Il senso del servizio pubblico radiotelevisivo

Un lungo articolo di Flavia Barca affronta la questione del servizio pubblico radiotelevisivo. Ne pubblichiamo alcuni stralci rinviando per la versione integrale al sito www.flaviabarca.it.

convenzione Rai“Alle soglie del rinnovo della Convenzione tra la Rai e lo Stato Italiano (l’attuale scade nel maggio 2016), moltissime sono le minacce che insidiano la sopravvivenza dei servizi pubblici europei, dalla difficoltà di reperire risorse finanziarie al declino di fiducia nei confronti delle istituzioni pubbliche, dalla moltiplicazione dei canali e delle piattaforme ad una competizione sempre più accesa sui contenuti premium, dalle trasformazioni e disintermediazioni della tradizionale catena del valore al ruolo sempre più centrale dei nuovi gatekeeper (aggregatori, over the top, ecc.), dalla struttura organizzativa elefantiaca e poco efficiente di molti broadcaster pubblici alla migrazione delle utenze più giovani verso nuove forme di consumo.

L’effetto è moltiplicato nel nostro Paese, dove la Rai, negli ultimi anni, ha faticato non poco nel rispondere con tempismo ed efficacia ai mutamenti della società. E la ragione principale, di questo vulnus, va ricercata nella debolezza della sua mission, ovvero nella incapacità di definire con chiarezza obblighi ed obiettivi dell’azienda radiotelevisiva pubblica.

Una forte confusione, o meglio densa nebbia, sulla missione pubblica della Rai, si protrae infatti da molto tempo. Il dibattito sulla dipendenza dalla politica, identificata come male principale della Rai nel nostro Paese, è stato purtroppo funzionale ad offuscare il vero dibattito sull’assenza di un chiaro, condiviso, trasparente, efficace progetto pubblico. Così la mancanza di regole e obiettivi certi ha permesso, a tutti i governi che negli anni si sono succeduti, di operare senza trasparenza pensando più al beneficio privato che al bene comune. Invece di trascorrere tanto tempo a discutere del come (la governance, le risorse ecc) avremmo forse dovuto maggiormente riflettere sul cosa (la visione, il progetto).

televisioni pluralismoRispetto agli auspici di una importante fetta dell’opinione pubblica che la Rai venga privatizzata, è invece chiaro che l’unica giustificazione nel negare questa strada è quella di difendere – e rafforzare – una sua funzione pubblica. In questo senso credo sia utile ripartire proprio da qui. Dalla mission.

Ragionare sulla mission significa principalmente chiedersi che senso abbia oggi, in piena era del digitale, che lo stato finanzi un servizio pubblico radiotelevisivo e se davvero questo importante segmento del mercato dei media vada oggi difeso e preservato, in Italia e nel mondo.

La Rai è una delle più importanti istituzioni pubbliche del Paese, la più importante nell’ambito dei settori culturali e creativi.

L’attività principale della Rai è quella di realizzare un palinsesto di qualità, le cui caratteristiche specifiche sono definite dalla mission, indicata nella Convenzione con lo Stato e poi elaborata nei diversi Contratti di Servizio che vengono rivisti ogni cinque anni.

inclusione socialeNon si tratta solo di produrre alfabetizzazione e inclusione sociale ma anche di attivare una fondamentale filiera economica che, a sua volta, produce effetti di enorme portata su tutta la società. La mancanza di un’industria dell’immaginario solida è infatti un grosso danno non solo per gli addetti del comparto: ha forti ripercussioni anche su tutta la filiera dell’immaginario e, soprattutto, sulla valorizzazione dei nostri asset culturali materiali e immateriali

Per questo il tema della promozione dell’audiovisivo nazionale è centrale. E molti lo identificano come il perno della mission Rai.

Agire nel nome del bene comune significa, infatti, anche e soprattutto finanziare innovazione di prodotto e di sistema. Quindi la specificità della Rai impone che si guardi con maggiore attenzione a quei produttori o a quei programmi maggiormente innovativi che non troverebbero naturale sbocco nel mercato.

Il tema dell’innovazione in tutte le sue espressioni è centrale perché indica la strada del rischio che la Rai si sobbarca anche per il resto del comparto, pareggiando così i conti con i broadcaster commerciali.

innovazioneIl rafforzamento del mercato della creatività, specie nella sua componente più innovativa è, però, condizione necessaria ma non sufficiente. Il ruolo del pubblico si giustifica, infatti, solo ed esclusivamente qualora offra un servizio unico e che produca bene pubblico. In questo caso anche chi non ne usufruisce può comunque trarre un vantaggio sociale dall’esistenza di quel bene, perché ha potenziali ripercussioni sullo sviluppo e l’inclusione sociale e, quindi, aumenta il benessere collettivo.

Il servizio pubblico ha, quindi – questo è il punto! – un mandato unico, cioè quello di identificare e programmare un palinsesto (svariati palinsesti) che aiuti a migliorare le competenze e quindi le condizioni di vita delle persone, facilitando la comprensione dei cambiamenti sociali, del mondo che ci circonda, dell’enorme gamma delle possibilità di scelta che si aprono davanti all’essere umano. Insomma strumenti di libertà.

La missione è una spinta gentile all’inclusione sociale, al miglioramento della società.

Pensare al nostro Paese che si fa latore di un progetto europeo che coinvolga tutti i servizi pubblici, per programmare assieme, per progettare assieme, una idea di Europa. Pensiamo ad una tv pubblica che funga, anche, da “pietra d’inciampo” – una tv d’inciampo! – per il Paese. Che ogni giorno getti nell’agenda pubblica temi, aggettivi, riflessioni nuove, stimolanti, che producano impatti ed effetti chiari nel dibattito e generino code lunghe di pensieri ed azioni dedicate al bene comune.

partecipazione condivisioneLa vera novità oggi, è quella della partecipazione e condivisione. Cioè di un progetto pubblico (di valori e servizi), non più unidirezionale, ma mediato e arricchito da una continua immissione/scambio di nuove idee e suggestioni. Se è giusto, come sopra teorizzato, che la Rai produca idee e valori “pubblici” mediante i quali costruire capitale sociale, è indispensabile, al contempo, che queste idee e valori siano negoziati, continuamente, con tutto il Paese. E questo può e deve avvenire aprendo la Rai ad un dialogo trasparente con tutti gli spazi di produzione di pensiero, quindi scuole, università, centri di ricerca, terzo settore, cittadinanza attiva.

Il grande errore degli ultimi anni è stato quello di confondere il concetto di “governance partecipata” con la costruzione di nuovi organismi decisionali o consultivi aperti a diverse rappresentanze sociali, con il rischio di ingabbiare nuovamente le forze costruttive e creative dei territori in “postifici” utili al più a fare lobby per un soggetto piuttosto che un altro. La partecipazione, per il servizio pubblico radiotelevisivo (e non solo) ha ben più alto scopo, cioè quello di cooperare, l’istituzione assieme a tutta la società civile “attiva”, per il bene comune.

cittadino digitaleCondizione irrinunciabile di questo ragionamento è la formazione del nuovo cittadino digitale. Si tratta di uno degli obiettivi della mission Rai non più procrastinabili. Su questo importanti passi avanti sono stati fatti negli ultimi anni, ma ancora la strada è lunga, in un Paese affetto da un importante digital divide, e non solo tra le fasce più anziane della popolazione. Si tratta di trainare gli utenti verso un consumo multipiattaforma e verso una interazione attiva e produttiva con tutte le piattaforme, promuovendo quindi non solo l’accesso ma anche l’interazione e la produzione di nuovi contenuti (il cd cittadino “prosumer”, crasi di produttore e consumatore).

“La cosa importante per il governo non è fare ciò che gli individui fanno già, e farlo un po’ meglio o un po’ peggio, ma fare ciò che presentemente non si fa del tutto”. Queste le parole di Keynes che andrebbero messe ad epigrafe della prossima convenzione Rai-Stato.

Quindi una tv pubblica che occupa un perimetro ben delineato, trasparente, unico e distintivo rispetto a quello della tv commerciale. Una tv pubblica che non è “fuori” dal mercato ma neanche pienamente dentro, occupando spazi distinti e complementari ma interconnessi. L’investimento nella “nuova Rai” darà, nel medio e lungo termine, dei ritorni importanti per il Paese, assolutamente misurabili in termini di capitale sociale e sviluppo economico.

Il momento per una discussione seria sul senso della Rai è ora. E maggio è alle porte.

La Rai del governo

Nelle prossime ore si consumerà il “delitto perfetto” del servizio pubblico radiotelevisivo. Quest’ultimo è dalla primavera-estate nella cella dell’esecuzione, in attesa di una telefonata del governatore che, naturalmente, non arriverà. Un’agonia durata 232 giorni. E il conto alla rovescia arriva proprio al confine tra l’autunno e l’inverno. Sull’azienda di viale Mazzini calano il buio e il freddo.

controriforma RaiIl Senato, in terza lettura, vara un testo mediocre e pericoloso. Una controriforma chiamata riforma, com’è d’uso nella stagione recente, quando ai misfatti politici si sono aggiunti quelli semantici. Il significato ultimo (e unico, salva la solita delega all’esecutivo, questa volta per mettere mano al Testo unico sulle radiodiffusioni del 2005) del testo è chiaro: portare la Rai sotto l’egida e il controllo di palazzo Chigi, trasformando il direttore generale in amministratore delegato con poteri regali. La novità non sta solo qui. Alla vigilia della scadenza della concessione –maggio 2016- con lo stato, il servizio pubblico viene ributtato nel girone in bianco e nero che precedeva la riforma (vera) del 1975.

Del resto, così come alla Leopolda renziana è stato esibito il volto censorio verso la stampa libera, figuriamoci se poteva resistere all’assalto il broadcaster pubblico, popolato persino da qualche non allineato. L’attacco ai talk ha anticipato il rodeo finale che, proviamo a scommetterci, seguirà inesorabile con un potente e prepotente cambiamento dei gruppi dirigenti dell’azienda. Non ci si illuda che sia solo innocuo maquillage l’esito dei cinque articoli del disegno di legge. E’ la cornice legittimante delle prevedibili scene di caccia. Insomma, il “bignamino” della vecchia grida di Gasparri ha un valore in sé, la conquista della stanza dei bottoni; e per sé, l’apertura di un’altra fase: centralistica, sorvegliata, italianamente autoritaria. servizio pubblico radiotelevisivoCon uno schiaffo solenne alla giurisprudenza costituzionale, ampiamente evocata da Roberto Zaccaria nel corso dell’audizione svolta alla Camera dei deputati a nome dell’associazione “Articolo21”, rigorosa nell’affermare i principi dell’indipendenza, dell’autonomia e del pluralismo. Siamo al cospetto del peggior conservatorismo, persino surreale. E sì, perché nell’era delle piattaforme multi e cross mediali, nonché della discussione sull’accesso aperto e sulla neutralità della rete -in cui il pubblico bene comune potrebbe e dovrebbe svolgere un ruolo di garanzia per tutti, senza discriminazioni- il pasticciaccio perpetrato ha il sapore di un vecchio disco a 45 giri, brutto e pieno di fischi.

Certamente un’opposizione vi è stata, a partire dalle proposte fatte proprie dalle “sinistre”, frutto di un lungo lavoro culturale avviato da MoveOn. Movimento ancora protagonista, come è stato lo scorso 2 dicembre con una manifestazione a Roma, condivisa da numerosissime associazioni. Lì fu annunciata l’intenzione di mantenere vivo l’impegno, attraverso un osservatorio e una partecipata consultazione civile. Peraltro, la Bbc rinnova il suo rapporto di servizio pubblico attraverso la Royal Charter, che scaturisce proprio da una ricerca sul Dna moderno del public service. Francamente, però, serve alzare la voce, facendone una questione democratica, al di là degli aspetti specifici.

Viene spontaneo chiedersi come potrà digerire un simile misfatto il Presidente Mattarella, che nel 1990 si dimise da ministro, per l’insostenibile pesantezza della legge Mammì sull’emittenza madre delle sciagure successive.

Vincenzo Vita

Riforma della Rai: una tv di governo

Diciamo le cose come stanno. La politica è anche lotta e gestione del potere che, nei sistemi democratici, conta molto sulla comunicazione cioè sulla capacità di trasmettere informazioni, contenuti e senso all’opinione pubblica precondizione per acquisirne il consenso senza il quale non si governano società complesse. Tutto ciò è ormai tanto assodato che quasi non si osservano più le manovre sul fronte dell’informazione e dei media che la veicolano.

controllo della tvAnche nell’epoca di internet controllare un quotidiano a larga diffusione con relativi siti internet ed edizioni online è molto importante. Lo stesso dicasi per il controllo di una o più reti Tv le quali pure hanno le loro brave proiezioni su internet.

Ovviamente per farlo è fondamentale disporre di grandi capitali specie se si tratta di reti Tv a diffusione nazionale, presenti dovunque e capaci di mantenere una programmazione che spazia dall’informazione all’intrattenimento in tutte le fasce orarie. In quasi tutti i paesi, però, esiste un’alternativa già pronta che si chiama Tv pubblica o di servizio pubblico. I capitali ce li mettono tutti gli utenti che pagano di tasca loro via canone o via imposizione fiscale. In Italia c’è la Rai e, per conquistarne il controllo, basta raggiungere la maggioranza dei voti e il gioco è fatto. Seggi in Parlamento, governo e, come bonus, il controllo della Rai. Così è da molti anni e la riforma in discussione alla Camera non smentisce questo caposaldo del sistema italiano.

pluralismo informazioneOddio a rigore non dovrebbe essere così. Nel corso degli anni si sono succedute sentenze della Corte Costituzionale e atti di indirizzo dell’Unione Europea che hanno affermato principi diversi, ma le leggi approvate per disciplinare il sistema televisivo hanno sempre fatto finta di non capire. Quando c’è di mezzo il potere si va per le spicce e non si sceglie per il meglio

Oggi siamo all’ultimo atto di una riforma della Rai che non riforma nulla perché ribadisce l’assetto della governance che resta saldamente nelle mani della politica. Gli unici cambiamenti vanno in direzione di un’assoluta preminenza del governo nelle nomine che prima era mediata dall’esigenza di accontentare tutti i partiti. Dunque un bel CdA e un Amministratore delegato tutti derivanti da scelte della maggioranza al governo. L’unica novità sarà la presenza nel CdA di un rappresentante dei dipendenti che in questo schema avrà l’unica funzione di una mediazione corporativa.

rai governativaCon questa riforma la tv pubblica pagata dai cittadini (ben più di oggi visto che si vuole, giustamente, combattere l’evasione del canone) non potrà che essere un’azienda che risponderà al proprio committente politico, la maggioranza di governo. Il cerchio, dunque, si può chiudere all’insegna di un’aziendalizzazione che certo non potrà fare male all’azienda Rai così mal gestita fino ad oggi, ma che non potrà prescindere dai suoi referenti politici.

Il punto è come mai tutto ciò sta passando senza riscuotere l’interesse dell’opinione pubblica. Che la Rai pagata dai cittadini diventi la Tv del governo non colpisce che pochi osservatori. Forse si accetta con fatalismo che chi comanda faccia quello che vuole. Forse si spera che i vertici aziendali comunque impongano la loro impronta manageriale. Forse non si sa più che ci sta a fare un servizio pubblico radiotelevisivo nell’epoca delle tv on demand digitali o satellitari. O forse ci si illude che una Rai governativa nell’epoca di internet non conti più molto.

Esistono mille ragioni per imboccare una via diversa da quella che il Parlamento si accinge a prendere, ma il governo vuole realizzare il suo progetto e basta. Eppure alcuni hanno indicato una strada diversa fra cui Art21 e MoveOn con le loro proposte di ampliare la governance del servizio pubblico basando una più forte managerialità aziendale sulla liberazione dal controllo dei partiti. Niente da fare, queste proposte non sono nemmeno state prese in considerazione. Si sa, al cuore non si comanda e il potere è una passione che non accetta consigli. Vuol dire che gli italiani, prima o poi, giudicheranno dai risultati.

Claudio Lombardi

Netflix, la Tv on demand e la riforma Rai

Da ottobre gli italiani avranno a disposizione un’altra Tv on demand, Netflix. Con 8 euro al mese potranno attingere all’intero archivio di film e serie televisive. Netflix non è però l’unico fornitore di contenuti per l’intrattenimento utilizzabili su qualsiasi supporto multimediale. Tutti i nostri schermi possono già riempirsi di Tim vision, Mediaset Infinity, Sky on demand, Google play, Apple Tv, Play Station video, Xbox video, Chili Tv, Wuaki Tv cui dobbiamo aggiungere i canali Tv digitali e satellitari che ripropongono H24 film e telefilm. E oltre agli schermi anche i nostri spazi mentali possono riempirsi di realtà virtuale fino all’indigestione.

Già oggi i videogiochi deliziano milioni di persone che vi dedicano buona parte del loro tempo libero. E non sono solo ragazzi e ragazze. Basta fare un giro in una qualsiasi metropolitana per vedere persone di tutte le età impegnate in giochini multicolori sui loro smartphone.

videogiochiQualche problema con l’intrattenimento video? No, anzi, cercare di rilassarsi è importante e poi i film sono la principale forma d’arte contemporanea, un’arte che ne riunisce tante in un unico prodotto.

La domanda che ci si può fare è però un’altra: che fine farà la Tv che fa informazione e approfondimento giornalistico? Presi da tanti piacevoli passatempo gli italiani avranno ancora voglia di mettersi di fronte ad uno schermo per sentire le ultime notizie e i relativi commenti?

Sicuramente sì anche perché i talk basati sul confronto tra esponenti politici, del giornalismo ed esperti vari si sono diffusi a macchia d’olio nei principali canali Tv. Vuol dire che il pubblico non manca. Bene.

Il problema però è che l’informazione e l’approfondimento non sono un optional per passare il tempo né una creazione artistica, ma un’esigenza sociale cui non si può rinunciare. Sì, certo, c’è anche internet. Ma la rete è talmente vasta ed accessibile a chiunque che non c’è nemmeno una minima garanzia di affidabilità: se una notizia la da il Tg ci sono giornalisti con nome e cognome che se ne assumono la responsabilità ed operano dentro strutture che hanno anch’esse un nome, un cognome e sedi ben conosciute; ma se la notizia gira in rete chi se ne assume la responsabilità? E noi su che basi possiamo regolarci se non abbiamo le giuste informazioni?

televisione e informazioneNo, sembra proprio che non possiamo fare a meno di un servizio di base che ci assicuri informazione ed approfondimento. Un servizio così lo forniscono tutte le principali reti Tv. Oggi. E se domani volessero smettere? Bisognerebbe che ci fosse un servizio pubblico che non smette mai e che non può fallire. Un po’ come gli ospedali. Già, ma noi siamo fortunati perché questo servizio esiste e si chiama Rai.

In questi giorni si discute in Parlamento di come riformare la Tv servizio pubblico cioè la riforma della Rai. La cosa ci riguarda. Anche se ci piace giocare alla Play Station o se siamo interessati solo ai film e ai serial. Perché in qualunque momento possiamo cambiare canale o schermo e decidere di sapere che è successo qui o là e che implicazioni può avere per la nostra vita, per la nostra società.

La Rai non è solo un’azienda, né è intercambiabile con qualsiasi Tv on demand perché fa un lavoro che serve a tutti noi e che, prima o poi, ci tornerà utile. La Rai non è un’azienda del governo e non è nemmeno dei partiti, non deve esserlo perché siamo tutte brave persone, ma troppo potere può dare alla testa. Come infatti è già accaduto per anni. Oggi c’è la possibilità che il servizio pubblico sia rilanciato e sia messo sotto il controllo di tutti quelli cui si rivolge cioè dei propri utenti. La legge che sarà approvata dalle Camere tra poche settimane dovrà dire questo: se la Tv dovrà continuare ad essere lo specchio dei partiti e del governo o se potrà essere lo specchio della società.

Speriamo prendano la decisione giusta perché non ci piace un futuro in cui staremo a giocare con una Tv on demand saltando da un film all’altro, ma le notizie ce le racconterà un rappresentante del governo

Claudio Lombardi

Rai Way e RCS: voglia di monopolio?

torri di trasmissione RaiPrima Mondadori dichiara di voler acquistare RCS (che comprende il Corriere della sera); adesso Mediaset vuole lanciare un’offerta pubblica d’acquisto e scambio (Opas) per conquistare il 100% di Rai Way (impianti di trasmissione del segnale televisivo), attraverso la controllata Ei Towers, la società che possiede le antenne delle televisioni di casa Berlusconi.

Cosa succede nel settore media e informazione? Per anni si è denunciata l’anomalia di un intreccio tra cariche politiche, istituzionali e proprietà di reti televisive, case editrici, giornali, banche, assicurazioni e quant’altro nella persona di Silvio Berlusconi a lungo Presidente del Consiglio dei ministri e tuttora capo di uno dei maggiori partiti italiani. Una concentrazione di potere assolutamente anomala per una democrazia.

Ora che la maggioranza di governo è cambiata e le fortune del Berlusconi politico sono crollate (insieme a quelle dell’imputato che riusciva a sfuggire a tutti i processi) esce fuori un’altra forma di anomala concentrazione del potere ricercata con la creazione di un monopolio tecnico-mediatico nettamente superiore a quello del passato.

mondadori rcsSe le due proposte dell’impero berlusconiano fossero accolte avremmo tutti gli impianti di trasmissione dei segnali tv in mano a Mediaset e metà dell’editoria italiana in mano a Mondadori. Poiché sia Mediaset che Mondadori sono in mano a Berlusconi il cerchio si chiude.

No, non si può fare perché in un regime democratico non possono esistere monopoli privati che controllano settori essenziali per garantire la libertà di tutti. Certo Mondadori e RCS sono aziende private e sono libere di vendersi e acquistarsi. Ma chi ne è proprietario non può poi possedere anche tre reti televisive nazionali, più tutti gli impianti di trasmissione. Sennò un solo padrone può dettare la sua legge a un esercito di dipendenti che controllano media, informazione, editoria. E questo è pericoloso.

Intanto il governo finalmente ha deciso che bisogna riformare la Rai. Renzi dice che i partiti vanno esclusi dalle decisioni che riguardano la gestione del servizio pubblico radiotelevisivo e i giornali parlano di due soluzioni allo studio: una fondazione alla quale trasferire le azioni Rai oppure un consiglio rappresentativo delle componenti della società italiana. Sia nell’un caso che nell’altro il consiglio di amministrazione Rai sarebbe nominato da questi organismi e non più dalla Commissione di vigilanza. I partiti, quindi, non deciderebbero più chi amministra la Rai.

decisioni governo su RaiForse è arrivata la volta buona? Ancora non si sa, ma intanto Berlusconi fa le sue mosse per conquistare almeno il monopolio delle antenne.

A questo punto il governo deve dire cosa pensa di fare perché una dichiarazione di principio non basta. I partiti fuori dalla Rai? Giusto, ma chi nomina gli organismi che nomineranno il consiglio di amministrazione Rai? E qual è la missione del servizio pubblico cioè che deve fare? E in tutto questo chi ci mette i soldi ovvero i cittadini italiani che pagano il canone cosa decidono?

Gli interrogativi sono tanti e le intenzioni del governo non sono chiare. Lo è, invece, un disegno di legge scritto da un gruppo di lavoro costituito da MoveOn. Ci si è lavorato per un anno intero e alla fine è uscita una proposta di riforma coerente, ragionevole, credibile.

Il cuore della proposta è che il CdA Rai (società per azioni 100% dello Stato e incedibile) sia nominato da un consiglio di garanzia eletto da tutte le componenti istituzionali, sociali e culturali nonché da tutti gli abbonati Rai su liste di candidati presentate dalle associazioni dei consumatori, dalle associazioni di volontariato e del terzo settore, dalle confederazioni sindacali maggiormente rappresentative in ambito nazionale.

Questa sì che sarebbe una riforma veramente innovativa, ma non la si può realizzare permettendo la costituzione di un monopolio tecnologico. Se ci deve essere un monopolista delle antenne di trasmissione Tv ebbene questo deve essere controllato dallo Stato

Claudio Lombardi

La radio che zoppica e la Rai la taglia

Da qualche settimana i radiogiornali Rai sono stati tagliati. Sono saltate  9 edizioni giornaliere del Gr 2 e del Gr 3 . La scelta è della dirigenza Rai e la motivazione è quella classica: tagliare i costi. Giusto, risparmiare è un bene. Peccato quando lo si fa tagliando pezzi di informazione che, forse, dovrebbe essere l’ultima risorsa quando tutte le altre sono state esaurite.

Il sospetto che non sia così c’è e che di sprechi e privilegi ingiustificati da tagliare ce ne siano ancora parecchi in Rai resta. Ma, forse, il taglio ai radiogiornali contiene anche un messaggio non espresso esplicitamente, ma che conta molto: la radio è uno strumento vecchio che manteniamo come un tributo da pagare al passato e che, quindi, può essere tranquillamente ridimensionato.

In epoca di internet e di dominio delle immagini potrebbe sembrare un ragionamento sensato. E invece no perché la radio resta lo strumento di comunicazione più veloce e più flessibile che c’è sia per trasmettere che per ricevere. L’ascoltiamo col cellulare mentre camminiamo, in auto mentre guidiamo o mentre svolgiamo tante altre attività. Seguire le immagini richiede un’attenzione diversa sia che si navighi in rete sia che si guardi la Tv.

Però la radio non funziona bene. In particolare quando vogliamo seguire una stazione e non ci accontentiamo di un generico rumore di fondo fatto di un’ indeterminato mix musicale e di chiacchiericcio insulso. Se cerchiamo informazioni, approfondimenti, discussioni sensate dobbiamo fare i conti con l’invasione delle stazioni che non fanno servizio pubblico che possono permettersi di non preoccuparsi della qualità, ma soltanto di occupare uno spazio sgomitando tra le frequenze per farsi ascoltare. La Rai non può permetterselo perché ha una missione: il servizio pubblico.

La radio della Rai ha bisogno di investimenti e di una nuova infrastruttura tecnologica che permetta di scegliere e di restare connessi. In generale la radio ha bisogno di un servizio pubblico, ha bisogno di qualità e di un futuro

Rai Vendesi? No grazie, non ci provate (di Claudio Lombardi)

Rai vecchio logoTarak Ben Ammar è un produttore cinematografico e imprenditore tunisino attivo nel campo dei media. Notoriamente molto vicino a Berlusconi si sente libero di parlare senza remore. Tanto non è italiano, non ha fondato nessun partito e non ha processi in corso in Italia.

Cosa ci dice Ben Ammar? Se la Rai è in vendita mi faccio avanti per comprarla. E chi lo dice che la Rai è in vendita? Lo ha accennato il ministro Saccomanni pochi giorni fa. Il ministro ne fa una questione contabile evidentemente, se la Rai produceva pomodori per lui era lo stesso.

Peccato che la Rai produca il servizio pubblico radiotelevisivo e che gestisca un bene pubblico come le frequenze Tv. Peccato che la Rai sia stato il fattore di unificazione nazionale più forte dal punto di vista culturale e che lo sia ancora adesso sia pure in regime di duopolio con il finto concorrente Mediaset. Finto perché Berlusconi è stato così furbo di dedicare tanta parte degli anni passati al potere alla conquista della Rai per ricondurla ad un ruolo servente dei suoi interessi (e di quelli delle finte reti concorrenti, ovviamente).

opinione pubblicaPeccato perché se la Rai sfornava panettoni poteva avere un senso metterla nelle mani dei privati: in fin dei conti perché lo Stato deve impastare i dolci e venderli nei supermercati?

Ma poiché la Rai fa un mestiere diverso e ha un peso enorme nella formazione dell’opinione pubblica e nella gestione dell’informazione di privatizzazione è meglio non parlare.

Per motivi ideologici? No, per motivi pratici. Il servizio pubblico radiotelevisivo esiste perché il bene pubblico frequenze è limitato e se fosse interamente nelle mani dei privati avremmo, forse, un pluralismo, ma molto limitato, diciamo corrispondente all’ampiezza delle aziende concessionarie.

televisione catenaForse, perché poi, si sa, l’occasione fa l’uomo ladro e l’imprenditore nasconde sempre un’anima da monopolista. Studiosi importanti del sistema basato sulla libera iniziativa economica hanno stabilito già da molti anni che la tendenza a sconfiggere i concorrenti e a rimanere da soli sul mercato è una tendenza connaturata al capitalismo che, quindi, ha dentro di sé una forza che lo spinge contro il mercato e contro la concorrenza. Aggiungiamo che lo scopo degli imprenditori privati è sempre fare profitti non erogare un servizio pubblico e il quadro è chiaro.

Se solo i privati avessero le frequenze televisive in capo a qualche anno i più piccoli sarebbero risucchiati dai più forti e si creerebbero degli oligopoli in grado di dominare il mondo della televisione. E addio pluralismo.

pluralismo  tvLo scopo del servizio pubblico, invece, è proprio quello di garantire una libertà di espressione libera da condizionamenti economici e dall’asservimento a scopi privati. Per questo dovunque esiste un servizio pubblico televisivo.

Dice: ma se servizio pubblico deve essere perché fanno pure gli spettacoli e Sanremo? Bè, veniamo da lontano, da quando di televisione ne esisteva una sola e doveva fare tutto e c’è sempre un effetto di trascinamento che tende a ripetere modelli e strade già percorse.

fazioMa non si tratta solo di questo perché servizio pubblico non è solo fare un bollettino quotidiano, non può essere solo questo sennò di che pluralismo si tratta? Se vogliamo il pluralismo culturale e artistico dobbiamo accettare anche lo spettacolo e la satira, i film e le fiction. Piuttosto il problema è la dipendenza dall’audience che anche per la Rai è diventata un obbligo.

Problema guadagni esagerati. È vero nella Tv pubblica i guadagni dovrebbero essere limitati, ma nei limiti di quello che si riesce a far accettare ai protagonisti. Il punto è se il loro lavoro fa guadagnare la Rai oppure no. Magari si potrebbe pensare a gettoni di presenza simbolici e a percentuali dell’incasso pubblicitario.

democrazia digitaleMa questi sono aspetti minori; ciò che conta e pesa di più è la feudalizzazione della Rai tra partiti, correnti e gruppi di potere cresciuti all’ombra della proprietà pubblica e del controllo politico. Ecco, questi sì sono problemi grossi di cui si discute da anni, ma sui quali non si fanno passi avanti. E perché? Ma perché quelli che dovrebbero decidere sono gli stessi che ricavano un vantaggio dal controllo sulla Rai per la loro parte politica o per loro stessi. E, invece, i proprietari della Rai sono i cittadini che pagano ogni anno un canone per finanziarla.

Allora ci vuole una riforma seria e radicale che sottragga la Rai al dominio dei partiti che, ricordiamolo, sono solo una parte della società al servizio della quale la Tv pubblica dovrebbe essere. Che riforma? Quella proposta da MoveOn Italia sicuramente che si basa su una gestione pluralista formata da eletti degli abbonati alla tv, di eletti dalle parti sociali e componenti culturali e professionali raccolti in un Consiglio nazionale delle comunicazioni televisive nel quale saranno presenti anche i rappresentanti dei partiti in quanto componenti delle istituzioni elettive.

L’unica strada è questa se si vuole fare sul serio televisione pubblica. Ovviamente ci dovrebbero essere anche norme più stringenti contro le posizioni dominanti e sul conflitto di interessi in modo che nessun prossimo Presidente del Consiglio possa essere anche il maggior proprietario di televisioni del Paese.

La strada suggerita da Saccomanni e da Tarak Ben Ammar è il solito ritornello che ci ha già fregati da decenni: diamo tutto in mano al mercato e il mercato ci restituirà meraviglie.

No grazie abbiamo già dato, non ci fregate più

Claudio Lombardi

Una nuova Rai modello BBC: qualità e servizio pubblico (di Duilio Giammaria)

televisioniQuando si parla di televisione, un pò come avviene nel calcio, tutti si sentono giustamente autorizzati a esprimere giudizi e pareri. Fa parte del gioco. Il dibattito si fa più complesso quando si cerca di definire cosa debba fare una televisione finanziata con danaro pubblico. Bisogna però riconoscere alla televisione la dignità di un’analisi specifica proprio per quella “eccezione culturale” che è ormai unanimemente riconosciuta per le imprese culturali. Ma il dibattito si può trasformare in un micidiale impasto in cui servizio pubblico, mercato, tecnologia, scenari futuri, tutti argomenti messi senza gerarchia sullo stesso piano, lo rendono indecifrabile persino agli addetti ai lavori.

televisione tgNegli ultimi 10 anni abbiamo ascoltato e discusso con i “top manager” della BBC in varie occasioni da Caroline Thompson a Mark Thompson. Erano gli anni in cui la BBC si preparava alla stipula della nuova Royal Charter, il contratto di servizio. La complessità dello sforzo messo in atto dalla BBC per interpellare l’opinione pubblica inglese suonava in quegli anni quasi come fantascienza in Italia.

A distanza di anni, il senso delle parole con cui la BBC ha lavorato alla sua autoriforma: “qualità, valore sociale, concorrenza creativa, diritto di cittadinanza, servizio pubblico universale”, si è dimostrata un formidabile atout e ha di fatto spinto il polo multimediale pubblico britannico verso l’eccellenza. Oggi il sito della BBC è uno dei più visti nel mondo. I suoi programmi prodotti per il mercato interno arricchiscono i palinsesti di mezzo mondo, compreso il nostro. Acclamati programmi come Superquark non potrebbero esistere senza gli acquisti fatti alla BBC. La Rai ha persino acquistato due documentari di Caravaggio.
Questo per dire che la difficile prova di ridefinire la propria identità, anche in una situazione di contrazione di mercato, può essere uno stimolo importante a ritrovare le ragioni della propria esistenza.

parola ai cittadiniAi cittadini di sua maestà, furono poste domande del tipo: “Quali sono i programmi che considerate più importanti? Come pensate dovremmo gestire l’evoluzione tecnologica e quella culturale? Che valore attribuite ai vari servizi che vi offriamo?

Furono inventate nuove forme di contabilità e trasparenza affinchè i soldi dei cittadini (fee payers) fossero spesi con efficienza e perseguendo gli obbiettivi del bene collettivo.

L’interessante lettura, della Royal Charter è altamente consigliata a chiunque oggi pensi al nuovo contratto di servizio e di concessione: non si parla di reality ma di factual documentary; non si parla di consumo televisivo ma di diritto di cittadinanza. Non si parla di format importati dall’estero ma di produrre contenuti di elevata qualità disponibili universalmente a tutti i cittadini sulla multipiattaforma digitale.

La BBC ha risposto con determinazione alla necessità di produrre e distribuire programmi di qualità. E per definire cosa sia la tv di qualità, la BBC si rivolse ad uno studio di mercato che arrivò a dettare una precisa definizione: “la tv di qualità è fatta di idee innovative, con programmi che fanno riflettere, con alti standard di gusto e decenza e con un’elevata percentuale di programmi originali” .

riunione cittadiniUn altro punto forte del ragionamento della BBC su come massimizzare il valore dei suoi programmi scaturisce dal sofisticato ragionamento che i suoi programmi devono servire gli interessi generali del paese. Ad esempio, oltre a una quota di programmi commissionati alla produzione indipendente, la BBC ha istituito un’altra quota del 25% nella quale produttori interni e quelli esterni concorrono direttamente per realizzare i migliori progetti.

Per dimostrare quanto prenda sul serio il suo compito di servizio pubblico universale la BBC rivela il costo medio delle sue produzioni: un’ora di fiction su BBC 1 costa 780.000 euro. Un’ora di documentari specialistici (per intenderci quelle meravigliose produzioni come “I dinosauri”, “Il cervello umano”) costano oltre 500.000 euro l’ora, con una resa economica molto elevata perché vengono esportati in tutto il mondo.dinosauri

Lo sforzo di riforma culminò con lo scioglimento del Board of Governors (una sorta di CdA) a cui il si imputava il conflitto di interessi perché gestiva e controllava allo stesso tempo. Nacque l’attuale Trust indipendente dal management per misurare ogni anno i risultati ottenuti.
“It’s not rocket science”: un modo anglosassone di dire che definire gli scopi della televisione di servizio pubblico non è particolarmente difficile. Ovviamente non è tutto oro quel che luccica e anche il “rocket” della BBC ha avuto i suoi momenti difficili, ma nel complesso il modello del public broadcast inglese si è affermato creando un nuovo standard di qualità e di servizio al pubblico. Ogni sistema ha ovviamente propri equilibri e proprie regole, ma è altrettanto vero che anche per la nuova RAI, l’esperienza inglese può suggerire importanti suggerimenti da seguire

Duilio Giammaria da www.articolo21.org

Le frequenze, le aste e il nostro bene comune (di Enrico Grazzini)

Il regalo a Rai-set è uno scandalo da annullare subito. Ma anche un’asta “pulita” può rafforzare l’oligopolio dell’informazione. Servono altri strumenti per fare della comunicazione un bene comune

In flagrante conflitto d’interessi, il passato governo ha cercato di regalare preziose frequenze digitali a Rai-set (cioè a Mediaset più Rai, ambedue controllate dall’ex premier Silvio Berlusconi) con la gara gratuita avviata dall’ex ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani, e grazie alle generosissime regole stabilite dall’attuale presidente dell’Autorità per le Comunicazioni Corrado Calabrò. Se l’attuale ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, non cambierà registro – come è invece auspicabile – Rai-set avrà in regalo qualche centinaio di milioni di euro. È invece assolutamente necessario che le frequenze pubbliche vengano fatte pagare a chi intende utilizzarle, e che non vengano cedute agli incumbent, le aziende dominanti.

L’asta non è tuttavia il meccanismo più adatto per assegnare le frequenze televisive, attribuendole a chi offre di più, come suggeriscono attualmente (e spesso tardivamente) alcune forze politiche di sinistra: “inventata” qualche decennio fa dagli ideologi anglosassoni del neoliberismo, l’asta è infatti un meccanismo di mercato, apparentemente puro, che favorisce i migliori offerenti, cioè le aziende finanziariamente più ricche, e quindi gli oligopoli delle comunicazioni. Ed è il tipico meccanismo adottato in Europa e negli Stati Uniti per assegnare le frequenze digitali ai potenti gestori mobili che offrono servizi commerciali molto remunerativi, come i servizi telefonici e l’accesso mobile a Internet. Fa guadagnare le casse dello Stato, e quindi anche i cittadini contribuenti, ma favorisce i giganti, e in generale chiude il mercato alla competizione. In Italia l’asta per le frequenze digitali mobili è stata vinta solo un mese fa dai colossi Telecom Italia, Vodafone e Wind, con poco spazio per H3G e nessun spazio per i nuovi entranti. I colossi della comunicazione hanno pagato 4 miliardi per l’autorizzazione all’uso delle frequenze per 20 anni. I soldi sono finiti nelle casse del Tesoro, a beneficio dei cittadini contribuenti.

In tutta Europa invece le frequenze televisive non sono mai state messe all’asta, perché sono indispensabili per la trasmissione dei programmi delle televisioni, che si ritiene svolgano un importante servizio pubblico, oltre che commerciale. Se l’asta non è il meccanismo migliore per favorire l’ingresso sul mercato di nuovi attori e assegnare le frequenze alle televisioni, è ancora più sbagliato concederle gratis alle tivù “amiche”, grazie a una “falsa gara” come quella attuale. Romani e Calabrò hanno infatti avviato una gara gratuita per concedere sei frequenze di tv digitale per 20 anni alle televisioni nazionali: in questa gara, cosiddetta beauty contest (concorso di bellezza), vincerà chi avrà maggiore copertura, impianti, esperienza televisiva, solidità patrimoniale, ecc. In base a questi criteri, Mediaset e Rai, che già dominano il mercato televisivo da decenni, hanno la garanzia matematica di vincere, consolidando il loro monopolio.

Quali possono allora essere le soluzioni per aprire il mercato a nuovi soggetti e a nuovi servizi? Qual è la maniera migliore per valorizzare il bene pubblico delle frequenze a vantaggio dei cittadini e dei contribuenti, e quindi anche a vantaggio delle casse dello Stato? E come è possibile lasciare delle frequenze libere per nuovi soggetti e per nuovi servizi, utili al pubblico? Come cominciare a liberare le frequenze pubbliche a favore dell’accesso universale e gratuito ai servizi di comunicazione di base? Come promuovere una politica favorevole all’Open Spectrum?

Di seguito, qualche semplice proposta:

1) Escludere sia Rai che Mediaset dalla gara in corso per le frequenze digitali: le due televisioni sono già semi-monopoliste dell’etere e hanno già cinque frequenze (o multiplex) a testa. Considerando che ogni multiplex può trasmettere sei canali televisivi, sia la Rai che Mediaset possono trasmettere già 30 canali tv a testa, più di quanto serva loro. Il governo Monti, che si intende molto di competizione, dovrebbe capire che è assurdo rafforzare il semi-monopolio che Rai e Mediaset già hanno sulle frequenze nazionali. La gara sulle frequenze della tv digitale è stata imposta dall’Unione Europea per aprire il mercato televisivo italiano congelato dal duopolio Rai e Mediaset (che in realtà è diventato il monopolio Rai-set, con Mediaset che attualmente domina anche in Rai), ed è quindi indispensabile che sia Rai che Mediaset in quanto incumbent vengano escluse dalla gara in corso.

2) Far pagare alle televisioni nuove entranti una cifra congrua, da versare nelle casse dello Stato a favore dei contribuenti, per le frequenze digitali. Ciò può avvenire non con il meccanismo d’asta, che come abbiamo visto premierebbe i più forti (e paradossalmente proprio Rai e Mediaset, che, insieme a Sky Italia, sono le tivù più ricche), ma facendo pagare un biglietto d’ingresso, per esempio di 100 milioni di euro, a chi partecipa alla gara e vuole prendere “in affitto” una frequenza. È stato fatto così per il GSM: i vincitori dovevano non solo dimostrare di avere certi requisiti, ma anche pagare un ticket per utilizzare una parte dell’etere.

3) Cedere le frequenze non per vent’anni, come recita l’attuale bando di gara, ma per un tempo più limitato, per esempio 12 anni.

4) Soprattutto, eliminare dal bando di gara la clausola che concede ai vincitori di vendere, dopo soli cinque anni, le frequenze ottenute gratuitamente, incassando centinaia di milioni di euro di plusvalenza netta su un bene pubblico. Questo era il vero regalo per Mediaset (anche se pochi politici lo hanno capito).

5) Alle nuove condizioni, è possibile che non tutte le società partecipanti alla gara vorranno proseguire: un conto è ricevere le frequenze gratis, un altro è pagarle con un salato biglietto di ingresso. Occorre inoltre tenere presente che la vera barriera nel mercato televisivo italiano non è la disponibilità delle frequenze, ma il congelamento del mercato pubblicitario, con Mediaset che ha il 40% dell’audience e oltre il 60% del mercato nazionale della pubblicità tv. La gara attuale mette in palio sei frequenze, ma non è detto che tutti vogliano pagare un sostanzioso ticket (diciamo 100 milioni) per vincere una frequenza/multiplex senza avere poi la possibilità di rivenderla e senza avere buone possibilità di guadagnare dalla pubblicità.

6) Le frequenze risparmiate potrebbero essere messe all’asta e/o lasciate libere per l’Open Spectrum. L’asta per l’accesso wireless di Internet mobile a banda larga – che è un servizio molto più utile di quello televisivo – garantirebbe un ottimo incasso per lo Stato, e quindi per i contribuenti, dal momento che le frequenze per i servizi mobili sono molto più remunerative di quelle per i servizi tivù, e possono valere anche 500 milioni l’una.

7) Occorre sottolineare che le nuove tecnologie intelligenti e multifrequenza (cosiddette “Software-defined radios”, Sdr) permettono ormai un uso aperto e condiviso delle frequenze, come già accade per esempio nel caso delle reti libere e gratuite del Wi-Fi. Sul piano strettamente tecnologico non è più necessario che lo Stato conceda le frequenze per un solo uso, per la sola televisione o per la sola comunicazione mobile. Le frequenze sono un bene comune, e, grazie alle tecnologie multifrequenza più innovative, le stesse frequenze digitali possono essere condivise per molti usi, evitando le interferenze. Attualmente le televisioni, i gestori mobili e le forze armate si mangiano tutto lo spettro radioelettrico, ma, in un’ottica più innovativa ed equa, lo spettro dovrebbe (e potrebbe) essere reso accessibile a tutti (quasi) gratuitamente (non a caso l’Open Spectrum è uno dei punti qualificanti dei programmi dei partiti Pirata di tutta Europa). In questa maniera Internet a banda larga diventerebbe un servizio universale per tutti i cittadini e sarebbe garantito l’accesso gratuito ed egualitario a Internet, alle conoscenze e alle informazioni del mondo.

8) Una politica alternativa e di sinistra dovrebbe incoraggiare la gestione autonoma, né privata né statale, dei beni comuni – come sono le frequenze, Internet e le risorse ambientali – da parte delle comunità interessate. In prospettiva, la gestione dello spettro libero, per il quale le aziende potrebbero pagare un canone d’uso, potrebbe essere delegata a un ente indipendente dedicato alla valorizzazione delle risorse frequenziali pubbliche, controllato democraticamente dalle comunità di utenti. Questo ente economico potrebbe ridistribuire le risorse incamerate a favore dello sviluppo di Internet e dell’informazione come servizio pubblico.

Enrico Grazzini da www.sbilanciamoci.info 9 dicembre 2011