Andreotti e l’andreottismo (di Claudio Lombardi)

Anche per Giulio Andreotti la morte non si commenta. Era prevedibile e annunciata come logica e naturale conclusione di una lunga vita. Meglio quindi pensare che Andreotti sia uscito di scena da anni e che ciò che merita di essere discusso oggi coincide con ciò di cui si è discusso nel corso del suo tempo. Sarebbe stato un bene se l’andreottismo fosse scomparso con lui, ma purtroppo ciò non è accaduto né accadrà tanto facilmente.andreotti

Un politico che attraversa da protagonista oltre 60 anni di storia italiana non può lasciare indifferenti né ricevere solo lodi o solo biasimo. Bisogna accettare che ci siano luci e ombre e punti di vista diametralmente opposti. Nel caso di Andreotti parleranno gli storici, ma ogni italiano che abbia superato i 40 anni ha “assorbito” l’opera di Andreotti attraverso lo svolgersi di una quotidianità che non è mai stata lontana dalle vicende politiche.

Chi abbia vissuto gli anni ’50 e, ancor più, gli anni ’60 e ’70 è rimasto coinvolto nella politica molto più di quanto è accaduto nei decenni successivi. In quegli anni la politica penetrava in tutti gli ambienti, nei territori, nelle fabbriche, negli uffici e nelle scuole. La politica coinvolgeva tutti e in tutti gli ambiti nei quali si svolgeva la vita degli italiani. La partecipazione altissima al voto lo testimoniava, ma lo dimostrava anche la presenza capillare delle organizzazioni di partiti che allora seppero essere realmente un canale di emancipazione del popolo dall’esperienza fascista. Una fitta trama di associazioni della società civile era presente, attiva e strettamente legata alle scelte politiche ed ideologiche rappresentate dai maggiori partiti.

I dirigenti di quei partiti di massa erano “naturalmente” noti, ascoltati e osservati dagli italiani che si legavano a loro anche confondendo la fedeltà di partito (o di corrente) con quella dovuta allo Stato. Ogni formazione politica e ogni leader creò la sua “cultura” fatta di messaggi espliciti, di esempi e comportamenti pubblici e privati.

Che Andreotti sia penetrato nella cultura popolare nazionale più di altri è un fatto certo. Non a caso ancora oggi, dopo tanti anni di lontananza dalla scena pubblica, molti italiani conservano il ricordo di quale sia stato il senso, il messaggio e l’insegnamento dell’opera di Andreotti. Che sia possibile tracciare il profilo di un “andreottismo” riconoscibile e riconosciuto non è cosa da poco e testimonia delle capacità di un politico che ha lasciato un segno profondo.andreotti imitazione

Dell’andreottismo però non si può dare un giudizio positivo. Tante degenerazioni del rapporto fra cittadini e Stato, tante deformazioni introdotte nella cultura civile degli italiani sono riconducibili a ciò che Giulio Andreotti ha fatto e detto rappresentando con la sua azione i limiti di uno sviluppo culturale nazionale ancorato a un “feudalesimo” da paese avanzato e democratico. Senza trascurare i giudizi positivi sulla sua opera in campo internazionale il tratto dominante dell’Andreotti politico è stata l’accettazione del sottosviluppo culturale e civile degli italiani, la spartizione dello Stato tra gruppi di potere, la soggezione alle mafie in nome degli equilibri che volevano una Democrazia Cristiana perennemente al vertice dello Stato. Ovviamente è una responsabilità che Andreotti condivise con buona parte della DC e degli altri partiti di governo. Aggiungiamo la collusione di un bel pezzo di classe dirigente e il quadro è completo.

I limiti maggiori dell’andreottismo sono stati nell’assenza di una visione strategica che guardasse all’evoluzione del Paese che aveva estrema necessità di una liberazione che continuasse dopo la fine del fascismo e l’avvio della Costituzione democratica e repubblicana.

prima pagina piazza fontanaQuesta evoluzione è stata ferocemente contrastata sia per motivazioni geopolitiche (la guerra fredda tra URSS e USA) sia per i limiti di classi dirigenti che continuavano ad accettare il compromesso (questo sì storico) con l’arretratezza del Mezzogiorno e che, anzi, avevano trovato in questa arretratezza la miniera d’oro dei nuovi traffici criminali che giravano intorno all’edilizia, alla droga e all’uso dei soldi e delle risorse pubbliche.

Ben al di là delle battute di umorismo freddo per le quali Andreotti è passato alla storia si è impressa nella cultura nazionale l’immagine di un politico che si poteva tranquillamente ritenere coinvolto in tutte le trame criminali e terroristiche che ruotavano intorno all’anima nera del potere senza suscitare un moto di sdegno e di ribellione.

Che tanti italiani abbiano accettato questa doppia verità- che ci fosse una trama di violenza e di sangue gestita da apparati dello Stato e una alleanza della politica con la mafia e che ci fosse un politico al vertice dello Stato ritenuto il punto di riferimento di tutto ciò – è sconcertante.

Occorre riflettere su questa parte della nostra storia perché un altro “ismo” si è affermato ed è penetrato nella cultura popolare nazionale come un fenomeno politico e di costume. Un altro “ismo” – il berlusconismo – che appare come l’aggiornamento del feudalesimo da paese avanzato disposto ad ogni compromesso per garantire il controllo dello Stato e delle risorse pubbliche ad alcuni ceti sociali e gruppi di potere. Un altro leader è diventato un’icona ed è saldamente il fulcro della politica italiana: Silvio Berlusconi.

Claudio Lombardi   

La Repubblica democratica: un patrimonio comune, un obiettivo da raggiungere (di Claudio Lombardi)

Nel giorno del compleanno della Repubblica dobbiamo essere consapevoli che questa casa comune che gli italiani hanno costruito è un patrimonio che ci appartiene e che è infinitamente meglio di quello che c’era prima – il regime fascista – e prima ancora – la monarchia. Dobbiamo essere consapevoli che l’architettura che è stata disegnata da chi ha fondato la Repubblica e ha scritto la Costituzione è ancora un quadro di riferimento valido fatto di principi e di indicazioni programmatiche vivi e attuali. Dobbiamo metterci bene in testa che i guai dell’Italia non derivano da un’impostazione sbagliata della nostra Costituzione, ma da scelte politiche che hanno deviato dal disegno costituzionale e da comportamenti di singoli e di gruppi ripetuti nel tempo e tollerati (o premiati) che sono diventati cultura di governo e cultura civile di massa.

Molto si è parlato dell’illegalità come fenomeno orizzontale e come disvalore riconosciuto e condiviso degli italiani, una sorta di minimo comune denominatore. Chiunque può, con la sua esperienza di vita, dire se si tratta di verità o di invenzione, ma la realtà di una presenza diffusa e massiccia di veri  e propri sottosistemi di potere paralleli e intrecciati con quello dello Stato è un fatto che non si può contestare. Creati e sostenuti da chi? Politici, membri di apparati pubblici, affaristi e criminalità organizzata. In pratica una classe dirigente occulta, ma molto potente e feroce che non ha esitato anche in combutta con stati stranieri ad eseguire, coprire ed organizzare stragi, assassinii, ruberie.

Forse all’inizio si è trattato dell’appoggio delle mafie per raccogliere voti, poi ci si è aggiunta la guerra fredda che ha messo la democrazia sotto ricatto perché qualsiasi evoluzione sgradita al blocco di appartenenza si è tradotta in una reazione feroce e occulta. È stato così che al potere formale si è sovrapposto un potere parallelo al di fuori di ogni controllo. Intere regioni sono cadute nelle mani del blocco di potere politico-affaristico-mafioso finalizzato allo sfruttamento violento di ogni risorsa pubblica e privata. Il male che è stato fatto non si misura solo con gli assassinii e con le stragi, ma, con la distruzione delle ricchezze nazionali, con la condanna all’arretratezza dell’intero Meridione e con una deformazione clientelare e corrotta di ogni aspetto della vita pubblica e dell’economia che ha lasciato il segno nell’intero Paese come le vicende attualissime del presidente della Lombardia Formigoni a libro paga di un intrallazzatore di affari in sanità (Daccò) dimostra. Sarebbe interessante calcolare quanti soldi sono stati dilapidati in questo sistema di potere contrastato e conosciuto solo per alcuni squarci di verità grazie all’opera della Magistratura e ad un’opposizione politica e sociale che ha sopportato repressioni durissime.

Questa doppiezza del potere con le sue apparenze e con la sua effettività nascosta e protetta da apparati criminali sia pubblici (come i tristemente famosi servizi segreti deviati) e dalle mafie ha disarticolato il sistema democratico.

Certo, non tutto è stato storia criminale, ma i progressi nella costruzione di un Paese migliore sono stati il frutto di lotte epocali della parte più pulita degli italiani sia al vertice che alla base.

La lista dei caduti è lunga e va dall’umile bracciante ucciso a Portella Delle Ginestre dalle mitragliatrici del bandito Giuliano al soldo di una parte dello Stato, ad Enrico Mattei, ad Aldo Moro, a Falcone e Borsellino, a Guido Rossa, a Marco Biagi. La lista è troppo lunga e arriva fino ai nostri giorni passando per pagine vergognose e indegne di un regime democratico come è quella dell’aggressione di polizia alla scuola Diaz a Genova nel 2001.

Tutto ciò ci dice che la strada per dire che abbiamo costruito un regime democratico è ancora lunga e che non mai stato facile farlo né lo è adesso né lo sarà da adesso in poi.

Ecco perché non c’è ingegneria costituzionale in grado di farlo di per sé e di tener testa a questa combinazione micidiale di poteri occulti e reali, formali e sostanziali fondati sul consenso di un elettorato sottoposto a ricatti, a pressioni, spaventato con le stragi e con la severità della legge verso i più deboli o blandito con il clientelismo, la corruzione e con il permesso di violare la legalità.

Per questo suona male che in questi tempi di crisi un Parlamento delegittimato perché incapace di formare una maggioranza politica e di approvare una legge elettorale di minima decenza si metta a scrivere grandi riforme della Costituzione.

Già è successo con la legge costituzionale che vieta l’indebitamento dello Stato, una legge giudicata da molti stolta e ottusa e da altri perfettamente inutile. Ora si fa il bis con norme approssimative che cambiano ben poco di sostanziale, ma che aprono la strada ad un cambio di forma di governo spingendo ancora di più verso quella personalizzazione della politica che ha già fatto troppi danni.

L’elezione diretta del Presidente della Repubblica dotato di poteri analoghi a quello francese appare l’ennesimo sviamento dalla sostanza dei problemi fosse solo perché gli italiani non cercano un condottiero, ma onestà, verità, trasparenza e serietà.

La sostanza dei problemi è che l’Italia deve ancora completare la costruzione di uno Stato unitario fondato su un patto sociale e su una religione civile che faccia di ogni cittadino un protagonista consapevole e attivo, dotato di poteri e di responsabilità, di diritti e di doveri.

Riuscirci è l’augurio migliore che si possa fare alla nostra Repubblica e a noi stessi.

Claudio Lombardi