Sullo sfondo della crisi e delle elezioni in arrivo

Se si permette a oltre 140.000 laureati di lasciare il Paese, il sovranismo diventa masochismo e la decantata sovranità diventa sovranità limitata (….) tra poco resteranno in Italia solo pensionati, badanti e lavoratori attivi tra i quaranta e i sessant’anni, con un peso enorme sulle spalle: mantenere in piedi gli ottimi livelli di assistenza senza avere però un futuro migliore del passato dei propri padri. Una miniera sociale che ci trasformerà in una splendida, ma pur sempre gigantesca casa di cura quando potremmo essere molti di più”. Questa la conclusione di un articolo di Roberto Sommella sul Corriere della Sera di oggi.

Mentre tutti si impegnano a commentare le mosse dei protagonisti della politica in una crisi tanto prevista quanto smaccatamente condizionata dagli interessi particolari di un solo leader, è bene non smarrire l’aggancio con la realtà. E questa è quella di un Paese più lento a crescere di tutti gli altri, gravato da problemi strutturali di lunga durata che non riesce ad affrontare (evasione fiscale, divario nord-sud, mafie, nanismo delle imprese, sistema formativo, calo demografico), privo di una coesione e di un’identità nazionale, incattivito e incolto.

Da anni lo scontro politico si consuma intorno ai numeri della finanza pubblica e gli antieuro sono stati bravissimi a convincere tanti italiani che l’Europa sia la nostra palla al piede. Deficit, debito, spesa corrente in tutte le sue mille variabili definiscono il perimetro del confronto all’interno e con l’esterno e su questo stampa, opinionisti, tv battono e ribattono. Con minimo sforzo l’opinione pubblica viene sollecitata ad arrabbiarsi dai capi populisti perché sembra che l’unico problema sia il freno che ci viene dall’aderire ad una disciplina di bilancio comune ai paesi della moneta unica. A ben poco servono i richiami alla realtà fuori di noi che ci vede perdenti nel confronto con altri stati che condividono le stesse regole. A ben poco servono anche i richiami alla nostra storia che ci insegna come il debito pubblico si sia formato e sia cresciuto per l’incapacità dei politici al comando di affrontare i problemi e per la scelta di comprare il consenso sopendo le tensioni con i soldi e compensando gli infiniti particolarismi che compongono la nostra identità nazionale. Aumentandone così il frazionamento invece di diminuirlo. Un solo esempio: si pensi a cosa sono state le regioni negli ultimi decenni.

Oggi quella strada è impraticabile non perché ce lo impone l’Europa, ma perché siamo arrivati ai limiti permessi oggettivamente al nostro modello di Paese e di sviluppo. Non si può comprare tempo all’infinito facendo debito. Non lo si può fare se si è l’Italia con le sue palle al piede storiche e i suoi guai strutturali. Ridicolo confrontarsi con gli Usa o con il Giappone. Diversivi tragici per non dire la verità.

E la verità è dura: un’Italia che spinge ancora sul deficit e sul debito e che si allontana dall’Europa è destinata a diventare terra di conquista di potenze economiche, geopolitiche e militari. Pensiamo alla Lombardia, al Veneto e all’Emilia: sono già strettamente intrecciate all’area economica tedesca. Fuori dall’Europa ne sarebbero colonizzate.

“Prima gli italiani” è uno slogan straccione e ignobile che nasconde la miseria morale di politici senza scrupoli e senza idee. In fin dei conti quale è la proposta strategica del gran capo dei sovranisti italiani, Salvini? Deficit e debito. Non altro. Per compensare le tante anime della Lega e per illudere che possa esistere ancora una sovranità italiana sullo sfondo della trattativa di Mosca nella quale un plenipotenziario della Lega conosciuto, riconosciuto ed esibito è andato a vendere per soldi la politica europea e la collocazione internazionale dell’Italia. È tutto registrato e trascritto. Non si può smentire e, infatti, Salvini non è potuto andare al di là delle battute. Impossibilitato a negare e a confermare si è rifugiato nella sua solita comunicazione aggressiva. Il vero problema è che è stato giustificato da tanti italiani incarogniti e già mentalmente pronti a sottomettersi pur di vedere la loro rabbia al potere.

Salvini li ha allevati bene: una vetta di indignazione e di rancore per poche centinaia di migranti portati qui dalle Ong e passiva accettazione del controllo del territorio esercitato per esempio nella Capitale dalle nuove bande che controllano il traffico di droga.

Questa Italia si avvia ad elezioni e il gran favorito è Salvini. Tutto il dibattito è su quando votare, ma nessuno mette in discussione che il vincitore sarà lui. E nessuno riesce a contrapporre alla sua comunicazione becera e profondamente intrisa di una cultura autoritaria una reazione valida. Sembra che in molti vi sia un pensiero che non si può esprimere: in fin dei conti Salvini ha ragione e gli italiani che lo seguono pure.

Un giorno gli storici spiegheranno come sia potuto accadere che l’Italia sia caduta preda della parte peggiore della politica e della cultura civile. Per ora bisogna reagire e non accettare il fatto compiuto. A cominciare dall’imposizione di una data elettorale pretesa con volgare arroganza. Le elezioni sono inevitabili, ma che almeno si svolgano in modo ordinato e nel rispetto di tutte le regole

Claudio Lombardi

Il dibattito pubblico e la cecità del sovranismo

“Le leadership sono diventate il nostro gioco di ruolo, una simulazione collettiva di impegno civico a basso costo e sforzo”. Così scrive Flavia Perina su Linkiesta.

“Lo stato di disattenzione, sottoinformazione, distorsione percettiva e, infine, totale ignoranza dei pubblici di massa è scoraggiante”. Lo scriveva il politologo Giovanni Sartori quarant’anni fa.

Le esibizioni del leader della Lega, finto vice premier e finto ministro dell’interno completamento dedito alla propaganda per se stesso e per il suo partito, premiato da una costante e, apparentemente, inarrestabile crescita dei consensi sembra confermare lo schema: se sei un politico per gli italiani non conta ciò che fai e come lo fai, ma l’impressione che sai trasmettere.

La definizione più usata per descrivere Salvini è “uno di noi”. La comunicazione politica che conta oggi è quella che passa dai social. Discorsi semplici, anche scorretti nei quali prevale l’esibizionismo di un leader vicino ai cittadini, che parla, mangia e mostra di agire come loro. Stessa arroganza, stessa superficialità, stesso individualismo narcisistico, stessa assenza di argomenti.  La logica è sempre quella di una contrapposizione amico/nemico che vive di etichette e prescinde da qualunque argomentazione e da qualunque approfondimento. È il trionfo del politico che scende al livello più basso e che illude i suoi elettori che non ci siano problemi complessi e che il ragionamento possa essere sostituito dalla battuta e dall’insulto.

In questo gioco al massacro della ragionevolezza e della competenza è l’estrema destra a farla da padrona. Nulla di nuovo sotto il sole però. Nazismo e fascismo hanno seguito questa strada: gli istinti peggiori elevati a valori, l’estrema semplificazione delle questioni, i leader come capi alla testa dei popoli. E dietro, la realtà ben nascosta alla comprensione delle masse, guidate, passo passo, verso lo sbocco di una guerra devastante.

Come dite? Salvini e Meloni non vogliono nessuna guerra? Certo. Ma il piano inclinato sul quale hanno messo l’Italia conduce verso lo scontro che, comunque, ci danneggia oggi e il futuro, non dipenderà da noi, ma, sempre più, dagli altri. Nessuno dei problemi reali del Paese (crollo delle nascite, produttività ferma, apparati pubblici inefficienti, scuola e sanità in regresso, potere delle mafie, infrastrutture deboli, struttura produttiva fragile) viene affrontato. Nell’inconsapevolezza generale dato che anche le opposizioni non riescono ad ergersi di fronte all’opinione pubblica come un’alternativa reale e soffrono in istupidimento intellettuale.

L’estrema destra ha goduto di un mutamento fondamentale nel dibattito pubblico e nella stessa sostanza della democrazia. Nell’epoca dei social e di internet l’illusione è che tutti possano intervenire su tutto e mettersi in contatto diretto con i capi. Da sempre, in democrazia, ignoranti e incompetenti, hanno potuto contare come le élite attraverso il voto. Ma oggi, prima del voto, c’è il dibattito pubblico e la comunicazione che privilegia la semplificazione dei messaggi e l’aggressività. Un ignorante aggressivo e determinato ha la possibilità di ottenere un enorme seguito a prescindere da qualunque verifica e fondatezza del suo discorso. Per anni il grillismo ha educato gli italiani all’odio verso i competenti visti, per ciò stesso, come asserviti a qualche potere forte. L’elogio dell’ignoranza e della semplificazione è stato raccolto dall’estrema destra leghista che ci ha aggiunto un minimo di concretezza e di esibizionismo ben centrato sui gusti di una parte degli italiani. In fondo tra il Grillo che esaltava con aggressività enormi sciocchezze nei suoi comizi-spettacolo e il Salvini che esibisce divise e selfie rimanendo sempre sul terreno della rabbia un po’ idiota non c’è nessuna differenza.

La novità è dunque che, nell’Italia del 2019, l’estrema destra controlla pienamente il dibattito pubblico.

Innumerevoli esempi lo attestano. L’ultimo è quello del caso di Bibbiano scagliato addosso al PD per distrarre l’opinione pubblica dal caso Moscopoli. Se l’opinione pubblica italiana fosse composta da persone mature, informate e responsabili la manovra diversiva sarebbe stata interpretata per quello che è: un tentativo di non ammettere l’enormità di una trattativa con una potenza straniera non alleata per vendere una svolta politica in Italia e in Europa in cambio di una tangente.

Non sarebbe esatto dire che l’elettorato di estrema destra che segue Salvini non abbia capito la verità. Peggio: l’ha accettata. Senza rendersi minimamente conto del danno reale inflitto all’Italia e di quello ben peggiore, inevitabile se la svolta leghista andasse in porto.

Tutto avviene con il ghigno rabbioso, mezzo sorriso e mezzo digrignar di denti, di chi si sente immerso in una lotta contro nemici immaginari mentre, realmente, si sta isolando e sta dichiarando guerra al percorso che l’Italia ha compiuto dalla caduta del fascismo in poi.

Bisogna chiamare col nome giusto ciò che sta accadendo: una guerra politico-culturale. Scatenata da ristretti gruppi dirigenti politici e da pochi intellettuali ormai si è diffusa ed è diventata la sostanza del dibattito pubblico etichettato sotto il nome di sovranismo. Tutta l’energia costruita in anni di educazione all’aggressività sui social è ormai tracimata dalle élite alla società intera. La parola d’ordine “prima gli italiani” contiene in sé una drammatica sconfitta: prima di cosa credono di venire gli italiani se il nostro Paese non ha nessuna possibilità di ergersi come una potenza mondiale e, fuori dall’Unione europea, è destinato ad essere solo un territorio di conquista?  

La miseria strategica ed intellettuale delle nuove élite del sovranismo è trasparente e solo un pubblico becero e allevato ad odio e semplificazione può non accorgersene. Ma il guaio è che pagheremo tutti la boria e la superficialità di una parte degli italiani

Claudio Lombardi

Il disfattista al tempo del sovranismo

Disfattismo è l’opera di chi (disfattista)con voci allarmistiche e denigratorie tenta di ostacolare l’azione del governo o delle autorità, la riuscita o il buon andamento di una impresa…

SABATO

Da qualche tempo non dimentico di consultare il mio rating personale sui giornali che contano. Ebbene, proprio oggi ho avuto la cattiva notizia che paventavo da tempo: il mio spread individuale è stato aggiornato: da buonista, e senza nemmeno passare per la casella di malpancista (come segretamente speravo) sono stato degradato a disfattista.

Del resto, lo spiega bene “Il Fatto quotidiano”: ora che siamo in guerra, ora che le nostre cannoniere, i nostri elicotteri, i nostri sommergibili solcano il mare alla ricerca di terroristi dediti alla sostituzione etnica, non è più tempo di inutili bamboleggiamenti semantici: pane al pane, disfattista a disfattista.

Gli effetti di questo declassamento si sono subito fatti sentire. Ieri il mio macellaio di fiducia – un aborigeno padano dai modi spicci- ha fatto finta di non vedermi e si è rifiutato di servirmi la solita fettina di vitellone. Mentre battevo in ritirata, l’ho sentito mormorare: «Altro che vitellone! Vada a magnà il kebab dai suoi amici turchi».

Peggio è andata con la sora Rosa, che da trent’anni mi aggiusta giacche e pantaloni. La vecchia sarta mi ha preso di punta di fronte a tutti: «signor mio, io sono buona e cara. Ho fatto finta di niente quando era buonista, ma disfattista è davvero troppo. Da qui in avanti i bottoni se li faccia attaccare alla moschea».

Travolto dalla vergogna, ecco come sono. Da giorni questa parola – disfattista – mi risuona nella testa come una campana a morto. Nella speranza di qualche via di uscita almeno semantica, ho voluto cercare nel dizionario, ma quello che ho trovato mi ha addirittura gelato il sangue.

Ecco qui: «disfattismo è l’opera di chi con voci allarmistiche e denigratorie tenta di ostacolare l’azione del governo o delle autorità, la riuscita o il buon andamento di una impresa…». Ancora peggio: «in tempo di guerra è l’attività di chi con vari mezzi si adopera per la disfatta del proprio paese, anche col diffondere sfiducia e pessimismo sulle possibilità di vittoria». Tutto, tutto questo mi può essere addebitato. Non ho forse parlato con eccessiva disinvoltura delle ricette che dovranno portare il Paese a un nuovo miracolo economico? Non ho forse scosso la testa di fronte ai festeggiamenti per l’abolizione della povertà? E quando ho pubblicamente dichiarato che preferivo le “capitane” ai “capitani” (giuro, era uno scherzo!) lo sapevo, lo sapevo che mi sarebbe costato il passaggio sic et simpliciter dalla categoria di buonista a quella di disfattista.

Dunque eccomi pronto al sacrificio. Del resto, se mi soffermo sulla sorte di altri famosi disfattisti della storia, c’è poco da stare allegri. Lo scrittore russo Danijl Kharms, accusato di disfattismo e imprigionato durante l’assedio di Leningrado, morì di fame nella sua cella. Nella Germania nazista, Elizabeth von Thadden, una dolce signora che non amava Hitler, venne condannata a morte e impiccata per disfattismo e tentato tradimento. Mi fermo qui, perché mi tremano i polsi.

DOMENICA

Non ho attenuanti, non ho scuse da invocare. È vero che qualche giorno fa ho messo “mi piace” sotto il video che mostra il mancamento di Angela Merkel, lo svenimento e il tremore della cancelliera crucca. Ma che volete che sia un semplice like! Dovevo scrivere “culona”, ecco cosa dovevo fare! Mi dico che non tutto è perduto. Che il mio rating resta ancora nel range dei suffissi in -ista. Mia moglie, dio la benedica, mi rassicura. I guai tosti arrivano quando gli analisti recentemente assunti come navigators individuano uno spread personale nel campo davvero pericoloso dei suffissi in –ore. Non riesco nemmeno a pronunciarli, questi gradini dell’inferno: sabotatore, disertore, delatore, traditore. Per quanto mi riguarda, ho deciso fermamente di attestarmi sul bagnasciuga del disfattista, e magari risalire la china. Per questo, da domani, indosserò una maglietta con lo slogan «prima gli italiani», intanto per vedere l’effetto che fa sul macellaio e sulla sarta.

LUNEDI’

Sono rovinato! Tutto è perduto! Qualcuno che mi vuol male ha pubblicato sul mio profilo Fb la canzone Il disertore di Boris Vian. Proprio lì, dio ne scampi, dove scrive: «a tutti griderò di non partire più /e di non obbedire/ per andare a morire /per non importa chi./Per cui se servirà/ del sangue ad ogni costo/ andate a dare il vostro/ se vi divertirà». Denunciali! dice mia moglie. Ma chi devo denunciare? Questa maledetta canzone l’ho pubblicata proprio io qualche anno fa, quando mi baloccavo con l’idea di essere un giovane rivoluzionario, pronto a combattere per la gente contro i poteri forti.

Disgraziato, mi sono rovinato con le mie mani. Ecco appunto: sfoglio “Il Fatto quotidiano” e leggo che il mio spread personale è schizzato nel campo pericolosissimo della rima in –ore. Disertore, c’è scritto, papale papale. A loro non la si fa, siamo perduti. Mia moglie si torce le mani, i figli piangono nella culla, il cane abbaia. Sento già gli scarponi chiodati dei navigators rimbombare nella tromba delle scale. È la fine. Adieu, adieu, remember me!

Flavio Fusi tratto da www.tessere.org

Il signoraggio e le bufale della TV del governo

Venerdì scorso su Rai 2 è andato in onda “Povera patria” un programma che tratta temi di attualità politica, di cultura e di costume. L’editoriale, curato dal giornalista Alessandro Giuli, era dedicato ad alcune questioni care ai sovranisti complottisti e, ovviamente, ai NO EURO. Nulla di nuovo. Sono le tesi che abbiamo sentito ripetere per anni e specialmente da parte dei partiti che adesso sono al governo. Ricordiamo bene le campagne contro l’euro, per il ritorno alla sovranità monetaria e contro la stessa Unione Europea. E ricordiamo pure quelle che predicavano la cancellazione del debito pubblico identificato come una truffa della finanza mondiale e delle banche. Gli economisti di punta che appartenevano a questa linea di pensiero occupano oggi importanti incarichi istituzionali e dunque perché stupirsi se la TV pubblica posta sotto l’assoluto controllo del governo ripete le tesi tanto care alla loro parte politica?

Certo qualche rompiscatole potrebbe tirare in ballo il pluralismo dell’informazione o il servizio pubblico pagato dai cittadini che non dovrebbe essere nelle mani dei partiti e meno che mai utilizzato per diffondere vere e proprie falsità. Purtroppo quei rompiscatole che nel passato levavano alta la loro voce quando al governo c’era Berlusconi (più la Lega) e c’era il Pd oggi non si fanno sentire più ed hanno accettato tranquillamente che la Rai sia un’agenzia di informazione del governo. D’altra parte al potere ci sono quei “rivoluzionari” dei 5 stelle, come si fa a negare loro il controllo della Rai?

Ma vediamo cosa ha detto di così grave il giornalista Giuli da suscitare una vera e propria ribellione di tanti economisti ed esperti degli argomenti trattati?

In sintesi è partito dal paradosso dell’Italia nazione ricca, ma con un debito di oltre 2300 miliardi di euro spiegandolo così: “Al di là di sprechi, ruberie e spese allegre una risposta sta nella parola signoraggio, il guadagno del signore che stampa la nostra moneta”.

Partendo da questa premessa la storia d’Italia veniva suddivisa in tre fasi. La prima è quella fino al 1981 segnata dalla disponibilità illimitata di moneta da parte dello Stato stampata da una Banca d’Italia obbligata ad obbedire al governo (in realtà nessuna legge lo imponeva, si trattava di una prassi durata dalla metà degli anni ’70 al 1981). La seconda inizia quando Ciampi e Andreatta “liberano la Banca d’Italia dall’obbligo di acquistare titoli invenduti, la banca centrale diventa così un istituto privato che continua a prestare soldi allo Stato con tanto di interessi e il signoraggio diventa così un lievito del nostro debito pubblico“.

Si può immaginare il sospiro di sollievo dei telespettatori, nella loro stragrande maggioranza comprensibilmente ignari della questione, ai quali viene raccontata la favola consolatoria di un debito che nasce dal complotto di due cattivi (al servizio di chi?) che hanno impedito alla Banca d’Italia di continuare a stampare moneta per di più trasformandola in banca privata. Dunque non le baby pensioni, non il clientelismo, non gli sprechi e le ruberie, ma solo la volontà perfida di chi ha voluto cambiare ciò che funzionava così bene.

Ma c’è anche la terza e ultima fase quella della moneta unica: “L’adozione dell’euro e la nascita della Bce completano l’espropriazione“. Giuli chiude la sua favola senza un lieto fine perché il finale i complottisti sovranisti che sono andati al governo ancora non possono scriverlo. Nel loro cuore però ci sono i concetti di cui sopra. Basta ripensare al loro percorso di genuini oppositori dell’Europa, dell’euro e della finanza testimoniati in tutti i modi possibili e immaginabili (scritti, dichiarazioni, video, foto ecc ecc).

Poteva andare tutto bene, ma ci si sono messi di mezzo economisti ed esperti che hanno cominciato a mettere i puntini sulle “i” e hanno denunciato alcune grosse bufale narrate agli ignari telespettatori.

  1. La questione del signoraggio oggetto da anni di una narrazione complottista secondo la quale si permette alle banche private (cioè le banche centrali Bce compresa) di stampare moneta che costa pochi spiccioli intascando il valore nominale della medesima. Falso che le banche centrali siano private e falso che intaschino il valore della moneta messa in circolazione. In realtà quando si stampa moneta la si mette in circolazione (cfr Mario Seminerio sul suo blog https://phastidio.net/2007/12/27/signoraggio-tra-mito-e-realta) attraverso l’acquisto di titoli pubblici che producono un interesse ed è questo che costituisce il guadagno delle banche emettitrici. Tale guadagno però serve per pagare le spese di funzionamento e viene poi girato agli stati di riferimento (la Bce li gira alle banche centrali nazionali). Per quanto riguarda il valore della moneta ci ricordiamo le vecchie banconote in lire? E ci ricordiamo cosa c’era scritto? “Pagabili a vista al portatore” firmato: il Governatore della Banca d’Italia e il cassiere. Che significa quell’annotazione? Un debito. Cioè la banca emettitrice si impegna a ripagare il possessore della banconota del controvalore facciale della medesima. Dunque chi stampa moneta si indebita non si arricchisce del valore della medesima.
  2.  Un’altra grande bufala è l’omissione della parola inflazione. Semplicemente il giornalista Giuli si è dimenticato che prima del famoso “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia l’inflazione era la tassa occulta che colpiva tutti gli italiani (tranne quelli che portavano i soldi in Svizzera). Costantemente a due cifre e persino superiore al 20% creava instabilità economica e minava la coesione sociale. È vero che la Banca centrale stampava moneta a volontà, ma è anche vero che quella moneta valeva sempre di meno. In quegli anni l’inflazione era al centro delle preoccupazioni dei governi perché l’inflazione, come insegnano la storia e l’attualità, può sfuggire di mano trasformarsi in iperinflazione (Repubblica di Weimar, Argentina, Venezuela) e distruggere le società.

Un semplice esempio spiega meglio di tante parole. Ciò che si possiede in moneta o in titoli all’inizio dell’anno deve essere tagliato alla fine dell’ammontare dell’inflazione. Hai 1000? Dopo un anno ti resteranno 1000 MENO l’inflazione. Anche se hai un titolo di Stato l’interesse reale sarà quello nominale meno l’inflazione. È comprensibile che tassi di inflazione del 10, 15, 20 per cento (Italia anni ‘70-’80) sono in grado di impoverire la maggior parte delle persone.

Infine la questione dell’espropriazione. In questo caso si tratta di una falsità ancora più sottile perché vuole instillare nei telespettatori la convinzione di essere stati oggetto dell’imposizione degli accordi europei sui bilanci. Poiché sono anni che la propaganda anti europea batte su questo tasto è facile che per chi ascolta si tratti di una semplice conferma.

Falso. Tutti gli accordi europei sono stati approvati dai governi e dai parlamenti nazionali cioè secondo le regole della democrazia rappresentativa in vigore dalla fine della seconda guerra mondiale.

In conclusione l’occupazione del potere da parte del governo sovranista complottista procede inesorabile e punta sull’indottrinamento a colpi di falsità delle masse che oggi sono soprattutto telespettatori e frequentatori di social network. E procede senza scrupoli perché loro si sentono dei rivoluzionari e pensano di essere i rappresentanti di tutto il popolo. Se li si lascia fare da qui al totalitarismo il passo è breve

Claudio Lombardi  

Dalla manovra al mondo: buon 2019!

Per il nuovo anno cominciano ad arrivare gli auguri. Il primo è stato Putin che li ha inviati con l’Avangard il missile ipersonico che viaggia a 24 mila km l’ora ed è in grado di colpire in tutto il mondo. Putin ha tenuto a sottolineare che è impossibile intercettarlo. Non si sa quale sarà la risposta degli Usa, ma è ovvio che arriverà. Di sicuro sta cominciando una nuova corsa agli armamenti nucleari nel segno dell’accorciamento dei tempi di azione e reazione. Cioè diventa difficile gestire eventuali incidenti senza scatenare una guerra nucleare vera.

Ma perché la Russia gioca questa carta? Nano economico e finto gigante militare la Russia di Putin è riuscita a diventare un protagonista in Medio Oriente, ma non ha la possibilità di ricreare l’area di influenza che aveva l’Urss. Dunque dove vuole andare? Non lo si capirebbe se non si guardasse alla Cina che è il vero avversario globale degli Usa. Sembra che si stia formando un’area euroasiatica unita dall’avversione alla superpotenza leader dell’Occidente e ostile al consolidamento di un’Europa che sia anche un’entità politica e militare. Già, perché se l’Europa da gigante economico lo diventa anche sul piano politico e militare restando alleata con gli Usa per la Cina diventa impossibile prevalere.

Ciò fa capire il perché del sostegno russo alle forze disgregatrici dell’Unione Europea (sostegno esibito e attuato in tutti i modi possibili che però non suscita scandalo nella nostra opinione pubblica), ma aiuta anche ad inquadrare la figura di Trump. Al di là del potere di ricatto che Putin detiene sul presidente Usa (si è letto di riciclaggio di denaro della malavita russa in operazioni immobiliari negli Stati Uniti) l’intervento massiccio attraverso i social a favore dell’elezione di Trump e per screditare Hillary Clinton si spiega in un solo modo: Trump è un nazionalista che spinge per un ridimensionamento della leadership mondiale degli Usa. “America first” è un passo indietro che non può non piacere a chi punta alla competizione con gli Usa su scala globale.

È abbastanza realistico che la disgregazione dell’ Occidente sia l’obiettivo strategico che si pongono nei prossimo decenni le potenze emergenti. La competizione si svolge su tutti i piani e sostenere forze politiche che spingono per il nazionalismo rientra perfettamente in questo schema.

Di fatto l’Unione Europea è la preda più ambita e l’avversario più facile da battere. Economie ricche e mancanza di una unione politica comune insieme ai postumi di una lunga crisi che ha lasciato un profondo scontento nelle opinioni pubbliche nonché crepe nell’alleanza con gli Usa sono gli ingredienti che descrivono la debolezza dell’Europa.

Questo è il contesto nel quale crescono le forze cosiddette sovraniste. In Italia hanno conquistato il governo e godono del sostegno della maggioranza degli italiani. Lega e M5S fino a prima delle elezioni facevano della loro avversione alle regole europee e all’euro il tratto distintivo della loro identità. Oggi che sono al comando hanno molto attenuato il loro antieuropeismo, ma solo perché pensano che nelle prossime elezioni europee loro e i loro alleati conquisteranno una valanga di consensi. La loro cultura resta quella della chiusura territoriale e sociale. Sia Lega che M5S hanno l’orizzonte dei territori e dei gruppi sociali nei quali si è consolidata la loro esperienza politica. Vorrebbero essere nazionalisti, ma non ci riescono. Nessuno dei due ha un’idea per lo sviluppo dell’Italia come realtà unitaria. Al contrario, il loro governo e la manovra di bilancio che hanno approvato rappresenta la somma di due metà ed è priva di una sintesi nazionale unitaria. I 5 stelle portano in dote al Sud il cosiddetto reddito di cittadinanza; la Lega porta al Nord quota 100. Due misure assistenzialistiche sbagliate e dannose in un mare di commi (oltre 1150) dell’unico articolo della legge di bilancio. Come ha affermato l’Ufficio Parlamentare di Bilancio si tratta di una manovra recessiva che porterà un aumento della pressione fiscale e una decrescita del Pil. E si tratta di una manovra che sancisce la divisione tra due Italie: quella del lavoro e produttiva e quella che chiede assistenza. E’ una divisione innanzitutto territoriale che divide il Centro- Nord dal Sud ed è una divisione tra gruppi sociali. Da un lato c’è chi riesce a trovare un proprio spazio per affermarsi nel lavoro e dall’altro chi non ha più speranze e punta solo sul lavoro nero e sui sussidi pubblici. La manovra non porta nessun cambiamento, ma distribuirà risorse non prodotte bensì prese in prestito. E’ la rassegnazione e il tirare a campare tradotti in legge.

Approvata in aperta violazione delle norme costituzionali e delle procedure parlamentari la manovra non darà alcuna spinta all’economia che l’anno prossimo non crescerà, non porterà nuova occupazione, metterà in crisi le finanze pubbliche aumentando il debito e lascerà per il 2020 l’eredità di un buco di bilancio di decine di miliardi.

E gli italiani che dicono? Sono divisi tra fiducia nelle promesse simile a quella che hanno i passeggeri di un aereo verso i piloti (“mica vorranno farci schiantare?”) e sfiducia che non trova ancora riferimenti politici nelle opposizioni. Molti si identificano con Salvini che recita benissimo la parte dell’uomo comune che vive la sua vita dalla colazione del mattino fino alla buonanotte dicendo sempre quello che pensa in un tripudio di spontaneismo furbo e accattivante. Pochi si domandano se il politico di vertice messo alla guida di una nazione complessa come l’Italia debba esibire i vizi e le debolezze dell’uomo comune. È la stessa inconsapevolezza che porta gli elettori a decidere questioni cruciali come la Brexit con la leggerezza e superficialità che mettono nella gestione del loro tempo libero.

Gli elettori vanno sempre educati al ragionamento, informati e formati, perché la democrazia che si basa sull’ignoranza e sull’irresponsabilità apre sempre le porte alla sua fine. Ma il ragionamento da solo non basta mai quando si tratta di motivare milioni di persone. Bisogna che siano affascinate da spiegazioni e visioni convincenti. Anche solo l’appello agli interessi individuali non basta. Reddito di cittadinanza e quota 100 hanno innanzitutto parlato agli elettori spiegando loro di essere stati vittime di un’ingiustizia e poi li hanno convinti. È una lezione da imparare per il maggior partito di opposizione, il Pd.

Claudio Lombardi

L’Europa dei cittadini antidoto al sovranismo

I partiti che hanno vinto le ultime elezioni hanno una soluzione semplice per il problema della sovranità: rinnegare le politiche europee. Ma è una soluzione illusoria. Una maggiore democraticità si ritrova solo ampliando il dibattito politico in Europa.

La questione della sovranità nazionale

Si è parlato molto dei risultati delle recenti elezioni in Italia e delle loro possibili spiegazioni. Mentre l’attenzione si è prevalentemente concentrata sulle conseguenze economiche della crisi e gli errori veri o presunti del governo precedente, c’è un tema più generale che forse è ancora più rilevante. È quello della sovranità popolare, cioè della capacità dei cittadini di orientare con il voto i destini del proprio paese. È un tema che caratterizza tutte le democrazie occidentali, per le conseguenze indotte dalla forte e recente integrazione dei mercati. Ma è un problema particolarmente rilevante per i paesi europei e soprattutto per quelli che hanno adottato la moneta comune.

Questi paesi infatti, come contropartita ai benefici del mercato unico, hanno rinunciato alla capacità di prendere decisioni autonome nel campo della politica commerciale e della regolamentazione dei mercati. Ma adottando l’euro, hanno anche abdicato alla gestione autonoma della politica monetaria e di quella di bilancio, dato che l’appartenenza alla moneta comune impone di necessità anche vincoli fiscali. All’interno di questa cornice, gli spazi di manovra dei governi nazionali sono necessariamente ridotti. È vero per tutti i paesi euro, inclusa la potente Germania, ma è naturalmente tanto più vero per un paese come l’Italia, caratterizzato da alto debito e bassa crescita, e che perciò più dipende dalla benevolenza dei mercati e delle istituzioni europee. Ciò non può non creare frustrazione tra i cittadini. Non c’è nulla di più devastante per la percezione del ruolo del sistema democratico di frasi come “vorremmo ma non lo possiamo fare, perché ce lo impedisce l’Europa” oppure di “lo dobbiamo fare per forza, perché ce lo impone l’Europa”. Eppure, queste espressioni sono state usate più e più volte dai nostri politici per giustificare politiche poco popolari, dimenticandosi di aggiungere che quelle politiche europee, in realtà, erano state decise con il contributo spesso determinante dei nostri funzionari e dei nostri politici.

L’illusione di soluzioni semplici

I partiti che hanno vinto le ultime elezioni in Italia offrono una semplice soluzione al problema. Rinnegare le politiche europee e andare avanti per la propria strada. È una soluzione illusoria.

Farlo rimanendo all’interno delle istituzioni attuali avrebbe solo la conseguenza di relegare il paese ai margini del dibattito politico europeo. Ci penserebbero presto i mercati finanziari a riportarci in riga, una volta compreso che la marginalizzazione comporta anche una riduzione dell’ombrello protettivo steso sulle nostre finanze pubbliche dai vari meccanismi europei introdotti dopo la crisi, come l’Esm (European Stability Mechanism, Meccanismo europeo di stabilità) e la Omt (Outright monetary transactions).

Farlo uscendo dall’euro e dall’Unione europea, al di là degli enormi costi di transizione che ciò comporterebbe, lascerebbe il paese più solo, più povero e meno capace di influire sulle dinamiche globali.

Anche i vantaggi in termini di maggior autonomia sarebbero per molti aspetti illusori. Il debito dovrebbe essere comunque finanziato e, come ci insegna la storia, la possibilità di svolgere una politica monetaria autonoma, all’interno di un’area di scambi di cui comunque per ragioni geografiche dovremmo continuare a far parte, resterebbe limitata.
Tuttavia, il problema esiste. E come si è visto dalle elezioni che si sono tenute di recente nei vari paesi europei, non riguarda solo l’Italia e non riguarda nemmeno solo i paesi più colpiti dalla crisi. Il fatto è che con l’Unione europea e ancor più con quella monetaria, una parte molto rilevante delle decisioni sulle politiche (le policies) è stato trasferito a Bruxelles, mentre il dibattito politico (la politics) è rimasto esclusivamente nazionale. I governi nazionali sono ovviamente coinvolti nelle decisioni europee, ma in modo poco trasparente e poco comprensibile per i cittadini. Se questo è il problema, allora la soluzione può essere cercata solo riportando il dibattito politico a livello europeo, creando cioè un’unione politica in cui le decisioni sulle politiche vengano prese a seguito di un processo democratico che coinvolga direttamente i cittadini europei.

Le soluzioni istituzionali possono essere diverse, e c’è già un ampio spettro di proposte di giuristi e politologi, ma la direzione non può essere che quella. Si tratta ovviamente di una strada difficile e complessa, a maggior ragione in un momento in cui emergono spinte nazionalistiche e populiste, perché richiede ai paesi di rinunciare ad ancora più sovranità nazionale. Ma a ben vedere è anche l’unica soluzione possibile per contrastare definitivamente queste spinte. Il dibattito sulla riforma dell’Eurozona ne è un esempio: ci si barcamena spesso su soluzioni parziali o che coinvolgono complessi meccanismi di ingegneria finanziaria, ma diventa sempre più evidente che una unione monetaria non sostenuta da una unione politica è intrinsecamente instabile. Non siamo fortunatamente all’anno zero. Il dibattito è aperto e, per esempio, le proposte del presidente francese sulla introduzione di una capacità fiscale e di un bilancio per l’area euro, un ministro del tesoro responsabile di questo bilancio e di un euro-parlamento che lo controlli, vanno nella direzione giusta. Su questi temi il futuro governo italiano dovrebbe impegnarsi. Tenendo conto anche del fatto che la discussione in Europa va comunque avanti, con noi o senza di noi. Se non saremo seduti al tavolo, faremo probabilmente parte del menù.

Massimo Bordignon tratto da www.lavoce.info