2013: per cambiare davvero (di Claudio Lombardi)

Una fine d’anno speciale quella del 2012. Nel giro di poche settimane tanti fatti nuovi: le primarie del centro sinistra per il leader con una enorme partecipazione popolare; di nuovo le primarie del Pd e di Sel per la scelta dei candidati alle prossime elezioni; la caduta del governo e la rottura fra Monti e il Pdl uno dei soci fondatori del governo; lo scioglimento anticipato delle Camere e l’indizione delle elezioni; la ridiscesa in campo di Silvio Berlusconi all’insegna dell’antieuropeismo e della demagogia distruttiva; la nascita a sinistra di un raggruppamento di formazioni politiche, movimenti e associazioni che stanno trovando nella lista Rivoluzione civile capeggiata da Antonio Ingroia un punto di riferimento unificante; la nascita di un polo centrista sotto il nome di Mario Monti con un suo programma per il prossimo governo; il consolidamento del M5S che fra espulsioni e dibattiti interni ha registrato un clamoroso successo alle elezioni regionali siciliane e si appresta a diventare un protagonista nel prossimo Parlamento.

Fatti nuovi in Italia nel contesto di una crisi economica e finanziaria che dura da anni in occidente e rispetto alla quale il nostro Paese si presenta fragile e con poche difese. La prima linea di difesa dovrebbe essere l’Europa. Rispetto ad un anno fa le cose vanno meglio e il rischio di spaccatura dell’Unione europea sembra scongiurato, ma questo non può bastare così come non bastano le politiche fondate sul rigore nei conti pubblici perché proprio la crisi ha mostrato la debolezza (e la scarsa utilità) di una Europa non unita da istituzioni democratiche e da politiche condivise. Senza questo le istituzioni europee saranno svuotate di significato e la stessa moneta unica diventerà indifendibile.

In questo quadro complesso l’Italia corre seri rischi di avvilupparsi in una crisi che somma la finanza pubblica, l’economia, gli equilibri sociali, le istituzioni democratiche, le rappresentanze politiche, l’etica pubblica e gli apparati dello Stato consolidando alcuni caratteri specifici della crisi italiana. Fra questi ce ne sono due in particolare che vanno ricordati.

Il primo è quello della frantumazione corporativa che annulla l’interesse generale sotto una miriade di interessi particolari, di gruppo o individuali, tutti in corsa per accaparrarsi le risorse pubbliche (e quelle private condizionate dai poteri pubblici). Qui va cercata la spiegazione del vertiginoso aumento del debito pubblico partito alla fine degli anni ’70. I soldi presi in prestito sono finiti in spese per compensare interessi particolari e non in investimenti per costruire sviluppo. Inefficienza, corruzione, patti fra politica, apparati dello Stato, affaristi e organizzazioni mafiose ne sono stati la logica conseguenza.

Il secondo è la convergenza di fatto fra oligarchie e protesta demagogica. Scandalizzarsi è giusto, ma trasformare tutto in agitazione che amplifica e radicalizza ogni malcontento fa perdere il contatto con la realtà e porta al distacco dalle istituzioni democratiche e dalla politica. Sfiducia, distacco, disarticolazione del dissenso e restringimento del consenso verso posizioni di rinnovamento ne sono la logica e inevitabile conseguenza. Tutto ciò costituisce la condizione ideale perché le oligarchie possano mantenere le loro posizioni di comando.

Se tutto rimane così inutile parlare di uscita dalla crisi. Qualunque agenda seria per il governo dell’Italia deve fare i conti con quei due punti e non può che far leva sullo sviluppo della partecipazione dei cittadini. Il cambiamento più importante che si è registrato nell’ultimo anno è proprio l’aumento della partecipazione in movimenti, associazioni e formazioni politiche. La partecipazione, però, non è solo protesta né lotta per rivendicazioni settoriali o territoriali. Pur legittima questa non modifica in nulla le cose. La partecipazione è efficace se diventa sistematica e se permette alle persone di avere gli strumenti per intervenire direttamente nelle decisioni politiche, nella cura dei beni comuni e nella realizzazione dell’interesse generale. Già solo menzionare questo percorso e le ovvie condizioni che lo devono accompagnare – trasparenza amministrativa, legalità, informazione diffusa e accessibile sulle procedure e sull’uso delle risorse pubbliche – contiene una rivoluzione civile della quale l’Italia ha estremo bisogno.

Senza questa rivoluzione, ormai, nessun’altra rivendicazione – politica, sindacale, sociale – può sperare di andare oltre la difesa degli interessi di categoria o di gruppo che, pur sacrosanti (a volte), non bastano per definire un progetto di cambiamento credibile del sistema che realmente governa l’Italia.

Claudio Lombardi

Basta con questi partiti (di Lapo Berti)

I partiti che abbiamo oggi in Italia non servono più. Anzi, sono diventati un ostacolo per l’affermazione e lo sviluppo della democrazia che, all’origine, intendevano promuovere e di cui dovevano essere il principale tramite. Per essere più precisi, il sistema dei partiti – con tutto quello che comporta: modalità di selezione e di formazione dei politici, professionalizzazione, finanziamento occulto, assenza di responsabilità, di trasparenza nei confronti degli elettori, dilapidazione dei fondi pubblici, corruzione, collusione, clientelismo ecc. – è andato incontro a una deriva che lo ha trasformato in un nemico della società, un cancro di cui questa deve liberarsi, se vuole riprendere in mano le redini del proprio destino. Nessuna riforma è possibile, perché sarebbe affidata alle mani di coloro che hanno provocato il disastro.

C’è una ragione in più per auspicare e magari provocare il crollo dell’attuale sistema dei partiti: oltre a non essere espressione della società italiana, neppure è in grado di rappresentarla. Le formazioni partitiche costituiscono aggregazioni di gruppi di potere pressoché totalmente slegate dalla composizione sociale effettiva, non sono veicolo e rappresentazione degli interessi collettivi presenti nella società. Rappresentano solo sé stesse e riescono a convogliare solo le schiere, sempre più esigue, di coloro che sono mossi prevalentemente da ragioni e tradizioni ideologiche. Il perimetro delle formazioni partitiche non coincide con nessun perimetro delle possibili aggregazioni d’interessi che la società contiene.

Un esempio per tutti. Esiste, indubbiamente, una vasta e variegata area di interessi sociali, professionali, economici che vorrebbe una modernizzazione del paese, che vorrebbe riconoscersi in un sistema di relazioni economico-sociali aperto alla competizione e pronto a riconoscere e promuovere chi fa meglio, che vorrebbe che venissero spazzate via le caste di tutti i generi, che venissero abbattuti i privilegi e cancellate le rendite, che venisse dissolto quel viluppo di relazioni collusive, quando non mafiose, che soffoca le energie del paese. Ebbene, nessuna forza politica esprime e rappresenta gli interessi e la cultura di quest’area, perché la frammentazione politica non segue le linee di faglia dell’evoluzione sociale.

Ma il motivo forse più serio e profondo per liberarsi dell’attuale sistema dei partiti è che esso ha inquinato lo spazio pubblico. Non è possibile pensare a una nuova stagione dell’intervento pubblico in economia con questa classe politica, perché vuol dire votarlo al fallimento, vuol dire continuare ad alimentare il pozzo senza fondo delle risorse pubbliche in cui nuota la corruzione e il malaffare. La conclusione è solo in apparenza paradossale: non si può pensare seriamente a un’uscita dalla crisi di sistema che ci attanaglia senza cambiare le regole della rappresentanza, senza porre le basi di una nuova classe dirigente, di un nuovo modo di governare, di nuovi strumenti di controllo, e non solo di delega, nelle mani dei cittadini

Non è facile cambiare. Lo strumento più semplice, teoricamente, sarebbe il ritiro assoluto della delega, lo sciopero generale del voto, che lasciasse nudi i partiti di fronte alla loro incapacità conclamata di rappresentare alcunché. Ma chiunque vede che è uno strumento praticamente inapplicabile, perché richiederebbe la sincronizzazione delle scelte di una significativa maggioranza di cittadini che non è dato sperare si produca spontaneamente e che è velleitario pensare di organizzare.

Occorre, dunque, immaginare altri percorsi, altre soluzioni che siano capaci di prefigurare un funzionamento della democrazia il più possibile esente dalle degenerazioni partitocratiche. Esso non può che passare attraverso una qualche forma di mobilitazione sociale e una qualche forma di aggregazione e di rappresentanza che si ponga fra i cittadini e i partiti e metta i primi in condizione di controllare i secondi.

L’alternativa più drastica e immediata a un sistema politico incentrato sui partiti quali “amministratori” della partecipazione e della rappresentanza dei cittadini è la democrazia diretta. I cittadini partecipano direttamente al processo decisionale da cui nascono le scelte che regolano la vita della collettività. L’assemblea, in un luogo pubblico aperto a tutti, è lo strumento principe per l’espressione diretta della volontà dei cittadini. Tradizionalmente, il modello della democrazia ha incontrato un limite che sembrava invalicabile nella dimensione della popolazione chiamata a esercitarla. Sembrava un modello necessariamente limitato a situazioni locali, diciamo comunali, di piccoli comuni, perché già nei grandi comuni sarebbe di difficile realizzazione. Oggi, si potrebbe forse immaginare di superare questo limite tramite una democrazia diretta “in formato elettronico”, tramite il web. Ma la democrazia diretta non va incontro solo a un problema di praticabilità dovuto alla dimensione delle assemblee, ma anche, e forse più sostanzialmente, a un problema di sostenibilità, perché è difficile pensare a una popolazione costantemente impegnata a decidere in assemblee che si riuniscono con una frequenza tale da provocare assuefazione, stanchezza, rigetto, come inevitabilmente sarebbe. Dal senso d’inanità che deriva dal voto espresso ogni cinque anni, si passerebbe a un senso di nausea prodotto dal frequente ripetersi delle votazioni. L’esercizio del potere democratico rimarrebbe puramente formale, non riuscendo nella realtà a rappresentare “il popolo che governa”. A lungo andare, si formerebbe sempre una minoranza attiva nelle cui mani verrebbe di fatto a trovarsi il potere di decidere in nome di tutti e, per di più, senza alcun mandato formale.

Occorre, dunque, trovare una via di mezzo, che renda possibile una rifondazione radicale dei partiti.

Ricostruire la democrazia

Una democrazia di massa che voglia realizzare, anche solo per approssimazione, il governo di tutti i cittadini, rendendo effettiva la partecipazione alle decisioni collettive, non può fare a meno di una fitta intelaiatura di organismi intermedi, di cui i partiti sono non solo un esempio, ma anche il fondamentale punto di sintesi. È difficile immaginare un’architettura istituzionale capace di far funzionare la democrazia rappresentativa in formazioni nazionali di massa, senza l’aiuto di un veicolo della volontà popolare e un’espressione della sua rappresentanza quale solo i partiti possono offrire. La società, nel suo farsi, si articola necessariamente in aggregazioni d’interessi, diversificate o anche contrapposte, che s’intrecciano con visioni diverse di come la società dovrebbe funzionare, di quali obiettivi dovrebbero essere prioritariamente perseguiti. In una società le cui istituzioni sono ispirate al principio della libertà individuale, gli individui possono tentare di affermare i loro interessi inserendoli nell’agenda della società e di far prevalere le loro visioni, dando vita ad associazioni che possiedano il potere necessario per farsi ascoltare.

Un sistema di partiti sano dovrebbe dare spazio e ascolto a queste associazioni in forme regolamentate e trasparenti, in modo da mantenere i partiti stessi in costante contatto con la società e le sue espressioni. E si dovrebbero, forse, prevedere soluzioni che agevolino la creazione di partiti da parte di queste associazioni. Non è pensabile, tuttavia, che al governo del paese possano concorrere soggetti diversi dai partiti. Quello che, invece, è non solo pensabile, ma, dopo le esperienze fatte, inevitabile, è che i partiti siano fatti uscire dall’opacità in cui hanno prosperato e brigato per assumere forme democratiche, regolamentate e trasparenti. Come devono fare anche le altre grandi organizzazioni della rappresentanza, i sindacati. I cittadini devono essere posti in condizione di conoscere le fonti di finanziamento, di valutare a quali interessi costituiti i rappresentanti e gli eletti, eventualmente, fanno riferimento, di quali patrimoni godono.

Un problema che nessuna riforma del sistema politico di una democrazia rappresentativa di massa può più permettersi di trascurare, pena l’affossamento della democrazia o il suo scivolamento in una qualunque declinazione del populismo, è quello del controllo che i cittadini sono in grado di esercitare sul funzionamento della rappresentanza e, in particolare, degli organi di governo, a tutti i livelli. In passato, i cittadini, anche per loro colpa, si sono lasciati espropriare del loro ruolo di “mandanti” dell’azione di governo e hanno finito con il lasciare nelle mani dei politici di professione tutto il potere decisionale, rinunciando anche a qualsiasi forma di controllo a posteriori del loro operato. Leggi elettorali cialtrone e truffaldine hanno fatto il resto, sancendo e consolidando la separazione fra elettori ed eletti, fra il popolo e i suoi rappresentanti. Questo è il punto cruciale ed è, forse, anche quello da cui è più agevole ripartire per una riforma dell’ordinamento democratico che non ha necessariamente bisogno di leggi. Una riforma che parte dalla volontà delle persone di tornare protagoniste, dotandosi di strumenti per esercitare una funzione di controllo e, indirettamente, di sanzione sulle decisioni che i rappresentanti eletti prendono ai diversi livelli dell’amministrazione. La profonda delusione che oggi si riscontra, in maniera diffusa, nei confronti del funzionamento della rappresentanza, unita al rigetto generalizzato del sistema dei , bene comunepartiti che ne è responsabile, possono produrre quella mobilitazione dal basso che è il presupposto necessario per dar vita ad assemblee, comitati, associazioni, capaci di consentire ai cittadini l’espressione diretta del loro pensiero e della loro volontà, esercitando così un controllo di fatto sulle decisioni dei rappresentanti.

Il problema che si pone e sempre si porrà è quello di creare una cultura civica, una civiltà della democrazia, che sia in grado di sostenere una sorta di mobilitazione permanente dei cittadini in favore di sé stessi e del bene comune che solo così può essere tutelato. Per questa via, infatti, si risolve un’aporia altrimenti insolubile, ovvero il perseguimento del bene comune che, come sa qualunque persona dotata di buon senso, esiste solo nei libri e che nella realtà può essere solo approssimato tramite l’interazione, anche conflittuale, del maggior numero possibile di cittadini.

Non è una questione d’istituzioni, di organizzazioni, anche se queste contano per rendere possibile e praticabile la partecipazione attiva dei cittadini al governo della società ai diversi livelli. È, principalmente, una questione di cultura, di regole e di valori che entrano nel DNA intellettuale degli individui che fanno parte di una determinata società e ne determinano il carattere di società aperta, viva, consapevole. È, dunque, una questione d’informazione, d’informazione condivisa e partecipata; è una questione di apprendimento collettivo, attraverso l’incontro e il confronto. Non ci sono scorciatoie né possibili surrogati: solo in presenza di un numero sufficientemente elevato di cittadini attivi e consapevoli il cuore della democrazia può tornare a battere. L’alternativa, che incombe minacciosa, è quella di un lento scivolare o anche un improvviso precipitare in una china populistica dietro cui si nascondono i poteri forti e i profittatori.

Lapo Berti da www.lib21.org

La Grecia e noi: crisi, manovre economiche e cittadini (di Claudio Lombardi)

Il caso della Grecia sta assumendo le sembianze di un microcosmo nel quale i problemi e i limiti del governo di una democrazia stretta fra classi dirigenti inadeguate, forze economiche esterne più forti dello Stato, vincoli europei puramente contabili e una moneta comune che si percepisce come una trappola, si manifestano sulla scala di un piccolo Paese, ma si scatenano con una drammaticità che non può lasciare indifferenti e che sconvolge la vita di milioni di persone.

Dire: “solidarietà con il popolo greco” non basta e significa ben poco. Dire: “l’Europa affama i greci per depredare il loro Paese e consegnarlo alle banche” ha un valore consolatorio perché ci solleva dal porci interrogativi ben più difficili da affrontare. Come al solito si rivela illusoria la ricerca di una spiegazione unica, semplice e facile a fenomeni complessi che chiamano in causa tante responsabilità.

Quali? Facciamo un elenco: i governi greci, i partiti  greci, la classe dirigente greca, i cittadini greci, i governi europei, l’opinione pubblica europea, le burocrazie comunitarie e i relativi vertici, dalla Commissione alla Bce. Fra i governi europei spiccano Germania e Francia ai quali va il “merito” di non aver voluto un sistema di controlli sui bilanci quando a loro faceva comodo, ma di imporre adesso il cappio di misure rigidissime a un Paese dissanguato e, per di più, con la pretesa che l’adeguamento sia immediato.

Scrive Romano Prodi: “Per capire bene le cose bisogna andare indietro nel tempo quando, per non essere soggetti al controllo delle autorità europee, Francia e Germania hanno respinto le proposte della Commissione Europea volte a sottoporre a continuo monitoraggio i conti dei paesi dell’Euro. Il governo greco ha approfittato di questa mancanza di sorveglianza per mettere in atto una politica incontrollata ed incosciente di deficit di bilancio, persino falsificando i conti.”

Se questo monitoraggio ci fosse stato e se ci fosse stata la decisione di far convergere le politiche fiscali e di bilancio dei Paesi europei forse, le magagne sarebbero emerse prima e non ci sarebbe stato il disastro delle finanze greche.

Ora l’unica soluzione sensata è un piano di sostegno che diluisca in molti anni i debiti della Grecia e che faccia procedere i necessari tagli alla spesa pubblica di pari passo con gli investimenti necessari per il rilancio dell’economia. Altrimenti non rimane che il fallimento e quell’uscita dall’euro evocata dai molti che ritengono una grande vittoria non ripagare i debiti verso le banche e che di questo si contentano. Si illudono e non calcolano che tornare alla dracma con un’economia ridotta al collasso e totalmente dipendente dalle importazioni significherebbe la fame per il popolo greco, certa e immediata.

Detto questo, il caso della Grecia ci parla di uno dei problemi più controversi dei sistemi democratici: quello della sovranità popolare. Il popolo ne è depositario, ma la deve esercitare con le leggi che la regolano e che comportano, inevitabilmente, un sistema istituzionale rappresentativo, decisionale e di governo gestito dai partiti.

Il voto che mette in movimento tutto il sistema è un atto di grande responsabilità, ma quasi mai corrisponde ad una decisione dell’elettore basata sulla conoscenza delle informazioni indispensabili per giudicare e indirizzare. Il voto non basta, occorre molto di più.

Ciò che la Grecia ci dice è che i nodi venuti al pettine non nascono oggi e non sono il prodotto di un complotto per depredare un Paese, ma sono dentro i meccanismi, i comportamenti e la cultura civica che costituiscono il software che fa funzionare una società e lo Stato.

Già in tanti hanno sottolineato che in Grecia ha fallito la politica perché non ha saputo pensare e realizzare un progetto di sviluppo, ma solo vivere alla giornata all’insegna dell’accaparramento di poteri e risorse a spese del debito pubblico. In pratica si sono impegnati il futuro del Paese per non costruire nulla.

Che questo lo abbia fatto un sistema democratico suscita enormi preoccupazioni perché errori e deviazioni sono sempre possibili, ma arrivare al fallimento perché ci si è affidati a chi dispensa illusioni e imbrogli mette a nudo le fragilità della democrazia.

Si diceva che il voto non basta perché è fin troppo facile per le elite eludere i controlli, confondere le verifiche, corrompere i protagonisti in modo da far apparire le cose in maniera molto diversa da come sono realmente ed ottenere una delega che, in questo modo, è sempre una delega in bianco.

No, così non va, occorre cambiare sistema. La risposta giusta è la cittadinanza attiva cioè un sistema che includa la partecipazione come modalità ordinaria di funzionamento della democrazia. Partecipazione organizzata fondata sul doppio binomio del cittadino: poteri-responsabilità, diritti-doveri. Il tutto accompagnato dalla trasparenza e da penetranti poteri di controllo affidati ad organismi pubblici con la condivisione dei cittadini.

Se si guarda alle democrazie europee più stabili e avanzate si può constatare che la situazione dei servizi pubblici e la produttività dell’economia e il benessere che ne consegue si accompagnano sempre ad una superiore coscienza civile e ad una posizione del cittadino che ne fa il protagonista dell’ordinamento sociale e politico.

Quando si parla di partecipazione non bisogna pensare a città solcate in permanenza da cortei di manifestanti o a cittadini che affollano le sedi di partito. La partecipazione riguarda il rapporto dei cittadini con lo Stato e le sue istituzioni ed è questo il più essenziale rapporto politico cui occorre mirare.

Un sistema democratico aperto, trasparente, monitorato e partecipato è la migliore risposta al “dramma” delle democrazie contemporanee che non possono fare a meno dei cittadini, ma in cui forze potenti li vogliono solo elettori plaudenti e manipolabili simili ai sudditi del passato.

Claudio Lombardi

Capipopolo urlanti, populisti, complottisti, sognatori non servono, basta fare i cittadini (di Claudio Lombardi)

In nome dei cittadini ! Piace a tutti indossare questa veste: parlare per i cittadini, interpretare i loro interessi, indicare la via giusta da seguire. Tutto ciò che può trasmettere l’idea della “purezza” viene utilizzato e la cosa migliore è evitare i contrasti fra interessi diversi, tralasciare di individuare qual’è il terreno comune sul quale questi possono incontrarsi per poter riconoscere un interesse collettivo, mettere da parte ogni ricostruzione della nozione di cittadinanza e la faticosa ricognizione della posizione del cittadino di fronte allo Stato. La cosa migliore è alzare la voce e indirizzare le urla contro un nemico sperando che l’estrema semplificazione mascheri un vuoto di analisi e di proposta.

Un interessante articolo di Curzio Maltese sul Venerdi di Repubblica del 27 gennaio aiuta a mettere a fuoco la questione. L’articolo parte da un’affermazione fatta dal comico-capopolo Beppe Grillo durante la presentazione di un suo libro così come riportata dal “Il Fatto”.

“Il governo Monti sta facendo questo sporco lavoro schifoso di mettere le categorie dei cittadini l’una contro l’altra; per esempio gli evasori contro chi paga le tasse”.

Scrive Curzio Maltese: “ Risulta difficile capire perché non bisognerebbe contrapporre chi paga le tasse a chi non le paga, il che sarebbe un reato, ammesso che interessi a Grillo. È schifoso come contrapporre i derubati ai ladri che, in fondo, sono anche loro una “categoria di cittadini”. I ladri, gli evasori, i corruttori, i mafiosi: tutte categorie di cittadini che avrebbero, forse, diritto a un sindacato se non ci pensassero già le lobbies  parlamentari ed extraparlamentari. È la solita storia. In Italia puoi urlare alla rivoluzione, ma se provi semplicemente a far pagare un po’ più di tasse agli evasori, come nei Paesi civili, i “rivoluzionari” con la barca al molo diventano belve.”

Continua Curzio Maltese. “Il piccolo episodio è significativo di come funziona il populismo all’italiana. Alza la voce contro entità lontane, i poteri forti, la finanza e, naturalmente, l’orrido ceto politico. Ma quando si tratta di condannare il malcostume e l’illegalità di massa allora scatta la reazione feroce”.

Conclude l’articolo: “ Non bisogna contrapporre gli uni agli altri, i furbi ai fessi, i ladri ai disonesti. Dobbiamo essere tutti uniti nel combattere questo ceto politico, mandarlo a casa ed eleggerne subito dopo uno anche peggiore, più disonesto e incapace. Come si fece dopo Tangentopoli”.

Si tratta di un’analisi impietosa, ma profondamente vera e non legata soltanto all’attualità perché tocca un nodo cruciale del modo di essere Stato che si è realizzato in Italia e del modo di essere cittadini. Un coacervo di interessi in competizione per accaparrarsi una fetta di risorse e di opportunità alla ricerca del gruppo o del legame personale più forte che possa garantire il risultato. Questo ha fatto la politica per decenni e questo modo di essere ceto dirigente è fotografato nei numeri del debito pubblico cresciuto inesorabilmente dal 40% del 1970 al 126% sul Pil di adesso. È come se, esaurita la spinta della ricostruzione post bellica e del passaggio da economia prevalentemente agricola ad economia industriale, si fosse esaurito anche ogni altro progetto di sviluppo e le classi dirigenti avessero ripiegato sull’utilizzo delle risorse pubbliche per smorzare i contrasti sociali e per assorbire gli svantaggi competitivi emersi in campo internazionale.

Si è creata una situazione basata su equilibri di interessi gestiti dal sistema dei partiti, ma non unificati da un’idea di società e di Stato. Essere cittadino per molti anni ha avuto meno significato che appartenere ad un sindacato, ad un partito o ad un gruppo di interessi coalizzati. Ciò che abbiamo rivisto in questi giorni nelle città italiane con la “rivolta” dei taxi esemplifica bene la scelta che è stata fatta: un servizio di trasporto pubblico, svolto con licenze concesse da autorità pubbliche risulta, di fatto, privatizzato da una categoria che lo ha trasformato in un mercato protetto dove ogni decisione è negata alle autorità pubbliche. Il fatto da tutti accettato che le licenze siano vendute e comprate (a cifre vicine ai 200mila euro) è la clamorosa dimostrazione della sconfitta dello Stato cui non viene più riconosciuto il potere di decidere sui propri atti e di effettuare scelte diverse da quelle gradite alla categoria dei tassisti.

Non si tratta di un caso isolato perché è l’espressione di una delle modalità di comportamento più diffuse che si sono tradotte nelle più svariate richieste di sussidio e di assistenza. Il compito della politica è stato esattamente questo: gestire la raccolta e la distribuzione delle risorse pubbliche in base a calcoli di convenienza mutevoli, ma sempre improntati a una negoziabilità estrema dei diritti e dei doveri, dei poteri e delle responsabilità che sono scomparsi per essere sostituiti dai meri interessi. Per questo l’evasione fiscale si è diffusa ad interi ceti sociali e non è stata contrastata, ma, anzi, incoraggiata; per questo la distribuzione di sussidi di vario tipo è diventata una piaga sociale che ha tacitato le tensioni delle zone più svantaggiate educando le persone a non essere cittadini e a non impegnarsi in un progetto di sviluppo, ma ad essere clienti di questo e di quello; per questo gli aiuti statali alle imprese hanno colmato i vuoti di politiche industriali, energetiche, urbanistiche, territoriali; per questo le rendite di posizione hanno avuto campo libero in ogni ambiente sociale e in ogni settore.

Il disastro viene oggi quantificato nei 2mila miliardi di debito pubblico, ma, in realtà, è di dimensioni maggiori e diverse. Non bastano i numeri a descrivere lo sfascio delle istituzioni ridotte troppo spesso a rifugio di briganti e malfattori, l’assenza di una coscienza civile che faticosamente tanti italiani stanno tentando di ricostruire, la separazione fra cittadini e Stato con intere zone del Paese sotto il controllo della criminalità organizzata, l’asservimento dell’economia alle erogazioni di denaro e di favori dei politici.

Tutto ciò non si misura, ma si constata con l’osservazione dello stato del Paese. Da qui può partire una gigantesca opera di autocoscienza collettiva come ci richiamava a fare il Presidente della Repubblica quando sottolineava pochi mesi fa l’esigenza di dire la verità.

Per questo non servono i capipopolo urlanti, né serve “abbaiare alla luna” puntando il dito contro la speculazione internazionale o contro fantomatici complotti massonici come estrema risorsa per non mettere in discussione noi stessi e per evitare di guardare in faccia la realtà. È comprensibile che le persone desiderino sognare e che ognuno abbia la propria semplice ricetta per risolvere ogni problema o che tanti amino descrivere un mondo fantastico nel quale, finalmente, all’ombra di una nuova società nata miracolosamente da un nuovo modello inventato a tavolino, il 99% possa godersi la felicità avendo isolato e sconfitto l’1% che è causa di tutti i mali.

La realtà, purtroppo, è molto diversa e senza un impegno serio che scavi in profondità per capire le cause e individuare una traccia da seguire con azioni concrete, coerenti e concatenate, non si andrà da nessuna parte e il cambiamento resterà un miraggio. Allora sì che di manovra in manovra finiremo per impoverirci tutti.

Prendere coscienza significa ricollocare la propria posizione rispetto alla collettività e allo Stato perché il primo passo è abbandonare la logica della protezione per gruppi di interessi e per legami personali. I diritti descrivono meglio degli interessi la posizione del cittadino. E questi non possono sussistere separati dai doveri e si completano con i poteri e le responsabilità. Queste sono le basi soggettive per ricostruire una oggettività nuova che metta da parte l’ormai logora competizione corporativa.

Ce la possiamo fare e non abbiamo bisogno di capipopolo urlanti né di sognatori astratti o di esperti in complotti. Abbiamo bisogno di cittadini organizzati che partecipino alla politica e se ne assumano la responsabilità. Ci vorrà molto tempo, ma è l’unico modo per crescere.

Claudio Lombardi