cosa succede  quando i cittadini, la politica e la pubblica amministrazione scambiano i diritti per piaceri ? Una domanda che rappresenta un paradigma fondamentale nel rapporto fra Stato e società che ci riporta al senso e alla funzione della politica. Il potere, che si esprime attraverso le istituzioni democratiche e gli apparati che da queste dipendono, esiste per far funzionare la pubblica amministrazione e raggiungere gli obiettivi che soddisfino l’interesse della collettività oppure quelli di gruppi ristretti che vivono su un sistema parassitario di scambio di favori ? 

Le indagini sono in corso, ma già si è capito che, anche in questo caso, ci si muove in quel consueto terreno posto al confine tra lecito e illecito che è fatto dal voto di scambio, dal  clientelismo e dall’assuefazione o dall’inclinazione a scambiare le pubbliche funzioni con gli affari privati senza curarsi dei comportamenti e delle regole.
Su questo, non sulle responsabilità personali che dovranno essere accertate, qualche riflessione occorre pur farla. Grande è lo sconcerto che si è diffuso, vergognoso il contenuto delle intercettazioni rese pubbliche, brutta l’immagine che ne emerge e tanti gli ipocriti giudizi che si sentono in giro. Dobbiamo domandarci se tutto ciò riguarda solo amministratori e assessori oppure dobbiamo dire qualcosa di più.
Non credo di dire nulla di originale se denuncio l’esistenza di un mondo nel quale tanti cercano di risolvere i loro problemi affidandosi alle “conoscenze” giuste.

Sono in lista di attesa e voglio anticipare una visita? Parlo con Tizio, uomo politico, e in un batter d’occhio anticipo.
Mio figlio non ha lavoro? “Ma perché tu che conosci tanta gente non cerchi di imbucarlo da qualche parte?”
Ho un pezzo di terra e ci voglio costruire? Prendo la tessera e poi con la santa pazienza comincio a tampinare , a sollecitare, a far presente il problema a chi ha il potere di decidere.

Perché dobbiamo parlare chiaro ed andare oltre la denuncia dei soliti politici o degli eventuali corrotti e dei dispensatori di favori? Perché se è insopportabile che i politici ricerchino il voto di scambio, è anche insopportabile che tanti fra noi, cittadini onesti, si siano lasciati corrompere così profondamente da questo sistema, da non poter più dare tutte le colpe solo agli altri.
Una persona che gode di un’ ottima posizione nella sua vita professionale mi diceva : “Ho fatto la campagna elettorale per XXX. Ma dopo non mi ha  aiutato a far carriera. Alle prossime elezioni non mi chiamassero; perché se  mi chiamano, metto in chiaro prima di tutto che voglio un passaggio di grado!!!”

E’ vero, noi stiamo dalla parte dei cittadini, sempre, perché è evidente di chi è la colpa primaria  di tanta corruzione dei costumi.
Però, se un politico è bravo “perché ci pensa lui al mio problema”, allora dobbiamo essere anche noi a lanciare un grido d’allarme e aver chiara la posta in gioco e la distinzione tra interesse generale e particolare.

Sappiamo che la questione non è dire : tanto lo fanno tutti.
Bisogna dare ai cittadini gli strumenti per contare; bisogna avere la consapevolezza di valere noi cittadini, semplicemente per come siamo e non perché conosciamo il politico di turno, bisogna impegnarsi per far prevalere una cultura di rispetto delle regole e dei valori senza i quali uno Stato non può reggersi. E se occorre battersi per dare una soluzione collettiva a problemi che ci riguardano in tanti dobbiamo farlo e non girare la testa dall’altra parte rifugiandoci in comodi ruoli di spettatori distratti o, peggio, di opportunisti profittatori. Non dobbiamo nemmeno, e qui parlo al vasto mondo dell’associazionismo e della cittadinanza attiva (della quale dovrebbero far parte anche le organizzazioni territoriali dei partiti se vale ancora il loro ruolo costituzionale) accontentarci di gestire il nostro piccolo pezzo di attività godendo anche noi della condiscendenza di chi tiene in mano il potere.

Dobbiamo essere noi la coscienza critica, attiva e vigile, che partecipa e controlla e che sempre lo fa alla luce del sole e di fronte ai cittadini. Perché la politica non è quella che fanno gli specialisti: deve essere anche quella che noi sappiamo praticare con la nostra presenza. 

Questa è a mio parere la vera rivoluzione civica, di cui dobbiamo avere il coraggio di parlare

Anna Rita Cosso Segretaria regionale Cittadinanzattiva dell’Umbria