La strategia di Salvini e Di Maio: un’ Italia a marcia indietro

Nel teatrino quotidiano della politica italiana siamo sommersi da pettegolezzi, chiacchiere e propaganda. Ben poco si parla della sostanza dei nostri interessi nazionali, del nostro futuro e del contesto mondiale che ci circonda. Battute, esibizionismi, smargiassate quante ne vogliamo. Ragionamenti seri e razionali no. Proviamo a farlo da soli partendo da una notizia.

In Africa è nata l’area di libera circolazione di merci e persone maggiore al mondo. Riguarderà 1,2 miliardi di persone e un Pil di oltre 2 mila miliardi di dollari. Si chiama AfCFTA (African Continental Free Trade Area) l’accordo commerciale firmato da quasi tutti gli stati africani. Con questo accordo si arriverà ad eliminare i dazi sul 90% delle merci scambiate fra gli stati contraenti. Si tratta di una rivoluzione che avrà ripercussioni sul commercio globale e, in particolare, su Europa e Cina. È legittimo pensare che, nel lungo periodo, avrà anche effetti benefici sullo sviluppo degli stati africani e, quindi, indirettamente sui flussi migratori.

Dal punto di vista dei paesi africani l’accordo mira a unificare un mercato interno che è tuttora molto frazionato e gravato da una fiscalità troppo elevata, mancanza di infrastrutture, burocrazia. L’impianto del commercio intrafricano, inoltre, è ancora quello di derivazione coloniale che prevedeva uno scambio obbligatorio o preferenziale verso i paesi europei. Per molto tempo le merci prodotte in Africa prendevano la via dell’Europa e da lì, in alcuni casi, venivano riportate sui mercati africani.

Nel mondo non c’è dunque solo Trump che vuole far valere i diritti del più forte (peraltro puntando ad un comprensibile riequilibrio degli scambi che, per anni, ha visto un bilancio fortemente negativo per gli Usa). E non ci sono solo Salvini e gli altri sovranisti d’Europa che tornerebbero volentieri alla situazione antecedente alla creazione dell’Unione europea facendo saltare l’euro. In Africa, con tutti i suoi guai e le sue arretratezze hanno capito che unirsi è meglio che stare divisi e, in Italia, una campagna rabbiosa vuole spingerci in direzione contraria.

Qualunque persona ragionevole può capire che sono due strade ben diverse quelle che si presentano davanti al governo italiano. Una porta ad impegnarsi per modificare ciò che non va nell’assetto dell’Unione europea e dell’Eurozona. Dalle istituzioni, alle regole, alle politiche i possibili cambiamenti sono molti e tutti possono portare benefici ad un Paese come l’Italia, poco dotato di materie prime, ma naturalmente votato ai commerci. Le soluzioni ai problemi dell’Europa e della moneta comune esistono e si basano tutte sul superamento degli egoismi nazionali in nome di una maggiore convenienza ad unirsi. Troppe volte ci si è riferiti all’Europa come se fosse una creatura dei “burocrati di Bruxelles” dimenticando che nella UE esiste una sola istituzione che rappresenta i cittadini europei ed è il Parlamento europeo. Ed esiste un solo organismo che non risponde alle decisioni governative: la BCE. Tutto il resto ricade sotto gli equilibri dettati dai rapporti intergovernativi. Dire “prima gli italiani” dunque non ha alcun senso se si appartiene ad una unione che è composta da molti stati ognuno dei quali può dire “prima io”. In questo modo non si conclude nulla. Invece, facendo politica verso gli altri stati e privilegiando la dimensione comunitaria si possono ottenere risultati importanti. La propaganda dello scontento è riuscita ad oscurare quasi completamente i vantaggi che l’adesione all’Unione europea e all’euro ha portato all’Italia (e a molti altri stati). Togliere la protezione dell’Europa consegnerebbe ogni paese ad una competizione internazionale che si è fatta molto più insidiosa e pericolosa del passato.

L’altra strada è quella che sembra aver imboccato il governo e che porta allo scontro con la Commissione europea e, dunque, con gli altri stati europei. Sia quelli che condividono l’euro, sia quelli che non l’hanno adottato. In nome di cosa? Salvini e i NO EURO leghisti (innanzitutto Borghi e Bagnai gli economisti di riferimento della Lega) dicono che l’Italia è stata mortificata per anni dai limiti imposti alla sua economia per rispettare parametri di finanza pubblica privi di senso. Detto in poche parole i problemi dell’Italia sarebbero solo una questione di soldi o, meglio, di debito. Per Salvini e Di Maio i soldi risolvono tutto. Senza aggredire i nodi strutturali italiani dell’evasione fiscale (anzi, premiandola con i condoni), della farraginosità del sistema giudiziario, della burocrazia, degli sprechi, delle infrastrutture carenti, dell’estrema frammentazione della struttura produttiva, della scarsa ricerca tecnologica, di una frattura tra nord e sud, della strapotenza della criminalità di tipo mafioso, dell’inefficienza degli apparati pubblici, della distorsione nella spesa pubblica orientata a distribuire mance e sussidi. Per avere più soldi bisogna fare più debito oppure stampare più moneta. Quest’ultima possibilità è preclusa dall’euro e più debito significa pagare più interessi e violare le regole comuni.

Questa è la sostanza e, per questo, Salvini e Di Maio stanno andando allo scontro con l’Europa mettendo in conto anche di provocare l’estromissione dell’Italia dalla zona euro. Dicono che non è vero? Pura finzione. Atti, parole, comportamenti vanno in questa direzione e sono inequivocabili. Si fermerebbero soltanto se gli altri paesi europei acconsentissero a finanziare l’Italia facendosi carico di una parte dell’aumento del debito. In pratica se la BCE (come richiesto nell’unico documento strategico del governo elaborato dal prof Savona pochi mesi fa) diventasse il prestatore di ultima istanza dello stato italiano. Per farci cosa? Per tornare alla finanza allegra degli anni ’70-’80 quando ogni desiderio poteva diventare realtà sfondando i bilanci pubblici. Mettono sotto ricatto l’Unione europea minacciando l’uscita dell’Italia che provocherebbe uno sconquasso generale. Questo è il disegno e, intanto lanciano provocazioni e segnali sia verso l’interno che verso l’esterno.

I minibot sono una provocazione e una truffa. I continui riferimenti alla ricchezza patrimoniale degli italiani sono un segnale chiaro di cosa succederà se si andrà verso la resa dei conti. Che è molto vicina. Gli italiani sembrano non capire che stavolta la possibilità di un disastro è reale. Avremo luglio e agosto da passare inseguendo le chiacchiere e le sbruffonate di Salvini e Di Maio poi a settembre si dovrà per forza fare sul serio

Claudio Lombardi

L’Europa che verrà (forse)

No, l’Europa così non va. Se non cambia radicalmente va a morire. Occorrono scelte drastiche. E poi pessimismo dichiarato (da alcuni). Sfiducia che il nuovo Parlamento europeo possa imporsi sulle logiche intergovernative. Sfiducia anche sui neo eletti. Sembrerà strano, ma questo è il clima di un affollato incontro organizzato a Roma dal Centro studi europolitica e dal Movimento federalista europeo.

Giornalisti, docenti universitari, ricercatori, addetti ai lavori, più un discreto numero di semplici cultori della materia  hanno discusso intensamente per tre ore sui risultati delle elezioni europee. Il tono generale (con alcune eccezioni) è quello descritto all’inizio: critica, pessimismo, una ragionevole sfiducia, ma anche la determinazione di chi ha le idee ben chiare in testa. Se riteniamo ancora valido il motto reso celebre da Antonio Gramsci “pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà”, accanto alla parte analitica dovrebbe sempre esserci anche l’entusiasmo per una parte propositiva che indichi la direzione verso la quale andare. Che, infatti, c’è stata. E non potrebbe essere diversamente visto che gli organizzatori dell’incontro e (quasi) tutti quelli che hanno preso la parola condividono l’obiettivo del federalismo. E allora cos’è che li lascia insoddisfatti?

No, non è il successo elettorale di Salvini. E nemmeno l’affermazione delle liste sovraniste che, comunque, non pregiudica una maggioranza di europeisti nel Parlamento europeo. Non è questo il livello dell’analisi che ha prevalso nella discussione. L’Europa che si è affermata negli ultimi vent’anni ha tradito le aspettative di chi pensava che con il passaggio all’Unione e alla moneta comune la strada verso una dimensione politica era ormai stata imboccata. Invece è dai primi anni 2000 che tutto si è come congelato in attesa di una svolta che ancora non si vede e che non si sa se e come riuscirà a definirsi. In tanti anni nelle istituzioni europee e nelle politiche è cambiato pochissimo e l’euro si è trasformato in una serie di parametri contabili sempre più vuoti di senso perchè lasciati da soli a testimoniare un progetto che aveva ben altre ambizioni. Dando, ovviamente per acquisiti, stabilità nei cambi e tutela dalle bufere finanziarie.

Ancora e sempre gli stati hanno scelto di presidiare i loro interessi bloccando l’evoluzione verso la condivisione delle politiche. Ma l’opinione pubblica ha capito tutt’altro e prendersela con l’Europa è diventato un luogo comune fra i più abusati. Di ciò che accadeva realmente dentro i palazzi dell’Unione ben poco si sapeva o non veniva messo in risalto. Eppure per anni è stato quanto di più simile ad un acceso confronto tra”sovranismi” ci potesse essere tra stati che formalmente erano impegnati a costruire un’integrazione politica. Basti pensare che il dibattito più acceso e la più forte critica che si è sviluppata nell’ultimo decennio si è concentrata sul rigore richiesto nei conti pubblici. Rigore sì. Rigore no. La contabilità dei deficit e dei debiti come  principale se non unico terreno sul quale si misurava il vincolo dell’Unione. Quale messaggio è stato mandato alle opinioni pubbliche? Quali valori, quali fini che identificavano l’Europa nel mondo?

Qualcuno nel dibattito ha osservato che se le istituzioni europee si sono occupate di questioni di minore rilevanza (dalle cozze, alle mozzarelle, alle prese di corrente) trascurandone altre di ben maggiore impatto ciò è stato dovuto non ai “burocrati” di Bruxelles, bensì alle scelte imposte dai governi. Che ancora non si rendono conto che l’ambiente, le piattaforme informatiche e di comunicazione, la ricerca tecnologica, l’energia sono gli ambiti nei quali l’elaborazione di politiche europee non solo è urgente, ma è vitale. Attardarsi in modelli che risalgono a 40 anni fa e che mettono al centro i sussidi per l’agricoltura oppure regolamenti di dettaglio mette a rischio il futuro. L’Europa può riconquistare valore e senso se è capace di porsi come guida di livello continentale. Usa, Cina, India, Russia (e Africa nel futuro?): questi sono gli interlocutori con i quali si deve confrontare non un gioco di equilibri instabili raggiunti, di volta in volta, tra 28 paesi, ma una unione che ha una sua politica, un suo bilancio, una sua struttura di difesa.

Per assurdo bisogna ringraziare i sovranisti. Se in queste elezioni l’afflusso alle urne è stato rilevante lo si deve all’allarme che hanno suscitato. È un fatto che in campagna elettorale si è parlato di Europa per portare a segno un attacco e per reagire ad esso. Il filo conduttore è stato sempre quello dei migranti e dei soldi. E già solo questo rivela la miseria di ciò che è stato fatto dalle forze politiche che si definivano europeiste nel corso degli anni. Dove stavano i temi sui quali l’Europa doveva spiegare senso e finalità della sua esistenza? Perché per anni i governi (e le forze politiche che li guidavano) non hanno trovato di meglio che perpetuare la dimensione intergovernativa nella quale veniva etichettato come “Europa” ciò che era soltanto un accordo tra stati?

Restano enormi lacune nell’informazione delle opinioni pubbliche. E forse da qui si potrebbe ripartire. Bisognerebbe riprendere il lavoro daccapo, ed è probabilmente questa l’opportunità della fase storica che si apre: ricominciare. Per fortuna i sovranisti non molleranno e forse la paura potrà spingere molti ad uscire dalla riposante posizione di chi amministra un patrimonio dato per scontato.

Claudio Lombardi

Il vantaggio di essere Europa

Ci voleva Milena Gabanelli (“Data Room” sul Corriere della Sera di lunedì scorso) per riportare la discussione sull’Europa su un piano di realismo e di concretezza. Da anni la voce che si sente di più è quella dei critici dell’Unione europea. L’austerità è diventata un mito e un marchio di infamia con la quale si vorrebbe cancellare ogni aspetto positivo della costruzione europea. Il capolavoro dei sovranisti, populisti, euroscettici è stato quello di aver imposto una lettura a senso unico delle politiche europee negli ultimi 10-15 anni. Una lettura che, come in una fotografia presa con un teleobiettivo, ha schiacciato i piani fino a far risaltare solo quello della disciplina di bilancio collegata alla moneta unica.

Ancora oggi la proposta politica di questo insieme di forze nazionaliste è cancellare la UE e quindi l’euro e tornare ad un mercato comune europeo nel quale ogni stato conservi la sua politica economica, di bilancio e la sua moneta. Sono anni che provano ad incrinare l’Unione e l’unico argomento di cui dispongono è l’austerità. Più un feticcio che una realtà. Perché?

Allenata al pettegolezzo politico e alla ricerca dei complotti stranamente l’opinione pubblica dei paesi europei non si è soffermata a valutare il collegamento tra la ricchezza dei paesi membri della UE e le mire strategiche che muovono Usa, Cina e Russia. Anche i media sempre a caccia di scandali non hanno dato grande risalto alla competizione per conquistare il mercato più ricco del pianeta. Un gigante economico e un nano politico. Questo è il problema. Rompere l’unità europea significherebbe trattare con i singoli paesi senza più la forza dell’Europa. Nemmeno i finanziamenti russi a diverse forze politiche (la Lega è fortemente sospettata di averli ricevuti) hanno suscitato grande scalpore. Nemmeno la presenza di Steve Bannon capo dell’estrema destra Usa fisso in Europa da molti mesi ha destato stupore. Come se fosse irrilevante l’azione di forze politiche e potenze straniere per incrinare l’Europa con la collaborazione dei cosiddetti sovranisti che operano all’interno. Forse dovremmo essere consapevoli come cittadini europei che noi siamo la posta in gioco in questa battaglia. Conquistare i governi al fine di usarli per rompere l’Unione europea. Questa la strategia che Lega e M5s stanno attuando, negandola, nel nostro Paese. I fatti parlano chiaro e dopo le elezioni europee lo vedremo.

Innanzitutto un dato per capire cosa è l’Europa: il 7% della popolazione mondiale, il secondo Pil più alto del mondo, una produzione che corrisponde al 25% di quella globale e il 50% della spesa mondiale per welfare e servizi sociali.

Visto che persino le forze politiche europeiste e i media non riescono a farlo con sufficiente determinazione si incarica Milena Gabanelli di mettere i puntini sulle “i” dicendo ciò che viene dato per scontato e tale non è. Infatti, ai vantaggi portati dalle politiche europee ci siamo così abituati che non li vediamo più.

Innanzitutto la libertà di circolazione delle persone, delle merci e dei capitali ha significato per milioni di persone la possibilità di muoversi tra i paesi europei ricercando le migliori opportunità di lavoro e di studio. Nell’area di Schengen possiamo viaggiare senza ostacoli doganali (vi aderiscono 26 stati).

Il programma “Erasmus” ha permesso a 9 milioni di giovani di trascorrere periodi di studio all’estero. Il mercato più vasto del mondo con 508 milioni di persone, 24 milioni di imprese e 14 mila miliardi di Pil annuale è il contesto nel quale tutti i cittadini europei possono mettere alla prova le loro capacità.

Grazie alle politiche europee costa meno viaggiare e comunicare, la sicurezza alimentare è la più elevata al mondo, la tutela ambientale è ai massimi livelli su scala globale, i diritti dei consumatori e la protezione sociale sono considerati obiettivi fondamentali delle istituzioni europee.

Infine la finanza pubblica, l’ambito nel quale si sarebbe dispiegata la “feroce” austerità denunciata dai tanti sovranisti euroscettici. Ebbene nella storia recente dell’Italia non si è mai avuto un periodo di stabilità finanziaria come quello assicurato dall’appartenenza all’area dell’euro. Ai tempi della lira e della tanta decantata sovranità monetaria l’inflazione era un peso che ci portavamo sulle spalle e che toglieva certezze ai redditi delle famiglie. L’inflazione (che superò anche il 20% annuo negli anni ’70) si portava dietro gli interessi che lo Stato doveva pagare per sostenere il suo debito. La Banca d’Italia ha calcolato che nel 2018 sono stati pagati 65 miliardi di interessi su un debito di 2.316 miliardi. Ebbene nel 1990 furono pagati circa 71 miliardi su un debito di 668 miliardi (ad un tasso del 10,5%). È chiaro che, se non ci fosse stato l’euro, l’Italia sarebbe stata travolta dalle vicende economiche di questi anni. Nessuna svalutazione avrebbe potuto riportarci a galla.

La battaglia che si combatte oggi è cruciale e le forze sovraniste/populiste al di là di ciò che dicono hanno le idee chiare. In Italia stanno creando le condizioni per una rottura con l’euro e con l’Europa. Il piano inclinato è stato posizionato e lo scivolamento è in atto. È necessario che dalle elezioni europee arrivi il segnale chiaro che gli italiani non vogliono andare indietro

Claudio Lombardi

Il Parlamento europeo, le elezioni e l’Europa

Sembra strano, visto che l’attenzione è concentrata su tutt’altro, ma tra una settimana i cittadini europei eleggeranno il Parlamento che li rappresenterà per i prossimi cinque anni. Dunque un parlamento eletto a suffragio universale da tutti quelli che possono essere definiti cittadini. Cittadini di cosa? Di uno stato che aderisce all’Unione europea. Cittadini europei, appunto. Il 26 maggio si voterà su questo. Per anni gli euroscettici ci hanno abituati a considerare l’Europa come il regno dei burocrati e, invece, andremo a votare per eleggere direttamente una delle massime istituzioni europee. Strano, no? Un piccolo dubbio dovrebbe venirci nei confronti della buona fede di chi ci racconta frottole per attizzare l’ostilità. Questi stessi, infatti, saranno in prima fila a chiedere i voti per le loro liste. Perché li chiedono se il Parlamento non conta e comandano solo i burocrati messi lì non si sa da chi? E perché ci tengono tanto al Parlamento europeo che è l’unico nucleo di federalismo in un’Europa dominata dalle decisioni intergovernative?

C’è da dubitare che tutti gli italiani sappiano per cosa andranno a votare domenica 26 maggio e, ancor meno, come è governata l’Europa. Di sicuro per molti si tratta solo di un’entità esterna che ci impedisce di fare quello che vogliamo. Il che equivale a dire che da soli staremmo meglio. Tanti anni di storia e le guerre devastanti che ci sono state non hanno insegnato nulla. La visione politica di tanti spesso non riesce a vedere oltre la porta della propria casa. Nulla di strano, in Italia è un atteggiamento abbastanza diffuso. L’ignoranza e la chiusura però non portano nulla di buono perché non capiscono la realtà e la trasformano in una rappresentazione falsata e deforme.

Proviamo dunque a fare chiarezza.

Il Parlamento europeo è una delle istituzioni che governano l’Unione europea ed è l’unica eletta direttamente dai cittadini. Le altre – Commissione, Consiglio dell’Unione e Consiglio europeo – derivano la loro legittimazione dai governi dei singoli stati. Legittimazione sempre democratica, ma di secondo grado.

I commissari europei (quelli additati come “euroburocrati”) sono i componenti della Commissione che è l’organo esecutivo dell’Unione. Sono nominati dai governi (ognuno ne nomina uno) e devono attuare e far rispettare gli atti normativi approvati dal Parlamento e dal Consiglio Ue.

Il Consiglio europeo composto dai capi di stato o di governo degli stati membri è l’organo che fissa l’indirizzo politico dell’Unione.

Il Consiglio della Ue è la sede nella quale si incontrano i ministri competenti in relazione alle materie trattate. Ha potere decisionale sugli atti normativi europei e lo condivide con il Parlamento.

Ma cosa fa esattamente il Parlamento europeo? Come già detto condivide il potere legislativo con il Consiglio della Ue (ma non l’iniziativa legislativa che spetta alla Commissione in quanto principale destinataria degli indirizzi decisi dal Consiglio europeo), partecipa all’approvazione del bilancio dell’Unione, elegge il Presidente della Commissione europea e vota sull’approvazione dei commissari indicati dai governi. Può censurare l’operato della Commissione obbligandola a dimettersi. Altre funzioni sono quelle consultive per le nomine nella Corte di giustizia, nella Corte dei conti e nel Direttorio della Banca centrale europea.

In generale in quanto rappresentante diretto dei cittadini esercita i poteri di controllo politico sull’operato della Commissione e costituisce il punto di riferimento per monitorare le istanze che provengono dalle società e dalle economie degli stati europei. Ma lo fa da un punto di vista che collega ciò che accade in 27 realtà diverse. Un ruolo prezioso sia per superare i limiti della trattativa intergovernativa che per conoscere i problemi comuni dei cittadini europei.

Il problema e il limite dell’attuale assetto europeo è che la dimensione intergovernativa prevale cioè l’Europa non è un’entità politica unica, ma le politiche europee sono il prodotto del bilanciamento e della mediazione tra i diversi governi che la compongono.

In poche parole in Europa comandano gli interessi nazionali e lo spazio per una dimensione europea autonoma è molto ridotto. Le regole comuni sono tutte frutto delle decisioni dei governi. Ma non è proprio ciò che rivendicano i cosiddetti sovranisti? Non esattamente, perché questi vorrebbero che l’Europa fosse solo un’area di libero commercio nella quale ogni stato possiede la sua moneta e pratica la sua politica economica e di bilancio.

Bella idea, vero? Peccato che sia la situazione che abbiamo già avuto dalla formazione del primo nucleo del mercato comune fino all’istituzione dell’Unione europea nel 2002. E non sembra che le cose ci siano andate così bene come Italia da desiderare di ritornarci. Non avere memoria è molto pericoloso

Claudio Lombardi

La retromarcia del governo M5S Lega

Se gli italiani fossero tutti consapevoli della situazione del loro Paese dovrebbero arrabbiarsi con il governo M5S Lega. Rivisto adesso il film degli ultimi mesi sembra la brutta copia di una sceneggiata di una compagnia teatrale raffazzonata. Di Maio e compagni sul balcone che esultano per il deficit al 2,4%, la dichiarazione di voler “abolire la povertà”, Salvini che si esibisce nella parodia del fascista del terzo millennio (“me ne frego”, “tireremo dritto”, “chi si ferma è perduto”, “aspetto la letterina di Babbo Natale”). E poi le minacce di crisi di governo, la rivendicazione della sovranità assoluta in regime di moneta unica con altri 18 stati, lo sbeffeggiamento dei “burocrati” europei che sarebbero destinati a sparire dalla scena, l’attesa magica delle elezioni di maggio 2019 per avere una maggioranza di nazionalisti al vertice dell’Europa.

Tutta questa buffonata si è dissolta non appena la Commissione Europea ha detto che le regole si rispettano. Salvini e Di Maio hanno sbattuto il muso sulla dura realtà: i tanto deprecati “burocrati” europei hanno dietro i governi nessuno dei quali, a cominciare dai nazionalisti dell’Ungheria e dell’Austria, ha aperto il sia pur minimo spiraglio a favore dell’Italia.

Nel frattempo è arrivato il flop dell’asta dei Btp della settimana scorsa con la quale si dovevano raccogliere soldi innanzitutto tra i risparmiatori italiani. Ebbene il dato complessivo è che si è arrivati a 2-2,5 miliardi di euro contro un’aspettativa di circa 9 miliardi. I risparmiatori italiani che dovrebbero rispecchiare un consenso del 60% nei confronti del governo, non si sono fidati e non hanno comprato la loro quota di titoli pubblici.

Da ieri i due capetti del governo M5S Lega hanno cambiato atteggiamento e adesso si dicono disposti a far calare un po’ il deficit e a rinviare reddito di cittadinanza e quota 100 per dare più spazio agli investimenti. Sì certo continuano a dire che tutto resterà come prima, ma è solo l’ennesima presa in giro per i gonzi che ci credono.

Bisognerebbe applaudire a quest’opera buffa che è diventato il governo del cambiamento. Erano pronti alla crociata contro l’Europa, cianciavano addirittura di 60 milioni di italiani disposti a ribellarsi alla Commissione Europea e adesso fanno marcia indietro su tutta la linea. Come mai?

Primo non valgono niente come leader e come statisti. Salvini ha avuto buon gioco ad esibirsi con la sua sbruffonaggine, ma la Lega ha dimostrato capacità di governo nei territori, non a livello nazionale dove sta mostrando una confusione di idee pari all’arroganza del suo capo. Se ne sono accorti società civile, artigiani e industriali del nord che sono già scesi in piazza a protestare e che nelle prossime settimane hanno organizzato diverse manifestazioni a Milano, Torino e in Veneto. Non era mai accaduto prima d’ora. Perché lo fanno?

Perché lo spread cioè gli interessi che paghiamo sul debito è costantemente sopra 300 punti rispetto a quello di riferimento della Germania e questo significa un analogo incremento degli interessi sul credito e un riflesso anche sui mutui che penalizza fortemente le imprese. Perché nella manovra del governo non ci sono interventi a favore di chi crea lavoro, ma anzi un aggravio fiscale per le piccole imprese. Perché la produzione si sta fermando e il governo pensa di prendere in giro tutti favoleggiando di un aumento del Pil completamente inventato. Perché finora i soli annunci del governo sono costati all’Italia 100 miliardi di euro tra maggiore spesa per interessi e diminuzione del valore della ricchezza finanziaria delle famiglie (dati Banca d’Italia). Perché dietro l’angolo c’è il rischio di un default dello Stato.

Quando? Tra pochi mesi quando il Tesoro dovrà vendere decine e decine di miliardi di titoli di Stato per finanziare la spesa corrente (stipendi, pensioni, servizi, assistenza, sanità) e c’è il rischio che la sfiducia nei confronti dell’Italia faccia ripetere il flop dei Btp di pochi giorni fa. La differenza è che siccome l’Italia campa a debito se non riesce a trovare i finanziamenti fallisce. Passi per i 7-9 miliardi di giovedì scorso, ma 40-50 miliardi che vengono a mancare sarebbero un colpo micidiale.

Ecco dove può finire la favola della sovranità declamata in chiave isolazionista dai capetti del governo. L’Italia contro tutti che esiste solo nella loro fantasia malata di ambizione e di avventurismo. E, statene certi, l’unica salvezza per noi può venire da una rinnovata solidarietà europea e dal rafforzamento dei legami con gli stati più forti che ne stanno preparando una riforma storica.

Macron e Merkel hanno indicato nella creazione di un esercito europeo e nell’istituzione di un bilancio dell’eurozona con la formazione di un fondo per gli investimenti nei paesi che ne fanno parte (ma che rispettino le regole) i due traguardi più importanti per il prossimo anno. C’è da dubitare che Lega e M5S comprendano il significato del cambio di passo che Francia e Germania stanno imprimendo al governo dell’Europa. E pensano che l’Italia ne possa star fuori? Sarebbe un crimine contro gli italiani, un atto di autolesionismo che pagheremmo a caro prezzo.

Ma l’Italia è al tappeto soprattutto perché sono venuti al pettine i nodi di un sistema di governo che ha generato un debito gigantesco ormai insostenibile. Nel debito ci sono decenni di politiche clientelari, di problemi lasciati a decantare, di assistenzialismo malato, di sostegno a un capitalismo arretrato. Piano piano anche gli elettori leghisti e penta stellati cominciano a capire che nessuna sovranità è possibile con quel debito e che la panzana di un ritorno alla lira metterebbe la pietra tombale sullo sviluppo dell’Italia per molti anni. Il nostro Paese fuori dall’euro e dall’Europa non avrebbe scampo.

Sarebbe pure ora di mettere fine alla sceneggiata del peggior governo della storia repubblicana, un’accozzaglia di esibizionisti, bulli, ignoranti, incapaci, cialtroni. Bisogna tornare a votare sperando che gli italiani capiscano la lezione e scelgano persone serie alle quali consegnare il potere

Claudio Lombardi

L’eterno debito pubblico

Spread, deficit e debito pubblico. Tutti i  giorni al centro dell’attenzione. Se non fosse che il debito è nostro, e che sempre noi ne paghiamo gli interessi e se non fosse che lo lasceremo ai nostri figli sarebbero anche venuti a noia. E invece bisogna parlarne e ripetere ciò che già è stato scritto perché è facile pensare che deficit, debito e spread siano affari della politica, dei burocrati di Bruxelles, delle banche e degli speculatori, magari anche occasioni per polemizzare, ma non questioni che toccano da vicino tutti. Dunque vale la pena di rifare discorsi semplici e persino banali, ma utili.

Innanzitutto tutti gli stati hanno un debito pubblico. In Europa però siamo noi ad avercelo più alto se si esclude la Grecia che è un caso a parte. Anche la spesa per interessi è un nostro primato che ci allontana dagli altri paesi europei. Lo spread ne indica la misura giorno per giorno.

Il debito non è un’imposizione perché nasce dalla decisione o dalla necessità di spendere più di quanto si incassa. Fino a che c’è uno sbilancio fra entrate e spese il debito aumenta. In cifra assoluta però perché poi il dato che conta veramente è quanto il debito sia sostenibile e questo lo indica un rapporto, quello tra valore del Pil e debito. Per esempio il debito italiano vale il 132% del Pil, quello della Germania sta intorno al 60%.

Il pareggio di bilancio non è impossibile, tanto è vero che in Europa nel 2017 tredici paesi ci sono riusciti. Così il debito non cresce e basta anche un piccolo aumento del Pil perché il rapporto tra i due cali. Riassumendo. Il caso italiano è questo: debito più grande, interessi più alti e crescita del Pil più bassa.

Comunque il debito pubblico è uno strumento di politica economica e ci possono essere periodi nei quali è persino saggio farne un po’. Il punto cruciale è però trovare finanziatori che prestino i loro soldi allo Stato ed è importante che possano fidarsi che quei titoli saranno ripagati alla scadenza o che manterranno il loro valore nel tempo. Perché questo avvenga bisogna che il debitore sia affidabile, altrimenti il prezzo della scarsa fiducia saranno interessi più elevati o persino la mancanza di acquirenti dei titoli.

Che vuol dire affidabile quando si parla di uno stato? Che chi governa abbia programmi capaci di incrementare l’economia e quindi anche le entrate fiscali. E che i comportamenti e le parole siano coerenti con questi. Se questi elementi mancano gli operatori finanziari diventano diffidenti e alzano il prezzo o si ritirano. Come è noto è successo proprio quest’anno: gli interessi sono cresciuti di molto e gli investitori esteri si sono liberati di una discreta quantità di titoli italiani. Alcuni dicono che il debito è una finzione e che non potrà mai essere restituito. Errore: il debito viene continuamente rinnovato cioè vengono rimborsati i vecchi titoli e ne vengono emessi di nuovi. infatti, l’Italia l’anno prossimo dovrà rinnovare qualcosa come 350 miliardi di euro di debito.

Per i sovranisti l’unica soluzione è tornare ad una moneta nazionale. Per loro è tutto semplice: basta che il governo ordini alla banca centrale di stampare moneta nella misura sufficiente a soddisfare tutte le necessità delle scelte politiche. Così era in Italia prima che fosse abolito l’obbligo per la Banca d’Italia di acquistare i titoli del Tesoro. Sarebbe la soluzione perfetta per qualsiasi governo. Funzionerebbe bene in un sistema chiuso, ma se il sistema chiuso non è ciò che conta è il valore della moneta e questo non lo decide il governo. L’inflazione può fare molto male alla gente comune costretta ad inseguire aumenti del costo della vita che possono raggiungere livelli impossibili da sopportare. Dunque l’opzione sovranista non può funzionare. Il problema è che il governo è composto da due forze, Lega e M5S, che fino alle elezioni facevano dell’uscita dall’euro la loro bandiera ed ora vanno avanti facendo crescere spesa corrente, tensioni e spread senza curarsi delle conseguenze. Sembra che vogliano creare la strada per un’uscita dall’euro senza dichiararlo. Ciò che è chiaro fin da oggi è che il debito salirà e la crescita non ci sarà avviando così una spirale di sprofondamento nella quale le spese assistenziali non basteranno perché l’economia creerà meno valore e richiederà meno lavoro. A quel punto si dirà che bisognerà aumentare ancora il debito per distribuire altri sussidi e così via fino al default dell’Italia. Questo è il muro contro cui andranno a sbattere i sovranisti che ci stanno governando.

Peccato. Si sta distruggendo una stabilità conquistata con molti sacrifici. Si dice che l’euro ci ha impoveriti, ma in realtà è la crisi del 2008 che ci ha colpito duramente. Se, però, fossimo stati soli a fronteggiarla sarebbe andata molto peggio. Chissà perché ci si dimentica sempre che in questi anni c’è stato un disastro nelle economie occidentali.

A questo punto il discorso dovrebbe concentrarsi sulle fragilità dell’Italia perché le polemiche correnti girano intorno a poche parole chiave – deficit, debito, spread, Europa – che non spiegano tutto e non vanno alla radice dei nostri problemi. Che non sono pochi e non hanno soluzioni semplici. Per affrontarli bisogna essere disposti a toccare interessi e convenienze che si sono formati nel corso di molti anni e a chi dipende dal voto degli elettori non conviene. Per modificare nel profondo la situazione italiana ci vuole grande lucidità politica, coraggio, una solida maggioranza di voti e tempo. Una combinazione di fattori che da molto tempo manca in Italia

Claudio Lombardi

Elezioni: la secessione degli italiani

La domanda è: cos’è accaduto alle elezioni domenica 4 marzo? Forse il termine più appropriato è secessione. Una gigantesca secessione di parti cospicue del corpo sociale dallo Stato e dalla classe dirigente riformista che si era assunta l’onere di guidare il Paese fuori dalla crisi che il berlusconismo non era stato in grado di affrontare.

Oltre il 55% degli italiani (senza contare gli astenuti) hanno scelto forze antisistema per esprimere una secessione da ogni progetto politico che avesse al suo centro l’Europa, i diritti civili, il rigore finanziario, la cultura, la difesa del patrimonio artistico e ambientale e l’inclusione sociale. Di fronte alla scelta tra futuro e rabbia/paura la maggioranza degli italiani ha scelto questa seconda via che però Lega, FdI e M5S declinano in maniera diversa.
Ci sono due secessioni: quella del nord e quella del sud che vanno lette con lenti diverse.

Quella del sud va interpretata confrontando Pil e distribuzione del voto. Nel sud più è basso il primo più i voti si orientano in direzione dei 5S: la secessione qui dunque affonda le sue radici nel progressivo approfondirsi della “questione meridionale” che né i governi locali di centro sinistra, né i governi nazionali di Renzi e di Gentiloni hanno saputo affrontare facendone uno dei problemi centrali della ripresa economica. Ciò non significa che in questi territori non sia accaduto nulla, perché molte zone del Meridione si sono agganciate alla ripresa e stanno crescendo anche se non come il resto dell’Italia. Ma la ricaduta sociale è stata inferiore e poco percepita perché si è scontrata con tare storiche del sud, la prima delle quali è costituita da un’amministrazione pubblica inefficiente, combinata con una classe politica totalmente inadeguata: clientelismo e cacicchi (basta guardare Emiliano per capirlo) in sintesi che hanno allargato il solco che separa le due Italie. Una che sta nell’Europa che cresce, dalla Toscana alla Danimarca; l’altra che sta con quella arretrata, dalla Sicilia alla Grecia, ai Balcani, all’est europeo. Come in altre circostanze della storia italiana recente il sud rabbioso che si sente emarginato e costretto in una condizione sempre più periferica sceglie un intreccio tra ribellismo antistatalista, aspettative assistenzialiste, finte rivoluzioni fideistiche, conservatorismo antiriformista per incanalare la propria protesta: basta ricordarsi Lauro, fino ai sindaci “arancione” o il movimento dei forconi.

Oggi è l’ora del populismo del M5S che ha promesso mari e monti e soprattutto quel reddito garantito che ha convinto molti. Ma soprattutto è stato scelto perché tutti sanno che lascerà che le vecchie pratiche clientelari, la distribuzione di risorse assistenziali, l’evasione delle tasse locali, il nero nelle attività economiche rimarranno fonte di reddito supplementare. E’ una secessione che va a destra contro la quale il messaggio europeista e riformista del Pd, raccontato da classi politiche locali screditate e divise, non ha avuto nessuna possibilità di essere recepito. Neanche evocare la vecchia ricetta socialdemocratica però ha avuto successo, come testimonia l’eclisse di D’Alema. Come è ovvio questa scelta non risolverà nessuno dei problemi del Mezzogiorno, ma intanto ha consentito di mettere da parte programmi ritenuti minacciosi – i controlli fiscali, la lotta contro l’abusivismo “di necessità”- a favore del ritorno della spesa pubblica erogata a difesa dei redditi, piuttosto che per progetti di sviluppo a lunga durata. In sintesi bisogna ripensare al Sud come si fece negli anni 60, o alla fine del secolo scorso: in grande e con una visione strategica.

La marginalità dei 5S al nord è la conferma che il populismo assistenzialista e statalista si ferma “a Eboli” potremmo dire. Al nord trionfano invece gli imprenditori della paura non della rabbia raccogliendo il consenso dei ceti medi in declino a cui l’Europa non ha saputo dare risposte convincenti sul bisogno di sicurezza e per un’integrazione degli immigrati governata dai poteri pubblici. La Lega di Salvini sta con l’Europa di Visegrad, sovranista ed euroscettica, che sta vincendo in molte altre parti d’Europa e nei confronti della quale la sinistra riformista è poco competitiva. Almeno fino a quando l’Europa non sarà in grado di uscire dalle secche dell’asfissia rigorista e lanciare un grande piano di sviluppo espansivo e socialmente sostenibile.

Questa è la partita che sta di fronte alla discussione interna nel Pd, che resta comunque una forza del 20%, tra le più forti d’Europa: non una rotta dunque, ma un grave battuta d’arresto che impone un salto di qualità profondo della sua proposta politica. Certo che se tutto si riduce a discutere se appoggiare un governo 5S, vuol dire che la crisi del Pd non si risolverà.

Alberto De Bernardi