La neve a Roma, l’Italia in blocco

Cosa è successo a Roma per 10 cm di neve lunedì lo sanno bene i romani. Gli italiani hanno potuto seguirlo attraverso internet e sulle Tv. Una città completamente bloccata. Dunque si parla di fatti non di opinioni. Che la sindaca Raggi affermi che tutto è stato tenuto sotto controllo dalla sua amministrazione è una ridicola battuta che le viene concessa dai giornalisti solo perché il M5S gode di un trattamento di favore. Fosse stata del Pd o di un altro partito l’avrebbero messa sotto accusa. I romani per primi ovviamente che, invece, stanno sopportando enormi disagi prodotti dall’incapacità dell’attuale amministrazione senza ancora far sentire la loro protesta.

Non si tratta solo del comune di Roma però. La nevicata ha messo a nudo la fragilità del sistema Italia. Dieci centimetri di neve sono bastati per paralizzare il nodo ferroviario romano con ripercussioni sull’intera rete italiana. Strutture tecniche che dovrebbero garantire sempre il loro funzionamento con l’unico limite di cataclismi naturali o di guerre si sono candidamente arrese. L’Amministratore delegato di Rete Ferroviaria Italiana intervistato da La Stampa afferma che erano attesi 3 cm di neve e non 10 cm e che la nevicata a Roma doveva esaurirsi alle 7 e invece si è protratta fino alle 10. Per questo il piano neve e gelo di Rfi non ha funzionato. E in cosa sarebbe consistito questo piano? Nel ridurre l’offerta di treni. Il buon AD ne conclude che non si può parlare di cattiva organizzazione. Poco ci manca che chieda pure un applauso. L’Ad di Ferrovie dello Stato conferma che il blocco è dipeso dalle scaldiglie che devono sciogliere il ghiaccio negli scambi. Su 600 del nodo ferroviario romano solo 150 ne sono provvisti perché la spesa non sarebbe stata giustificata dall’eccezionalità delle nevicate su Roma. Questo finora perché adesso annuncia che saranno installate su tutti gli scambi. E si sta parlando di un investimento di modesta entità la cui durata si calcola in decenni non di un abbellimento.

Dunque il senso qual è? Il nodo ferroviario di Roma è appeso alla speranza che nevichi poco. Se nevica un poco di più è la paralisi. Purtroppo per molti italiani è normale che sia così, così come è normale chiudere le scuole e rendere di fatto impossibile raggiungere i luoghi di lavoro. A pochi viene in mente che i servizi pubblici non possono essere impreparati di fronte ad eventi assolutamente normali nel ciclo delle stagioni.

Anormale è che i servizi e le amministrazioni che li devono garantire non funzionino proprio quando ce ne sarebbe più bisogno. In caso di neve infatti è il traffico privato che può creare un intralcio, ma se i cittadini vengono abbandonati l’esempio che si offre è che dello Stato e dei servizi che questo assicura o sorveglia non ci si possa fidare e che sia meglio arrangiarsi da soli.

L’arte di arrangiarsi cioè ognuno per sé e la diffidenza per ciò che proviene dallo Stato, dal settore pubblico e da organizzazioni tecniche è esattamente il cuore di ciò che oggi viene chiamato populismo. Quando si parla di competitività di cui l’Italia scarseggia e di mancanza di fiducia dei partner europei a questo ci si riferisce. Nel nostro Paese siamo abituati all’inaffidabilità di ciò che dovrebbe costituire la dimensione pubblica e i fatti di questi giorni lo confermano.

Questa inadeguatezza ricade tutta nella responsabilità della politica e degli apparati amministrativi e tecnici che da questa dipendono. I manager che si sono espressi nel modo sopra riportato non sono a costo zero e dovrebbero rispondere delle mancanze con i loro guadagni. In un Paese serio un tale disastro, sia pure limitato a un paio di giorni, non sarebbe perdonato.

Stiamo per votare e l’aria che tira è quella di una protesta che si farà sentire sia con l’astensionismo, sia con il voto a partiti che promettono improbabili rivoluzioni basate su cambiamenti miracolosi e su promesse irreali. Sarebbe nostro interesse di cittadini stare con i piedi per terra e trarre un insegnamento dalle vicende di questi giorni: i problemi che ci frenano sono molto seri e affondano le radici in difetti costitutivi del sistema Italia; bisogna definire un percorso di riparazione dei guasti e incaricare di guidarlo le persone più serie e più preparate che ci sono a disposizione perché la strada per migliorare non sarà né facile né breve e chiamerà in causa anche noi sia come protagonisti, che come controllori, suggeritori e destinatari di cambiamenti che non sempre piaceranno a tutti. Alternative non ci sono, se vogliamo risalire la china. Altrimenti possiamo rassegnarci ad un lento e inesorabile declino

Claudio Lombardi

Atac Ama e i guai di Roma

Atac e Ama sono le più grandi aziende romane. Entrambe di proprietà del Comune erogano due fra i principali servizi necessari alla vita di una città: trasporti e gestione dei rifiuti. Ebbene entrambe hanno la responsabilità di aver reso difficile la vita dei romani e non da oggi. Da anni. Ovvio che, come in tutte le cose, c’è stato un momento iniziale nel quale si stava meglio perché i guasti non si erano ancora manifestati. Per esempio nel campo dei rifiuti fino a che tutto (ma proprio tutto) si gettava nella discarica di Malagrotta sembravano non esserci problemi. Ogni tanto uno sciopero o qualche incidente che bloccava il ritiro della spazzatura. O, magari, la strisciante inefficienza che da sempre caratterizza l’amministrazione comunale e le sue aziende. Ai romani andava bene così, la grande buca si riempiva e la differenziata era roba sconosciuta, roba per tedeschi. Anche ai sindacati andava bene così. I dipendenti erano tanti, alto l’assenteismo, tanti quelli che si buttavano su qualche invalidità per non scendere in strada, i ritmi di lavoro erano a dir poco blandi. Poi Malagrotta si è riempita e sono iniziati i problemi perché si è scoperto che non c’erano i piani per sostituirla e i politici si sono mostrati del tutto inadeguati a svolgere la loro funzione. Così è stato comodo aggrapparsi come alibi a gruppi di ambientalisti che si opponevano alla costruzione di un inceneritore che poi è l’indispensabile accompagnamento di ogni politica fondata sulla differenziazione e sul riciclo. E tuttora Roma non ha un inceneritore e nessuno che abbia responsabilità pubbliche osa menzionarlo almeno come ipotesi. Eppure ce l’hanno tante altre città italiane ed europee, ma da noi è tabù. Di qui il dramma e l’emergenza dei rifiuti che si vive ormai da oltre un anno. I romani pagano la più alta tariffa rifiuti d’Italia e hanno la monnezza per strada. Volgarmente si direbbe “cornuti e mazziati”.

Per il trasporto pubblico stesso discorso. I dati dell’inefficienza di Atac sono strazianti. Dal 2009 al 2016 ha bruciato 5 miliardi di contributi pubblici ed accumulato 1,4 miliardi di perdite. E per cosa? Per un servizio scadente a costi superiori del 30% a quelli della corrispondente azienda milanese. Più personale, meno ore lavorate, più assenteismo. E tutto questo con la piena copertura dei responsabili politici del servizio. D’altra parte i dipendenti comunali e delle aziende di proprietà sono il più grande serbatoio di voti a Roma e infatti la stessa sindaca Raggi, da candidata, si premurò di rassicurare i sindacati. Lo slogan per l’elettorato era “cambieremo tutto”, per chi dipendeva dal Comune andava inteso come “a voi non vi toccheremo”. E, infatti, così è stato. Sono cambiati gli assessori e i direttori generali, ma la struttura di Atac e Ama è rimasta intatta. Privilegi e sprechi compresi.

L’ex assessore alle partecipate di Roma Massimo Colomban, intervistato in questi giorni dal Messaggero, afferma di aver avvertito la sindaca che Ama ed Atac non potevano rimanere di proprietà al 100% del Comune e che avevano assoluto bisogno di un partner industriale; afferma inoltre che una direttiva dai livelli superiori del Movimento 5 stelle ha impedito che si intervenisse (e infatti lui ha lasciato l’incarico); dice che il Movimento non deve proteggere i sindacati, alcuni dei quali in Ama e Atac la fanno da padroni da anni. Nessuno gli ha dato retta. Anzi, in questa situazione la Giunta romana intende rinnovare l’affidamento in esclusiva del servizio ad Atac fino al 2021, mentre pende una procedura di concordato in continuità che dovrebbe servire ad evitare che i creditori chiedano il fallimento e in assenza di un piano industriale e finanziario indispensabile perché il giudice possa accordare il concordato. Una situazione a dir poco opaca. E tutto questo accade mentre sta scadendo il termine per indire il referendum sul trasporto pubblico per il quale 33mila cittadini hanno apposto la loro firma. Praticamente la Giunta grillina sta arrampicandosi sugli specchi per lasciare le cose come stanno il che significa in primo luogo non rompere l’alleanza con il sindacalismo corporativo e ostacolare lo svolgimento del referendum perché c’è il rischio che i romani votino perché il servizio pubblico sia tolto ad un’azienda che si è rivelata incapace di effettuarlo. Alla faccia della democrazia diretta predicata dal M5S.

Quale è il succo della vicenda? In definitiva il M5S a Roma sta dimostrando, perlomeno nel campo dei rifiuti e del trasporto pubblico, la sua impronta profondamente arrogante e conservatrice e la sua incapacità di far funzionare la città. Il M5S nega la realtà e si batte perchè Atac e Ama rimangano monopolisti dei servizi, di proprietà del Comune al 100%, ma non ha la capacità di far funzionare bene queste aziende perchè nulla si può toccare dell’assetto attuale. Ovviamente mascherandosi dietro a slogan triti e ritriti che appaiono sempre più come una bella favoletta raccontata ai bimbi per tenerli buoni. In pratica stanno semplicemente prendendo in giro i romani tentando di rinviare al domani i problemi, tirando a campare un giorno dopo l’altro e confidando nell’assuefazione alla sofferenza. In dialetto romanesco si dice che stanno dando la “guazza” ai romani

Claudio Lombardi

Sulle Olimpiadi a Roma io la penso così

Leggo che “le Olimpiadi erano irresponsabili perché Roma ha bisogno di buche tappate e mezzi pubblici”, perché “paghiamo ancora le Olimpiadi del 1960 e i mondiali di nuoto”, perché “i conti sono in rosso profondo e non ne avrebbe beneficiato nessuno se non i soliti mafiosi e palazzinari”.

chiacchiere-inutiliPeccato che il rifiuto sia passato per slogan, senza una sola parola su un dossier riguardante la proposta che probabilmente non era stato neppure letto. Perché i cittadini a Roma hanno espresso al 67% la contrarietà alle olimpiadi. No perché AL BALLOTTAGGIO i cittadini hanno votato al 67% un candidato, ma in prima istanza, la schiera dei contrari (ovvero gli elettori di Raggi e Fassina) non superava nemmeno il 50%. Tutti quelli che hanno ripiegato su Raggi dopo lo hanno fatto per ragioni di protesta e politiche contro il PD non certo per le Olimpiadi. A casa mia la decisione non è stata presa a maggioranza, a casa mia – per dirla in francese – ci state pisciando in testa e non ci fate nemmeno la cortesia di chiamarla pioggia.

Peccato che le buche tappate e i mezzi pubblici siano opere ordinarie, da effettuarsi nella quotidianità per ogni amministrazione che possa ritenersi tale. Non sono una scusa per soprassedere su opere straordinarie, ma soprattutto a me risulta che le corse dei mezzi pubblici siano state tagliate, come mai? Allora che faremo? Domani niente parchi perché bisogna tappare le buche e pulire le strade? E dopodomani? Niente scuole perché bisogna rifare i marciapiedi?

villaggio-olimpico-romaLe Olimpiadi del 1960 non solo sono state le più belle che tutti ricordano, ma hanno portato una serie di infrastrutture importantissime che Roma utilizza ancora oggi. E non è vero che le stiamo ancora pagando. E invece è vero che la struttura del villaggio sportivo di Tor Vergata di Calatrava sarebbe stata la parte centrale del progetto del villaggio olimpico e usata in maniera massiccia e quindi recuperata per la collettività. E anche i mondiali di nuoto hanno comunque portato diversi nuovi impianti che a una città come Roma mancavano, non ci sono scuse, potete raccontarmi che non servivano ma perchè? Perché voi non vi tuffate e quindi nessuno deve poterlo fare?

I conti sono in profondo rosso. Verissimo su questo penso non ci piova. Certo però se avessimo dopo tre mesi un assessore al bilancio a dircelo sarebbe leggermente più ortodosso, diciamo.

“Non ne avrebbe beneficiato nessuno a parte palazzinari e mafiosi”. Provate a chiederlo a un commerciante, un ristoratore o un albergatore se non ne avrebbero beneficiato. Provate a chiedere a un cittadino delle famose periferie che si sarebbe trovato una rete nuova di trasporti con collegamenti più frequenti e mezzi nuovi.

Mettiamoci poi che buona parte dei costi di impianto e strutture vengono coperti dal CIO e non dal comune o dallo stato ospitante.

turismo-romaMettiamoci pure che Roma ogni anno ha meno visitatori del solo British Museum di Londra, 4 volte in meno di New York (che ha creato un brand turistico avendo pressoché nulla da offrire e non essendo certo più bella di Roma).

No fermi, non venite a raccontarmi del buco da 10mld della Grecia per le Olimpiadi o del fatto che tutti abbiano chiuso con i conti in rosso, perché il buco della Grecia è dovuto a 150,000 dipendenti pubblici in esubero, una spesa pubblica folle e sconsiderata e un livello di corruzione peggiore del nostro, non certo alle Olimpiadi. Per quanto concerne i conti in rosso di un comune vorrei precisare due cose a chi si sta riempiendo la bocca di questo: 1) nessun ente pubblico persegue l’obiettivo del profitto ma quello del beneficio comune, per questo è fisiologico che abbia conti in rosso al contrario di un’azienda (o pensate che il comune di Roma chiuda con una cassa attiva e giochi in borsa?) 2) conti economici in rosso, non significano conti in rosso a livello sociale, inteso come benefici tangibili di natura economica e di servizi per la comunità (o pensate forse che per coprire le buche il comune di Roma paghi cash rompendo il salvadanaio e non con pagamenti dilazionati di 2 o 3 anni?). Poi il beneficio di una sana attività atletica a livello scolastico, multidisciplinare, così come hanno in tutti i paesi vi faceva schifo? Poter far appassionare bambini a sport diversi dal calcio la vivevate così male?

Bastava prevedere la riqualificazione di impianti esistenti (tra cui i famosi impianti di nuoto che molti geni additano come uno spreco ma che in questo caso erano una risorsa), pianificare in maniera corretta e attenta un bilancio, vigilare, prevedere già in fase di pianificazione la futura destinazione delle cubature costruite. Poi per piacere, vedo gente citarmi Torino come esempio negativo delle Olimpiadi, ma dove vivete? Proprio Torino, una città che è RINATA nel 2006 grazie alle Olimpiadi, i cui benefici sono ancora oggi a vantaggio di tutti e i cui conti non sono in alcuno stato disastroso come cercate di inventarvi.

raggi-no-olimpiadiLa verità è una sola: abbiamo rinunciato ad un’opportunità perché non siamo in grado di gestirne la pianificazione, l’allocazione delle strutture, gli appalti e il controllo. Abbiamo rinunciato ad un’opportunità non perché c’è la mafia o i palazzinari, ma perché ci siamo arresi e abbiamo deciso di non essere in grado di combatterli. Abbiamo rinunciato ad un’opportunità perché siamo manifestamente incapaci di affrontare aspetti di pianificazione e controllo normali in qualsiasi altro paese. La verità è che io speravo che almeno una volta potessimo dimostrare di essere un paese in grado di eccellere, mentre invece mascherandoci dietro una serie di slogan, ci siamo tirati indietro semplicemente perché non ne siamo in grado, ma non abbiamo avuto nemmeno il coraggio di dirlo. Se mi avessero detto “purtroppo non siamo in grado di gestire un evento del genere” sarei stato contento, ma non così. E la cosa che mi da più fastidio è la presa per il culo, sui poteri forti, sui conti in rosso, sulle buche delle strade. Ditelo: pensavamo di poter governare, che bastasse essere onesti, ma invece non sappiamo manco dove sbattere la testa. E soprattutto, per il bene di Roma, invece di questo razzismo becero nei confronti di chiunque venga da un mondo politico e ci sia stato prima di voi, invece di prendere gente tramite CV (mi piacerebbe leggere che si inventata la gente e soprattutto se voi controllate le fonti), selezionate i pochi onesti, validi, anche se con idee politiche differenti dalle vostre. Fate squadra, cercate l’eccellenza anche se non viene da sotto l’ascella di Grillo. Siete meglio della vecchia politica? Dimostratelo!

Lorenzo Torracca

Virginia Raggi nel pallone. Falsi in partenza

Quello che sta registrando a Roma la sindaca Virginia Raggi, e con lei il M5s, non è semplicemente una falsa partenza. E’ qualcosa di più che chiama in causa la constituency, per così dire, di questa formazione politica, le sue ambiguità e anche i suoi miti fondativi, al di là delle particolarità romane del gruppo dirigente del Movimento grillino che nel guazzabuglio capitolino ci hanno messo parecchio del loro. Com’è noto le ambiguità politiche e i miti, in senso positivo, dell’onestà e della trasparenza hanno fatto sì, e lo grillo-e-vaffafanno ancora, che il M5s possa, quando sta all’opposizione, occupare uno spazio politico elettoralmente molto trasversale, essenzialmente costituito dalla raccolta delle insoddisfazioni, indignazioni e profonda sfiducia nei partiti del più tradizionale schieramento politico di destra e di sinistra che, a veder bene, sono stati i veri partorienti dei grillini. Quando però gli capita di diventare forza di governo allora queste ambiguità e una certa estremizzazione dei miti fondativi vengono messi alla prova. E allora sono dolori. Più o meno acuti perché non tutte le situazioni sono uguali e la sconcertante, per rapida inanità dimostrata, vicenda romana non è simile a quella torinese dove la sindaca Appendino e il M5s, almeno finora, hanno dimostrato una certa apprezzata diversità dai loro colleghi capitolini.

Se fino a qualche giorno fa i più benevoli di fronte all’anfanante composizione della giunta e poi alle dimissioni di alcuni assessori chiave potevano parlare di falsa partenza, ora la vicenda dell’assessore Muraro diventa un acuto dentro una sinfonia già sgangherata. Perché è uno scivolone sul terreno privilegiato del M5s: quello della trasparenza e della sincerità. Ma già prima, nella contorta vicenda degli assessori e dell’amministratore unico dell’Ama, appena nominato, che se ne vanno in blocco, si era sentito ad abundantiam un tintinnar di sciabole fra cordate interne al Movimento romano di cui però non era facile, almeno per chi non sta dentro i loro meccanismi e contrasti, comprendere i termini politici. E questa indecifrabilità, se si vuole parlare di trasparenza, la dice lunga trasparenza-e-sinceritasulla fragilità politica dei grillini perché i contrasti se non sono primariamente di natura politica allora sono di solo potere e ciò non può essere rubricato come una diversità dagli altri partiti che per la verità sono anche più capaci a mascherare le loro guerricciole interne con infiocchettamenti politici. Del tutto risibile, poi, è apparso il tentativo di occultare le proprie incapacità chiamando in causa l’ostilità dei “poteri forti”, che pure c’è ma che con gli autogol dei vari direttòri, della Sindaca Raggi e del suo cosiddetto “cerchio magico” non c’entra nulla, essendo tutta farina del loro sacco.

La questione Muraro, con le bugie che l’hanno contornata sul suo essere indagata dalla Magistratura, più che una “falsa partenza” ha configurato dei “falsi in partenza”. Può darsi, per ipotizzare una spiegazione ai complessivi accadimenti, che al fondo di tutto ci sia l’emergere da subito e dirompente di una contraddizione politica altre volte verificatasi in altre circostanze, in altre città e con altri attori politici. Cioè la contraddizione fra il sindaco eletto dai cittadini e il suo stesso partito o parti di esso che ritengono di dover essere in diritto di sovrastare l’eletto nel determinare le scelte di uomini e donne per comporre giunta e amministratori di aziende municipalizzate particolarmente importanti come Atac e Ama. In sostanza si tratterebbe del contrasto fra chi sostiene che la vittoria leadershipelettorale a Roma più che alla candidata Raggi la si debba al M5s. Può anche darsi che tutto ciò si sia aggiunto a vecchi contrasti personali e anche all’emergere dentro il Movimento grillino della stessa candidatura poi vittoriosa della Raggi. Sta di fatto, compreso il tentativo positivo di dotarsi di una squadra di amministratori competenti ricavati dalla società civile e non solo pura espressione dei militanti pentastellati, che i grillini romani e nazionali non sono stati finora in grado di comporre le diverse istanze ed esigenze politiche e invece di una sintesi virtuosa hanno dato luogo a una deflagrazione perniciosa sia per le loro ambizioni politiche di governo nazionali che per la capitale d’Italia.

Ma al fondo della fragilità politica del M5S c’è qualcosa di più e di più corposo. Non solo l’inesperienza e le ingenuità di una formazione politica recente, i suoi incerti e confusi procedimenti decisionali interni. C’è la mancanza di una cultura critica della realtà che non rimanga alla superficie degli epifenomeni sociali e politici ma sia in grado di scavare dentro la società, nei rapporti economici, sociali e di classe all’origine di quegli epifenomeni: le disuguaglianze e le ingiustizie sociali, oltre alla corruzione disuguaglianza-ricchi-e-poveridiffusa e alla disonestà nel corpo sociale e in quello politico. Senza questa cultura, senza questa sorta di weltanschauung, e senza l’ancoraggio organico conseguente ai soggetti soccombenti nei rapporti di classe, sociali e politici, si rischia di non avere una struttura politica e gruppi dirigenti selezionati sulla base della capacità tecnica e politica, ora affidata alla casualità delle conoscenze personali o dei curricula, in grado di assolvere con successo ai problemi immani del governo di una città come Roma e, ancor più, di una Nazione come l’Italia. In definitiva quello che segnala la negativa vicenda romana al M5s non è cosa da poco: è la necessità di passare in fretta, e non solo a Roma, dal primitivo e inevitabile antagonismo alla fase dell’egemonia. Vasto programma.

Aldo Pirone