E c’è anche la società civile disonesta

In un articolo sul Corriere della Sera di oggi Gian Antonio Stella compie una carrellata su una pluralità di fatti collegati da un’unica caratteristica: sono compiuti da pezzi di quella che si usa definire “società civile” ovvero da singoli cittadini che attuano comportamenti di fatto antisociali, ma che la loro esperienza suggerisce essere tollerati perché praticati (con successo) da una molteplicità di persone. Insomma non casi singoli, ma ripetizioni di abusi e illegalità di massa. Ognuno di essi può apparire una colpa lieve, tutti insieme danno una mano a sfasciare lo Stato e ci raccontano di una società civile disonesta.

finti invalidiLa casistica è ampia perché le cronache da anni “traboccano di storie di illegalità diffusa”. I commentatori possono scegliere tra migliaia di casi diversi in ogni angolo del Paese. Ci sono i “456 fittizi eredi o delegati alla riscossione, di persone decedute, alle quali, ante mortem, era stata riconosciuta l’indennità di accompagnamento”. E si parla della sola area di Castrovillari. Oppure ci sono i “controlli sulle dichiarazioni degli universitari capitolini arrivati ad accertare a fine 2013 addirittura il 62% di falsi”. Si può continuare con le storie dei contrassegni per disabili che dovrebbero servire per i loro spostamenti e che, invece, sono una specie di “benefit” per parenti furbi. Si prosegue con i truccatori di targhe per entrare nelle zone a traffico limitato dei centri storici.

Fra tanta abbondanza non si sa se citare i “duemila falsi poveri beccati dalla sola Asl di Livorno che non avevano diritto all’esenzione del ticket” o i beneficiari della famosa legge 104 (permessi per assistere parenti disabili) spesso beccati a svolgere le più varie attività tranne quelle per le quali sono concessi i permessi di assentarsi dal lavoro. Tra l’altro i beneficiari di questa legge spesso sono veramente tanti come nel caso, citato nell’articolo di Stella, degli insegnanti trasferiti a Catania e Palermo, il 63% dei quali ricorre ai benefici della legge 104 e di tutti “i maestri e i bidelli spostati negli ultimi sette anni in provincia di Agrigento nonostante la Procura abbia accertato che una dichiarazione su quattro è falsa. corruzione certificazioni invalidiViene quasi il dubbio che tante certificazioni di invalidità siano false o comprate. Per fortuna che le cronache ci aiutano a sciogliere il dubbio perché ogni tanto viene beccato qualcuno che prende soldi per vendere finte invalidità. D’altra parte i casi scoperti dalla Guardia di Finanza sono la punta dell’iceberg e qualcuno avrà pure certificato le finte invalidità.

Anche in materia di assenteismo non si scherza. La casistica è ricca e i dati statistici la confortano (impiegati pubblici assenti il doppio di quelli privati). Per esempio Stella cita i casi della condanna per assenteismo di 78 su 96 dipendenti dello Iacp di Messina senza che uno solo sia stato licenziato. Assenteismo uguale truffa? Beh sì, in effetti è una truffa come quella dei furbetti del cartellino che ha dato spettacolo nel passato 2015. Ma truffe sono anche quelle sui falsi braccianti agricoli con cifre impressionanti (dal 2010 a oggi centotto casi scoperti nei quali sono risultate “false circa 700 aziende, falsi trentamila braccianti, falsi i terreni su cui «lavoravano»).

spreco denaro pubblicoInsomma, un cumulo di illegalità pagate con i soldi dei contribuenti onesti ovviamente.

Giustamente Stella osserva che il problema è che si tratta di persone che si considerano perbene (molti inveiscono sui social network contro i politici…), ma che trovano piuttosto normale “imbrogliare lo Stato, l’Inps, i Comuni… Rubare soldi pubblici”. E che, se scoperti, si difendono con l’inevitabile «Cosa sarà mai!».

Di recente un dossier della Guardia di Finanza ha valutato in quattro miliardi di euro i danni prodotti dall’attività illecita dei dipendenti pubblici infedeli. Sembra proprio difficile che uno Stato possa sopravvivere con tanta illegalità diffusa.

La conclusione dell’articolo è che non ha senso rivendicare una pretesa superiorità morale della società civile, mentre, invece, “è la politica che deve pilotare la società a migliorare”.

Sagge parole che purtroppo si scontrano con il nuovo scandalo delle case di proprietà del Comune di Roma regalate a canoni assurdi (8 euro al mese o anche meno in pieno centro storico) a tantissimi inquilini in buona parte persino privi di contratto e quasi tutti senza alcuna verifica del diritto ad occupare una casa pubblica. Il regno della giungla con i beni pubblici come bottino a disposizione di politici, dipendenti comunali o bande organizzate per l’occupazione e il traffico di immobili del comune. Una situazione grottesca che si perpetua da decenni sotto il naso di giunte comunali, sindaci, partiti, consiglieri comunali, assessori, commissioni, burocrazie. Evidentemente tutti ignari dello scempio che si andava compiendo o, più realisticamente, tutti complici o consapevolmente inerti.

Caro Stella una gran brutta situazione tra società civile-incivile, politica incapace di espellere i farabutti e apparati burocratici inzeppati di corrotti. Per fortuna che gli anticorpi ci sono altrimenti nemmeno potremmo scrivere di questi casi. Bisogna renderli sempre più forti

Claudio Lombardi

L’ideologia dell’antipartito. Intervista a Salvatore Lupo

Pubblichiamo stralci di un’intervista di Simonetta Fiori a Salvatore Lupo

«L’antipartito? Non è la soluzione ma il problema. Sono convinto che molte tendenze degenerative non siano state conseguenza di “un eccesso di partito”, ma al contrario della presa sempre più debole dei partiti sulla società italiana»

partito e antipartito“Un’ideologia” – l’antipartito – che sin dal fascismo si estende prepotentemente nel sottofondo della storia nazionale, fino a esplodere nel 1993 con la retorica della nuova politica contrapposta alla vecchia – vedi Lega o Forza Italia – ora ripresa quasi in fotocopia dal Movimento 5 Stelle. Un fiume sotterraneo che invade luoghi inaspettati, come la destra eversiva e la P2, le mafie e la nuova camorra organizzata, ma anche – su un versante opposto – il movimento del Sessantotto e più di recente il «partito dei giudici». Con conseguenze talvolta simili, nell’arco degli ultimi vent’anni, «perché i propugnatori del cambiamento hanno dimostrato analoghi se non maggiori difetti della tanto detestata partitocrazia: partiti personali o neopartiti che – sventolando il vessillo della novità e della società civile – sono stati assai meno incisivi dei partiti tradizionali».

Nostalgia per i vecchi partiti? « No, nessuna nostalgia. Però dobbiamo levarci gli occhiali con cui negli ultimi vent’anni abbiamo guardato la storia repubblicana. Non solo nei primi decenni le forze politiche furono in grado di rappresentare davvero l’Italia reale, ma anche negli anni Settanta – a dispetto delle tesi storiografiche prevalenti – fecero cose fondamentali come la riforma delle pensioni, della sanità, della psichiatria, il nuovo diritto di famiglia, e molto altro ancora. E aggiungo: non è forse un caso che tra le rovine fumanti dell’attuale scena pubblica il massimo leader morale, il presidente della Repubblica, sia figlio di quella storia, una personalità cresciuta nel “partito più partito” di tutti».

grillo vaffaLei rintraccia un’analogia con i 5 Stelle. «Grillo porta all’esasperazione i toni dell’antipartito, riprendendo la retorica dei neopartiti: i partiti tradizionali fanno schifo, noi siamo un’altra cosa. Pretende di incarnare il nuovo e ripete slogan coniati dai manifestanti di vent’anni fa. “Arrendetevi, siete circondati dal popolo italiano”, è un’espressione usata dai militanti neofascisti davanti a Montecitorio nel 1993. E poi ritorna la mistica della società civile, una formula fin troppo abusata nell’ultimo ventennio»….Questi movimenti non ammettono di essere una parte tra le altre, appunto “partiti”, ma si pensano come totalità. Noi siamo la società civile – e dunque l’insieme delle persone perbene – voi no. Ora questo procedimento diventa inquietante quando coinvolge la magistratura, che è un potere dello Stato, e dunque non dovrebbe per principio prendere parte».

Di solito l’origine dell’antipartito viene collocata nel movimento dell’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini, tra il 1944 e il 1946. Lei risale ancora più indietro, a Giuseppe Bottai. «Bottai fu il primo a cogliere dentro lo stesso fascismo la dinamica tra antipartito e iperpartito: prima la diffidenza verso il Pnf, sospettato di riprodurre il vecchio mondo prefascista delle parti, poi la sopravvalutazione di quel partito unico che si identifica con lo Stato, ed è qui la nascita del regime.

Questa doppia pulsione la ritroveremo in età repubblicana, specie a destra, con la liquidazione dei partiti come principale ostacolo nel rapporto tra popolo e sovranità».

Tra i più tipici rappresentanti dell’antipartito, negli anni Cinquanta, lei include personalità diverse come Indro Montanelli ed Edoardo Sogno: tutti artefici in vario modo di oscure trame anticomuniste. «Sì, sospettavano che gli scrupoli legalitari della Dc – che si rifiutava di mettere fuori legge i comunisti – dipendessero da solidarietà partitocratiche. E il loro arcinemico era l’iperpartito per eccellenza, il Pci. Non è un caso che l’antipartito fosse diffuso soprattutto nelle correnti culturali e politiche della destra».

Può sorprendere che in questa genealogia dell’antipartito lei arruoli anche la P2, la loggia massonica di Gelli.

«Senza però sposare tesi complottiste. Non penso infatti che la P2 sia stata la centrale dello stragismo, piuttosto un importante campo di comunicazione tra membri dell’establishment. La loggia massonica si proponeva come un pezzo importante della destra che non riusciva a farsi partito.

Se si va a rileggere i documenti della P2, colpisce il tono critico al “professionismo politico corruttore”, “incapace di esprimere gli interessi della società“».loggia P2

Lei sostiene che lo stesso Grillo, pur totalmente estraneo alla loggia, sia consapevole della curiosa parentela. «È stato lui a dichiarare: “Vedete, io ho messo su una piccola P2 sobria e trasparente. La piduina degli aggrillati”. La sua è una provocazione, ma mostra di saper bene che la loggia massonica fu una forma di antipartito».

Continuando in questa storia nera, tra le forme di antipartito lei inserisce anche la mafia e le Brigate Rosse.

«Sì. Per la mafia occorre una distinzione: fino a un certo punto rappresentò una struttura di servizio per la macchina politica, poi si mise in proprio per una drammatica scalata al potere in concorrenza con i partiti».

Ma sarebbe sbagliato liquidare l’antipartito come pulsione storicamente antidemocratica.

«Sbagliato sì, anche perché è esistito un antipartito di tutt’altro segno, di radice azionista o liberaldemocratica. Ed era antipartito anche il Sessantotto. Quel che però viene fuori è che la retorica antipartititica è vecchia quanto è vecchio il Novecento, seppure più robustamente fondata negli anni Novanta del secolo scorso. E il fatto che oggi Grillo ripeta slogan del ’93 rivela il carattere fumoso e inconcludente di queste formule.

L’antipartito non ha mai portato da nessuna parte. E più che distruggere i partiti, dovremmo oggi preoccuparci di rifondarli daccapo».

Il testo integrale dell’intervista su Repubblica del 26 aprile 2013

Appello al mondo delle associazioni e del volontariato (di Guido Grossi)

La nostra società civile è di una ricchezza meravigliosa. Le forme di aggregazione sociale che esprime sanno essere belle, generose, serie, competenti. Rappresentano, insieme al mondo della produzione reale e del lavoro, una forza fondamentale a sostegno del tessuto sociale della nazione, per altri versi fragile e lacero.

Nellʼassociazionismo e nel volontariato noi cittadini italiani siamo riusciti a ritagliarci lo spazio per coltivare valori come cultura, solidarietà, giustizia, accoglienza, rispetto e amore per lʼambiente che ci ospita, rispetto e amore per i beni comuni.

Tutti valori, purtroppo, negati dalla prevalente cultura del consumismo, della giustificazione del profitto e del successo a tutti i costi.

Nelle nostre associazioni sappiamo esprimere una competenza tecnica approfondita, in grado di definire e avanzare proposte eccellenti, concrete, capaci di rendere migliore la nostra civile convivenza.

Per scelta legittima, le nostre associazioni hanno sempre preso le distanze dai partiti politici. La realizzazione degli scopi sociali è stata perseguita con il nostro personale lʼimpegno e presentando istanze e richieste alle istituzioni pubbliche, laddove necessario.

Eppure, sempre più spesso, quelle proposte restano inascoltate.

Quale sconsolante contrasto con lo scenario politico: corruzione, malaffare, sprechi, ingiustizie macroscopiche, privilegi intollerabili e tanta, tanta mancanza di buon senso e di buona fede!

La gestione della cosa pubblica è stata mercificata. Ogni iniziativa è vista in funzione esclusiva dei costi e dei vantaggi economici che se ne possono ricavare. Quasi sempre, solo per pochi privilegiati o conniventi. Ogni altro valore è diventato secondario. Il prevalere incondizionato degli interessi privati ed il mito del profitto e della crescita economica hanno distorto i rapporti politici.

E stanno stravolgendo la vita di tutti noi, con una accelerazione inattesa.

Siamo rimasti vittime delle lusinghe del consumismo e della crescita economica, disvalori che i mass media ci hanno inculcato per decenni. Abbiamo coccolato lʼidea di un benessere diffuso… per svegliarci, in questi mesi, in una specie di incubo. Per scoprire che i nostri figli non trovano un lavoro decente, che i nostri amici lo perdono, che lʼItalia rischia il fallimento, che i servizi sociali non possono più essere mantenuti.

La politica non trova soluzioni accettabili. Solo sacrifici scaricati sulle fasce meno rappresentate e meno tutelate.

I mercati finanziari mostrano ora il loro vero volto, e ci minacciano. E li scopriamo più forti, importanti e potenti degli stessi politici che dovrebbero controllarli e contenerli.

Appare sempre più evidente che le scelte della politica sono indirizzate dai creditori esteri e dai mercati finanziari. Cominciamo a vedere, con occhi increduli, che le Istituzioni dellʼUnione Europea non sono quella cosa seria e responsabile che avevamo immaginato, da contrapporre allʼItalia sprecona e corrotta. Non esiste lʼEuropa dei cittadini e dei popoli.

Scopriamo con smarrimento che le Istituzioni di questa Unione – che non conosciamo, non controlliamo, non sappiamo come funziona – antepongono gli interessi della finanza internazionale a quelli dei cittadini europei. E per tutelare quegli interessi, Governo dei tecnici e partiti politici nel Parlamento, indirizzati dalla Banca Centrale Europea e dallʼUnione Europea, sono disposti a sacrificare i più deboli, a imporre sacrifici tanto ingiusti quanto insensati a chi, onestamente, non può più sopportarli.

Chiunque abbia un minimo di buon senso e di onestà intellettuale vede che la crisi economica che stiamo vivendo nasce dagli eccessi della finanza. Continuiamo a scontare nellʼeconomia reale – e nella vita di tutti i giorni – le follie perpetrate dalla speculazione internazionale; lʼassurdità delle bolle speculative mai contrastate dalle banche centrali e dalle istituzioni che paghiamo per controllarli; le distorsioni di un sistema bancario che non presta soldi alle imprese ed alle famiglie, per favorire, invece, la speculazione più cinica, si elargisce privilegi ingiusti e non paga mai per i propri errori.

Eʼ una crisi di valori, una crisi sociale di proporzioni devastanti, che sta stravolgendo, in pochi mesi, la fiducia nel nostro futuro.

Come altro giudicare il fatto che si ritenga accettabile che mille miliardi di euro (cifra inconcepibile!) possano essere concessi ad un sistema bancario privato i cui problemi affondano le radici proprio nel predominio e negli errori della finanza? Nessuno dei responsabili è chiamato a pagare per quegli errori, mentre i governi scelgono di scaricare il costo del salvataggio sulla cittadinanza, imponendo sacrifici di lacrime e sangue alle popolazioni già duramente provate dalla crisi.

Non è forse evidente che la scelta è politica, e non tecnica?

Quei mille miliardi di euro potrebbero essere utilizzati per creare milioni di veri posti di lavoro, per realizzare i bisogni della popolazione, per finanziare le innumerevoli iniziative che le nostre associazioni propongono, ma non trovano riscontro né ascolto.

La politica oggi sceglie, colpevolmente, di privilegiare alcuni interessi, e non altri!

Eʼ vero, come cittadini abbiamo la colpa di aver smesso di interessarci in prima persona della gestione della cosa pubblica, abbiamo abdicato al dovere di capire, di giudicare. Ci siamo affidati, convinti che la complessità del mondo moderno fosse al di fuori della nostra possibilità di comprensione e governo. Ci siamo spersi nella vastità della polis globale.

Ma non avremmo mai creduto possibile che al profitto ed ai mercati sarebbero stati sacrificati valori irrinunciabili come la dignità della vita umana, la centralità del lavoro, la sostenibilità sociale ed ambientale.

La disperazione degli imprenditori che si suicidano, dei giovani che non trovano un lavoro decente e non hanno un futuro, di donne ed uomini licenziati prima di poter maturare una pensione, la convinzione, sempre più evidente, che tasse e licenziamenti non potranno farci stare meglio, ma servono solo per favorire gli interessi di pochi ricchi, cinici, speculatori.

Tutto questo è inaccettabile.

Chi ci rappresenta e governa non è più in grado di rispondere ai più elementari principi dellʼetica politica. Ignora quei valori di giustizia e solidarietà che ci spingono a regalare il nostro tempo e le nostre energie alle aggregazioni della società civile.

Eʼ venuto allora il momento anche per il mondo delle associazioni e del volontariato di domandarsi se la scelta di mantenere le distanze dai partiti e dalla politica sia ancora corretta. Chiediamoci, senza pregiudizi, se la scelta sia compatibile con la distanza abissale che continua a crescere in maniera preoccupante fra cittadini e classe politica dirigente, fra le richieste sane di chi si dà da fare in prima persona per un mondo più umano, e chi, per egoismo e meschino interesse economico, quel legittimo desiderio di umanità nega a tutti noi.

Eʼ tempo di reagire. Le scelte politiche che ci impongono i mercati, e che la classe politica adotta acriticamente pur di mantenere i propri privilegi, sono tanto ingiuste quanto pericolose. Ci portano alla rovina. Ci stanno condannando ad una recessione profonda.

Cʼè un enorme bisogno di buon senso. Un enorme ed urgente bisogno di rimettere la persona umana, con il suo bisogno insopprimibile di socialità e solidarietà, al centro dei nostri pensieri.

Le energie sane che utilizziamo per custodire quei valori nel mondo delle nostre associazioni, possono essere una risposta vincente per ristabilire un equilibrio più umano nella nostra società.

Dobbiamo domandarci se la distanza mantenuta nei confronti della classe politica sia ancora una legittima difesa.. O un errore, una omissione, una colpevole mancanza di coraggio nel vedere come stiano realmente le cose.

Eʼ tempo di aprire bene gli occhi.

Gli eccessi della finanza hanno creato nei decenni passati, fra una bolla speculativa ed unʼaltra, una ricchezza di carta di proporzioni immani. Ricchezza di carta che ha perso ogni ragionevole contatto con la vera produzione di beni reali e di servizi utili ai cittadini. Si è concentrata nelle mani di pochi, ed in quei pochi ha concentrato un potere di condizionamento enorme, capace di asservire ai propri obiettivi le scelte della politica ma anche dellʼinformazione, della ricerca, della giustizia, delle autorità di controllo, delle istituzioni sopra nazionali.

Non è sostenibile, quella ricchezza di carta. Eʼ destinata a sgonfiarsi. Ma prima che ciò avvenga, il potere di pochi farà di tutto per non disperdere quel patrimonio. Eʼ disposto, cinicamente, a mandare in rovina intere popolazioni, a causare recessione e povertà.

Perché in quelle condizioni di disperazione di molti, potrà trasformare, a condizioni per se vantaggiose, la ricchezza di carta in beni reali, acquistando a prezzi di saldo aziende, case, terreni, immobili, patrimonio pubblico e privato messo in svendita per sopravvivere.

Così sta accadendo in Grecia – nel silenzio colpevole dellʼinformazione ufficiale. Così accadrà presto in Spagna, in Portogallo, nella nostra Italia. Se non corriamo ai ripari.

Abbiamo, tutti, la responsabilità di capire, di interrogarci, di darci risposte. Senza veli e senza pregiudizi. Abbiamo tutti noi, come singoli e come associazioni, il dovere, etico, politico, umano, di impegnarci in prima persona.

I partiti tradizionali hanno perso la forza di rigenerarsi, perché i privilegi che la classe dirigente si è ritagliata la rendono connivente con le scelte scellerate della finanza; invischiata con un mondo degli affari in maniera che la rende inadeguata – non interessata – a rispondere ai bisogni della cittadinanza.

Come società civile, allora, abbiamo il dovere civico di mobilitarci. Come mondo delle associazioni e del volontariato dobbiamo trovare il coraggio di compiere quel passo che solo pochi mesi fa sembrava impensabile: dobbiamo farci movimento politico, nuovo interprete dei bisogni che sono i bisogni primari, insopprimibili, irrinunciabili, stampati nella mente e nel cuore di ognuno di noi, cittadini volontari ed associati.

Già da mesi sono nate nel paese forme nuove di movimenti, liste elettorali, soggetti politici che interpretano questa esigenza di rispondere ai bisogni più elementari di giustizia e solidarietà ignorati dalla politica ufficiale.

Nelle ultime settimane queste realtà si cercano, si confrontano, sono in cammino per realizzare il desiderio comune di aggregarsi, per dare consistenza a quello che sembrava irrealizzabile solo poco tempo fa.

Una alternativa è possibile. Non cʼè il tempo per creare una nuovo soggetto politico. Ma sicuramente è possibile arrivare ad una lista elettorale comune, in grado di aggregare le migliori realtà e dare spazio alle migliori iniziative che la società civile sa esprimere.

Esiste il pericolo, reale, che vecchia politica e nuovi avventurieri cerchino di infiltrarsi, di strumentalizzare la buona fede e la buona volontà di tutti, cavalcando lʼantipolitica con intenti destabilizzanti e di deriva democratica. Ne siamo consapevoli, e terremo gli occhi aperti. Per questo motivo chi ha iniziato il cammino, ha deciso di porre alcuni paletti, a tutela e garanzia di tutti noi.

Sarà adottato allʼinterno del movimento il metodo decisionale basato sulla democrazia diretta e partecipata. Sarà esclusa la possibilità di alleanze elettorali con partiti tradizionali.

Saranno studiate modalità di controllo sullʼoperato dei candidati.

Il movimento Per Una Lista Civica Nazionale, insieme ad altre realtà similari, stanno organizzando un incontro nazionale per fine maggio, per dare inizio a questo cammino.

Qui cʼè il testo dellʼinvito:

http://www.perunalistacivicanazionale.it/groups/evento-nazionale-maggio-2012/docs/bozza-di-lettera-prodotta-durante-la-riunione-skype-del-28-mar-2012-per-invitareacopromuovere-levento-nazionale-di-maggio-2012

Aderisci allʼiniziativa: http://www.perunalistacivicanazionale.it/adesione-al-progetto/

Contattaci, e conferma che la tua associazione ha scelto di impegnarsi in prima persona, partecipando allʼincontro nazionale, sostenendo i futuri impegni del movimento, perché ne condivide gli intenti.

Scegliamo, noi tutti, di rendere possibile quel cambiamento di cui abbiamo un grande bisogno: dipende solo dalla nostra volontà. Ci meritiamo un mondo migliore, costruiamolo insieme!

La polis è nostra. Se la politica attuale non interpreta, non riconosce e non risponde ai nostri bisogni primari, dobbiamo avvertire nel momento del bisogno la responsabilità di ripensare il nostro rapporto con la politica, anche attraverso un nostro impegno diretto, come singoli e come associazioni.

Non è breve il cammino, né sarà privo di ostacoli e difficoltà. Ma dal mondo delle associazioni vogliamo prendere in prestito ed adottare un motto, che ci serva da stimolo ad andare avanti, con fiducia: “Fra il dire e il fare cʼè di mezzo… Il cominciare”.

Con coraggio, forza di volontà, fiducia in noi stessi, nel valore e nel potere della società civile, tutti insieme: cominciamo!

Guido Grossi

Aderente al progetto Per Una Lista Civica Nazionale
Coordinatore dellʼassemblea di Cittadinanzattiva di Spoleto
Membro dellʼAssociazione Articolo 53
Membro dellʼassociazione ARDeP
Membro della Croce Rossa Italiana, gruppo donatori sangue di Spoleto

Partecipazione civile e protesta (di Alfonso Annunziata)

Chi credeva di aver già visto di tutto nel governo di questo Paese, si prepari in questo scorcio di legislatura a godersi la chiusura della Seconda Repubblica in una apoteosi di fuochi d’artificio , fra sotterfugi, scandali, fughe in avanti e arroccamenti di ogni tipo.

Un modesto assaggio ce lo stanno fornendo questi giorni, con le danze sudamericane di riforme sbilenche, le cadenze rockeggianti di scandali inusitati, e persino l’eco cupo da marcia funebre di una modifica costituzionale approvata nella distrazione dei media in una aula silente e semiunanime.

Sono queste le colonne sonore che rischiano di propiziare tentazioni da partito unico, da grosse koalition, da inciuci indicibili ai danni dei soliti noti, se non rinvii elettorali e altri pasticci ancora peggiori ai danni delle tracce di democrazia che ancora avanza.

E il dubbio che resta al cittadino qualsiasi è che dunque antipolitica non sia il suo proprio sentimento di nausea – ché anzi ancora in lui la voglia di sopportare sacrifici, di comprendere difficoltà del sistema e persino degli amministratori ci sarebbe – ma che vi sia  un’antipolitica reale, un virus che ha assalito la classe politica tutta, una potentissima e irresistibile cupio dissolvi che spinge questi signori a sbagliare ogni mossa, a dichiarare in ogni sede in maniera inoppugnabile e claris litteris il loro disinteresse e disprezzo per gli elettori.

Una simile classe politica sembra dunque unicamente preoccupata di aumentare il distacco, e l’immunità, dalla rabbia crescente del cittadino, cui sottrae il potere di nomina degli eletti, di scelta delle coalizioni, del premier. E potrebbe in ultimo sottrarre anche il controllo democratico, con l’eliminazione di una opposizione parlamentare significativa, o con il rinvio sine die della consultazione, magari per il rincrudirsi dell’emergenza economica, per il terrorismo, per l’intensificarsi degli attacchi dei fantasmi, dei dinosauri o di zorro e mazinga coalizzati.

Il problema per la Società Civile, in conseguenza, è come minimo e in prima battuta quello di individuare forme di protesta che siano al tempo stesso incisive sull’esecutivo e i potentati che ne influenzano le scelte e possano fare anche contare ragionevolmente meno sugli strumenti tradizionali che potrebbero risultare da un momento all’altro vistosamente limitati dall’aria che tira: lo strumento elettorale/referendario, il diritto di sciopero e quello di riunione pubblica e manifestazione.  Strumenti in genere invisi a un governo reazionario che possono facilmente essere limitati dall’emergenza. In prima battuta, dico, perché l’obbiettivo democratico ultimo deve essere quello di riappropriarsi dei Partiti e del Paese.

Restando all’obbiettivo della protesta: nessun governo capitalista, limiterà certo il Mercato, dunque è sul Mercato che una protesta incisiva e non violenta può colpire. Faccio degli esempi banali, alcuni noti e applicati, ma se ne possono promuovere a iosa, piegando lobbies e governo senza muovere una sola manifestazione o un’ora di astensione dal lavoro, e senza dover passare per elezioni:

–          Caso Equitalia: il governo utilizza un sistema medievale di riscossione delle imposte tramite una società con poteri paracostituzionali collegata tramite vertice all’agenzia delle entrate. Si può ottenere una riforma del sistema in senso più europeo, organizzando e capillarizzando uno sciopero del lotto. Propagandare in ogni dove il blocco del gioco del lotto e dei giochi d’azzardo tramite i quali lo Stato realizza una riscossione complementare, fino alla riforma del sistema di riscossione, ad esempio consentendo migliori sistemi di rateazione per i più poveri e la deducibilità dei crediti di imposta per le imprese.

–          Carburanti: noto anche questo, basta prendere di mira i tre maggiori marchi, dico per dire: Shell, Exxon, Total, o quelli che saranno. E iniziare a evitarne i distributori, non per un singolo giorno, ma per sempre, fino a che il singolo gestore, o il marchio non decide una riduzione del 4% del prezzo alla pompa. La caduta del cartello di riferimento produce in ogni zona quello delle altre marche. Se sono impossibilitati i petrolieri, costringeranno il governo a limare le accise…

–          Stretta sul lavoro e delocalizzazione: lo si è già visto con l’esperimento OMSA. Gli amministratori delegati non sono che dipendenti pagati sull’incremento di fatturato. Basta una decisa stretta al concessionario sulla pessima FIAT di oggigiorno per dare l’estremo colpo al traballante Marchionne e alle sue sballate teorie delocazioniste agli occhi della famiglia Elkann. E sbattuto fuori lui saranno fuori anche i suoi seguaci.

Si potrebbe continuare con le banche, la finanza, la borsa… basta riapplicare lo schema… e l’intero inferno dei problemi può essere cancellato da una stretta di spread. Coraggio, e fantasia

Alfonso Annunziata

L’Italia nella crisi: l’arte di arrangiarsi, senza civismo, non ci salverà (di Ilvo Diamanti)

Riproduciamo parte del saggio di Ilvo Diamanti pubblicato nel libro “Viaggio in Italia. Alla ricerca dell’identità perduta” (pagg. 144 a cura di Giulia Cogoli e Vittorio Meloni) scaricabile gratuitamente in formato ebook dal sito www.perfiducia.com dal 20 febbraio.

La “debolezza” e la frammentazione dell’identità nazionale, che caratterizzano il nostro Paese, non costituiscono necessariamente un problema. Possono, al contrario, costituire anch’esse una risorsa, in quanto rendono più facile l’adattamento culturale, ma anche operativo, in tempi di fluidità dei riferimenti territoriali. In un’epoca, cioè, nella quale sono cambiati e continuano a cambiare le cornici istituzionali, all’interno e all’esterno degli Stati nazionali.

Si pensi, a solo titolo di esempio, alle difficoltà che incontra l’unificazione europea, ma anche al ruolo assunto dagli organismi supernazionali che regolano l’economia, la finanza e i mercati. Si pensi ancora, alle trasformazioni in atto nell’organizzazione territoriale dello Stato, in direzione del decentramento e del federalismo.

Un’identità articolata e flessibile, come quella italiana, è certamente in grado di adattarsi a questi mutamenti molto meglio di altri paesi, dotati di riferimenti di valore e istituzionali forti e definiti, ma caratterizzati, anche per questo, da maggiore rigidità, sul piano sociale e culturale.

La crisi economica e finanziaria globale del 2011, però, ha, in parte, rovesciato questo schema. Ha, cioè, trasformato l’identità “provvisoria” degli italiani in un limite, piuttosto che in un “vantaggio” adattivo e competitivo.

La “sfiducia pubblica” e la bassa densità di “senso civico”, in particolare, sono divenuti ostacoli. Vincoli difficili da sostenere, di fronte alla necessità di coesione e di coinvolgimento necessaria ad affrontare non solo i costi economici e fiscali, ma anche il rischio della dispersione “centrifuga” della società. La stessa vocazione a “fare da soli”, ad arrangiarsi a livello locale e familiare appare un problema, in una crisi che vede confrontarsi e scontrarsi le economie nazionali nel teatro europeo e globale.

Oggi, in altri termini, appare difficile salvarsi da soli, “nonostante” lo Stato. Senza senso di “cooperazione”. In altri termini: senza civismo.

Un basso grado di civismo e di fiducia nelle istituzioni, infatti, indebolisce la legittimità dello Stato non solo a livello interno, ma internazionale. A maggior ragione se si accompagna a un atteggiamento di distacco, per non dire disprezzo del sistema politico e dei partiti. D’altronde, in Italia, il sistema partitico è identificato con lo Stato nazionale.

Da ciò derivano conseguenze pesanti, nelle sedi negoziali internazionali: la Ue, in particolare. Ma anche sui mercati, che percepiscono la debolezza del sistema partitico e del governo come un moltiplicatore della crisi economica.

In un certo senso, il famigerato spread, entrato nel linguaggio comune durante la crisi finanziaria degli ultimi mesi, non definisce solo il differenziale tra i titoli di Stato italiani e tedeschi. È un indice della incredibilità stessa dello Stato (e del sistema politico), garante della nostra economia di fronte alle istituzioni e ai mercati, in ambito internazionale.

Da ciò, una seconda conseguenza, che riguarda  –  e indebolisce  –  le radici stesse dell’identità italiana. Infatti, se la nostra capacità di adattamento non ci permette più di reagire alla crisi e alle difficoltà economiche, allora la nostra stessa identità sociale viene messa in discussione.

Perché l’arte di arrangiarsi, di trasformare i problemi in opportunità è costitutiva del nostro “specifico” nazionale. Se non ci aiuta a risollevarci di fronte alle avversità, allora anche la fiducia in noi stessi si sfarina. Di qui il rischio di una spirale viziosa e auto-deleteria. Infatti, se le nostre arti e le nostre virtù nazionali non ci permettono, come in altre fasi, di superare la crisi, la crisi stessa ne corrode l’efficacia e la forza. Ne converte gli effetti: da virtù in vizi.

Lo stesso discorso vale per i nostri particolarismi e per le nostre differenze territoriali, che in questa fase rischiano di diventare fratture, elementi di divisione. Perché i costi della crisi sono elevati e lo Stato non è in grado di mediare, tanto meno, di imporre la propria autorità, ma deve comunque ridurre le risorse e i margini di autonomia degli enti periferici. I localismi rischiano, così, di produrre tensioni, di divenire dissolutivi.

Piuttosto che contro il contesto “nazionale”, i contesti locali minacciano di porsi in contrasto reciproco. Tra di loro. Modificando il modello tradizionale e sperimentato, che ci propone come un popolo di e italiani. Milanesi e italiani. Napoletani e italiani. Bolognesi e italiani. Marchigiani e italiani. In direzione di un popolo di milanesi, napoletani, bolognesi, marchigiani. E basta. Non siamo, ovviamente, alla dissoluzione del nostro modello. Tanto meno dell’Italia. Tuttavia, in questa fase assai più che in passato, una società senza Stato rischia di scomporsi. E l’arte di arrangiarsi, senza civismo, non ci salverà.

Ilvo Diamanti

O nuova democrazia o videocrazia ? (di Claudio Lombardi)

“Vorrei usare questa espressione: Governo di impegno nazionale. Governo di impegno nazionale significa assumere su di sé il compito di rinsaldare le relazioni civili e istituzionali, fondandole sul senso dello Stato. È il senso dello Stato, è la forza delle istituzioni che evitano la degenerazione del senso di famiglia in familismo, dell’appartenenza alla comunità di origine in localismo, del senso del partito in settarismo. Ed io ho inteso fin dal primo momento il mio servizio allo Stato non certo con la supponenza di chi, considerato tecnico, venga per dimostrare un’asserita superiorità della tecnica rispetto alla politica. Al contrario, spero che il mio Governo ed io potremo, nel periodo che ci è messo a disposizione, contribuire in modo rispettoso e con umiltà a riconciliare maggiormente – permettetemi di usare questa espressione – i cittadini e le istituzioni, i cittadini alla politica.”

Con queste frasi Mario Monti nel suo discorso programmatico al Senato ha delineato l’epitaffio del berlusconismo come degenerazione dei “vizi “ del sistema Italia e ha indicato in che misura la crisi della politica abbia minato la sua capacità di prendere la guida del Paese in un momento di emergenza. Quasi scusandosi ha, in realtà, asserito che proprio il governo in cui non ci sono esponenti di partito si assume il compito di riconciliare i cittadini con le istituzioni e con la politica.

Da qui deve partire una riflessione seria perché è un caso isolato nel contesto occidentale (Grecia esclusa) che i partiti divengano un ostacolo al governo dello Stato.

Se guardiamo al passato troviamo altri momenti nei quali soltanto mettendo da parte i partiti (o la guida del governo oppure tutti i suoi membri) si è riusciti a superare momenti drammatici nella vita della nazione. E ogni volta che si presentano periodi difficili nei quali i partiti della maggioranza e quelli dell’opposizione faticano a trovare una via d’uscita si invoca o si minaccia un governo tecnico.

Piuttosto strano visto che la Costituzione sembra prevedere che solo i partiti siano il canale attraverso il quale i cittadini possano partecipare alla vita politica (art. 49 “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.”). D’altra parte sono i partiti che si presentano alle elezioni, fanno eleggere i propri rappresentanti nel Parlamento, danno vita alle maggioranze che esprimono i governi e che, naturalmente, ne indicano la composizione (anche se non vi è alcuna norma costituzionale che stabilisca questo vincolo). Per questo sono possibili i cosiddetti governi tecnici che, in realtà, sono governi non nati dai partiti che trovano la loro maggioranza in Parlamento. Maggioranza politica ovviamente.

Nell’ultimo anno abbiamo avuto altri casi di emarginazione dei partiti dall’iniziativa politica che ha determinato grandi novità nel Paese.

I tre referendum sui servizi pubblici locali (acqua innanzitutto), sul legittimo impedimento e sul nucleare sono stati promossi con la partecipazione di un solo partito presente in Parlamento e con la partecipazione assolutamente non preminente di altri che ne stanno fuori. Le elezioni dei sindaci a Milano e Napoli si è svolta sotto la pressione di movimenti e comitati che hanno, di fatto, imposto i loro candidati. Il milione e duecentomila firme sul referendum elettorale che cambierà l’equilibrio politico in Italia si è svolta quasi tutta ad opera di organizzazioni della società civile.

Che sta succedendo alla politica e ai partiti?

Sembra chiaro che la politica si sta trasformando con il massiccio ingresso della società civile non solo con le organizzazioni, ma anche con la partecipazione di milioni di singoli cittadini che, attraverso i social network, influenzano l’opinione pubblica in maniera inimmaginabile anche solo 5 anni fa.

Anche da parte delle organizzazioni della società civile inoltre c’è una focalizzazione su obiettivi, temi e campagne che non c’era nel passato. Sembra quasi che abbiano deciso di non aspettare più l’iniziativa dei partiti e di fare da sole. Chi c’è c’è, gli altri li cercheremo strada facendo, questa sembra la loro filosofia.

Fin qui si potrebbero tradurre questi fenomeni in una lentezza dei partiti tradizionali sostituita dalla velocità di altri soggetti. C’è, invece, dell’altro. Per esempio, la Comunità di Sant’Egidio il cui fondatore oggi siede nel governo fa politica oppure no? A me sembra di sì. Qualcuno potrebbe dire: ma chi li ha eletti? Facile la risposta: si sono eletti da soli con le opere che hanno compiuto e con il seguito che hanno acquisito.

Quanti altri casi Sant’Egidio ci sono in Italia? Probabilmente tanti, impegnati in settori diversi e che da tempo hanno rinunciato a lavorare in silenzio e, sempre più spesso, decidono di comunicare direttamente il loro pensiero sulle scelte migliori nel campo di cui si occupano. Per esempio il Centro Astalli, emanazione dell’Ordine dei Gesuiti, lavora per accogliere ed assistere i rifugiati politici e si fa sentire con comunicati e conferenze stampa sulle scelte politiche dei governi relative all’immigrazione. È una novità che nel passato non c’era. Perché?

Citiamo un altro caso: Cittadinanzattiva. Da molti anni è impegnata nel campo delle politiche pubbliche (sanità, scuola, servizi pubblici, Europa e giustizia), dispone di una presenza territoriale articolata per reti e si esprime con campagne su singoli temi e, soprattutto, con la pratica della valutazione civica che non è altro che un monitoraggio sistematico sulle politiche ministeriali, regionali e locali viste attraverso i loro effetti sui servizi resi ai cittadini.

Fa politica Cittadinanzattiva? Sì, ovvio, ma non presenta liste e non fa eleggere nessun suo rappresentante.

Parliamo delle associazioni ambientaliste (quelle che non hanno dato vita a partiti) e dei consumatori? Vale lo stesso discorso: fanno politica. Non cito tutti gli altri casi, ma sono veramente tanti. Cosa li accomuna tutti? Il fatto che abbiano bisogno di un mediatore per arrivare ad incidere sulle scelte delle istituzioni e delle amministrazioni pubbliche. Il mediatore è il partito. Così come lo è per le categorie sociali organizzate, per i gruppi economici, per i sindacati. Il partito mediatore e interprete.

Sarebbe uno schema semplice se non presentasse diversi inconvenienti. Innanzitutto l’orientamento alla conquista del potere che ogni partito si trova nel suo DNA e che lo condiziona moltissimo. Poi un partito agisce, di solito, attraverso le sue rappresentanze istituzionali e non agisce direttamente sui temi che nascono dalla società e che gli vengono proposti dalla società civile. inoltre le scadenze di un partito sono quelle delle campagne elettorali il che comporta un orizzonte temporale molto breve. Infine, nessuno può sbloccare una situazione bloccata nelle istituzioni di vertice dello Stato perché sono le depositarie della sovranità e se uno o più partiti s’impuntano le istituzioni restano bloccate. Il caso del governo Berlusconi è emblematico tanto è vero che la successione delle dimissioni originate dalla perdita della maggioranza alla Camera e della nomina di Monti (che, comunque, adesso ha ricevuto la fiducia della maggioranza del Parlamento), ha fatto gridare alla sospensione della democrazia e addirittura al golpe del Presidente della Repubblica.

Bastano questi punti per porsi una domanda: se i partiti possono diventare un ostacolo per la democrazia e per la politica con cosa li sostituiamo? La risposta è difficile, ma, comunque, non si tratta di sostituzione bensì di integrazione e di meccanismi che vadano oltre la mera nomina attraverso elezioni. Si tratta anche di meccanismi che favoriscano l’emarginazione dei partiti macchine di potere ovvero di quei partiti che puntino tutto sul loro ruolo di mediatori strapagati fra società ed istituzioni. Attraverso la trasformazione della politica in funzione sociale diffusa si potrà favorire questo processo insieme alla strutturazione della partecipazione che leghi la presenza del singolo cittadino al funzionamento di uno o più servizi sottratti al controllo diretto della politica o del mercato. E non solo di questo si tratta ovviamente perché la partecipazione deve condizionare la politica fino al governo nazionale con meccanismi strutturali.

Non è questa la sede per cercare tutte le risposte, ma solo per segnalare un tema da sviluppare. Ciò che conta è che si diffonda prima la cultura della partecipazione alla politica che prepari il terreno ai successivi cambiamenti istituzionali.

Questo evidentemente è compito di chi opera già oggi nella società civile, dei partiti più sensibili e di quanti si dedicano per professione o vocazione all’elaborazione del pensiero politico. Importante è essere consapevoli che siamo giunti al limite delle possibilità di questo assetto delle democrazie occidentali e che un passo avanti si farà se ci saranno i soggetti convinti di farlo. Altrimenti si andrà indietro, magari verso quella videocrazia che abbiamo sperimentato solo in parte in Italia negli ultimi venti anni.

Claudio Lombardi

Una rivoluzione civica che cacci la politica corrotta e inefficiente (di Claudio Lombardi)

Questo Governo e questa politica in buona parte corrotta e inefficiente sono un lusso che l’Italia non può più permettersi. Prima i cittadini se ne renderanno conto e meglio sarà per tutti. Forte è la tentazione di esprimere giudizi generali e radicali, ma occorre fare lo sforzo di distinguere a patto che quelli che lo vogliono veramente si distinguano loro per primi da un’onda che rischia di travolgere la comunità nazionale.

L’onda non è quella della speculazione internazionale; questa è, semmai, l’occasione per rivelare un baratro, un pozzo nero nel quale sono state riversate energie, ricchezza, risorse prodotte da questo Paese per decenni e distrutte da una classe dirigente nella quale ha prevalso la parte delinquenziale.

Parole forti? Sì come forti sono le rivelazioni che stanno mostrando, giorno per giorno, il volto criminale di tanti che si sono impadroniti del potere e lo hanno usato per i propri interessi tradendo e danneggiando lo Stato e la collettività e imbrogliando gli elettori.

Come altrimenti definire ciò che rivela l’azione, mai come adesso preziosa, di una magistratura che tutto il Governo avrebbe voluto ridurre al silenzio e contro la quale si è scatenata una guerra che dura da troppo tempo ormai?

Avevamo scritto che questa guerra appariva la guerra degli imputati contro i rappresentanti della legge che avevano scoperto le loro trame. Adesso si può dire tranquillamente che gli imputati appaiono i colpevoli che dovrebbero essere puniti con la massima severità per i loro crimini. Altro che sconti di pena: la punizione dovrebbe essere molto più severa di quella riservata ai comuni cittadini perché i reati sono stati commessi usando il potere che deriva dalla democrazia e questa deve essere un’aggravante non un’attenuante delle pene.

Sulla crisi finanziaria e sulla manovra è stato detto tutto. Un gruppo dirigente politico che dovrebbe curare lo Stato è arrivato all’emergenza, come accaduto tante volte nel passato, prima di risvegliarsi dalla sua disattenzione ed assumere misure di emergenza che adesso tutti dobbiamo digerire e pagare. Noi, non loro.

Misure inefficaci, dispendiose e sostanzialmente inutili perché basate sulla solita logica dei tagli e delle tasse per tappare una falla oggi senza pensare al domani.

Da varie parti sono state avanzate proposte alternative. Lo ha fatto Sbilanciamoci e abbiamo pubblicato la sua posizione ( http://www.civicolab.it/?p=1346). Lo hanno fatto altri come Tito Boeri che ha proposto alcune misure immediate ed efficaci: il Fondo Interventi Strutturali per la Politica Economica dotato per il 2012 di ben 5,85 miliardi di euro non sia speso per interventi elettorali a discrezione del ministro dell’economia, ma sia abolito destinando i soldi alla riduzione del disavanzo; riduzione immediata delle indennità parlamentari fissando un limite di spesa corrispondente all’ammontare delle indennità medie dei parlamentari in Europa ed USA parametrato su 300 membri da dividere fra tutti i parlamentari in modo che ci sia l’interesse a ridurne il numero fino a 300 (più sono meno guadagnano, ma guarda cosa si deve fare con gente che dovrebbe essere l’espressione migliore della società !); nuovo sistema di calcolo delle pensioni dei parlamentari applicando il regime pensionistico generale; scioglimento dei consigli provinciali e trasformazione in assemblee dei comuni; aggregazione dei comuni sotto i 5000 abitanti.

Tutte misure che darebbero il segnale che c’è una classe dirigente seria e decisa a cambiare strada. Senza questi segnali e con gli scandali che esplodono quasi ogni settimana gli italiani sono autorizzati a pensare che la palla al piede del Paese sia una gran parte della politica e che l’obiettivo più immediato, passata la “nottata” della speculazione finanziaria, sia una rivoluzione civica che cacci la gente di malaffare che si è impadronita della politica, ma anche quelli che pensano di farsi i propri affari e che non sono capaci di svolgere le funzioni che hanno assunto.

Il primo da cacciare è lo pseudo Presidente del Consiglio che abbiamo e che sempre più si rivela per quello che è sempre stato: un affarista e un avventuriero che ha commesso ogni genere di reati per arrivare al potere ed aumentare la sua ricchezza, che se ne frega dell’Italia e del bene pubblico e che è pronto a distruggere ogni cosa pur di restare ricco e potente.

Lui e il suo sistema di potere e la gente che lo segue ed esegue i suoi ordini sono il vero cancro dell’Italia e rivelano i limiti di una costruzione statuale e nazionale che non si è mai compiuta e che si è intrecciata con il potere malavitoso e mafioso e con il culto dell’individualismo e di quello che fu chiamato il “familismo amorale” che affligge gli italiani.

Per fortuna esiste anche un’altra Italia fatta da milioni di persone impegnate in politica o nell’associazionismo e nel volontariato. Questa Italia deve pretendere di prendere il potere democratico nelle sue mani, attraverso libere elezioni e imponendo ai partiti che danno minime garanzie di onestà e di lealtà istituzionale di fare spazio ai suoi rappresentanti. Elezioni da svolgere con una legge elettorale nuova che bisogna imporre a questo Parlamento con una pressione dal basso e che si devono svolgere al più presto possibile.

A questo punto questa è l’unica svolta alla quale si può credere

Claudio Lombardi

Abbassare le tasse: solo questo vogliono gli italiani? (di Claudio Lombardi)

Dopo i risultati dei referendum dalla maggioranza di governo è un coro quasi unanime: abbassare le tasse. Non si chiarisce bene a chi e di quanto perché un piano non c’è (almeno fino ad oggi) dando così ad intendere che il Governo lavora su impulsi e non su strategie e programmi. Nemmeno si capisce con quali soldi si dovrebbe realizzare il taglio fiscale e in quale politica economica e sociale si inserisca. Insomma l’apparenza è quella di un rimedio dell’ultima ora pensato come risposta ai risultati delle elezioni e dei referendum. Bah!

C’è, però, un aspetto che merita di essere sottolineato e che rivela di che cultura siano intrisi tanti esponenti della maggioranza ben rappresentati ed istruiti dal loro capo.

Infatti, il primo pensiero è quello di mettere mano al portafoglio e di distribuire qualcosa a un po’ di cittadini. Ci viene un dubbio: per caso c’è a capo del Governo un signore che ha fatto del denaro la misura di tutto? E che pensa che tutto e tutti si possano comprare? Purtroppo sì è così.  E si vede dalle reazioni e dei suoi seguaci.

Altra cosa è il tentativo di Tremonti di costruire un piano che preveda la riduzione fiscale e l’invarianza dei saldi di bilancio con pesanti tagli di spesa pubblica e spostando il prelievo sull’IVA. Qui, probabilmente, c’è l’intenzione di tracciare la strada per un nuovo Governo senza Berlusconi e, magari, anche mettere le basi per un nuovo centro-destra che superi il partito-azienda di proprietà del Presidente del Consiglio.

Però il tentativo, se veramente ha questi significati, si scontra con obiezioni logiche, la prima delle quali riguarda la credibilità del proponente. Certo, Tremonti si è sempre distinto dalla massa dei berlusconiani asserviti ad un capo assoluto, e tuttavia, ne è sempre stato un alleato fedele e ben poco recalcitrante. E poi mica propone di cambiare governo! Vorrebbe che fosse questo Governo a gestire un programma così ambizioso e difficile. E con credibilità? No, l’unica soluzione dopo il voto della maggioranza degli elettori per i 4 referendum e dopo le elezioni amministrative può essere solo un nuovo verdetto degli italiani che dicano chi vogliono alla guida delle istituzioni. Prima, però, bisogna cambiare legge elettorale fatta, guarda caso, sempre da Berlusconi e dai suoi alleati per togliere il potere di scelta ai cittadini.

D’altra parte, l’unico bilancio che questa maggioranza può vantare è quello di aver “tenuto” sul fronte dei conti dello Stato. Il prezzo è stato l’aumento del debito pubblico e i famosi tagli alla spesa sociale e degli enti locali che tutti, ormai, abbiamo sperimentato nella vita quotidiana.

Per il resto Governo e Parlamento hanno girato intorno ai processi di Berlusconi come se fossero le vere emergenze di cui occuparsi. In realtà lo sono e lo erano nella misura in cui il capo del Governo è stato accusato di svariati reati comuni ed ha utilizzato tutto il potere a sua disposizione contro la magistratura. In un Paese occidentale un uomo così avrebbe già pagato a caro prezzo la sua prepotenza e i danni che ha fatto allo Stato distraendo le istituzioni dai loro compiti obbligandole ad occuparsi dei suoi affari privati.

Il fatto è che i problemi dell’Italia sono altri e li ha individuati il Governatore della Banca d’Italia quando ha evidenziato, fra gli altri, gli effetti sulla crescita dei ritardi nel campo dell’istruzione e dell’inefficienza della giustizia civile.

Possiamo fidarci di quelli che spergiurano sul cambiamento che sarà attuato nelle politiche del Governo? Gli stessi che hanno votato alla Camera il famoso atto ufficiale che accreditava l’incredibile versione berlusconiana che voleva far passare una prostituta minorenne per la nipote di Mubarak? Va bene che la faccia tosta è, purtroppo, una caratteristica di tanti politici, ma qui la contraddizione è troppo evidente per nasconderla. Dunque di queste persone non ci si può fidare.

Che fare allora?

L’esempio sono i referendum. Continuare ad occuparsi dei problemi del Paese costruendo una rete di associazioni, movimenti, comitati, gruppi e singoli cittadini che individui le priorità, studi le soluzioni e getti ponti con il mondo dei partiti che accettino di confrontarsi e di impegnarsi senza nessuna concessione di deleghe in bianco. Stessa cosa con le istituzioni che devono essere chiamate a fare il loro dovere con severità e senza sconti per nessuno. Le soluzioni devono essere individuate da subito e il Governo deve essere controllato e incalzato dai cittadini anche perché è ormai un Governo sfiduciato.

Per i partiti è arrivato il momento di decidere perché il tema evidente e l’occasione che si presenta agli italiani a partire da adesso è una grande riforma della politica che sia il motore di un rinnovamento generale di culture e di comportamenti. L’obiettivo non è solo una nuova maggioranza di governo; l’obiettivo vero è la rifondazione della politica che includa la società civile e faccia della partecipazione, con le sue procedure e i suoi strumenti, l’asse portante del sistema democratico. Il cambiamento vero è un nuovo modo di vivere le istituzioni, un rapporto fra cittadini e Stato e una cultura civica che superi l’individualismo menefreghista coltivato dal berlusconismo.

Claudio Lombardi