La retromarcia del governo M5S Lega

Se gli italiani fossero tutti consapevoli della situazione del loro Paese dovrebbero arrabbiarsi con il governo M5S Lega. Rivisto adesso il film degli ultimi mesi sembra la brutta copia di una sceneggiata di una compagnia teatrale raffazzonata. Di Maio e compagni sul balcone che esultano per il deficit al 2,4%, la dichiarazione di voler “abolire la povertà”, Salvini che si esibisce nella parodia del fascista del terzo millennio (“me ne frego”, “tireremo dritto”, “chi si ferma è perduto”, “aspetto la letterina di Babbo Natale”). E poi le minacce di crisi di governo, la rivendicazione della sovranità assoluta in regime di moneta unica con altri 18 stati, lo sbeffeggiamento dei “burocrati” europei che sarebbero destinati a sparire dalla scena, l’attesa magica delle elezioni di maggio 2019 per avere una maggioranza di nazionalisti al vertice dell’Europa.

Tutta questa buffonata si è dissolta non appena la Commissione Europea ha detto che le regole si rispettano. Salvini e Di Maio hanno sbattuto il muso sulla dura realtà: i tanto deprecati “burocrati” europei hanno dietro i governi nessuno dei quali, a cominciare dai nazionalisti dell’Ungheria e dell’Austria, ha aperto il sia pur minimo spiraglio a favore dell’Italia.

Nel frattempo è arrivato il flop dell’asta dei Btp della settimana scorsa con la quale si dovevano raccogliere soldi innanzitutto tra i risparmiatori italiani. Ebbene il dato complessivo è che si è arrivati a 2-2,5 miliardi di euro contro un’aspettativa di circa 9 miliardi. I risparmiatori italiani che dovrebbero rispecchiare un consenso del 60% nei confronti del governo, non si sono fidati e non hanno comprato la loro quota di titoli pubblici.

Da ieri i due capetti del governo M5S Lega hanno cambiato atteggiamento e adesso si dicono disposti a far calare un po’ il deficit e a rinviare reddito di cittadinanza e quota 100 per dare più spazio agli investimenti. Sì certo continuano a dire che tutto resterà come prima, ma è solo l’ennesima presa in giro per i gonzi che ci credono.

Bisognerebbe applaudire a quest’opera buffa che è diventato il governo del cambiamento. Erano pronti alla crociata contro l’Europa, cianciavano addirittura di 60 milioni di italiani disposti a ribellarsi alla Commissione Europea e adesso fanno marcia indietro su tutta la linea. Come mai?

Primo non valgono niente come leader e come statisti. Salvini ha avuto buon gioco ad esibirsi con la sua sbruffonaggine, ma la Lega ha dimostrato capacità di governo nei territori, non a livello nazionale dove sta mostrando una confusione di idee pari all’arroganza del suo capo. Se ne sono accorti società civile, artigiani e industriali del nord che sono già scesi in piazza a protestare e che nelle prossime settimane hanno organizzato diverse manifestazioni a Milano, Torino e in Veneto. Non era mai accaduto prima d’ora. Perché lo fanno?

Perché lo spread cioè gli interessi che paghiamo sul debito è costantemente sopra 300 punti rispetto a quello di riferimento della Germania e questo significa un analogo incremento degli interessi sul credito e un riflesso anche sui mutui che penalizza fortemente le imprese. Perché nella manovra del governo non ci sono interventi a favore di chi crea lavoro, ma anzi un aggravio fiscale per le piccole imprese. Perché la produzione si sta fermando e il governo pensa di prendere in giro tutti favoleggiando di un aumento del Pil completamente inventato. Perché finora i soli annunci del governo sono costati all’Italia 100 miliardi di euro tra maggiore spesa per interessi e diminuzione del valore della ricchezza finanziaria delle famiglie (dati Banca d’Italia). Perché dietro l’angolo c’è il rischio di un default dello Stato.

Quando? Tra pochi mesi quando il Tesoro dovrà vendere decine e decine di miliardi di titoli di Stato per finanziare la spesa corrente (stipendi, pensioni, servizi, assistenza, sanità) e c’è il rischio che la sfiducia nei confronti dell’Italia faccia ripetere il flop dei Btp di pochi giorni fa. La differenza è che siccome l’Italia campa a debito se non riesce a trovare i finanziamenti fallisce. Passi per i 7-9 miliardi di giovedì scorso, ma 40-50 miliardi che vengono a mancare sarebbero un colpo micidiale.

Ecco dove può finire la favola della sovranità declamata in chiave isolazionista dai capetti del governo. L’Italia contro tutti che esiste solo nella loro fantasia malata di ambizione e di avventurismo. E, statene certi, l’unica salvezza per noi può venire da una rinnovata solidarietà europea e dal rafforzamento dei legami con gli stati più forti che ne stanno preparando una riforma storica.

Macron e Merkel hanno indicato nella creazione di un esercito europeo e nell’istituzione di un bilancio dell’eurozona con la formazione di un fondo per gli investimenti nei paesi che ne fanno parte (ma che rispettino le regole) i due traguardi più importanti per il prossimo anno. C’è da dubitare che Lega e M5S comprendano il significato del cambio di passo che Francia e Germania stanno imprimendo al governo dell’Europa. E pensano che l’Italia ne possa star fuori? Sarebbe un crimine contro gli italiani, un atto di autolesionismo che pagheremmo a caro prezzo.

Ma l’Italia è al tappeto soprattutto perché sono venuti al pettine i nodi di un sistema di governo che ha generato un debito gigantesco ormai insostenibile. Nel debito ci sono decenni di politiche clientelari, di problemi lasciati a decantare, di assistenzialismo malato, di sostegno a un capitalismo arretrato. Piano piano anche gli elettori leghisti e penta stellati cominciano a capire che nessuna sovranità è possibile con quel debito e che la panzana di un ritorno alla lira metterebbe la pietra tombale sullo sviluppo dell’Italia per molti anni. Il nostro Paese fuori dall’euro e dall’Europa non avrebbe scampo.

Sarebbe pure ora di mettere fine alla sceneggiata del peggior governo della storia repubblicana, un’accozzaglia di esibizionisti, bulli, ignoranti, incapaci, cialtroni. Bisogna tornare a votare sperando che gli italiani capiscano la lezione e scelgano persone serie alle quali consegnare il potere

Claudio Lombardi

L’eterno debito pubblico

Spread, deficit e debito pubblico. Tutti i  giorni al centro dell’attenzione. Se non fosse che il debito è nostro, e che sempre noi ne paghiamo gli interessi e se non fosse che lo lasceremo ai nostri figli sarebbero anche venuti a noia. E invece bisogna parlarne e ripetere ciò che già è stato scritto perché è facile pensare che deficit, debito e spread siano affari della politica, dei burocrati di Bruxelles, delle banche e degli speculatori, magari anche occasioni per polemizzare, ma non questioni che toccano da vicino tutti. Dunque vale la pena di rifare discorsi semplici e persino banali, ma utili.

Innanzitutto tutti gli stati hanno un debito pubblico. In Europa però siamo noi ad avercelo più alto se si esclude la Grecia che è un caso a parte. Anche la spesa per interessi è un nostro primato che ci allontana dagli altri paesi europei. Lo spread ne indica la misura giorno per giorno.

Il debito non è un’imposizione perché nasce dalla decisione o dalla necessità di spendere più di quanto si incassa. Fino a che c’è uno sbilancio fra entrate e spese il debito aumenta. In cifra assoluta però perché poi il dato che conta veramente è quanto il debito sia sostenibile e questo lo indica un rapporto, quello tra valore del Pil e debito. Per esempio il debito italiano vale il 132% del Pil, quello della Germania sta intorno al 60%.

Il pareggio di bilancio non è impossibile, tanto è vero che in Europa nel 2017 tredici paesi ci sono riusciti. Così il debito non cresce e basta anche un piccolo aumento del Pil perché il rapporto tra i due cali. Riassumendo. Il caso italiano è questo: debito più grande, interessi più alti e crescita del Pil più bassa.

Comunque il debito pubblico è uno strumento di politica economica e ci possono essere periodi nei quali è persino saggio farne un po’. Il punto cruciale è però trovare finanziatori che prestino i loro soldi allo Stato ed è importante che possano fidarsi che quei titoli saranno ripagati alla scadenza o che manterranno il loro valore nel tempo. Perché questo avvenga bisogna che il debitore sia affidabile, altrimenti il prezzo della scarsa fiducia saranno interessi più elevati o persino la mancanza di acquirenti dei titoli.

Che vuol dire affidabile quando si parla di uno stato? Che chi governa abbia programmi capaci di incrementare l’economia e quindi anche le entrate fiscali. E che i comportamenti e le parole siano coerenti con questi. Se questi elementi mancano gli operatori finanziari diventano diffidenti e alzano il prezzo o si ritirano. Come è noto è successo proprio quest’anno: gli interessi sono cresciuti di molto e gli investitori esteri si sono liberati di una discreta quantità di titoli italiani. Alcuni dicono che il debito è una finzione e che non potrà mai essere restituito. Errore: il debito viene continuamente rinnovato cioè vengono rimborsati i vecchi titoli e ne vengono emessi di nuovi. infatti, l’Italia l’anno prossimo dovrà rinnovare qualcosa come 350 miliardi di euro di debito.

Per i sovranisti l’unica soluzione è tornare ad una moneta nazionale. Per loro è tutto semplice: basta che il governo ordini alla banca centrale di stampare moneta nella misura sufficiente a soddisfare tutte le necessità delle scelte politiche. Così era in Italia prima che fosse abolito l’obbligo per la Banca d’Italia di acquistare i titoli del Tesoro. Sarebbe la soluzione perfetta per qualsiasi governo. Funzionerebbe bene in un sistema chiuso, ma se il sistema chiuso non è ciò che conta è il valore della moneta e questo non lo decide il governo. L’inflazione può fare molto male alla gente comune costretta ad inseguire aumenti del costo della vita che possono raggiungere livelli impossibili da sopportare. Dunque l’opzione sovranista non può funzionare. Il problema è che il governo è composto da due forze, Lega e M5S, che fino alle elezioni facevano dell’uscita dall’euro la loro bandiera ed ora vanno avanti facendo crescere spesa corrente, tensioni e spread senza curarsi delle conseguenze. Sembra che vogliano creare la strada per un’uscita dall’euro senza dichiararlo. Ciò che è chiaro fin da oggi è che il debito salirà e la crescita non ci sarà avviando così una spirale di sprofondamento nella quale le spese assistenziali non basteranno perché l’economia creerà meno valore e richiederà meno lavoro. A quel punto si dirà che bisognerà aumentare ancora il debito per distribuire altri sussidi e così via fino al default dell’Italia. Questo è il muro contro cui andranno a sbattere i sovranisti che ci stanno governando.

Peccato. Si sta distruggendo una stabilità conquistata con molti sacrifici. Si dice che l’euro ci ha impoveriti, ma in realtà è la crisi del 2008 che ci ha colpito duramente. Se, però, fossimo stati soli a fronteggiarla sarebbe andata molto peggio. Chissà perché ci si dimentica sempre che in questi anni c’è stato un disastro nelle economie occidentali.

A questo punto il discorso dovrebbe concentrarsi sulle fragilità dell’Italia perché le polemiche correnti girano intorno a poche parole chiave – deficit, debito, spread, Europa – che non spiegano tutto e non vanno alla radice dei nostri problemi. Che non sono pochi e non hanno soluzioni semplici. Per affrontarli bisogna essere disposti a toccare interessi e convenienze che si sono formati nel corso di molti anni e a chi dipende dal voto degli elettori non conviene. Per modificare nel profondo la situazione italiana ci vuole grande lucidità politica, coraggio, una solida maggioranza di voti e tempo. Una combinazione di fattori che da molto tempo manca in Italia

Claudio Lombardi

Elezioni: la secessione degli italiani

La domanda è: cos’è accaduto alle elezioni domenica 4 marzo? Forse il termine più appropriato è secessione. Una gigantesca secessione di parti cospicue del corpo sociale dallo Stato e dalla classe dirigente riformista che si era assunta l’onere di guidare il Paese fuori dalla crisi che il berlusconismo non era stato in grado di affrontare.

Oltre il 55% degli italiani (senza contare gli astenuti) hanno scelto forze antisistema per esprimere una secessione da ogni progetto politico che avesse al suo centro l’Europa, i diritti civili, il rigore finanziario, la cultura, la difesa del patrimonio artistico e ambientale e l’inclusione sociale. Di fronte alla scelta tra futuro e rabbia/paura la maggioranza degli italiani ha scelto questa seconda via che però Lega, FdI e M5S declinano in maniera diversa.
Ci sono due secessioni: quella del nord e quella del sud che vanno lette con lenti diverse.

Quella del sud va interpretata confrontando Pil e distribuzione del voto. Nel sud più è basso il primo più i voti si orientano in direzione dei 5S: la secessione qui dunque affonda le sue radici nel progressivo approfondirsi della “questione meridionale” che né i governi locali di centro sinistra, né i governi nazionali di Renzi e di Gentiloni hanno saputo affrontare facendone uno dei problemi centrali della ripresa economica. Ciò non significa che in questi territori non sia accaduto nulla, perché molte zone del Meridione si sono agganciate alla ripresa e stanno crescendo anche se non come il resto dell’Italia. Ma la ricaduta sociale è stata inferiore e poco percepita perché si è scontrata con tare storiche del sud, la prima delle quali è costituita da un’amministrazione pubblica inefficiente, combinata con una classe politica totalmente inadeguata: clientelismo e cacicchi (basta guardare Emiliano per capirlo) in sintesi che hanno allargato il solco che separa le due Italie. Una che sta nell’Europa che cresce, dalla Toscana alla Danimarca; l’altra che sta con quella arretrata, dalla Sicilia alla Grecia, ai Balcani, all’est europeo. Come in altre circostanze della storia italiana recente il sud rabbioso che si sente emarginato e costretto in una condizione sempre più periferica sceglie un intreccio tra ribellismo antistatalista, aspettative assistenzialiste, finte rivoluzioni fideistiche, conservatorismo antiriformista per incanalare la propria protesta: basta ricordarsi Lauro, fino ai sindaci “arancione” o il movimento dei forconi.

Oggi è l’ora del populismo del M5S che ha promesso mari e monti e soprattutto quel reddito garantito che ha convinto molti. Ma soprattutto è stato scelto perché tutti sanno che lascerà che le vecchie pratiche clientelari, la distribuzione di risorse assistenziali, l’evasione delle tasse locali, il nero nelle attività economiche rimarranno fonte di reddito supplementare. E’ una secessione che va a destra contro la quale il messaggio europeista e riformista del Pd, raccontato da classi politiche locali screditate e divise, non ha avuto nessuna possibilità di essere recepito. Neanche evocare la vecchia ricetta socialdemocratica però ha avuto successo, come testimonia l’eclisse di D’Alema. Come è ovvio questa scelta non risolverà nessuno dei problemi del Mezzogiorno, ma intanto ha consentito di mettere da parte programmi ritenuti minacciosi – i controlli fiscali, la lotta contro l’abusivismo “di necessità”- a favore del ritorno della spesa pubblica erogata a difesa dei redditi, piuttosto che per progetti di sviluppo a lunga durata. In sintesi bisogna ripensare al Sud come si fece negli anni 60, o alla fine del secolo scorso: in grande e con una visione strategica.

La marginalità dei 5S al nord è la conferma che il populismo assistenzialista e statalista si ferma “a Eboli” potremmo dire. Al nord trionfano invece gli imprenditori della paura non della rabbia raccogliendo il consenso dei ceti medi in declino a cui l’Europa non ha saputo dare risposte convincenti sul bisogno di sicurezza e per un’integrazione degli immigrati governata dai poteri pubblici. La Lega di Salvini sta con l’Europa di Visegrad, sovranista ed euroscettica, che sta vincendo in molte altre parti d’Europa e nei confronti della quale la sinistra riformista è poco competitiva. Almeno fino a quando l’Europa non sarà in grado di uscire dalle secche dell’asfissia rigorista e lanciare un grande piano di sviluppo espansivo e socialmente sostenibile.

Questa è la partita che sta di fronte alla discussione interna nel Pd, che resta comunque una forza del 20%, tra le più forti d’Europa: non una rotta dunque, ma un grave battuta d’arresto che impone un salto di qualità profondo della sua proposta politica. Certo che se tutto si riduce a discutere se appoggiare un governo 5S, vuol dire che la crisi del Pd non si risolverà.

Alberto De Bernardi