Il sistema Italia è anche questo: la Sicilia

Parlare male del sistema Italia facendo l’esempio della Sicilia è diventato quasi un luogo comune. Purtroppo è un luogo comune che mostra uno “spaccato” di come funziona il nostro Paese che ci dovrebbe scuotere nel profondo. Magari è proprio quello che accade, ma il radicamento è così profondo che i cambiamenti appaiono sempre molto blandi.

Facciamo dunque cosa utile ripercorrendo un articolo che al caso siciliano dedica Paolo Mieli sul Corriere della Sera di pochi giorni fa. Il titolo è già ampiamente descrittivo “La Sicilia delle tasse perdute e dei soldi pubblici svaniti”, ma il contenuto è assai interessante.

sprechi regione SiciliaMieli ricorda la vicenda dell’ente per la riscossione delle tasse nell’isola balzato all’attenzione delle cronache per la testimonianza del suo amministratore di fronte alla Commissione antimafia. Di che si tratta? È presto detto: «Riscossione Sicilia» nel 2015 avrebbe dovuto incassare 5 miliardi e 700 milioni di euro e, invece, ne ha incassati solo l’8%, 480 milioni. Un anno, solo un anno che si aggiunge agli altri di mancati incassi per un totale di 52 miliardi di buco. Possiamo dire 52 miliardi di ulteriore evasione fiscale?

Giustamente Paolo Mieli si augura che a Bruxelles non si siano resi conto di niente nel momento in cui l’Italia reitera le sue richieste di flessibilità ossia di aumento del deficit.

Identico auspicio lo formula in relazione ad altri “incantesimi” che si fanno nella regione Sicilia che producono tutti lo stesso effetto: la sparizione dei soldi pubblici. Ecco qualche esempio che non pretende di essere esaustivo, ma soltanto una veloce carrellata sul disastro.

Innanzitutto un dato generale: negli ultimi quattro anni l’indebitamento della Regione è cresciuto del 40%. Scendiamo poi nel dettaglio.

falsi invalidiIn Sicilia con un dodicesimo della popolazione italiana risultano esserci un settimo dei non vedenti dell’intero Paese. Epidemia di cecità? No perché il problema non è soltanto della Sicilia poiché nel Sud vengono corrisposti il 44,8% dei trattamenti di invalidità sul totale nazionale pur essendo la popolazione solo il 34,4%. In pratica se si rispetta la media nazionale vi sono all’incirca 445.000 invalidi in più. Non proprio una novità se un importante leader della DC rivendicò tanti anni fa il “diritto” del Sud di essere compensato per il mancato sviluppo con generose dosi di assistenzialismo pubblico.

Andiamo avanti con i “dettagli”. Su 15.000 dipendenti regionali vi sono 2.800 dirigenti sindacali più 2.900 che beneficiano della legge 104. Risultato: circa un terzo dei dipendenti della Regione Sicilia non possono essere trasferiti e godono del diritto di assentarsi dal lavoro.

La Regione eroga ben 16.500 trattamenti pensionistici compresi i vitalizi ai familiari dei deputati regionali anche se lo furono solo per brevi periodi. Viene citato l’esempio della figlia di un deputato regionale che settant’anni fa fece un mandato di circa quaranta mesi. Ebbene dal 1974, alla morte del padre, questa signora incassa un vitalizio di oltre duemila euro al mese.

spreco denaro pubblicoPaolo Mieli si augura che l’Europa non si accorga anche del “drammatico” incremento dei disabili gravi che, nel giro di due anni, sono passati da 1.500 a 3.600. Con il record assoluto di Giarre che ha visto un incremento del 3.500%.

L’auspicio si estende al dato clamoroso della spesa per l’acquisto di materiale informatico e tecnico arrivata a un miliardo e 700 milioni mentre la stessa in Lombardia è stata nel 2016 soltanto di 112.000 euro. Difficile, però, immaginare che l’Europa non si accorga dei famosissimi forestali siciliani (23.000 la più alta percentuale mondiale in rapporto a popolazione e superfici boschive) che costano 250 milioni di euro l’anno. Tra l’altro una parte dei suddetti forestali, secondo una rilevazione della stessa Regione, sono stati assunti pur avendo condanne definitive per crimini contro il patrimonio (tra cui l’incendio doloso) e persino per associazione mafiosa.

Ovviamente la conclusione di Paolo Mieli è che se l’Unione Europea si rendesse conto di come funziona il sistema italiano in Sicilia e in generale nel Sud forse non potrebbe prendere sul serio i nostri solenni impegni per il contenimento della spesa pubblica.

Per noi italiani il problema è più serio della sfiducia di Bruxelles perché la dissipazione delle risorse pubbliche fa capo ad un sistema di gestione del potere che stringe in un blocco sociale e culturale una buona parte della popolazione specialmente al Sud. E questo è uno degli aspetti più drammatici del caso Italia. Molto se ne è parlato, ma forse lo si è soltanto incrinato, non certo sconfitto

Claudio Lombardi

L’ autocritica di Renzi è necessaria

Un articolo di Ezio Mauro su Repubblica di oggi affronta la questione cruciale di come Matteo Renzi ha gestito il suo potere sia nel Pd che alla guida del Governo. Si toccano limiti, criticità e debolezze dei quali è giusto parlare e sarebbe bene che l’ autocritica di Renzi precedesse il rilancio della sua leadership. Sarebbe una grande novità e un segno di forza perché indicherebbe la capacità che egli stesso rivendica di imparare dall’esperienza. Una parte dell’opinione pubblica desidera il leader sicuro di sé e superiore a qualunque errore nonché anche lievemente autoritario e possibilmente anche padrone del suo partito. uomo solo al comandoL’uomo solo al comando è una tentazione che ricorre e non solo in Italia. Piace a molti che il Capo comandi e non risponda ad alcuna critica. A molti altri, però, piacerebbe che si ammettessero gli errori e si ripartisse su basi nuove perché i Capi di solito portano popoli e adepti alla rovina perché li legano alle loro sorti personali.

Vale la pena pertanto di seguire il ragionamento di Ezio Mauro.

“I nodi non sciolti negli anni del comando stanno soffocando Matteo Renzi oggi, nei mesi della sconfitta, e ciò che più conta rischiano di trascinare a fondo con lui l’intera parabola del Pd, tra scissioni, tesseramenti gonfiati, avvisi di garanzia. Sono nodi politici e giudiziari, riassumibili in un unico concetto: il groviglio del potere cresciuto intorno all’ex presidente del Consiglio, che lo ha coltivato o tollerato nell’illusione di proteggersi, fino a restarne imprigionato.
È infatti la concezione del potere del leader che merita fin d’ora un giudizio …”

Il punto per Mauro non è l’esito del procedimento giudiziario che seguirà la sua strada, ma mettere in evidenza che “il meccanismo di controllo e influenza che ha creato intorno a sé, nominando uomini di provata fedeltà personale nei centri più sensibili del potere pubblico” ha lasciato “germogliare filoni di interesse privato che intersecano quei punti decisionali”.

sistema ItaliaL’errore di Renzi, dunque, è stato quello di aver limitato la scelta delle persone alle quali attribuire incarichi di responsabilità ad una cerchia ristretta legata da relazioni di amicizia o di provenienza territoriale.

Secondo Ezio Mauro qui si scorge una “sindrome minoritaria di leader che non riescono a liberarsene nemmeno quando conquistano la maggioranza”, una sindrome che impedisce di ricercare l’egemonia e spinge a puntare solo sulle persone più fidate. Il “vero limite di Renzi è stato di ambizione: pensare eternamente a proteggersi dai colpi e a colpire invece che a convincere e conquistare. Con un progetto capace di presentare una nuova sinistra come leva del cambiamento di un Paese in crisi, in un discorso di verità, tenendo insieme le eccellenze e le sofferenze italiane, in un nuovo disegno di società. Un disegno in cui si riconoscano tutte le anime della sinistra italiana, nella legittima e libera interpretazione che il leader del momento è chiamato a dare, facendosi però carico di una vicenda comune, di storie personali, di una tradizione che parla a un terzo del Paese”.

mobilitazione dei miglioriQuesto è stato il vero limite di Renzi come segretario del Pd che, identificandosi con un governo di coalizione e basato su una maggioranza che non era uscita dalle elezioni con quel programma, ha condotto il partito a non avere un suo ruolo propositivo e critico.

Ezio Mauro ricorda la critica rivolta dal suo giornale in un’ampia intervista resa ai primi dell’anno sulla scelta dei “fedelissimi fiorentini per guidare la macchina governativa”. Critica cui si aggiunge oggi una domanda precisa: “perché non pretendere che quando si ha l’onore di guidare la sinistra e la responsabilità di presiedere il governo i propri familiari si astengano da affari che riguardano il potere pubblico?”

Ezio Mauro ha ragione, ma la critica che rivolge a Renzi avrebbe potuto farla con sfumature ed intensità diverse anche nei confronti della maggior parte dei Presidenti del Consiglio o leader di partito che si sono succeduti negli ultimi decenni. Dire che Renzi avrebbe dovuto cercare i migliori senza preoccuparsi che fossero anche i più fedeli significa considerarlo alla stregua dei ricostruttori del Paese dopo la seconda guerra mondiale. In effetti soltanto negli anni ’50 e ’60 accadde che l’Italia produsse uno sforzo che travalicava le fedeltà di partito e di corrente mobilitando le migliori energie. Senza dimenticare però che ciò avveniva con un ferreo controllo dello Stato da parte della Dc e dei suoi alleati e sotto l’ombrello militare degli Usa.

cambiamentoIn effetti ciò che Mauro sembra chiedere a Renzi può essere inscritto in quel progetto di ricostruzione di un partito di governo di centrosinistra – citato nell’articolo – che unifichi  tutte le anime non solo della sinistra (perchè Ezio Mauro si limita alla sinistra che c’è come se fosse per definizione la raccolta delle energie migliori?), ma si apra anche alle migliori culture politiche, civili e di governo a prescindere dalla loro collocazione partitica.

Ora che Renzi si ripropone come segretario del Pd con l’ambizione di tornare a guidare il Governo trasmettere il senso di una svolta nella gestione del potere è fondamentale. Ma la sfida più ambiziosa sarebbe lanciare un progetto per l’Italia che superi limiti e debolezze del suo sistema (economico, sociale, istituzionale). Limiti e debolezze che si sono intraviste anche nell’affare Consip. Il triennio di governo Renzi non si è concluso bene, ma le esigenze alle quali voleva rispondere quel progetto stanno ancora tutte lì e non sarà certo un governo di populisti, nazionalisti e delle destre a dare le risposte giuste.

Quindi l’autocritica è necessaria, ma per ripartire

Claudio Lombardi

Solo questione di deficit e di spesa pubblica?

I funzionari della Commissione europea stanno per iniziare le loro verifiche negli uffici del Ministero dell’economia. La lettera con le osservazioni di Bruxelles sulla manovra di bilancio sta arrivando. È di ieri, domenica, la pubblicazione dell’intervista del ministro Padoan con la quale si indica un’alternativa netta: “L’Europa deve scegliere da che parte stare. Può accettare il fatto che il nostro deficit passi dal 2 al 2,3% del Pil per far fronte all’emergenza terremoto e a quella dei migranti. Oppure scegliere la strada ungherese, quella che ai migranti oppone i muri, e che va rigettata. Ma così sarebbe l’inizio della fine”. Le carte sono in tavola. Ancora non si può dire se si stia andando verso una contrapposizione tra Commissione e governo italiano o se si stia svolgendo un gioco delle parti necessario per far passare la legge di bilancio così com’è, ma facendo finta di arrabbiarsi in modo da non scontentare le opinioni pubbliche dei paesi “virtuosi” cioè della Germania.

confronto-europa-italiaLa materia del contendere è il deficit di bilancio che anche quest’anno non scenderebbe come pattuito e come l’Italia si era impegnata a fare. Sotto accusa, ancora una volta, sono le regole dell’austerità imposte dal Fiscal Compact e inglobate nella nostra Costituzione ormai da quattro anni che imporrebbero di tendere al pareggio di bilancio al fine di ridurre il debito.

Messa così è evidente che quelle regole che un po’ tutti abbiamo accolto come un benefico vincolo esterno che ci avrebbe forzato la mano (ma che ci avrebbe fatto bene), sono stupide cioè sbagliate e dannose. Lo sono perché ingessano la funzione propulsiva della finanza pubblica in parametri troppo rigidi per adattarsi ai periodi di crisi. E noi, per dimostrare la nostra buona volontà ai mercati che ci stavano aggredendo, le abbiamo pure inserite in Costituzione.

L’unica azione sensata sarebbe cambiare il Fiscal Compact e creare una unione fondata sulle politiche e su un bilancio dell’eurozona con tanto di ministro del tesoro comune. È ciò che caldeggia anche Mario Draghi da un po’ di tempo ed è una gran bella idea. Chissà se mai ci si arriverà. Certo è che se le cose non cambiano l’euro non potrà sopravvivere, perlomeno nella sua attuale estensione. Non è certo, ma è una probabilità che comincia ad essere presa sul serio dagli analisti.

fiscal-compactIl ragionamento potrebbe chiudersi qui magari aggiungendo solo il pieno sostegno all’impegno di Renzi e di Padoan per allargare i limiti entro i quali deve muoversi il nostro bilancio.

Però siamo sicuri che non c’è nient’altro da dire? No c’è molto altro perché l’Italia ha un problema tutto suo che è rappresentato dalla montagna del debito pubblico e dal suo rapporto con un Pil che non cresce. Si dice sempre che l’elasticità del deficit è la condizione fondamentale per la crescita dell’economia. Si ricorda ad esempio che gli Usa di Obama negli anni cruciali della crisi hanno superato il 10% di deficit e così sono riusciti a frenare la discesa e hanno conquistato un ritmo di crescita del Pil che l’Europa se lo sogna. E noi? Se noi potessimo sforare di quanto vogliamo, anzi, se non avessimo alcun limite ci svilupperemmo a ritmi cinesi? Ma per carità, nemmeno in sogno ce la faremmo.

A differenza degli Usa e anche della Francia e della Spagna che sforano allegramente da anni abbiamo qualche piccolo problemino perché il declino della crescita cioè della produttività dura da molto tempo. E l’inefficienza del sistema Italia è diventata una palla al piede che ci blocca. Purtroppo senza Pil resta solo il deficit che si trasforma in debito che deve essere rinnovato continuamente. Per la spesa corrente sia chiaro. Già adesso ogni anno dobbiamo prendere in prestito qualcosa come 400 miliardi di euro ed è solo grazie alla tutela della Bce e alla solidità dell’euro che la spesa per interessi non ci divora.

spesa-pubblicaInutile illudersi: non è spendendo e spandendo che potremo risollevare le nostre sorti. Dobbiamo avere il coraggio di rottamare un sistema che non funziona che si chiama innanzitutto spesa pubblica e pubbliche amministrazioni e che si tira appresso anche una società disunita sui valori fondamentali e una cultura civile quanto meno carente.

Si è parlato tanto di spending review e quando in qualche talk l’ospite di turno vuole fare bella figura si mette sempre ad invocare gli investimenti e il taglio della spesa improduttiva. Molto facile dirlo nei salotti televisivi, tanto non bisogna mica farlo sul serio. Renzi che era partito con la parola d’ordine della rottamazione ha dovuto frenare i bollenti spiriti perché il sistema Italia, (fatto anche di tante isole di eccellenza, sia chiaro), nel suo complesso è capace di sgretolare le migliori intenzioni.

Qualcuno che vede Renzi come il fumo negli occhi (due nomi secchi: Bersani e D’Alema) ha avuto il potere in anni lontani e più recenti e non è riuscito a cambiare un granchè. Anche qualcuno che esibiva una grande ammirazione per Renzi (Berlusconi tanto per non fare nomi) e molta amicizia e oggi gli da’ contro ha avuto tutto il potere nel nome di una rivoluzione liberale che nemmeno dipinta si è vista. Insomma un altro po’ di spesa pubblica può servirci per non affogare, ma stiamo sempre in alto mare

Claudio Lombardi

I limiti del sistema Italia secondo Susanna Tamaro

Tempo fa sul Corriere della sera comparve un articolo firmato da Susanna Tamaro che, accantonati per un momento i panni della scrittrice di successo, si mise a parlare dei limiti del sistema Italia che aveva riscontrato nella sua esperienza di vita reale nella piccola Umbria.

L’Umbria che “non è una landa desolata, devastata dalla malavita. È, o almeno era, una regione baciata dalla fortuna. Gode di un grande patrimonio storico artistico, oltre che di un paesaggio incantevole … ancora integro e pieno di fascino, di una natura collinare e montuosa che sarebbe il paradiso per le piccole coltivazioni di qualità e per il turismo verde”. Allora, si domandava, “come è possibile questo stato di gravissima sofferenza economica e di inerzia produttiva?

cura vignetiProprio dall’osservazione del territorio la Tamaro cominciava ad evidenziare alcuni tratti del “modello italiano” che non riguardano sicuramente solo gli esempi riportati nel suo scritto. E cosa vede? Uliveti non più curati, vigneti lasciati “malinconicamente inselvatichire” perché “per un privato, possedere un uliveto, spesso ereditato, è ormai una vera maledizione. La raccolta delle olive è un’operazione lunga e faticosa e, fino a qualche anno fa, era possibile unicamente grazie alle grandi famiglie e alle comunità del posto che si rendevano disponibili a dare una mano. Ma ora non è più fattibile. Per legge, infatti, sui propri terreni possono lavorare soltanto i parenti strettissimi, padri e figli. Qualsiasi altra persona, lontano cugino, amico, vicino di casa, deve essere regolarmente retribuito. Così, chi chiamava gli amici a raccogliere le olive, regalando alla fine parte del raccolto per farsi l’olio non lo fa più perché rischia una multa in grado di abbattere un bilancio familiare. Produrre l’olio per trarne un guadagno dalla vendita è possibile forse ormai soltanto a chi possiede enormi estensioni di olivi e macchine in grado di effettuare la raccolta”.

lavoro nero campiTutti capiamo che l’intenzione è quella di contrastare il lavoro nero, ma, il problema vero è quello creato dalla “pletora di leggi, leggine, controleggi, balzelli, ordinanze, contro ordinanze gestite da un gran numero di enti spesso in contrasto tra loro — Comunità Montana, Forestale, Asl, Provincia, Regione, ministero dell’Agricoltura, Unione Europea e chi più ne ha più ne metta — che attuano degli ossessivi controlli degni di uno Stato totalitario. Controlli che avrebbero il fine ultimo di circoscrivere gli abusi ma che in realtà servono soltanto ad esasperare e a legare le mani a chi vuole intraprendere qualcosa, mentre i disonesti, i veri criminali, continuano a fare indisturbati quello che vogliono: frodi alimentari, caporalato, sottrazioni truffaldine all’Europa, ecc.”

Altro settore stesso problema. Il caso è quello dei piccoli artigiani (parrucchieri, falegnami, fabbri) che vogliano insegnare il loro mestiere a giovani apprendisti.

Anche in questo caso leggi e regolamenti prescrivono il rispetto di regole severe messe a tutela della salubrità dei luoghi di lavoro e dei diritti dei lavoratori, ma il cui peso è eccessivo per figure professionali che non possono permettersi di rispettarle e, quindi, preferiscono non accogliere alcun apprendista e non crescere. Il sistema Italia prevede sempre tante norme scritte a tavolino, ma senza preoccuparsi del loro effetto reale.

leggi e burocraziaNon si tratta, però, solo di esperienze di altri perché l’autrice dell’articolo parla anche del suo caso personale. “Io stessa gestisco una piccola attività turistica e questo mi ha permesso di capire le vere ragioni della paralisi della società italiana molto più di un saggio di economia o di un summit di specialisti sulla crisi. Bisogna provare a fare le cose nel nostro Paese per toccare con mano l’impossibilità di farle”. Infatti “per ottenere un semplice certificato dalla Comunità Montana dell’Umbria — ma non erano state abolite? — ho dovuto aspettare più di un anno e se alla fine sono riuscita ad ottenerlo è solo grazie a qualcuno che conosceva qualcuno che, a sua volta, conosceva qualcuno… Non averlo ottenuto in tempo, naturalmente, mi ha danneggiato ma di questo danno non posso rifarmi in alcun modo”. …. E non finisce qui.

Il racconto prosegue: “sono andata al Consorzio Agrario per comprare i prodotti per il trattamento primaverile del frutteto, della vigna e dell’uliveto e ho scoperto che non potevo più farlo. Non sto parlando di prodotti tossici — per cui c’è stato sempre giustamente l’obbligo di un patentino — ma di sostanze umilmente arcaiche come la poltiglia bordolese e l’olio minerale. Per decisione del ministero, ora per comprare il verderame bisogna frequentare un corso che dura tre giorni e costa 200 euro, con relativo esame finale”.

susanna tamaroLa conclusione è amara. “Come avrebbe fatto il Paese nel Dopoguerra a risorgere se tutti avessero dovuto combattere con le infinite e assurde leggi imposte da questo Stato che tra un po’ vorrà decidere anche di quanti centimetri sarà il fazzoletto in cui dovremo soffiarci il naso? L’Italia è un Paese popolato per la maggior parte da persone oneste, di buona volontà e di grande inventiva. Le aziende familiari, le piccole realtà sono state, fino all’arrivo della crisi, l’intelaiatura sana della nostra società. Ma ora non è più così e pare che la politica, al di là dei programmi e dei proclami, non se ne voglia accorgere. I falegnami vanno in pensione e chiudono, così come i fabbri, senza lasciare eredi. Le campagne sono in stato di degrado e di abbandono. Il numero sempre più alto di ragazzi che lasciano l’Italia dovrebbe rendere insonne qualsiasi politico. Perché qui non si parla solo di cervelli in fuga — quelli sono già andati tutti — ma anche di braccia e di gambe”.

La responsabilità è “dell’ottusità di un apparato statale che tratta le persone oneste e per bene come possibili truffatori e resta per lo più inerme verso i veri delinquenti. Uno Stato che, nonostante i grandi proclami, continua a considerare chiunque voglia intraprendere un’attività un capitalista senza scrupoli, uno schiavista in pectore a cui vanno tagliate le gambe prima ancora che cominci a camminare”.

Il punto di vista di Susanna Tamaro è parziale, ma pone problemi che toccano questioni cruciali con le quali qualunque italiano che abbia provato o che voglia provare ad avviare un’attività lavorativa ha dovuto e dovrà fare i conti. No decisamente questo non è un Paese semplice

C. L.

Gli indicatori per misurare il sistema Italia

Per chi volesse rendersi conto di come sta messo il sistema Italia ci sono degli indicatori che non compaiono sulle prime pagine dei notiziari perché sono poco comprensibili e non scatenano passioni e faziosità eppure contano molto. Di uno di questi scrive Federico Fubini in un recente articolo pubblicato sul Corriere della Sera. Si tratta del Target 2 che rappresenta i saldi del sistema di transazioni fra banche centrali nell’area euro. In pratica fotografa tutti i pagamenti (di tipo commerciale o finanziario) fra chi vive in un certo Paese dell’area euro e chi risiede negli altri. In pratica questo indicatore registra l’appetibilità di un paese ovvero la sua vulnerabilità attraverso i flussi di denaro.

spesa pubblicaScrive Fubini riguardo alla condizione del nostro Paese: “l’Italia, è in disavanzo: i capitali in uscita dai confini sono più di quelli in entrata; viceversa per la Germania gli afflussi sono superiori ai deflussi”. Tuttavia “ancora nei primi mesi del 2011 l’Italia si trovava in equilibrio o in leggero surplus in Target 2; poi è esplosa la crisi di fiducia, gli investitori esteri hanno iniziato a disfarsi di qualunque titolo italiano e il saldo è piombato in rosso fino a un record di meno 289 miliardi di euro nell’agosto del 2012….. Da allora il deficit dell’Italia è migliorato gradualmente fino a un saldo, sempre negativo ma meno pesante, di 130 miliardi di deficit del luglio 2014”.

Da allora stranamente la risalita del saldo non prosegue e “dal luglio 2014 in poi, il deficit dell’Italia nel sistema dei pagamenti europeo riprende a peggiorare. La caduta diventa sempre più intensa, fino ad accelerare quest’estate e poi in settembre. In poco più di un anno si registrano deflussi netti di capitali dal Paese per 105 miliardi di euro (da meno 130 di luglio 2014 a meno 235 miliardi agli ultimi dati)”. E tutto questo nonostante la ripresa economica che si sta avviando.

fondi europeiCerto ci sono anche spiegazioni tecniche e congiunturali perché il QE della BCE con i massicci acquisti di titoli riempie di fondi il Tesoro e le banche italiane che non hanno bisogno di rifornirsi di denaro sul mercato e lo rimborsano peggiorando il saldo. Inoltre con la ripresa aumentano gli acquisti di prodotti stranieri con conseguente trasferimento di denaro all’estero. Eppure un peggioramento di queste dimensioni riguarda solo l’Italia.

La ragione di fondo di questa situazione per Fubini è chiarissima: “pochissimi dall’estero stanno investendo per produrre in Italia, moltissimi dall’Italia preferiscono puntare il loro denaro per fare qualcosa all’estero. Sotto la superficie di una ripresa ciclica, la debolezza profonda del Paese resta intatta. Dal 2007 al 2014 gli investimenti produttivi sono crollati del 33% — meno 126 miliardi in termini reali — e non stanno ancora ritornando”. E ancora “rispetto ai livelli di inizio secolo (e di inizio dell’euro) gli investimenti nel Paese viaggiano 20 o 30 punti sotto ai livelli degli altri Paesi europei…..Non è un caso se la produttività in Italia mostri i risultati peggiori, ma proprio questa incapacità di creare valore a causa dei ritardi tecnologici, burocratici, giudiziari o dell’istruzione tiene lontani nuovi investimenti. Diventa una spirale perversa”.

investimenti produttiviSpirale perversa anche per un altro indicatore ben più conosciuto, ma, forse, sottovalutato dall’opinione pubblica. Si tratta dell’impiego dei fondi strutturali europei. L’ultimo appello per quelli relativi al periodo 2007-2013 finisce quest’anno, ovvero se non vengono spesi, si perdono. Ebbene risulta che ben 8,8 miliardi siano ancora da spendere. Ma come, tutti piangono miseria e invocano finanziamenti e poi si buttano miliardi di euro? Ebbene sì. E dove sono i ritardi più forti? Nei programmi regionali di Campania, Calabria e Sicilia e nel programma nazionale trasporti.

Ma guarda un po’, proprio la parte del Paese che avrebbe più bisogno di investimenti non sa spendere i miliardi che vengono messi a disposizione dall’Europa. Quella stessa Europa contro cui si scagliano leghisti e berlusconiani dimentichi che il disastro risale all’inizio della programmazione dei fondi Ue 2007-2013 che fu approvata con ritardi gravissimi dal governo Berlusconi. Ma si sa, ignoranza e smemoratezza degli italiani fanno la fortuna di demagoghi e opportunisti. Il problema però va oltre una specifica maggioranza di governo e tocca la cronica incapacità di spesa delle amministrazioni e degli enti che hanno accesso ai fondi. Evidentemente tutti sanno spendere se possono farlo al di fuori di programmi e di rendiconti rigorosi.

Questi indicatori significano che l’Italia è un paese inadeguato che ha al suo interno dei meccanismi distruttivi che ne bloccano lo sviluppo. Se non ci rendiamo conto di questo potremo ululare alla luna e imprecare contro il mondo intero, ma inutilmente

Claudio Lombardi

Il sistema Italia che non funziona: l’aeroporto di Crotone

Quando si parla dei limiti del “sistema-Italia” meglio portare qualche esempio concreto. Uno, emblematico, ci è presentato in un articolo pubblicato da l’Espresso e firmato da Federica Bianchi. Si tratta del confronto tra Rzeszów e Crotone, due città che hanno ricevuto finanziamenti dalla Ue per i loro aeroporti con effetti completamente diversi: sviluppo in un caso, fallimento nell’altro.

Ma vediamo come viene ripercorsa la vicenda nell’articolo.

confronto Polonia CalabriaInnanzitutto si tratta di due città che condividono un passato di profonda miseria che le ha spopolate, rendendole aeree di emigrazione verso il più ricco nord, gli Usa e l’Inghilterra. Anche le regioni nelle quali si trovano sono caratterizzate da una diffusa arretratezza. Si tratta di regioni, comunque, che hanno potenzialità turistiche, sia pure con un oggettivo vantaggio per la più assolata Calabria che ha il vantaggio del clima e del mare fra i più belli d’Italia. Entrambe le città hanno puntato sullo sviluppo di un loro aeroporto pur essendocene altri in ambito regionale. Le somiglianze terminano qui.

Lo sviluppo, purtroppo, sta da una sola parte, quella polacca. Rzeszów ha attuato, negli ultimi quindici anni, un programma di rinascita sfruttando ogni centesimo messo a disposizione dall’Unione europea.

Ma cosa sarà mai successo di speciale a Rzeszów? Bè tanto per cominciare il comune ha 30 persone formate dal governo centrale che si dedicano solo a seguire le pratiche di Bruxelles cioè fondi e progetti. Gli investimenti sono saliti del 60 per cento dal 2004 al 2015 e la maggior parte sono stati in infrastrutture, salute pubblica, cultura e turismo. Primo effetto: la crescita della popolazione da 140mila a 180mila abitanti e la conquista del terzo posto fra le città più vivibili della Polonia. In pratica, nel giro di un decennio, il bilancio cittadino è passato da 85 a 318 milioni di euro, il tasso di disoccupazione è sceso al 6,5 per cento e il numero degli studenti per abitante è il più alto dell’intera Unione europea.

impegno per lo sviluppoE quale sarà mai il segreto del successo? L’attenzione per chi ha scelto di impiantare attività industriali con l’apertura di una “zona economica speciale” e con investimenti nella qualità della vita (servizi in primo luogo) e nell’ istruzione. Effetto? Partiti con 15 aziende ora sono oltre 150 quelle che operano nel territorio.

E a Crotone che è successo nel frattempo? Crotone ha dedicato gli ultimi 20 anni a inseguire alternativamente il sogno industriale perduto e un mosaico di interessi locali. In assoluta coerenza con una regione, la Calabria, che a fine dicembre dovrà restituire oltre 600 milioni di euro comunitari che non è riuscita a spendere nei tempi dovuti. Il comune si vanta di aver effettuato lavori di riqualificazione del centro storico. Già, peccato che i fondi messi a disposizione non sono stati spesi che in parte. Il problema? Semplice quanto banale: ritardi nell’erogazione dei fondi e complicazioni giudiziarie con ricorsi ai Tar che interrompono i lavori ed anche li riaffidano ad una ditta diversa da quella che li ha iniziati. E si sa, quando i soldi dell’UE non vengono utilizzati per tempo devono essere restituiti e si perdono. Però non di soli lavori stradali si vive e, soprattutto, questi non costituiscono una vera una strategia di sviluppo del territorio. Dove stanno i piani strategici ? Insomma che altro si può fare oltre a riparare e costruire le strade? Nebbia.

immobilismo sistema ItaliaEd eccoci al caso dell’aeroporto. L’idea era quella di creare il terzo scalo di una regione con solo 2 milioni di persone. E così è stato. Peccato che dal 15 aprile scorso l’aeroporto è ufficialmente fallito e che gli azionisti pubblici (Camera di Commercio, Provincia, Regione, comune di Crotone) l’abbiano abbandonato. E i finanziamenti europei (ben 31 milioni di euro)? Tra il 2000 e il 2013 sono riusciti a spendere solo 4,7 per l’ammodernamento dell’aerostazione tra burocrazia e assenza di idee chiare (niente allungamento della pista di decollo e niente pensilina per la pioggia). Per farsi un’idea della situazione nell’articolo si riporta un brano di una mail scritta a l’Espresso dai revisori dei conti europei che la descrivono in questi termini: «Nel caso di Crotone non abbiamo visto nessun piano a lungo termine, nessuna analisi del bacino di utenza o previsioni sostenibili; nessuna evidenza di un impatto positivo sull’economia regionale ma solo un aeroporto incapace di sostenersi da solo e bisognoso di interventi continui». Praticamente una sentenza di condanna della classe dirigente regionale e locale.

obiettivi centratiNella lontana Polonia invece …. Come c’era da aspettarsi a Rzeszów accade esattamente il contrario. In circa 10 anni l’aeroporto investe 18,6 milioni di fondi Ue e cambia volto. Le due piste si preparano ad ospitare un volo intercontinentale. Lufthansa vi atterra tre volte al giorno da Francoforte con carichi di parenti e amici in visita e manager di ritorno da un viaggio di affari. Era un aeroporto di paese. Oggi è a quota 600 mila passeggeri e se arriverà nel giro di 5 anni a 800mila potrà addirittura vantare un bilancio in pareggio al netto degli ammortamenti per circa 30 milioni di euro di investimenti.

Conclusione. Un caso forse piccolo, ma emblematico, di un’inadeguatezza strutturale dell’Italia che nessun surplus di finanziamenti, nessuno sforamento di deficit potrà superare. Meglio dirsi la verità e non prendersi in giro

Claudio Lombardi

Panorama di metà agosto

problemi dell'ItaliaA metà di agosto ci si prepara alle ultime settimane di un’estate che, mai come quest’anno, è stata breve. Eventi drammatici in varie parti del mondo la maggior parte delle quali a noi vicine. Che si tratti di Medio Oriente o di Ucraina l’Europa (cioè noi) è chiamata in causa come entità economica e geopolitica anche se priva di una sua identità internazionale. Questa mancanza non le ha però impedito di rovesciare il regime di Gheddafi in Libia senza sapere bene con cosa sostituirlo. Conseguenze? Fine della Libia e guerra tra bande armate; centinaia di migliaia di persone in fuga dal terrore e dalla fame (tutte dirette verso l’Europa attraverso l’Italia); precarietà dei rifornimenti di gas e petrolio che transitavano dal territorio libico. Un vero capolavoro.

Gli Usa hanno dato l’esempio distruggendo l’equilibrio medio orientale con la guerra in Iraq con la pretesa di “esportare” la democrazia. Le fazioni a sfondo religioso manovrate da monarchie, stati, oligarchie di eserciti e poteri economici con montagne di petrodollari hanno ringraziato scatenando una guerra continua trovando finalmente il terreno su cui raccogliere gli effetti dell’assalto a New York dell’11 settembre 2001.  La guerra civile in Siria e l’eterno scontro tra Israele e palestinesi completano il quadro. Cosa succederà da quelle parti non si sa, ma è certo che noi europei ce ne accorgeremo per primi.

disastri Libia IraqOvviamente è appena il caso di aggiungere che il conflitto tra Ucraina e Russia riflette più o meno la stessa superficialità di approccio degli Usa e degli stati europei. Va bene essere orgogliosi di rappresentare un modello di democrazia e di libertà, ma pensare di aggregare all’Unione europea (e magari alla Nato) tutti i paesi confinanti che appartenevano al’ex blocco sovietico somiglia ai sogni di qualche idealista distaccato dalla realtà.

Un’Europa che non riesce a tenere in piedi una unione monetaria che è partita dodici anni fa e che non possiede un’identità politica comune può pensare di diventare una delle guide dell’Occidente? No, i processi storici vogliono tempo e la fretta di politici sognatori in cerca di gloria fa sempre danni.

Forse sta meglio l’Italia? Nemmeno per idea. Da molti anni siamo fermi ad un sistema di governo che usa ogni bene pubblico (denaro in primo luogo) per coprire i problemi pur di non affrontarli e di non risolverli. La mediazione corporativa tra interessi di gruppo e particolari è diventato il centro delle scelte politiche reali non di quelle proclamate. Il dato ridicolo degli oltre 500 decreti mancanti per l’ attuazione di norme approvate dal Parlamento negli anni passati certifica il fallimento di una classe dirigente che non è fatta solo di politici, ma di amministratori, di vertici degli apparati, di imprenditori, di intellettuali.

sistema ItaliaOrmai lo sanno tutti che il rigore imposto dai parametri europei con il divieto di aumentare deficit e debiti pubblici è causa di una crisi specifica nella generale crisi economica partita nel 2008. Ma il problema italiano va oltre. Dovrebbe essere chiaro che se non si cambiano sistema e classe dirigente ogni aumento della spesa pubblica si disperde in mille rivoli e va ad alimentare sprechi, ruberie, inefficienze. Non crea sviluppo, ma distribuisce mance. Se così non fosse non staremmo a vantarci di aver speso il 58% dei fondi europei del programma 2007-2013: il 58% con un avanzo di soldi non spesi di 7-8 miliardi di euro! Sì avete capito bene, nel momento in cui ci sarebbe più bisogno di investire noi perdiamo 7-8 miliardi per l’incapacità di spenderli. Se così non fosse con 2166 miliardi di debito ci godremmo i benefici di questo mare di denaro preso in prestito e utilizzato per il bene di tutti. Ma così non è e non è stato.

L’obiettivo è imporre una svolta nelle politiche europee, ma se non riusciamo a cambiare l’Italia non saranno la Francia, la Germania, la Danimarca, la Spagna e tutti gli altri a farlo per noi. Più che di discussioni infinite c’è bisogno di decisioni vere.

Claudio Lombardi

Complotti e fesserie. Nessuno salverà l’Italia se non noi stessi

cambiare l'ItaliaL’economia italiana arranca e il dato sulla crescita che non c’è fa crollare la borsa. La crescita che non c’è significa meno ricchezza prodotta, meno incassi per aziende e fisco, meno soldi da distribuire, meno posti di lavoro. E perché non c’è la crescita? Lasciamo perdere le chiacchiere e guardiamo ai fatti. Quando un calo di produttività dura da anni (prima, durante e dopo la crisi), quando paesi simili o più “poveri” di noi come la Spagna, il Portogallo, l’Irlanda colgono al volo la ripresa e migliorano la loro situazione mentre noi no bisogna parlarsi chiaro.

Non prendiamoci in giro, i problemi dell’Italia sono di sistema non contingenti. Non cerchiamo di scaricare tutta la responsabilità sulla finanza o sull’Europa o sull’euro perché nella misura in cui queste responsabilità ci sono ebbene quella è la misura della debolezza strutturale del “sistema Italia” in tutte le sue componenti.

La prova? Semplice. Abbiamo avuto anni e anni di libertà di cambio, anni e anni di crescita a gogò del debito, anni e anni di bassi tassi di interesse (grazie all’euro). Ma il “sistema Italia” non è cambiato. Le risorse sono state dissipate a fiumi, montagne di denaro pubblico hanno arricchito pseudo o veri imprenditori finanziati solo grazie alle protezioni e alle connivenze che avevano (e molti soldi sono finiti nei paradisi fiscali), i sindacati hanno ottenuto il mantenimento in vita con denaro pubblico di aziende fallite o casse integrazioni decennali, la spesa pubblica ha alimentato pezzi di società retta dal clientelismo e dalla corruzione, le istituzioni sono state occupate da generazioni di politici propensi ad essere corrotti ed impegnati ad arricchirsi, gli apparati pubblici e le aziende pubbliche messe a servizio di gruppi di potere e affaristici. L’elenco potrebbe continuare, ma la sostanza è chiara: l’Italia si è scavata la fossa da sé ed è diventata da molto tempo facile preda anche per le scorribande di centri di potere internazionale.

nave Italia affondaIn queste condizioni disporre di più denaro aumentando il debito pubblico o fantasticare di uscire dall’euro somiglia alla follia di una nave senza pilota che sta andando contro gli scogli senza nessuno che sia disposto ad ammettere la loro presenza.

Che nella campagna elettorale per le elezioni europee si sia perso tempo a discutere su presunti complotti per far cadere Berlusconi somiglia proprio alla negazione che la “nave Italia” stia andando dritta a sbattere sugli scogli. Il dato di ieri sulla diminuzione del Pil è il primo impatto con la roccia della realtà rispetto al frastuono di chiacchiere inutili.

Chi si dedica al complotto alla ricerca di un colpevole della crisi italiana non vuole vedere la realtà di un paese con un’economia in declino perché non riesce ad essere competitiva e schiacciato da un debito pubblico enorme.

Ciò che è accaduto tra il 2010 e il 2011 lo abbiamo visto tutti. Berlusconi aveva consumato ormai tutta la fiducia internazionale ed interna per la sua inaffidabilità ed era diventato un pericolo per noi italiani innanzitutto e poi anche per l’Europa.

Tutti sapevano che l’Italia era troppo grande per fallire. Se fosse fallita ci sarebbe stata una reazione a catena che avrebbe travolto l’Europa intera e, in parte, anche gli Stati Uniti. Di qui le legittime preoccupazioni sui folli che guidavano il nostro Paese.

uscire dall'euroInutile far finta di essere Alice nel paese delle meraviglie e scoprire con stupore che siamo in un mondo in cui nessuno può stare in piedi da solo (a meno che non sia insignificante). Anche se il debito italiano era ed è in gran parte un debito nei confronti dei risparmiatori italiani, le sue dimensioni sono così grandi che sarebbero bastate ad innescare una crisi continentale.

Nel 2011 i nodi erano venuti tutti al pettine e il governo Berlusconi era del tutto incapace di controllare la situazione. Come un pugile suonato continuava a prendere colpi e a mostrarsi sorridente tra le scemenze dette da Berlusconi e le firme su impegni capestro (pareggio di bilancio in Costituzione e assicurato già per il 2013) chiesti da partner europei completamente sfiduciati nei confronti del nostro Paese. Ciò che gli italiani si ostinavano a non voler vedere, loro, invece, lo vedevano benissimo e pretendevano impegni stringenti come si fa con un debitore inaffidabile, falso e bugiardo.

salvezza ItaliaPer fortuna Berlusconi si dimise da solo e si fece sostenitore della nomina di Monti accettando di essere una forza essenziale della nuova maggioranza di governo che senza il Pdl non poteva esistere. Ora possiamo dire che se ci fossero state forze di opposizione con le idee chiare sarebbe stato meglio andare subito a nuove elezioni che il PD avrebbe vinto e imprimere subito una svolta radicale al governo del Paese. Purtroppo né il PD né altre forze politiche erano in grado di sostenere questo sforzo e gli sviluppi successivi inclusi la rielezione di Napolitano e gli innumerevoli scandali bipartisan hanno mostrato il perché.

Resta nella storia che l’Italia fu salvata dai sacrifici degli italiani e dall’intervento della BCE. Gli pseudo rivoluzionari che fanno tutto facile (cancelliamo il debito, torniamo alla lira) perché tanto non sono loro a pagare i danni che potrebbero provocare fanno finta che le cose funzionino come in un video gioco dove basta pigiare il pulsante “reset” per tornare sani e salvi al punto di partenza.

Non funziona così ed è meglio sforzarsi per vedere la realtà nella sua spietata semplicità. Nessuno salverà l’Italia se non noi stessi

Claudio Lombardi

Il vero spread dell’Italia (di Claudio Lombardi)

Un’interessante analisi comparsa sul Washington Post in questi giorni e ripresa dalla stampa italiana merita di essere presa come riferimento in tempi di tagli di spesa e di appelli al rigore di bilancio.

L’Italia viene definita la grande malata dell’euro e la sua malattia si chiama crollo di competitività. In generale e verso la Germania in particolare. Non è cosa da poco ovviamente e ben poco possono fare i provvisori (perché soggetti ad attuazione particolareggiata) risultati del Consiglio europeo di Bruxelles.

Certo, lo scudo anti-spread può allentare la pressione sulla spesa pubblica e mettere a disposizione dello Stato più soldi sottratti ai detentori dei titoli del debito pubblico. Purtroppo, però, questo lascia inalterati i problemi strutturali sia dell’economia che della stessa spesa pubblica cioè dello Stato. Se è vero come osserva la Corte dei Conti nell’ultimo documento sul rendiconto del bilancio dello Stato che la corruzione porta ad un aumento del 40% del costo delle opere pubbliche, se è vero, per fare un solo esempio, che le differenze di costi nei soli acquisti di materiali e medicinali delle ASL e delle aziende ospedaliere portano a “sprechi” (in realtà anticamera o rivelatore della corruzione) di denaro pubblico. Se questo (e molto altro) è vero non sarà uno spread più basso a risolvere il problema.

Nello stesso modo e a maggior ragione l’economia trarrà poco giovamento dalla sola diminuzione dello spread. E non perché gli italiani lavorano poco, ma per l’inefficienza complessiva che grava sul sistema economico.

Ecco i numeri del paradosso riportati dal Washington Post: gli italiani lavorano, in media, più di tutti i loro concorrenti: 1.744 ore all’anno contro le 1.705 degli americani, 1.480 in Francia, 1.411 in Germania. Ma la produttività reale di questo lavoro è rovesciata. Campioni mondiali di produttività sono gli Stati Uniti con 60,9 dollari all’ora, seguono Germania e Francia sopra quota 55, poi la Svezia a 52 e l’Inghilterra a 47,8. L’Italia è in fondo alla classifica, con 45 dollari di Pil per ogni ora lavorata. Osserva l’autore dell’analisi che «da anni l’Italia continua a perdere terreno. Le zone improduttive della sua economia si espandono, prevalgono sulle parti migliori». Tutto ciò spiega perché dall’introduzione della moneta unica ad oggi, abbiamo perso il 30% di produttività nei confronti della Germania.

È interessante leggere come spiega il giornale USA questo paradosso. Al centro viene messo il modello culturale fatto di evasione fiscale record, di mancanza di spirito civico, di nepotismo, di mortificazione del merito.

Praticamente un bel campionario di disvalori che generano e, contemporaneamente, si alimentano con l’inefficienza dello Stato, la corruzione, lo stato pietoso della giustizia (civile in particolare).

In questo modo è l’intero sistema Paese che genera sprechi e scarsa produttività. Per quante risorse ci vengano immesse i risultati saranno sempre mediocri e la qualità della vita dei cittadini ben poco soddisfacente.

D’altra parte l’enorme massa del debito pubblico sta lì a testimoniare, con l’immenso spreco di denaro che non ha generato sviluppo né servizi né infrastrutture all’avanguardia, di un fallimento storico delle classi dirigenti italiane. Detto semplicemente: i soldi non bastano mai se vengono sistematicamente dilapidati fra inefficienze, ruberie e spreco generato dall’individualismo anarchico delle mille frammentazioni in cui si suddivide la società.

Qui c’è un problema serio perché il vero spread fra l’Italia e altri paesi europei sta qui. Che l’Europa sia il nostro futuro dovrebbe stare a cuore a tutti, ma non ci si può stare con tali differenze di produttività di sistema. I saldi della finanza pubblica non sono il Vangelo, ma solo la risultante finale di problemi strutturali più profondi. Quindi, è inutile che ci affanniamo intorno ai puri dati finanziari se non riusciamo ad affrontare le cause. La conseguenza sarà sempre un aumento dell’imposizione fiscale su chi le tasse le paga e una diminuzione dei servizi in quantità e in qualità.

Questo è il vero abisso in cui rischia di precipitare l’Italia.

Claudio Lombardi

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