Il mercato del lavoro come la cruna di un ago (di Rossella Aprea)

Lavorare oggi è diventato difficile come passare attraverso la cruna di un ago. La situazione è cambiata, soprattutto, negli ultimi 5-6 anni. Una improvvisa e considerevole riduzione delle opportunità nel mercato del lavoro ha determinato un significativo aumento di coloro che cercano lavoro e un netto innalzamento dell’ età media degli aspiranti precari. Tante le ragioni: la crisi delle imprese, la sofferenza del mercato, il distacco tra la formazione universitaria e il mondo del lavoro, l’inserimento degli immigrati. Parla, raccontandoci la sua esperienza diretta, un impiegato di un Centro Orientamento Lavoro, che dal suo osservatorio particolare ci rivela le numerose ombre che oscurano il mercato del lavoro oggi in Italia.

“Ho iniziato a lavorare al C.O.L.”, mi dice G.R., “attraverso un tirocinio gratuito di 15 mesi. Successivamente mi è stato garantito un primo contratto di collaborazione coordinata e continuativa a 600 euro al mese e poi, alla fine, siccome eravamo tanti nella medesima condizione, l’Amministrazione per la quale lavoro ha bandito un concorso e così ho avuto un contratto a tempo determinato. Oggi posso dire che, innanzitutto, ho avuto la possibilità di rimanere un anno e mezzo circa in attesa perché avevo delle condizioni economiche che me lo consentivano e un’età – 29 anni – in cui non avvertivo ancora l’urgenza di un impiego stabile. Tra l’altro parliamo di anni (2000-2002), in cui c’erano infinitamente più possibilità rispetto ad oggi, anche se già all’epoca si parlava di generazione falciata e bagno di sangue. Eppure niente a che vedere con la situazione attuale. Di fatto oggi, se la mia Amministrazione avesse diverse decine di impiegati a tempo determinato da collocare stabilmente, anche se queste garantissero il mantenimento e l’efficienza del servizio, non potrebbe più farlo, non lo farebbe più. Troppo oneroso economicamente. Poi, tieni presente,che oggi se hai avuto un contratto a tempo determinato, hai già un potere contrattuale, se sei un precario, non hai alcuna tutela. In effetti tra contratto a tempo determinato e contratto a tempo indeterminato, oggi cambia poco o niente, perché svolgi lo stesso tipo di lavoro, hai tutele analoghe, vieni remunerato in maniera simile. Cambia solo la natura del contratto ed il fatto che esiste una scadenza e la necessità del rinnovo. Ma solo quello, il resto è sostanzialmente lo stesso. Però, prima i contratti a tempo determinato venivano quasi automaticamente rinnovati, oggi non c’è più questa tacita garanzia.”

Gli domando, a suo avviso, quali sono gli elementi che ha osservato e che hanno profondamente mutato la situazione. Mi risponde in modo pacato, ma senza alcuna incertezza.

“Basterebbe osservare solo questo, che oggi a noi si rivolgono persone, anche quarantenni, che chiedono con insistenza non “un lavoro”, ma almeno “un tirocinio” pagato. Questo per garantirsi anche solo 500 euro al mese per un breve periodo di tempo, pur con la consapevolezza che quell’esperienza non gli offrirà probabilmente alcuna prospettiva futura di impiego. Queste situazioni non sarebbero mai esistite, non si sarebbero mai verificate appena cinque, sei anni fa. C’è stato un peggioramento improvviso, netto, una caduta verticale per tante ragioni, una su tutte di natura macro-economica, rappresentata dalla chiusura di molte imprese. Fino a pochi anni fa erano molte le persone che vivevano nel precariato, ma vivevano. Adesso il lavoro precario è un miraggio, è la meta. C’è stato un radicale mutamento della situazione. Il dato di fatto più impressionante, poi, è sicuramente l’innalzamento dell’età, nel senso che sono i quarantenni ad aspirare al lavoro precario. Negli ultimi anni e in questo momento, in particolare, è evidente lo stato di sofferenza del mercato, che ha determinato un calo della domanda, soprattutto, di lavoratori qualificati.”

Mentre G.R. parla, cerco di ragionare come un giovane che deve scegliere di intraprendere degli studi o una formazione che gli possa offrire delle prospettive per il futuro, così gli domando senza mezzi termini, a suo avviso, su cosa converrebbe puntare, su quali professioni o mestieri.

La formazione che consiglierei a chiunque è senza dubbio quella per esercitare le professioni contabili. Un bravo ragioniere a vent’anni, ancora oggi, ha buone chance di trovare lavoro, prima era matematicamente certo. I diplomati in ragioneria o i laureati in economia e commercio, che però hanno deciso di disinteressarsi di macroeconomia e di marketing e che si sono dedicati alla gestione, hanno molte possibilità di impiego, perché le aziende hanno un bisogno spaventoso di persone che si occupino di contabilità sia normale che fiscale, diventata complicata da seguire. In questo senso il lavoro c’è, soprattutto se queste persone sanno usare i software di contabilità. Ci sono delle professioni non completamente in crisi, come la professione di architetto, ad esempio, anche se costoro sono costretti, però, a mandare giù a tempo indeterminato delle condizioni di lavoro da free lance. Quello che ti ricatta oggi è il mercato. Anche gli informatici che fino a 10 anni fa avevano delle ottime prospettive di occupazione, oggi hanno serie difficoltà. Nell’ambito della grafica web, con l’ingresso sul mercato di software che hanno permesso a tutti di usare l’html senza conoscerlo, la richiesta di personale qualificato è calata notevolmente. Parte della professione, infatti, è stata bruciata dai software stessi. Nell’ambito della programmazione, la situazione è un po’ diversa, qualcuno ancora resiste, però le aziende che si occupano di produzione software fanno sempre più spesso gare al ribasso, e quindi le paghe si sono molto ridimensionate. Si tratta di un mondo in cui non c’è più molta speranza, oltre ad essere durissimo (sia per coloro che fanno programmazione, sia per i sistemisti). Si tratta di un mondo sottoposto ad una rapida obsolescenza in cui ogni 3, 4 anni bisogna riprendere i libri e studiare i manuali prevalentemente in lingua inglese e con condizioni contrattuali di gran lunga inferiori a quelle di una decina di anni fa. Da lasciar perdere, purtroppo, anche le attività nell’ambito dei settori culturali. In passato, io pensavo, ingenuamente, che il settore delle biblioteche, in cui cercava impiego mia moglie, offriva delle chance, visto che solo a Roma ce ne sono circa 350 tra pubbliche e private. Purtroppo, la maggioranza sono pubbliche e per entrare nelle strutture pubbliche bisogna partecipare ai concorsi e i concorsi non vengono banditi da anni. Nel privato la situazione è ancora più critica, perché le strutture culturali di questo tipo sono poche, strapiene e prese d’assalto.”

Inevitabilmente mi viene in mente la frase dell’ex Ministro, Tremonti “con la cultura non si mangia”, o almeno oggi non si riesce più a mangiare. Mi sembra una realtà drammatica per un Paese che dovrebbe e potrebbe vivere “di cultura”. Quanto abbiamo dissipato! Una naturale vocazione alla cultura, all’arte, al turismo fatta a brandelli, al punto tale da non offrire più alcuna chance a chi si volesse dedicare alle professioni ad essa collegate. Intanto, G.R. prosegue inesorabile nella sua analisi.

“Un’altra cosa che non ha aiutato per niente i giovani, o quelli più o meno giovani, è lo scollamento tra università e mondo del lavoro. Le università negli ultimi anni hanno promosso moltissimi corsi di laurea, che sulla carta avrebbero dovuto offrire delle prospettive, ma che in realtà non ne avevano, rendendo la separazione dal mercato del lavoro ancora più netta. Oggi si trova lavoro per conoscenza, ma non sempre i raccomandati sono incapaci, spesso sono bravi, ma se non fossero segnalati, non andrebbero da nessuna parte, come capita a molti altri, che non riescono ad emergere. Oltre al problema dell’Università, aggiungici tutta una serie di speculazioni sulle possibilità di impiego. Ti faccio un esempio, molti ragazzi, soprattutto stranieri, hanno conseguito una sorta di diploma come installatori di pannelli fotovoltaici, con la speranza di impiegarsi in un settore in espansione. Purtroppo, sono stati venduti quasi più corsi che pannelli fotovoltaici, e non ci sono prospettive per loro. Come faccio a spiegarglielo quando con aria sorpresa e avvilita, mi chiedono come mai non riescono a trovare lavoro? Tu capisci che il vero business è stato organizzare quei corsi. Un’altra macroscopica beffa è stata rappresentata dai master in Risorse umane in voga 5/6 anni fa. Corsi costosissimi, più o meno intensi, con una frequenza richiesta che oscillava dai 5 giorni a settimana al weekend, per un settore lavorativo che qualsiasi analisi di mercato seria avrebbe indicato come saturo. Sono state create spesso aspettative su professioni che di fatto non avevano prospettive.”

Da quello che mi dice, comincio ad avere la sensazione che oggi c’è troppa offerta di lavoro qualificato. E lui mi conferma.

“In effetti si è creato un collo di bottiglia, una strettoia. Non più le professioni, ma meglio i mestieri, dunque. Purtroppo, c’è una differenza sostanziale, che chi ha una formazione qualificata e volesse proporsi per un lavoro meno qualificato non verrebbe preso in considerazione lo stesso“.

Mentre lui continua a parlare mi viene in mente la risposta che anch’io qualche volta ho ricevuto all’invio del curriculum. “Mi dispiace ma è troppo qualificata”.

“Se tu e mia moglie, faccio un esempio, voleste andare a fare le segretarie non vi prenderebbero. Troppo qualificate, e questo cosa vuol dire? Che pensano che alla prima occasione utile, li salutereste e non hanno intenzione di rischiare. Li capisco, anch’io se stessi dall’altra parte, mi farei due conti. Lo capisci da te che una persona che ha fatto un percorso di studi per cui ha speso 15 anni della propria vita, se fa la segretaria è evidentemente per ripiego. Oggi anche per fare lavori di segreteria si cominciano a preferire gli stranieri, perché se hanno un medesimo livello culturale, una laurea, la conoscenza di un paio di lingue straniere (che è più facile trovare negli stranieri che negli italiani) ti danno maggiori garanzie degli Italiani. La ragazza rumena è molto più vincolata, meno protetta, più disponibile ad accettare condizioni scomode di un’italiana. Alcuni tipi di lavoro, però, oggi, sono preclusi agli italiani, ad esempio i lavori di giardinaggio. Nessuno impiegherebbe più un italiano, ma un pakistano. Questo perché i datori di lavoro si sono talmente abituati ad una sperequazione, che preferiscono avere l’immigrato di 36/40 anni che deve mandare i soldi alla propria famiglia, piuttosto che un italiano con maggiori pretese, esigenze ed eventuali tutele.”

Comincio a domandarmi se siano gli italiani a non voler più fare certi mestieri o se, pur volendoli fare, non possono.

“Non è che oggi non vogliono, è che si è innescato un meccanismo e quando si parla del mercato del lavoro non si possono fare generalizzazioni. Faccio un esempio: consideriamo la raccolta del latte, se i sikh da domani scioperassero, nessuno mungerebbe più le mucche, perché l’attività di mungitura nel centro-nord è gestita dai sikh. Non dico nemmeno indiani, ma sikh, cioè una particolare etnia, che si è ricavata una nicchia nel mercato del lavoro, legata alla floricoltura e alla mungitura. Questa situazione, va detto, è sicuramente iniziata perché molti italiani hanno cominciato a rifiutarsi di svolgere questi lavori. L’idea di alzarsi alle quattro del mattino con il freddo e andare nelle stalle per mungere le mucche, non era entusiasmante. Eppure se, oggi, per necessità un italiano si presentasse per fare questo tipo di lavoro, non sarebbe preso in considerazione, perché fuori da quel circuito, che è fatto e gestito dai sikh.

In effetti si sono innescati dei meccanismi che si sono autoalimentati, e non si può più tornare indietro. Fare il lavoro umile per un italiano, sarebbe difficile.

Ci sono meccanismi “mafiosi” legittimi, cioè la comunità sikh italiana, che si è appropriata di due, tre comparti lavorativi, non te li concede più, ed è naturale che sia così. Sarebbe bastato guardare a quello che era successo nei Paesi con economie molto più avanzate delle nostre, per sapere in anticipo cosa sarebbe successo, senza scoprirlo adesso. Infatti, è quasi impossibile a New York trovare un tassista newyorchese, perché i tassisti lì sono o indiani o messicani. La ristorazione di qualità nell’East cost americana è tutta italiana perché 50/60 anni fa, gli italiani sono entrati in quei ristoranti e in quell’attività, come lavapiatti e poi, hanno occupato quasi “militarmente” le cucine. L’italiano veniva pagato meno. Con il passare del tempo quegli italiani con i loro risparmi sono riusciti a comprarsi il ristorante dove avevano cominciato a lavorare come lavapiatti. Mutatis mutandis, la stessa cosa sta accadendo in Italia. Per esempio, cominciano a comparire benzinai, gestori di pompe di benzina ceylonesi. Anche loro hanno cominciato in silenzio 10/15 anni fa, lavorando alle pompe di benzina di notte, per rimediare qualche mancia. Poi hanno conosciuto il benzinaio e quando questi è andato in pensione, non sapendo a chi lasciare la sua attività, avrà trovato giusto lasciarla a quel ragazzo bangla, che metteva la benzina e che era già conosciuto nel quartiere. Tutto questo è normale e giusto. Non c’è da stupirsi. Certo, come hanno fatto vedere le Jene in una loro trasmissione, se un italiano tentasse di notte di andare al self-service sotto casa per guadagnarsi quei dieci euro di mance, mettendo la benzina agli automobilisti, avrebbe serie difficoltà a non essere minacciato da chi svolge già prima di lui quell’attività. Questi sono diventati comparti occupazionali preclusi agli italiani.”

Si è fatto tardi, presi dalla vivace conversazione, non ci siamo resi conto di aver superato quasi l’ora di cena, interrompiamo così bruscamente la nostra chiacchierata, ma le considerazioni di G.R. sono state sufficienti a farmi capire, che è dalla scuola che bisogna ripartire per modificare le prospettive di lavoro. La formazione non può prescindere totalmente dalle considerazioni sulle reali condizioni del mercato del lavoro, pena la creazione di eserciti di disoccupati o precari a vita. Va, inoltre, senza dubbio rilanciata l’economia, favorita la crescita del Paese, in modo che nuove o vecchie opportunità di impiego si creino o si riaprano. Va ricordata e recuperata la vocazione culturale dell’Italia, in modo da incrementare le possibilità di lavoro in un settore che dovrebbe essere per noi sempre e solo in attivo. Va considerato, per concludere, che stiamo diventando un Paese multietnico in cui non credo che una separazione etnica dei comparti lavorativi sia da auspicarsi, anche se oggi sicuramente da comprendere e giustificare, ma la vera integrazione tra italiani e altre popolazioni dovrebbe tradursi nelle medesime opportunità per tutti di svolgere il lavoro che si preferisce – intellettuale o un mestiere – a cui venga riconosciuta medesima dignità. A chi piacerebbe una società basata su tristi e vergognose separazioni in caste?

Rossella Aprea da www.lib21.org

Elenco del peggio e del meglio della scuola (legge lo scrittore Domenico Starnone)

  1. La scuola peggiore è quella che si limita a individuare capacità e meriti evidenti. La scuola migliore è quella che scopre capacità e meriti lì dove sembrava che non ce ne fossero.

  2. La scuola peggiore è quella che esclama: meno male, ne abbiamo bocciati sette, finalmente abbiamo una bella classetta.  La scuola migliore è quella che dice: che bella classe, non ne abbiamo perso nemmeno uno.

  3. La scuola peggiore è quella che dice: qui si parla solo se interrogati. La  scuola migliore è quella che dice: qui si impara a fare domande.

  4. La scuola peggiore è quella che dice: c’è chi è nato per zappare e c’è chi è nato per studiare. La scuola migliore è quella che dimostra: questo è un concetto veramente stupido.

  5. La scuola peggiore è quella che preferisce il facile al difficile. La scuola migliore è quella che alla noia del facile oppone la passione del difficile.

  6. La scuola peggiore è quella che dice: ho insegnato matematica io? Sì. La sai la matematica tu? No. 3, vai a posto. La scuola migliore è quella che dice: mettiamoci comodi e vediamo dove abbiamo sbagliato

  7. La scuola peggiore è quella che dice: tutto quello che impari deve quadrare con l’unica vera religione, quella che ti insegno io. La scuola migliore è quella che dice: qui si impara solo a usare  la testa.

  8. La scuola peggiore rispedisce in strada chi doveva essere tolto dalla strada e dalle camorre. La scuola migliore va in strada a riprendersi chi le è stato tolto.

  9. La scuola peggiore dice: ah com’era bello quando i professori erano rispettati, facevano lezione in santa pace,  promuovevano il figlio del dottore e bocciavano il figlio dell’operaio. La scuola migliore se li ricorda bene, quei tempi, e lavora perché non tornino più.

  10. La scuola peggiore è quella in cui essere assenti è meglio che essere presenti. La scuola migliore è quella in cui essere presenti è meglio che essere assenti.

Da “Vieni via con me” del 29 novembre 2010

Corruzione, Protezione civile e diritti dei cittadini (di claudio lombardi)

Ancora corruzione, ancora i soldi degli italiani rubati. Grazie ai magistrati e ai mezzi di indagine di cui dispongono (fino a che il disegno del Governo che mira ad annullarli non si realizza) noi cittadini veniamo a conoscenza di un altro pezzo del nostro mondo. Ora tocca alla Protezione civile. Una struttura destinata a fronteggiare calamità naturali con interventi di emergenza e da tutti per questo conosciuta, è coinvolta in un’inchiesta che, per ora, ha già rivelato comportamenti dei quali il magistrato accerterà la rilevanza penale, ma che agli occhi del cittadino appaiono da subito moralmente ripugnanti. Ma bisogna capire prima di giudicare. Partiamo da alcune informazioni su cosa è la Protezione civile.

Nasce nel 1992 il Servizio nazionale per la protezione civile che opera attraverso il Dipartimento appositamente costituito ed incardinato nell’ambito della Presidenza del Consiglio.

Nel 1999 viene prevista l’istituzione di un’Agenzia di protezione civile ente di diritto pubblico indipendente dalla Presidenza del Consiglio che, però, non vedrà mai la luce per le resistenze dei governi in carica in quegli anni.

Nel 2001, appena nominato Presidente del Consiglio, Berlusconi sciolse l’Agenzia e ripristinò il Dipartimento per la protezione civile alle dipendenze della Presidenza del Consiglio estendendone le competenze alla gestione dei cosiddetti “grandi eventi” e nominando Guido Bertolaso direttore del Dipartimento. Da quel momento qualunque evento ritenuto rilevante dal Governo poté essere affidato per la sua realizzazione alla Protezione civile con una semplice Ordinanza di protezione civile emanata dal Presidente del Consiglio che prevede la nomina di un Commissario del Governo e la deroga a tutte le leggi vigenti in materia di appalti (italiane ed europee), ambiente e contabilità pubblica.

Negli ultimi 9 anni si può stimare che siano state emanate oltre 600 ordinanze di protezione civile nelle materie più varie dalle vere emergenze ad una molteplicità di eventi che non si capisce come siano potuti entrare nelle competenze della protezione civile (summit internazionali, manifestazioni sportive, incontri di preghiera, lavori pubblici per manutenzione e riparazione vari). Ciò che va sottolineato, però, è che tutti questi eventi hanno richiesto la realizzazione di opere pubbliche con una spesa complessiva (mai dichiarata) valutata in oltre 10 miliardi di euro (circa 20.000 miliardi di lire) tutti erogati e spesi, va ricordato ancora, senza il vincolo del rispetto delle leggi vigenti e senza alcun controllo.

Recentemente la Commissione europea ha stabilito che solo gli interventi strettamente collegati alle emergenze e alle calamità naturali (per questi fu creata la Protezione civile che nel nome stesso richiama le ragioni della sua esistenza) possano derogare alle regole europee per le gare di appalto. Ne consegue che il non rispetto delle leggi per i lavori pubblici non potrebbe in alcun caso riguardare la ricostruzione successiva alle calamità e meno che mai i cosiddetti “grandi eventi” che non hanno, evidentemente, niente a che vedere con gli interventi di protezione civile.

È ancora in discussione in Parlamento (15 febbraio 2010) la proposta del Governo di dar vita ad una SpA di proprietà della Presidenza del Consiglio che svolga gli interventi che oggi effettua il Dipartimento della protezione civile. In quanto società per azioni questa sfuggirebbe ai controlli sia della Corte dei conti (ma questo si verifica, di fatto, anche oggi per le spese della Protezione civile) sia a quelli della UE.

In pratica con la proposta del Governo si avrebbe una SpA di proprietà non dello Stato, ma di un suo organo – la Presidenza del Consiglio – destinata ad effettuare tutti gli interventi che la stessa Presidenza del Consiglio (con l’avallo del Consiglio dei Ministri) ritenesse necessari in qualsivoglia settore. E tutto senza rispettare nessuna regola in materia di appalti, contabilità pubblica, tutela ambientale, paesaggistica e artistica.

Questo è il quadro. Facciamo qualche considerazione partendo da quanto affermato da Guido Bertolaso in un’intervista al Sole24ore del 14 febbraio. Dice Bertolaso: “dire che in Italia la protezione civile deve occuparsi solo di terremoti, vulcani e alluvioni è facile, ma è pura demagogia. In un Paese come il nostro, dove non ci sono regole funzionanti e ci sono procedure arrugginite, alla fine tutti chiamano noi, da destra e da sinistra, per fare un’autostrada o una ferrovia, per aprire una discarica, per riattivare un termovalorizzatore, per fare un intervento di bonifica ambientale. E noi cosa dovremmo rispondere, che affrontiamo le emergenze naturali, ma non i problemi di questo Paese? “

Ecco descritta in maniera chiara la nascita di uno Stato parallelo, autoritario, in mano a poche persone che dicono di fare tutto nell’interesse generale, ma che si sono ritagliate un potere immenso lontano dalle regole e dai controlli e vorrebbero espanderlo e consolidarlo. Il perno di questo stato parallelo che stanno cercando di costruire è la Presidenza del Consiglio che, però, non avrebbe alcun titolo per esserlo visto che non è la depositaria della sovranità popolare, bensì una delle istituzioni che discendono da questa e che ha senso solo come parte di un sistema democratico che si articola in diversi poteri e funzioni. Finchè è in vigore la nostra Costituzione non ci possono essere da nessuna parte “i padroni dello Stato” liberi di non rispettare le leggi e di usare come vogliono i soldi dei cittadini. E, invece, con la scusa delle procedure arrugginite chi ha il compito e i numeri per cambiarle e per far funzionare meglio la macchina amministrativa non lo fa, ma coglie il pretesto delle arretratezze per prendere il potere al di fuori della lettera e dello spirito della Costituzione. E Bertolaso, che si dice al servizio dello Stato, afferma candidamente che la Protezione civile si dovrebbe occupare, in generale, dei problemi del Paese. Di quale Stato è al servizio Bertolaso? Conosce la Costituzione della Repubblica italiana o pensa che anche quella possa essere superata per decreto del Presidente del Consiglio? E poi chi ci pensa veramente ai problemi degli italiani? Tutto deve essere nelle mani della Presidenza del Consiglio e della Protezione civile? E le Regioni, i comuni, le province che fanno? E il Parlamento che ci sta a fare? E poi come viene speso il denaro dello Stato cioè di tutti noi ?

Pensiamo allo scandalo scoppiato in questi giorni intorno alla Protezione civile e pensiamo ai genitori cui spesso viene chiesto un contributo per le spese di funzionamento della scuola perché lo Stato non da’ i soldi in misura sufficiente e ha buttato, con la scusa dell’autonomia scolastica, sulle spalle dei presidi e dei genitori l’onere di tenere aperte le scuole. Come mai, invece, i soldi ci sono e ne vengono spesi tanti quando si tratta di gestire lavori pubblici senza regole o di finanziare gli sprechi di troppe amministrazioni dove i corrotti detengono posizioni di comando? E allora quali sono i “problemi del Paese” di cui parla Bertolaso se lo Stato manda a picco la scuola pubblica che forma le generazioni future? Anche per questo vogliamo chiamare la Protezione civile e i suoi imprenditori di fiducia?

Domandiamoci, però, cosa significa tutto ciò. Sembra che stia avanzando un progetto autoritario di tipo nuovo che non ha bisogno di ricorrere all’esercito per affermarsi perché la sua forza sta nella passività dei cittadini e nella conquista di tutte le posizioni di potere progressivamente piegate ad un progetto eversivo che si fonda anche sulla possibilità per molti di arricchirsi con i soldi di tutti. L’uso delle istituzioni legittime per imporre un regime diverso è un’esperienza già fatta varie volte in Europa e sempre con conseguenze catastrofiche per i popoli. Ma da noi l’incapacità dello Stato di costruire il futuro degli italiani si esprime sempre in due modi: non si raggiungono i risultati (istruzione, efficienza, servizi pubblici, assetto del territorio ecc) e si sprecano le risorse pubbliche che continuano ad affluire nelle casse dello Stato grazie al lavoro di tutto il Paese. Se queste risorse non vengono spese bene e non si investe sulla crescita non c’è futuro. Dove stanno le classi dirigenti che dovrebbero guidare la soluzione dei problemi strutturali dell’Italia in un mondo dove tutti cercano di progredire per vivere meglio?

Dice il Presidente del Consiglio che i magistrati si dovrebbero vergognare di aver rivelato la corruzione che si nascondeva dietro gli interventi della Protezione civile. E che ci stanno a fare i magistrati se non proteggono i cittadini, le istituzioni e lo Stato contro i malfattori che violano le leggi e derubano tutti noi? E un Presidente del Consiglio dice che si dovrebbero vergognare? Ma allora cosa si nasconde dietro lo stesso Berlusconi? È legittimo domandarcelo. Siamo ancora in Italia, esiste ancora lo Stato democratico o siamo tornati al regime feudale e non ci siamo accorti che siamo tutti sudditi delle bande che hanno conquistato il controllo del territorio?

La realtà è che si sta chiarendo un disegno che calpesta i diritti dei cittadini e vorrebbe cambiare la natura del nostro sistema costituzionale mettendo il comando al posto della rappresentanza con la scusa che tutto sarebbe deciso più rapidamente. Sì, anche il bandito che rapina una banca è molto veloce se lo si lascia fare. Ma a noi cittadini serve veramente essere comandati in questo modo?

La risposta è, ovviamente, no visti i risultati, gli sprechi, le ruberie, e le associazioni a delinquere che fioriscono con questi sistemi di governo. E non ci serve perché è impossibile governare nell’interesse dei cittadini pensando di affidare tutto il potere ad uno solo al comando. Se l’Italia vuole sperare di risolvere i suoi problemi e guardare al futuro non ha bisogno della Presidenza del Consiglio che prende il potere e usa la Protezione civile come suo braccio operativo: ha bisogno che si mobilitino le energie migliori di ognuno e che queste vengano inserite in un sistema-Paese che funzioni e che utilizzi e valorizzi le capacità. L’Italia deve crescere, deve produrre più ricchezza che si traduca, innanzitutto, in una migliore qualità della vita per le persone. E per questo ha bisogno di uno Stato democratico dove le bande di sfruttatori, di ladri e le associazioni a delinquere, e tutte le mafie siano messe al bando e neutralizzate perché loro sì costituiscono da sempre il problema dei problemi di questo nostro sfortunato Paese.

Claudio Lombardi