Vicenda Marino, la festa dell’irragionevolezza

Cosa c’è di chiaro e di razionale nella vicenda Marino? Poco o nulla se la si considera con gli occhi di un cittadino comune. Marino è stato candidato dal Pd dopo essere stato scelto con le primarie. Dunque è partito con il consenso maggioritario di iscritti ed elettori del centrosinistra. È stato poi eletto direttamente dai romani. Oggettivamente la Giunta ha lavorato bene in diversi settori grazie alle capacità di alcuni assessori. La scoperta di “mafia capitale” l’ha toccata perché un assessore è stato arrestato insieme ad alcuni consiglieri comunali e a vari personaggi dell’amministrazione comunale.

dimissioni consiglieri RomaIl caso è stato esaminato dal prefetto come prescrive la legge per decidere se il Consiglio andasse sciolto per infiltrazioni mafiose oppure no. Dopo attento esame (così attento che c’è una relazione ancora segretata) il giudizio del prefetto e, quindi, del governo è stato che non c’erano i presupposti per lo scioglimento. Dunque il sindaco e la giunta hanno superato bene il momento più difficile dei due anni e mezzo nei quali sono stati in carica. Come è noto la scoperta di “mafia capitale” ha portato a mettere in luce la situazione disastrosa di tutta l’amministrazione comunale e delle aziende dei servizi. Il senatore Esposito che è stato assessore ai trasporti per due mesi ha denunciato lo sbando e l’illegalità diffusa di Atac arrivando ad individuare in questa azienda un caso di malaffare molto più grave anche dal punto di vista finanziario di “mafia capitale”.

Ebbene nulla di ciò può essere imputato alla giunta Marino che ha, invece, oggettivamente cercato di agire per risolvere alcuni nodi cruciali dell’amministrazione della capitale lasciati marcire per anni e anni come quello dei rifiuti, dei trasporti o delle irregolarità di bilancio denunciate dagli ispettori del governo. Ovviamente il lavoro della giunta è stata oggetto di attacchi, di proteste e di azioni di boicottaggio da parte degli interessi toccati dalle sue decisioni. E i romani ne hanno patito le conseguenze.

assalto al denaro pubblicoUn ruolo speciale in tutta la vicenda spetta ai rapporti tra Pd e Marino. Che Marino non sia stato benvoluto fin dall’inizio dal Pd romano è cosa nota. Non lo sono i motivi però anche se il sistema di potere malavitoso sul quale è stata fatta un po’ di luce con le indagini della magistratura ha sempre visto coinvolti esponenti di quel partito. Ma accanto a questo esiste pur sempre un versante “tradizionalmente” clientelare e spartitorio del sistema di potere che si nutre di forzature delle decisioni politiche e amministrative per favorire interessi e gruppi protetti dai vari partiti. E che ha bisogno di “comprensione” e accondiscendenza da parte di chi sta nei posti di comando. È lecito ritenere che la giunta Marino non abbia voluto questo ruolo e che si sia contrapposta, consapevolmente o inconsapevolmente suscitando così, anche in questo caso, l’ostilità degli interessi colpiti. C’è poi la questione dello stile di Marino, del suo carattere, dei suoi limiti che è sicuramente la parte più criticabile della sua esperienza di sindaco, ma certamente non così grave da portare alla rottura totale dei rapporti tra lui e il suo partito.

giunta MarinoComunque, poichè il governo di Roma era nelle mani di una squadra fatta anche da persone di indubbio valore e potenziata su inpulso del Pd nazionale all’inizio dell’estate, con il Giubileo alle porte si era raggiunto un equilibrio che pareva destinato a durare. La vicenda degli scontrini esplode con la forza “dirompente” dei suoi 700 euro di spese malamente giustificate. Immediata è la drammatizzazione che punta, forse, anche ad un crollo psicologico di Marino.

Che puntualmente si verifica. Invece di replicare ammettendo gli errori e ridimensionando la portata della vicenda lo stesso Marino compie gesti clamorosi e sconclusionati prima restituendo i soldi di tutte le spese istituzionali e subito dopo dimettendosi. Bugie e ammissioni di colpe ben più gravi completano l’opera (il falso della sua firma dichiarato alla stampa). I toni si alzano ancora e sfiorano l’isteria quando la sua maggioranza e i consiglieri del suo partito non ammettono più repliche e spiegazioni esigendo dimissioni immediate e condannando il Comune di Roma allo scioglimento. Senza alcun momento di verifica nelle sedi istituzionali che spiegasse alla città le ragioni della chiusura della consiliatura.

ostilità Renzi MarinoOggi Roma è commissariata e gli organi di governo eletti dai romani sono stati sciolti. Ovviamente tutto ciò è avvenuto per una scelta precisa e determinata del segretario del Pd nonchè Presidente del Consiglio Renzi le cui ragioni appaiono piuttosto oscure poiché è probabile che il Pd alle prossime elezioni non riuscirà a far eleggere un suo candidato e perché era pur sempre preferibile che la giunta (la giunta perchè non esiste solo il sindaco) Marino continuasse il suo lavoro fatto di cose ben più importanti degli scontrini e dei problemi caratteriali del sindaco.

Il Pd romano non ha dato né voluto spiegazioni, ma ha sentenziato che si è rotto irreparabilmente il rapporto tra Marino e la città. Forse non si sono accorti che la vera rottura è stata tra Partito Democratico e romani. Ma probabilmente se ne accorgeranno tra qualche mese

Claudio Lombardi

Roma è l’Italia

Sembra che una maledizione si sia abbattuta sulla Capitale. Dai trasporti ai rifiuti, dalla pulizia della città al decoro urbano, dalla convivenza tra le persone all’ordine pubblico, dallo stato delle strade all’uso del denaro pubblico, dal funzionamento delle amministrazioni al rispetto della legalità. L’impressione è che non funzioni più nulla e che la città sia allo sbando. Persino l’aeroporto di Fiumicino è colpito da disservizi e disastri che, dolosi o colposi che siano, rivelano grande fragilità e assenza di autorità di governo.

degrado RomaIn questo quadro si continua a porre al centro dell’attenzione la guerra di posizione e di logoramento che vede protagonisti il sindaco Marino, il Pd, gli altri partiti presenti in Consiglio comunale. Marino criticato, Marino sfiduciato da Renzi, Sel che se ne va, gli assessori che si dimettono e quelli che arrivano. Il tutto mettendo sullo sfondo l’analisi delle cause del degrado e le idee per uscirne. Che la cosa sia voluta o meno l’effetto è quello di alimentare una generale insoddisfazione rancorosa e irresponsabile i cui sbocchi sono temibili.

Qualche avvisaglia si è avuta con l’ottuso boicottaggio della metropolitana da parte dei macchinisti i quali, di fronte alla richiesta di fare un orario di lavoro simile a quello dei loro colleghi di Napoli o Milano hanno deliberatamente sabotato il servizio. Rancore e rabbia irresponsabili che hanno suscitato altra rabbia da parte dei passeggeri a cui è stata resa la vita impossibile. Finora si è riusciti a non varcare il confine della violenza, ma ci si è andati vicini.

arrabbiatoRancore e rabbia irresponsabili anche da parte di cittadini che da anni vivono il degrado essendone in parte diventati attori e autori. Il trionfo dell’abuso, il premio al più furbo e al disonesto, l’avanzata del malfattore arrivato a tutti i livelli di potere nella vita cittadina sono andati di pari passo con l’allontanamento dalla legalità e dalle buone regole. L’assenteismo eccezionale e la bassa produttività dei lavoratori nelle aziende comunali fallite (AMA e Atac) e che solo la continua iniezione di capitali pubblici tiene in vita sono sempre stati lo specchio dell’abuso dei livelli dirigenziali. I fatti ne hanno dimostrato l’incapacità e l’attitudine predatoria, con risultati di gestione pessimi, ma con retribuzioni spropositate ottenute grazie alla connivenza di politici interessati solo a consolidare i propri feudi locali.

Il fatto è che il degrado parte sempre dall’alto e diffonderlo in basso serve perché divenga sistema di potere nel quale il grande abuso sia coperto dai mille piccoli abusi di un popolo di clienti legati dalla stessa cultura del disprezzo dello Stato e del saccheggio delle sue risorse.

illegalità di massaIl grande problema di Roma sta qui e vive della complicità di massa tra un popolo abituato a stendere la mano per chiedere favori e privilegi allo stato parallelo dell’illegalità e chi è stato capace di impadronirsi degli strumenti e delle risorse del potere pubblico.

Ovviamente non sempre è stato così e ci sono stati periodi migliori di questo, ma da anni le cose vanno peggiorando. Di fatto fino a ieri a Roma tutto era possibile con la corruzione e l’inchiesta “mafia capitale” ha mostrato solo in minima parte quanto il sistema fosse diffuso e potente.

No, davvero la discussione sul sindaco è veramente misera cosa e rischia di sviare l’attenzione dalla vera natura dei problemi che sono talmente profondi da scoraggiare chiunque. L’unica cosa certa è che la pulizia non si può fare se non c’è la lucida consapevolezza di dover smantellare un sistema di potere fondato su un blocco sociale e di interessi e di ricostruirne un altro che sia il suo opposto.

opinione pubblica romanaAncora una volta Roma si rivela specchio del Paese. Il problema dell’Italia non è lo sforamento dei limiti del deficit per la semplice ragione che tutti gli sforamenti del passato hanno prodotto uno sviluppo imbastardito e un immenso spreco di risorse. In questi giorni si denuncia il sottosviluppo del Mezzogiorno. Ebbene si guardi alla Sicilia e alla fine che hanno fatto i fiumi di capitali pubblici che sono stati bruciati nella fornace del sistema di potere che la governa. Quello è l’esempio di un cancro capace di divorare ben più di ciò che gli si somministra per alimentarlo.

Pensiamo di andare da qualche parte in questo modo? Da ogni parte si invoca un’autorità di governo che prenda in mano la situazione. Magari ci fosse e fosse libera dagli intrecci del passato. Per ora non c’è e in ogni caso non basterà se non ci metterà il suo impegno la maggioranza degli italiani.

Claudio Lombardi

La politica che ha fallito a Roma

Il Pd romano deve scontare molti peccati e sotto inchiesta interna e politica (per altri tipi di inchiesta ci pensa la magistratura) bisognerebbe mettere interi gruppi dirigenti lungo la linea Pci – Pds – Ds con l’aggiunta degli eredi del Psi e della Margherita che deriva da una parte della Dc. Per decenni hanno occupato il potere all’ombra delle giunte Rutelli e Veltroni e lo hanno mantenuto anche sotto Alemanno proseguendo indisturbati fino allo scandalo “Mafia capitale”. I responsabili sono loro e prima il Pd li individua e li emargina meglio è per tutti.

Ma concentrarsi sul Pd è fuorviante, ingiusto e inutile perchè si piega una vicenda di grande portata nazionale ad esigenze di lotta politica contingente. La verità è che a Roma non ha mai comandato una sola parte politica e i cosiddetti poteri forti romani sono sempre stati capaci di andare d’accordo con tutti. E poi “ mafia capitale ” ha preso il volo negli anni di Alemanno e tra gli arrestati ed indagati ci sono esponenti di vertice del centro destra. Lo stesso trasversalismo che vediamo nell’accoppiata Buzzi – Carminati si è realizzato ad ogni livello per decenni. Le mance corporative hanno tenuto buona la base sociale mentre ai piani alti impazzava l’arraffa arraffa.

Purtroppo anche ciò che di buono è stato fatto viene sepolto non solo dall’emergere dello scheletro del potere reale quanto dal fallimento del governo della città.

L’attacco adesso si concentra sulla giunta Marino quando è evidente che semmai questi è una vittima di gruppi di potere che pensavano di manovrarlo come un pupazzo. La realtà era quella che si è vista con “ mafia capitale ” con un’occupazione sistematica dell’apparato amministrativo e degli snodi fondamentali delle aziende dei servizi e delle società partecipate. Chi chiede le dimissioni di Marino dovrebbe sapere che era accerchiato dai gruppi di potere due anni fa non oggi.

Comunque chi paga il prezzo di questo sistema di potere costruito in tanti anni sono i romani che vivono male e ci mettono pure tanti soldi di tasca loro per le tasse locali. Basta girare per la città anche da semplice turista per rendersi conto dello stato dei servizi pubblici (basti vedere la pulizia della città e la gestione dei rifiuti) indegno di una capitale europea.

Diciamo la verità, i partiti a Roma hanno fallito, ma c’è pure tanta gente onesta e ci sono tanti cittadini che vogliono partecipare e prendersi cura del bene comune. È ora che la politica la rifondino loro

Vince Tsipras. E poi? Il problema di fondo delle sinistre

Tsipras SyrizaDiamo per certa la vittoria di Tsipras. La misura ce la diranno i conteggi dei voti tra poche ore. Il ragionamento che si vuole svolgere qui, però, prescinde dai risultati perché, quali che saranno le percentuali, la sostanza non cambia.

Tsipras e Syriza sono l’unica forza politica in grado di rappresentare la Grecia in uno dei momenti più drammatici della sua storia. Hanno trovato le parole giuste e si propongono di realizzare l’unica via d’uscita nel breve periodo al fallimento dello Stato greco. E poi è una forza nuova, nata nella crisi che dovrà fare i conti seriamente con i problemi di fondo del Paese che governerà. Comunque ulteriori sofferenze inflitte al popolo greco non risolverebbero i problemi, ma li rinvierebbero nel tempo.

Di fatto oggi la Grecia è tenuta in piedi dal denaro sborsato dalla BCE, dal FMI e dagli stati europei. È così dal 2012 quando il debito pubblico verso i privati fu tagliato di oltre il 50% e la Grecia si vide alleggerire di ben 100 miliardi di euro. I soldi dell’Europa arrivarono insieme alla prescrizione di misure di austerità particolarmente drastiche che colpirono con durezza il tenore di vita di milioni di greci. Non è servito a niente e la Grecia continua ad avere bisogno di capitali freschi che il suo sistema economico non produce. Il problema della Grecia, quindi, come anche quello di tanti altri stati europei, è quello di come rilanciare lo sviluppo economico e non di rispettare limiti di deficit o di arrivare a un pareggio di bilancio che da soli non hanno senso.

Per questo sbagliò la cosiddetta troika ad imporre i piani di austerità. Sbagliò sì perchè la Grecia degli anni precedenti allo scoppio della crisi (2009) era un paese che sperperava risorse che non aveva e non cresceva. Il livello di evasione fiscale era enorme, la corruzione diffusa e la spesa pubblica assicurava un discreto benessere e stipendi a buona parte della popolazione.

spesa pubblica GreciaBisognerebbe ricordarsi, però, che, fino allo scoppio della crisi, la Grecia godette della “luna di miele” dell’euro con un buon rating internazionale, prestiti in abbondanza e ridotti tassi di interesse. Un’abbondanza di risorse che oggi viene invocata come la chiave per risolvere tutti i problemi, ma che, in quegli anni, si rivelò incapace – in Grecia e in Italia – di portare vero sviluppo. Un’abbondanza che servì soltanto ai governi per rinviare la resa dei conti gonfiando il debito e usandolo per spostare sulle generazioni future l’onere di affrontare i problemi. Sarà questo il punto sì o no?

Oggi la battaglia di Syriza è per un nuovo taglio del debito pubblico e per misure che migliorino la condizione di vita dei greci. Persino la Germania sembra rassegnata a concedere una ristrutturazione del debito. Si è calcolato che nella fornace greca la sola Italia ci abbia messo in questi anni qualcosa come 50 miliardi di euro che sarebbero in gran parte perduti se la richiesta di Tsipras fosse accolta.  Probabilmente non sarà accolta, ma si concederanno dilazioni così ampie e tassi di interesse così bassi che i soldi dell’Europa prestati alla Grecia dovranno essere in gran parte dati per persi.

soluzione crisi grecaForse la cosa migliore sarebbe di fissare col nuovo governo il costo di un programma di rinascita e di soccorso; finanziarlo con ulteriori prestiti e poi rinviare alle “calende greche” il grosso del debito. E il tutto senza imporre condizioni che risultino penalizzanti per il popolo greco.

Magari sarebbe bene anche riconoscere il debito di gratitudine verso i paesi europei che hanno permesso alla Grecia di sopravvivere. I toni battaglieri di Tsipras tendono a nascondere questa semplice verità e i prestiti nella sua oratoria diventano un diritto del popolo greco che i poteri forti dall’esterno vogliono negare. Demagogia che serve per prendere voti e per “darsi la carica”, ma che non può essere la base di una politica.

Il ragionamento che si voleva svolgere qui, però, va oltre la svolta che si prepara in Grecia e intende prendere spunto dalla storia drammatica di questi anni per rivolgersi in particolare alla sinistra. Detto in due parole: fino a che è il tempo dell’abbondanza i problemi sono mascherati e la sinistra sembra non accorgersene contentandosi di qualche vantaggio per la sua base sociale in una logica di scambio che tende a legittimare ciò che accade ai piani alti della società.

risposte di sinistra crisiQuando l’abbondanza finisce, arriva l’emergenza e, ancora una volta, si mettono da parte i difetti strutturali del sistema. Magari si accettano sacrifici tentando di difendere le condizioni di vita della parte più debole della società. Oppure si pigia direttamente sul tasto della ribellione sociale per riavere ciò che la crisi si è portata via.

I problemi di fondo però si affrontano con difficoltà. Nel caso italiano c’è una parte della sinistra che prova a farlo con luci e ombre. In Grecia si è quasi costretti a puntare sul richiamo demagogico per raccogliere le forze necessarie ad una svolta. Ma il futuro come sarà? Il nodo cruciale sta sempre nello squilibrio tra entrate e spese e nell’uso che si fa del denaro pubblico. Inutile urlare contro il neoliberismo quando si dipende interamente dai prestiti internazionali e si vive a debito senza costruire nulla. Se si accetta che la spesa pubblica serva per coprire e alimentare un sistema di potere molto ampio che tocca anche gli interessi di fasce sociali rappresentate dalla sinistra, allora non si può esercitare una funzione di guida della nazione.

Se la sinistra si comporta come un sindacato delle proprie basi elettorali prima o poi i nodi vengono al pettine. Superare questa impostazione e porsi nell’ottica della difesa degli interessi della collettività sarebbe la strada giusta e il salto di qualità vero che serve alla sinistra per governare in tempi di crisi. L’alternativa è cercare di prendersela sempre con un nemico lontano e oscuro e tentare di tamponare le emergenze. Proprio quello che non funziona più.

Qualcuno dirà: ma, e la destra? No, la destra in Italia e in Grecia è impresentabile e improponibile. In altri paesi (Spagna, Germania, Francia, Regno Unito) è una cosa seria che va rispettata. L’unica speranza, per noi e, forse, anche per i greci può venire solo da una sinistra nazionale. Altrimenti c’è solo da attendere la prossima crisi

Claudio Lombardi

Auguri (di Claudio Lombardi)

cambiare strada in ItaliaPare che la crisi dell’ILVA di Taranto si avvii a soluzione con l’intervento dello Stato. Pare anche che la crisi di Termini Imerese sia stia risolvendo con la mediazione del governo. Le acciaierie di Piombino le ha comprate un gruppo algerino. Per la AST di Terni le cose sembra che si siano messe bene. I giornali scrivono che per Meridiana si profila una soluzione. (L’elenco è lungo, chi vuole può trovare qui una scheda completa www.repubblica.it/economia/2014/12/19/news/crisi_aziendali-103307729/?ref=HREC1-2)

La legge di stabilità è stata approvata. Con luci, ombre ed errori come tutti gli anni. I decreti sulla riforma del lavoro cominciano ad essere approvati (con tempi fulminei per le tradizioni italiane). Faranno bene? Faranno male? Vedremo. Intanto il reintegro ex art 18 sembra sia stato mantenuto. I contratti ai precari delle province sono stati prorogati.

proteste contro il governoTutto bene allora? Manco per idea. Innumerevoli problemi restano in attesa di soluzione e nessuno può pensare ci sia qualche magia per affrontarli tutti insieme. Così il pessimismo e l’arrabbiatura sono sempre possibili e ognuno può prendersela con chi gli pare. Noi italiani facciamo grandi battaglie di principio e sui simboli, ma poi dimentichiamo in fretta e non ci interessa più conoscere il seguito delle storie. È comprensibile, non possiamo trasformarci tutti in esperti di ogni cosa. Per ogni problema chiediamo una legge o un intervento risolutore del governo. Ma non ci accorgiamo che l’Italia affoga nelle norme di ogni tipo e che, ben più della norma, conta chi e come la applicherà. Probabilmente abbiamo già tutti gli strumenti che ci servono e abbiamo la potenzialità economica e finanziaria necessaria per usarli, Europa o non Europa. Chi cura l’informazione ci dovrebbe aiutare sempre non solo a protestare ed inveire, ma a capire le cause, quelle più vicine e quelle remote. Ci farebbe un gran bene tenerle sempre presenti e riconoscerle nei problemi che si manifestano spesso come emergenze “inaspettate”. Ci aiuterebbe a selezionare i migliori, i più capaci in ogni campo e ad affidare a loro gli incarichi più importanti. Ci aiuterebbe ad essere intransigenti quando serve e con intelligenza.

costituzione identità nazionaleCiò che accade oggi e da molti anni, invece, è l’esatto contrario e dal gran vocio che si leva nel confronto tra parti politiche, sindacali, correnti di opinione e quant’altro si muove nella società non si percepisce una base condivisa che ci identifichi come nazione, come stato democratico con una storia alle spalle. A distanza di 34 anni siamo ancora alla descrizione che Italo Calvino fece nel 1980 nel celebre “Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti” che inizia così:

“C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente cioè chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo d’una sua armonia.

Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perché per la propria morale interna ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito; anzi, benemerito: in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale quindi non escludeva una superiore legalità sostanziale”.

costruire futuro ItaliaEcco se qualcosa è cambiato da allora è cambiato in peggio perché oggi non si può nemmeno più parlare di gruppi convinti di interpretare il bene comune. Come le cronache giudiziarie dimostrano i gruppi di questi ultimi anni sono composti di predoni che hanno la sola legge del loro tornaconto personale. Predoni che, però, ricevono spesso il consenso di migliaia di elettori o che dispongono di clientele fedeli.

L’augurio che ci possiamo fare è che in un futuro (si spera non lontano) la prima legge che dobbiamo imporre a noi stessi, depositari della sovranità nazionale, è quella di non scegliere più i furbi, i disonesti, i corruttori e i corrotti quando si tratta di delegare il potere.

Poi di tutto il resto si può discutere – leggi, decreti, manovre, provvedimenti – ma viene dopo e se non cominciamo da qui ad ogni fine d’anno ci troveremo sempre a contare i danni

Claudio Lombardi

Cacciare la vecchia politica unica strada per risollevarci (di Claudio Lombardi)

Italia malataEcco la fotografia di un paese malato: la legge elettorale in vigore da otto anni dichiarata incostituzionale; una corruzione diffusa e sfrontata fatta di episodi grandi e piccoli con al centro una classe dirigente politica degradata e priva di senso dello stato e dell’etica pubblica; il livello di povertà cresce e tocca ormai milioni di italiani; i bilanci pubblici sono sempre più in sofferenza e le scelte politiche della maggioranza che governa inseguono proposte demagogiche come l’abolizione dell’IMU alle quali si sacrificano le poche risorse a disposizione.

Il quadro non potrebbe essere più cupo, la fiducia degli italiani non sa più in che direzione guardare e tutto l’impianto dei poteri costituzionali traballa sotto i colpi di una politica cieca e ottusa. Le responsabilità sono di tutti, ma c’è chi ha costruito un sistema del malaffare per favorire l’assalto allo Stato di gruppi di affaristi capitanati dal pregiudicato Berlusconi con il sostegno di ceti sociali protetti dal potere e abituati all’illegalità e c’è chi ha imitato o tollerato senza reagire con decisione alla degenerazione.

situazione cupaLa parabola del berlusconismo volge al termine e trascina con sé i sogni di chi si è fatto illudere, ma anche di chi si è adagiato in un sistema di potere abituato, per antica tradizione, a comprare il consenso e a compensare il dissenso.

Questo il nucleo centrale del problema Italia: un sistema di potere che viene da lontano, molto esteso, che ha usato per molti decenni lo Stato, gli apparati, le istituzioni, la spesa pubblica, la politica persino, per favorire alcuni strati sociali a danno di altri, per distribuire in maniera diseguale le risorse e per smorzare i contrasti sociali senza risolverli, ma compensando il dissenso.

debito pubblicoIl debito pubblico mostruoso e improduttivo visto lo stato delle infrastrutture, dei luoghi e dei servizi sociali italiani ha prodotto un danno che ora pesa su tutto noi, ma il danno più grande è stato il venir meno di un sistema credibile di governo della società che, infatti, si è “naturalmente” frammentata in mille pezzi ognuno in lotta con l’altro per accaparrarsi una parte delle risorse. In questa lotta la politica ha assunto il ruolo di Grande Mediatore mettendo in vendita pezzi di legalità in cambio di voti e di potere.

L’emblema di tutto ciò è il Mezzogiorno dove si presenta il quadro più brutale della degenerazione e dove l’intermediazione criminale è penetrata nei gangli del potere. il parossismo della spesa regionale in Sicilia è, forse, il caso esemplare da tenere sempre a mente per capire il baratro nel quale stiamo cadendo e dal quale non ci risolleveremo perché l’economia non ha più la possibilità di superare lo svantaggio terribile del sistema paese che è la vera palla al piede di ogni spinta allo sviluppo.

democrazia dei cittadiniCome risollevarsi?

L’unica strada è che la politica cambi sulla spinta di un grande movimento civile che imponga e sostenga una nuova rappresentanza nelle istituzioni elettive che sia la base, a sua volta, di una maggioranza di governo nuova. Una spinta che porti i cittadini a diventare loro stessi politica diffusa e corresponsabili delle scelte di governo sia attraverso la forma partito che con tutte le altre espressioni associative della cittadinanza attiva. Non si tratta di costituire nuove oligarchie, ma un movimento di massa che diventi opinione pubblica e cultura civile. Un movimento di cittadini, tuttavia, non può fare a meno di un progetto politico perché non si tratta di aggiustare dei meccanismi che funzionano da soli, bensì di ricostruirli e reindirizzarli.

Per questo la spinta non può che venire da una sinistra nuova che riscopra i valori dell’uguaglianza e della libertà e li accompagni con quelli della liberazione delle capacità dai vincoli del clientelismo, della corruzione e del corporativismo. Senza questa impronta di una sinistra nuova non sarà possibile una svolta vera, ma deve essere chiaro che una sinistra nostalgica di vecchi miti non servirà a nulla.

Così come stiamo l’Italia non può che scendere verso il basso e noi tutti siamo condannati ad impoverirci. L’unica alternativa è risollevarci cacciando via tutti i pesi che ci portiamo dietro da veramente troppi anni.

Claudio Lombardi

Basta retorica e finzioni: con Berlusconi non si può governare (di Claudio Lombardi)

basta BerlusconiL’articolo che segue è stato scritto un mese fa, ma anche se si fosse trattato di un anno o di cinque o di dieci anni fa la sostanza non sarebbe cambiata e sarebbe assolutamente attuale. La condanna definitiva di Silvio Berlusconi non interessa tanto la persona, ma il sistema e i metodi che hanno costituito lo scheletro del potere reale in Italia negli ultimi decenni.

Il problema è il berlusconismo manifestazione estrema e terminale (per le sorti del Paese) del clientelismo affaristico a impronta mafiosa e criminale che ha inquinato la democrazia italiana fin dalla sua nascita e che è esploso con il pretesto dell’anticomunismo. La conquista dello Stato e l’uso dei poteri pubblici a fini privati hanno segnato la prassi di governo fin dagli anni 50-60 e hanno selezionato una classe dirigente che è vissuta al di fuori delle regole riuscendo a coinvolgere milioni di italiani in quel sistema di illegalità di massa che costituisce un caso unico fra le democrazie avanzate.

Oggi tutto questo deve finire e non può esistere alcuna rinascita dell’Italia che non metta al centro questa svolta. Chi ancora continua a prendere in giro gli italiani con la favoletta delle riforme istituzionali senza nemmeno riuscire a cambiare la legge elettorale è colpevole al pari di chi predica e pratica la legge oligarchica di una casta di intoccabili al comando.

pulizia dal berlusconismoÈ ora che nasca fra gli italiani una ribellione civile prima che politica con la quale tutti facciano i conti. Nell’immediato è chiaro che questo governo finto fondato sulla farsa della retorica della responsabilità per nascondere la verità di un accordo di potere interno al vecchio ceto politico deve finire. Che il gruppo dirigente del PD dica cosa vuole e agisca di conseguenza se ne ha il coraggio e la capacità, altrimenti si metta da parte che l’Italia ha bisogno di politici nuovi.

“Piano piano i magistrati stanno ricostruendo il profilo criminale del capo del centro destra italiano negli ultimi venti anni. Se si pensa alle difficoltà che hanno dovuto superare, alla vera e propria guerra istituzionale, politica e mediatica che si è scatenata contro di loro da parte di un avversario proprietario del maggior partito di  governo restato ai vertici dello Stato per oltre un decennio, proprietario di tre reti televisive nazionali, di case editrici e di giornali, di un impero economico e finanziario, pronto ad usare ogni mezzo lecito e illecito per affermare il suo potere, punto di riferimento per ceti sociali e gruppi dirigenti che hanno dato l’assalto allo Stato e alle risorse pubbliche ricavandone enormi benefici in spregio a qualunque legalità. Se si ha ben presente cosa è successo in Italia negli ultimi venti anni si comprende che siamo in presenza di una svolta storica.

intreccio politica mafiaUna semplice consultazione di wikipedia dà l’idea di quale intreccio criminale e di potere si sia sviluppato intorno alla persona di Silvio Berlusconi. Le leggi fatte apposta per ostacolare o sopprimere i processi sono state l’espressione più significativa e più efficace di una guerra condotta non solo da lui, ma da una parte delle classi dirigenti per assoggettare la società italiana (istituzioni, cultura civile ed economia) ad un potere dispotico di puro sfruttamento dei pochi sui molti.

Un disegno di conquista che si è potuto sviluppare anche grazie alla “tolleranza” delle opposizioni che hanno finta di non vedere il lato criminale del berlusconismo e ne hanno privilegiato il volto istituzionale e politico costruito ad arte dagli strateghi di Publitalia per catturare il consenso degli italiani. Un’opposizione imbelle (e in parte collusa) ha pensato di aver a che fare con un avversario politico normale quando, invece, si trovava di fronte il prodotto estremo di un sistema di potere pluridecennale che si era forgiato nella complicità con la mafia e con buona parte della criminalità organizzata (banda della Magliana, camorra, ‘ndrangheta), che era passato per gli anni dello stragismo e del terrorismo di Stato, che aveva già praticato il saccheggio dei soldi pubblici sprecati e rubati a fiumi nel Mezzogiorno e nell’acquisto del consenso a suon di pensioni, indennità, finanziamenti a pioggia, assunzioni clientelari, abusivismo edilizio, distruzione del territorio e dell’ambiente. Un sistema di potere messo in crisi da Tangentopoli che trovò in Silvio Berlusconi la sua geniale via d’uscita.ideologia dei soldi

Il berlusconismo doveva significare lo spegnimento della lotta politica annegata nei modelli della società del piacere nella quale ad ognuno era consentito di sognare la sua personale conquista “del mondo” che tradotta in volgare significava semplicemente che ciascuno doveva sentirsi libero di farsi gli affari suoi senza più temere sanzioni o regole da rispettare.

L’epopea dei condoni e delle cricche di affaristi senza scrupoli (a tutti i livelli, dagli uffici circoscrizionali alla Presidenza del Consiglio), della corruzione è stata la vera ideologia del berlusconismo insieme con l’immagine finta fornita dalle sue televisioni ad un popolo a cui venivano indicate le vie del successo e dell’arricchimento facile. E se questi, ovviamente, non erano per tutti bastava l’esempio di chi ci riusciva e la sensazione che a questi si poteva chiedere di tutto liberi da condizionamenti legali, politici e morali senza dover più mascherare l’antica abitudine al clientelismo di un popolo mai diventato nazione.

corruzione-italiaSbaglierebbe oggi chi si soffermasse sui vizi del potente Berlusconi trascurando di comprendere il senso di una parabola che parla di Italia e di italiani e che spiega molto più di tante analisi economiche lo spread che ci divide dai paesi civili.

Se oggi la magistratura sta portando a conclusione alcuni processi e arrivano le prime condanne è perché il modello del berlusconismo ha fatto fallimento portando l’Italia alla bancarotta se non ancora finanziaria sicuramente istituzionale, etica e civile. Una reazione degli italiani è in corso e per questo le cose stanno cambiando.

Poco c’è da dire sul governo e meno ancora sui seguaci di Berlusconi. Sul governo si può solo sottolineare che il suo profilo emergenziale ne esce consolidato ovvero che appare sempre più chiaro che non può durare oltre alcuni provvedimenti per l’economia, per la macchina dello Stato e per andare a votare con una nuova legge elettorale. E non può durare soprattutto perché i seguaci del pluricondannato Berlusconi, dell’indegno ad ogni carica politica ed istituzionale, del corruttore dei giovani e della morale pubblica continuano a non prendere le distanze da lui identificandosi con la sua sorte. Perché lo facciano è un mistero; forse qui si sconta un’inclinazione tutta italiana alla faziosità o alla fedeltà al Capo di impronta mafiosa di chi resta nel gruppo fino a che il padrino non viene eliminato.

Qualunque sia il motivo questa fedeltà indica una cultura politica e un’ideologia della sopraffazione e dell’illegalità da combattere senza se e senza ma.”

Claudio Lombardi

L’Italia sul crinale (di Claudio Lombardi)

Gli avvenimenti di questi giorni ci dicono che siamo sul crinale. Possiamo andare avanti e imboccare la via d’uscita giusta per la ricostruzione dell’Italia o possiamo precipitare senza più freni nella crisi.

Italia bilicoI dati nudi e crudi parlano di un’economia che va male, di un popolo che sta arretrando verso condizioni di vita che erano state superate nel passato, di uno stato inefficiente e colonizzato da gruppi di potere e da affaristi che, nonostante l’azione della magistratura, hanno avuto il tempo di fare danni gravi. Le condizioni del Paese sono ben rappresentate dalle strade della capitale che, ad ogni pioggia, si sgretolano per l’incuria di anni, per una manutenzione sbagliata, per l’assenza di chi dovrebbe amministrare la città e invece la lascia andare in malora.

Non si tratta solo di errori contingenti però, dei politici e dell’amministrazione, si tratta del risultato di un indirizzo di governo che ha intrecciato i pubblici poteri con gli interessi privati di singoli, di gruppi, di partiti. E intanto le casse comunali sono vuote, mentre ancora si pagano gli effetti delle diverse “parentopoli” che hanno costellato gli anni di Alemanno con le quali si sono inzeppate di assunzioni clientelari le aziende dei servizi pubblici locali.

La capitale è la rappresentazione della condizione dell’Italia. Siamo sul crinale tra un arretramento ancora più profondo e devastante per la vita delle persone e un rilancio della voglia e della capacità di trovare strade nuove per l’Italia che produce e che esporta prodotti, stili di consumo e modelli di vita di qualità.

La genesi del declino parte da lontano e il berlusconismo è stato ed è il culmine del regime clientelare e spartitorio che ha dominato fin dalla nascita della Repubblica e che ha soffocato, sotto la guida delle classi dirigenti, la formazione di una cultura civile evoluta. L’arte di arrangiarsi è stata adattata ad ogni aspetto della vita nazionale e lo Stato ha rappresentato la preda da spolpare e uno scomodo impiccio da aggirare. Ormai, però, i soldi sono finiti e i tempi della crescita del debito pubblico per coprire le spese folli del sistema di potere e delle politiche pubbliche piegate alle clientele e ai gruppi sociali ed economici più forti non torneranno più. In un mondo globalizzato non torneranno più nemmeno le svalutazioni della lira inutili per crescere, ma essenziali per coprire con i bassi costi le arretratezze dell’economia.

Oggi dalla crisi non si esce senza l’Europa e senza un radicale cambiamento delle politiche e delle stesse istituzioni europee. Anche qui siamo sul crinale tra il restare in un sistema continentale integrato che può diventare una federazione di stati ed essere costretti ad uscirne e andare da soli al confronto con un mondo nel quale ormai sono in tanti a poterci superare.

I parlamentari del PDL davanti al Tribunale di Milano manifestano contro i magistrati che applicano le leggi rivendicando un trattamento “politico” e cioè l’immunità per Silvio Berlusconi su cui da anni pendono accuse gravissime per chiunque, ma silvio coppolainammissibili per un leader politico. In qualunque paese di democrazia occidentale Berlusconi sarebbe già fuori dalla vita politica per indegnità morale, i suoi processi si sarebbero da tempo conclusi ed egli starebbe probabilmente scontando le pene previste per i reati che ha commesso. In Italia, invece, siamo sul crinale tra affermazione della legalità e trionfo della politica malavitosa. Ci hanno provato per anni a far pendere la bilancia verso le cricche di potere, con ogni mezzo e disponendo di enormi risorse fra cui il controllo delle istituzioni e dell’informazione televisiva. Il controllo, la conquista dello stato: questa la posta in gioco, non l’arbitrio del capo delle cricche di fare il comodo suo circondato da giovani prostitute. Ed è una posta che interessa alcune migliaia di persone piazzate negli snodi del potere, e di quella finanza e quella imprenditoria che da molto tempo prosperano sulla spartizione delle risorse pubbliche. Altro che rivoluzione liberale, altro che mercato: Berlusconi è stato ed è il punto di riferimento di un mondo che opera a cavallo tra esteriorità formale e illegalità sostanziale e nel quale l’unica libertà riconosciuta e garantita a chi ci sta dentro è quella di fare quel che gli pare a spese della società intera.

Di voglia di cambiamento ce n’è tanta in giro e ancora non trova la strada giusta per esprimersi, né i gruppi dirigenti che sappiano comprenderla e indirizzarla. Siamo anche qui sul crinale fra una ventata di partecipazione che travolga posizioni incrostate dal tempo e dalle convenienze di carriere personali e un regresso nella rabbia cieca che vorrebbe travolgere tutto e che non sa dove andare e cosa costruire.

Il M5S è la grande novità delle elezioni, ma non sembra rendersi conto che l’autoreferenzialità di un movimento non strutturato e privo di responsabilità adesso deve cedere il posto ad un progetto di costruzione di un’Italia nuova. Fanno gli scontrosi e i dispettosi invece di dire “questo vogliamo e chi ci sta ci dia le garanzie di serietà e di trasparenza che sono necessarie e poi sperimentiamo una via nuova senza legarci a nessun patto che non sia quello con gli italiani”.in bilico

Ma questa è la prova di fronte alla quale sta pure il Pd anche lui in bilico e in grande, grandissima difficoltà a capire le caratteristiche nuove di una situazione che non aveva percepito o non aveva voluto vedere immerso com’era in un’opposizione stanca e ripetitiva nella quale venivano evitate sistematicamente le scelte forti e decise.

Siamo sul crinale ed esposti in molti punti. Si deve marciare con prudenza se non vogliamo precipitare, ma con passo deciso e con scioltezza: troppa lentezza, troppa incertezza irrigidiscono, il cammino diventa difficile e si rischia di scivolare giù.

Claudio Lombardi

Spending review ? sì grazie, ma seria (di Claudio Lombardi)

Con un debito pubblico che si avvicina ai 2000 miliardi di euro una vera revisione della spesa pubblica è inevitabile. Per due motivi: 1. Perché non avrebbe senso non chiedersi se il livello attuale della spesa pubblica corrisponde a risultati concreti, visibili e percepibili dai cittadini in livello e qualità dei servizi nonchè misurabili in termini di efficienza del sistema-paese; 2. Perché, appunto, i risultati del debito pubblico cioè come sono stati spesi i soldi finora, non sono visibili in alcun modo.

Questo secondo punto rinvia a due aspetti cruciali di come si sono strutturate le decisioni politiche e la loro attuazione in Italia: 1. La politica con i suoi meccanismi decisionali ha espresso un tipo di rappresentanza che ha usato le risorse pubbliche o i beni comuni controllati dai poteri pubblici (non solo soldi, ma anche territorio e ambiente e persino legalità) per premiare gruppi sociali o imprenditori o procacciatori di voti o raggruppamenti di interessi. Più che di disegni strategici di governo e di sviluppo del Paese si è trattato di redistribuzione di redditi (comunque ottenuti) in base alle convenienze del momento; 2. I cittadini sono stati in gran parte coinvolti in questo sistema di gestione del potere ricavandone vantaggi grandi e piccoli, leciti e illeciti. La gamma di tali vantaggi è vasta ed è giunta anche al mercanteggiamento dei diritti trasformati in moneta di scambio con la quale acquistare pace sociale o smorzamento delle pressioni rivendicative. L’opera corruttrice è arrivata dappertutto e ha permesso la costruzione di piccole e grandi rendite di posizione che facevano parte della coscienza collettiva che non è mutata in maniera radicale negli ultimi anni, anzi, forse, si è fatta anche più cinica . C’è stato un tempo, immortalato persino in alcuni film con protagonisti i “mostri sacri” della commedia all’italiana (Sordi, Manfredi, Gasman), che persino ottenere un certificato all’anagrafe richiedeva una raccomandazione.

Senza prendere atto di questo retroterra sul quale si è formata la convivenza civile degli italiani e il loro rapporto con lo Stato è difficile capire come siamo arrivati fin qui, è difficile cambiare strada, è impossibile risolvere la crisi con una nuova stagione di sviluppo.

I nostri problemi non giungono dagli USA o dall’Europa o dalla speculazione finanziaria o, meglio, arrivano anche da lì, ma sono ingigantiti dalla sclerosi di cui soffre l’Italia da decenni.

Per questo una revisione della spesa pubblica dovrebbe essere l’occasione di una presa di coscienza collettiva degli italiani che li porti a rifiutare il modello di sistema del passato e che faccia avanzare quelle opzioni politiche che propongono una rivoluzione civile che dia vita e spazio ad una nuova rappresentanza, ad una revisione della democrazia, ad un cambiamento drastico della politica.

L’opera del governo Monti può solo essere l’avvio di una transizione verso quel tipo di trasformazione, ma non può guidarla.

Per questo tutti i provvedimenti adottati dal governo in questi mesi stanno in bilico fra soggezione al vecchio sistema di potere e apertura ad un nuovo corso. Anche la spending review si colloca su questo crinale: alcuni elementi di novità, tanta prosecuzione di politiche vecchie. Fissare un obiettivo di pareggio di bilancio, decidere la cifra che serve per arrivarci e, quindi, rivedere la spesa per tagliarla di quel tanto che basta è uno schema ben conosciuto e praticato che non ha mai risolto niente; al massimo ha permesso di svoltare il momento di crisi rinviando l’aggressione ai problemi di fondo e ai meccanismi malati che si sono, infatti, riattivati sempre creando le condizioni per nuovi interventi.

L’Italia è un paese ricco che produce reddito e che, nonostante il suo sistema di potere, nonostante la mancanza di una cultura civile unificante, nonostante la lontananza fra cittadini e Stato e il rapporto degenerato che ha fatto di quest’ultimo il bancomat per ogni genere di spinta corporativa, nonostante una presenza pervasiva di poteri criminali in grado da tempo di controllare parte dell’economia e della politica, nonostante tutto ciò è riuscito a restare una delle potenze economiche mondiali. Quasi un miracolo.

Ma oggi il sogno è finito, l’incantesimo non si può più ripetere. L’ex terzo mondo ha sviluppato una potenza economica e un dinamismo incomparabili con la paralisi di un paese come il nostro. Non c’è più spazio per svalutazioni competitive e non ci sarà più un surplus di ricchezza da redistribuire. Al massimo si potrà tirare a campare accettando una riduzione del nostro tenore di vita tutto incluso (capacità di spesa, redditi medi e bassi, servizi pubblici) e una lotta ancora più feroce dei gruppi privilegiati per ritagliarsi fette di ricchezza.

Che fare allora? In democrazia l’unica cosa sensata è che avanzi quella parte dei cittadini più cosciente dell’urgenza di un cambiamento e sappia generare una nuova classe dirigente cominciando ad aggregarne pezzi da subito sia a livello territoriale sia nelle sedi di comunicazione e di formazione delle opinioni. Questo è il grande compito che spetta ai movimenti che animano la società italiana. Ed è il terreno sul quale bisogna incontrare il meglio della politica sopravvissuta a decenni di corruzione. Bisognerebbe riuscire a far diventare l’Italia un gigantesco laboratorio politico e civico per il cambiamento. Allora si potrebbe ricostruire su nuove basi.

Claudio Lombardi

Un passato che non passa e un futuro che non viene: in balia del declino (di Lapo Berti)

Punto 1. Diciamo subito la cosa che più conta. L’Italia non è vittima di una crisi economica venuta dall’esterno, per colpe e responsabilità non sue, come recita una vulgata variamente condivisa e colpevolmente diffusa dal mondo politico. Certo, c’è anche questo e pesa. Ma l’Italia è, prima di tutto, presa nelle spire di un declino che sta progressivamente soffocando la sua vita economica. Non è un processo iniziato ieri e nemmeno l’altro ieri.

E’ l’approdo sciagurato di una trasformazione del paese che non c’è stata, a causa di un sistema politico incapace di esprimere una visione strategica e di un ceto politico incapace di riformarlo. Quella metamorfosi possibile e necessaria, che il nostro paese aspetta da almeno un trentennio, è stata sostituita da una degenerazione progressiva della vita pubblica, colonizzata e asservita da poteri privati che si sono fatti sempre più arroganti e predatori, assecondati da un ceto politico sempre più succube, corrotto, e disponibile ad anteporre l’obiettivo della propria sopravvivenza a qualunque accezione del bene pubblico.

Punto 2. Il declino dell’Italia, a partire dal suo sistema economico viene da lontano. Inizia con la fine del modello di economia mista cui si devono gli anni del miracolo economico. Quel modello aveva le sue radici nel corporativismo fascista che si era tradotto in un poderoso apparato economico pubblico guidato da una tecnocrazia abile ed efficiente. Passata la guerra quel modello fu mantenuto, si sviluppò con la grande espansione delle partecipazioni statali e delle banche pubbliche e riuscì a realizzare, negli anni ’50 e ’60, la ricostruzione del Paese.

Negli anni ’70 finì quella fase; il sistema politico non ebbe evoluzione perché congelato dal contesto della guerra fredda con le stesse forze politiche “condannate” a governare per tenere lontani i comunisti dal potere e si crearono le condizioni perché la stagnazione del sistema cominciasse a produrre i germi della corruzione che avrebbero impedito all’Italia di diventare un paese normale.

All’inizio degli anni ’90 Tangentopoli non fu la prima, ma l’ultima manifestazione della degenerazione del modello di economia mista incentrato sul sistema delle banche e delle grandi imprese pubbliche. A capo di quel sistema si affermò un ceto politico che trovò nella capacità di sfruttarne tutte le opportunità (in termini di ricchezza e di potere) il terreno di un’alleanza con una parte del mondo imprenditoriale, con i gruppi dirigenti degli apparati dello Stato e con i vertici delle aziende pubbliche. Questa alleanza è stato finora il nucleo duro del blocco di potere che ha gestito un sistema ormai privo di regole e basato sull’impunità dei gruppi di comando. La componente sociale che si raggruppò intorno al blocco di potere fu costituita da quei gruppi sociali che ricavarono cospicui vantaggi in termini di redistribuzione del reddito (realizzata anche con l’evasione fiscale e con benefici di vario tipo tutti  a carico della spesa pubblica). Questo intreccio definisce la specificità del caso italiano.

Punto 3 . Per questi motivi anche ammesso (e non concesso) che qualche governo tecnico ci porti fuori dalla crisi, il nostro destino resterà inscritto nella traiettoria del declino le cui cause risiedono in primo luogo nell’inadeguatezza del sistema politico, prima ancora che nell’arretratezza del sistema economico.

I “luoghi” di incubazione del declino sono presto individuati: la grande industria pubblica che ha prosperato in regime di monopolio all’ombra delle maggioranze di governo; i servizi pubblici locali, riserva di caccia dei potentati locali; una parte dell’economia privata, abituata a vivere in simbiosi con il potere pubblico; una parte consistente del mondo delle professioni; gran parte della classe politica resasi inamovibile con la manipolazione delle regole del sistema democratico e con l’uso distorto della spesa pubblica.

Punto 4 . Anche le parti più dinamiche e più sane della società e dell’economia italiana, sono state costrette a rinunciare ad esprimere una nuova classe dirigente e a porre le basi di un nuovo sistema-paese. In questo modo si è imboccata la strada della conservazione rinunciando a quei cambiamenti che avrebbero dovuto mettere l’Italia in condizione di affrontare le sfide della globalizzazione. Il vecchio modello di economia che ha funzionato fino agli anni settanta è morto e sepolto, ma il blocco di potere che con esso si è formato e che gli è sopravvissuto tiene ancora in mano le sorti del paese e, soprattutto, impedisce che si formi un nuovo blocco sociale, capace di portare a compimento la modernizzazione della società e dello Stato e il passaggio a un modello di economia che renda sostenibile il capitalismo.

Punto 5 . In questi giorni la politica italiana travolta dagli scandali, delegittimata dall’incapacità e dall’inefficienza, svuotata di ogni capacità d’iniziativa e, soprattutto, dell’energia necessaria a produrre una svolta capace di rigenerarla, sembra quasi in attesa di qualcuno o qualcosa che ne decreti ufficialmente la fine e la esegua. Passaggio non facile, a oggi piuttosto improbabile. E’ tutta qui la drammaticità del momento: un passato che non passa e un futuro che non viene.

La cosa più probabile è anche la meno attraente e, alla lunga, la più dannosa: una deriva senza rotture, ma anche senza prospettive. Il paese continuerà a galleggiare tenuto in vita da tentativi sempre più velleitari di realizzare aggiustamenti di sistema privi di una strategia e faticosamente sorretto dalle energie di quelli che non si arrendono, ma che non hanno ancora il potere di guidare un vero cambiamento.

Punto 6 . L’unica speranza sta in una rigenerazione dal basso, di cui qualche segno si vede: una mobilitazione di energie nuove, di figure sociali non rappresentate, che sappia investire la classe politica attuale e spingerla ai lati della storia per ritrovare un cammino di crescita, civile e culturale prima ancora che economico. Solo una classe dirigente nuova, giovane e dinamica può concepire il cambio di passo e di paradigma che è necessario per sottrarsi alla morsa micidiale di un declino che è ormai inscritto nel destino che noi stessi abbiamo contribuito a determinare e che solo noi possiamo tentare di rovesciare. C’è un bisogno drammatico e urgente di ricambio della classe dirigente che investa tutti i settori, dalla politica alle rappresentanze sociali, agli apparati pubblici, al sistema economico. Ma una nuova classe dirigente non emerge e non si afferma nel vuoto di una crisi. Può solo essere sospinta da una convergenza d’interessi fra tutte le forze che puntano sulla modernizzazione del paese e sul rinnovamento del suo modello economico e sociale. Un evento che all’orizzonte ancora non si vede.

Lapo Berti (una più ampia analisi su www.lib21.org)