L’imbroglio della flat tax

Ci vogliono convincere che il taglio delle tasse con l’invocazione di una flat tax cioè di un’imposta proporzionale uguale per tutti è il problema più importante dell’Italia tale da meritare uno scontro con la Commissione europea. Vuol dire che il sistema tributario attuale è proprio sbagliato? Vediamo di capirlo con qualche ragionamento e ricorrendo ad alcune citazioni da un recente intervento del professor Andrea Fumagalli.

Punto primo: l’articolo 53 della Costituzione che stabilisce due fondamentali principi. “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Dunque il sistema fiscale italiano deve essere progressivo, nel senso che in corrispondenza di una base imponibile più elevata, si dovrebbe versare un’imposta proporzionalmente maggiore.

Perché la progressività è meglio di un’aliquota unica uguale per tutti? Lo Stato ha bisogno di essere finanziato per tutte le funzioni che deve svolgere e ripartire il prelievo in modo da salvaguardare i redditi medi e bassi va a vantaggio dell’equità, degli equilibri sociali e del lavoro. Infatti se le prime aliquote sono più basse viene incentivato l’ingresso nel mercato del lavoro regolare o l’aumento delle ore lavorate. I redditi medi e bassi inoltre sono quelli più vicini ai minimi necessari per non cadere in povertà.

I principi costituzionali, però, hanno trovato applicazione solo nel 1974. Negli anni precedenti la tassazione era applicata in base alla condizione professionale dei contribuenti. I commercianti, gli agricoltori, i liberi professionisti, gli imprenditori, i lavoratori dipendenti avevano un sistema di tassazione diverso, esito della contrattazione con il sistema politico. L’evasione fiscale nasce in quegli anni come espressione di un patto sociale implicito che applicava un prelievo certo ed obbligatorio solo ai lavoratori dipendenti e ai pensionati.

Il fisco dovrebbe svolgere anche la funzione di “stabilizzatore automatico”, ovvero incrementare le entrate negli anni di crescita economica e ridurle nei periodi di recessione. La progressività serve anche a questo.

Dal 1946 al 1971, invece, la pressione fiscale si è mantenuta più o meno costante, intorno al 25-26%, a fronte di una crescita media annua del Pil nominale del 6,7%. In presenza di progressività, la pressione fiscale sarebbe stata maggiore portando allo Stato italiano quelle risorse aggiuntive che erano necessarie e che sono state prese a debito.

Nel 1974 (riforma Visentini), nasce l’Irpef con la quale si applica a tutti i contribuenti un unico sistema di aliquote progressive articolato in ben 22 livelli, dal 10% al 72%. Nel 1983 le aliquote diventano nove, dal 18% al 65%. Successive riduzioni hanno portato alle attuali 5 aliquote, con la più bassa al 23% e la più alta fissata al 43%.

È evidente che la riduzione della progressività si è realizzata innalzando le imposte sui redditi più bassi e abbassando quelle sui redditi più alti.

Per cogliere gli aspetti redistributivi del sistema fiscale è necessaria però un’analisi complessiva, partendo dal definire le tre grandi categorie che costituiscono le entrate fiscali:

le imposte dirette (Irpef, Ires, patrimoniali); le imposte indirette (Iva); i contributi sociali, che tassano i redditi da lavoro e sono specificamente destinati al finanziamento delle principali prestazioni del welfare (pensioni, ammortizzatori sociali).

La tendenza in atto in tutta Europa e in Italia è un inasprimento dell’imposizione indiretta a scapito della progressività dell’imposizione diretta. Dal 1973 a oggi l’Iva in Italia passa dal 12 al 22%. Nel luglio 2011, il Governo Berlusconi ha introdotto per la prima volta in una manovra finanziaria la cosiddetta clausola di salvaguardia con la quale si prevede un aumento automatico delle aliquote IVA e delle accise qualora il governo non sia in grado di reperire le risorse necessarie a finanziare la manovra stessa. Da allora la clausola di salvaguardia si è ripetuta ad ogni manovra di bilancio.

Sulla base dei dati Banca d’Italia negli ultimi anni il peso relativo dell’imposizione diretta, indiretta e dei contributi sociali è rimasto più o meno costante. Le prime due hanno lo stesso peso (intorno al 34-35%), mentre l’apporto dei contributi sociali è di circa il 30%.

Ciò significa che già oggi buona parte delle entrate fiscali risponde a criteri di proporzionalità. Infatti, l’Iva è un’imposta proporzionale, così come lo è l’Ires (la tassa sui profitti delle aziende che è stata ridotta dal 37% nel 1994 al 24% deciso dal governo Renzi). Proporzionale è la tassazione sulle locazioni e quella sui proventi da investimenti finanziari. Infine da quest’anno si applica l’aliquota del 15% per le partite Iva fino a 65 mila euro annui e dal 2020 del 20% fino a 100 mila.

Tutto ciò significa che l’attuale sistema fiscale è già ampiamente caratterizzato più da proporzionalità che da progressività.

Perché allora il mantra ripetuto da quasi tutti i partiti è quello che considera urgente abbassare le tasse? Il modo più semplice sarebbe combattere l’evasione fiscale che costringe a ripartire il carico fiscale su una platea più ristretta di contribuenti.

L’inganno si nasconde proprio nella genericità dell’obiettivo propagandato rispetto agli effetti realmente perseguiti. Il vero scopo della flat tax sta nella riduzione dell’imposizione per i redditi più elevati. Chi ha redditi bassi e medi potrebbe riceverne addirittura un danno visto che è prevista la riduzione delle detrazioni fiscali e l’assorbimento degli 80 euro. C’è anche il rischio che salti la no tax area attuale e che anche a questa si applichi l’aliquota unica.

Dulcis in fundo le entrate fiscali subirebbero un ridimensionamento certo e consistente. Non a caso Salvini sventola come una bandiera la necessità di tagliare le tasse anche a debito il che significa che con una mano ad alcuni saranno tagliate le tasse e con l’altra lo Stato dovrebbe trovare i soldi per pagare maggiori interessi nell’immediato e un maggiore debito nel futuro. In sintesi si prenderebbero in prestito i redditi che devono ancora essere prodotti. Proprio ciò di cui l’Italia ha bisogno per affogare

Claudio Lombardi