Il sistema Italia è anche questo: la Sicilia

sistema Italia

Parlare male del sistema Italia facendo l’esempio della Sicilia è diventato quasi un luogo comune. Purtroppo è un luogo comune che mostra uno “spaccato” di come funziona il nostro Paese che ci dovrebbe scuotere nel profondo. Magari è proprio quello che accade, ma il radicamento è così profondo che i cambiamenti appaiono sempre molto blandi.

Facciamo dunque cosa utile ripercorrendo un articolo che al caso siciliano dedica Paolo Mieli sul Corriere della Sera di pochi giorni fa. Il titolo è già ampiamente descrittivo “La Sicilia delle tasse perdute e dei soldi pubblici svaniti”, ma il contenuto è assai interessante.

sprechi regione SiciliaMieli ricorda la vicenda dell’ente per la riscossione delle tasse nell’isola balzato all’attenzione delle cronache per la testimonianza del suo amministratore di fronte alla Commissione antimafia. Di che si tratta? È presto detto: «Riscossione Sicilia» nel 2015 avrebbe dovuto incassare 5 miliardi e 700 milioni di euro e, invece, ne ha incassati solo l’8%, 480 milioni. Un anno, solo un anno che si aggiunge agli altri di mancati incassi per un totale di 52 miliardi di buco. Possiamo dire 52 miliardi di ulteriore evasione fiscale?

Giustamente Paolo Mieli si augura che a Bruxelles non si siano resi conto di niente nel momento in cui l’Italia reitera le sue richieste di flessibilità ossia di aumento del deficit.

Identico auspicio lo formula in relazione ad altri “incantesimi” che si fanno nella regione Sicilia che producono tutti lo stesso effetto: la sparizione dei soldi pubblici. Ecco qualche esempio che non pretende di essere esaustivo, ma soltanto una veloce carrellata sul disastro.

Innanzitutto un dato generale: negli ultimi quattro anni l’indebitamento della Regione è cresciuto del 40%. Scendiamo poi nel dettaglio.

falsi invalidiIn Sicilia con un dodicesimo della popolazione italiana risultano esserci un settimo dei non vedenti dell’intero Paese. Epidemia di cecità? No perché il problema non è soltanto della Sicilia poiché nel Sud vengono corrisposti il 44,8% dei trattamenti di invalidità sul totale nazionale pur essendo la popolazione solo il 34,4%. In pratica se si rispetta la media nazionale vi sono all’incirca 445.000 invalidi in più. Non proprio una novità se un importante leader della DC rivendicò tanti anni fa il “diritto” del Sud di essere compensato per il mancato sviluppo con generose dosi di assistenzialismo pubblico.

Andiamo avanti con i “dettagli”. Su 15.000 dipendenti regionali vi sono 2.800 dirigenti sindacali più 2.900 che beneficiano della legge 104. Risultato: circa un terzo dei dipendenti della Regione Sicilia non possono essere trasferiti e godono del diritto di assentarsi dal lavoro.

La Regione eroga ben 16.500 trattamenti pensionistici compresi i vitalizi ai familiari dei deputati regionali anche se lo furono solo per brevi periodi. Viene citato l’esempio della figlia di un deputato regionale che settant’anni fa fece un mandato di circa quaranta mesi. Ebbene dal 1974, alla morte del padre, questa signora incassa un vitalizio di oltre duemila euro al mese.

spreco denaro pubblicoPaolo Mieli si augura che l’Europa non si accorga anche del “drammatico” incremento dei disabili gravi che, nel giro di due anni, sono passati da 1.500 a 3.600. Con il record assoluto di Giarre che ha visto un incremento del 3.500%.

L’auspicio si estende al dato clamoroso della spesa per l’acquisto di materiale informatico e tecnico arrivata a un miliardo e 700 milioni mentre la stessa in Lombardia è stata nel 2016 soltanto di 112.000 euro. Difficile, però, immaginare che l’Europa non si accorga dei famosissimi forestali siciliani (23.000 la più alta percentuale mondiale in rapporto a popolazione e superfici boschive) che costano 250 milioni di euro l’anno. Tra l’altro una parte dei suddetti forestali, secondo una rilevazione della stessa Regione, sono stati assunti pur avendo condanne definitive per crimini contro il patrimonio (tra cui l’incendio doloso) e persino per associazione mafiosa.

Ovviamente la conclusione di Paolo Mieli è che se l’Unione Europea si rendesse conto di come funziona il sistema italiano in Sicilia e in generale nel Sud forse non potrebbe prendere sul serio i nostri solenni impegni per il contenimento della spesa pubblica.

Per noi italiani il problema è più serio della sfiducia di Bruxelles perché la dissipazione delle risorse pubbliche fa capo ad un sistema di gestione del potere che stringe in un blocco sociale e culturale una buona parte della popolazione specialmente al Sud. E questo è uno degli aspetti più drammatici del caso Italia. Molto se ne è parlato, ma forse lo si è soltanto incrinato, non certo sconfitto

Claudio Lombardi

E se guardassimo alla fragilità dell’Italia?

declino Italia

Cosa c’è che non va nel nostro Paese? La fragilità dell’Italia riguarda tutti noi che ne subiamo le conseguenze. Non è una cosa che tocca solo i giornalisti, gli specialisti, le burocrazie e i politici. Di fronte all’evidenza di un’economia che non cresce, di servizi ed infrastrutture carenti, di una spesa pubblica sempre molto alta la domanda si impone e non possiamo far finta di niente perché lì è la radice di tutto. Guardando le cose con occhi di straniero e, quindi, prendendo distanza dal giorno per giorno, l’impressione è che sia in atto da molto tempo un gigantesco spreco di risorse che non solo non produce sviluppo, progresso e benessere, ma, anzi, costituisce uno degli elementi fondamentali del declino che stiamo vivendo.

spesa-pubblicaLa fragilità si rivela e si descrive in pochi elementi ormai assodati. Il Pil cresce poco (quest’anno sarà l’1%), meno di tutti gli altri paesi europei. E’ così da una quindicina d’anni cioè da prima della grande crisi. Il debito pubblico è il secondo in Europa dopo quello della Grecia e non è giustificato dallo stato del Paese cioè, non si traduce in un miglioramento visibile né delle condizioni di vita degli italiani né dell’economia. Ma si traduce, invece, in un tirare a campare senza sapere dove si va.

Di contro il livello del debito obbliga a politiche di bilancio rigorose non tanto perché ci obbliga l’Europa (c’è anche questo ovviamente), quanto perché c’è bisogno di contrarre nuovi prestiti per circa 400 miliardi di euro l’anno. Se si vuole l’ombrello dell’euro e l’aiuto della BCE bisogna stare ai patti e godersi i benefici di tassi di interesse mai stati così bassi (e con il QE una parte dei titoli li compra la BCE stessa). Se si dovesse rinunciare all’euro il mercato ci chiederebbe interessi molto più alti perché l’Italia non è ritenuta un creditore affidabile (ci ricordiamo che questo significa lo spread?). I cosiddetti sovranisti vorrebbero risolvere tutto stampando moneta come se il mondo fosse popolato di “selvaggi” da abbindolare con le perline.

Un altro elemento poco considerato è l’invecchiamento della popolazione e la propensione al risparmio. Quindi minore domanda e accantonamento di risorse per l’incertezza del futuro.

giovani e lavoroI giovani, per quanto il loro numero sia in diminuzione, ne escono penalizzati perché il lavoro di qualità è scarso e quello poco appetibile (molto impegno, poco guadagno) è comunque già preso dagli immigrati.

Le imprese sono generalmente sottodimensionate, deficitarie in innovazione tecnologica e scarsamente capitalizzate quindi molto dipendenti dalle banche (di qui anche la caccia alla protezione dei politici per accaparrarsi i prestiti degli istituti di credito).

Dovrebbe essere una situazione nella quale la spinta al cambiamento è forte, ma, stranamente, così non è ed è invece diffusa la sensazione di un immobilismo rancoroso e impotente che si accontenta di sfoghi e non sa costruire alternative di governo (crescita del M5S, della Lega e delle destre estreme).

pressione fiscale ItaliaLa spesa pubblica è molto alta ed è pagata, oltre che con il debito, con una pressione fiscale che è di almeno 4 punti sopra la media europea ed un prelievo contributivo altrettanto pesante sul costo del lavoro. Con quali effetti? Carenza di infrastrutture, sistema educativo inadeguato, giustizia lenta, pubblica amministrazione inefficiente. Il tutto accompagnato da una legislazione ipertrofica e farraginosa e poi dai soliti noti: sprechi, corruzione ed evasione fiscale che hanno negli apparati pubblici il loro snodo fondamentale.

Qualche numero può aiutare ad inquadrare meglio la questione. Nel 2008 il debito era di 1.671 miliardi pari al 102% del Pil. Adesso ammonta a 2.240 miliardi circa il 133% del Pil. La spesa per interessi è di circa 70 miliardi più o meno il 4% del Pil ed è tenuta bassa grazie all’ombrello dell’euro e agli interventi della BCE (negli ultimi anni della lira ha oscillato dal 9 al 6%). Inutile dire che negli altri paesi europei assimilabili al nostro la spesa per interessi si aggira intorno a poco più della metà.

Colpisce il dato reso noto di recente che la spesa per interessi dell’Italia negli ultimi dieci anni è stata di circa 760 miliardi di euro, una tassa occulta pagata solo per mantenersi a galla.

sistema ItaliaSi è detto tante volte, però, che il debito pubblico non è necessariamente indice di squilibri economici e di debolezza. Può, al contrario, essere un fattore di crescita grazie agli investimenti. Ebbene anche su questo versante i numeri non ci premiano. Infatti dal 2009 al 2015 gli investimenti sono passati dal 3,4% al 2,2% del Pil mentre la spesa pubblica totale è salita negli stessi anni da 781 a 828 miliardi. Certo, in tempi di “vacche magre” è normale ridurre un po’ le spese, ma qui accade che la spesa cresce, si accende nuovo debito per farle fronte, ma solo per la parte corrente. Cioè non si semina nulla per il futuro, si vive alla giornata.

Spesso si contrappone al debito pubblico l’attivo patrimoniale delle famiglie italiane che è circa il quadruplo del debito. Grazie a questo attivo accumulato nel passato molte famiglie hanno potuto sostenere i giovani ed affrontare gli effetti della crisi economica. Ma questo non può proseguire all’infinito. Come scrive Paolo Bricco sul Sole 24 Ore “il nostro Paese ribalta il motto “il convento è ricco, i monaci sono poveri”. Da noi i monaci sono (per ora) ricchi, perché i monaci – gli italiani – hanno scaricato sul convento – i conti pubblici – gli scontrini  non pagati da consumatori e le evasioni e le elusioni fiscali realizzate con le loro aziende, le pensioni a cinquant’anni senza alcuna corrispondenza con i contributi versati e i prepensionamenti a 48 anni, che negli anni ’80 e ’90 hanno costituito il principale ammortizzatore sociale del sistema consociativo fra le forze politiche, le rappresentanze degli imprenditori e i sindacati”.

Il problema, quindi, non è tanto la libertà di crescita del deficit e del debito pubblico. Il problema è che siamo schiavi di meccanismi di spesa che vengono dal passato tutti centrati sulla spesa corrente che, a sua volta, è basata su un fitto intreccio di posizioni di rendita e di protezioni corporative. E tutto ciò si traduce in immobilismo e spreco.

Conclude Paolo Bricco “ l’insostenibilità è nel meccanismo di finanza pubblica che si nutre – e allo stesso tempo viene nutrito – dal fallimento storico delle nostre classi dirigenti e – in fondo – dall’irresponsabilità civile della maggioranza degli italiani”.

Purtroppo e non si vede all’orizzonte una soluzione.

Claudio Lombardi

La politica e la situazione dei giovani

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Si sa che i giovani hanno votato in stragrande maggioranza NO al referendum (dal 68 all’81% secondo diverse rilevazioni). I promotori del No hanno festeggiato la loro vittoria, ma c’è poco da festeggiare perché più del dissenso sulla riforma costituzionale ha pesato la situazione dei giovani e il loro rapporto con la politica che non sembra in grado di migliorare la loro condizione.

disoccupazione-giovaniUna conferma viene da un’altra rilevazione che fissa una prevalenza del NO al 66% dei voti nei 100 comuni con più disoccupati cui corrisponde il 59% di Sì nei 100 comuni con meno disoccupati. Il fatto è che in Italia i giovani stanno pagando più degli altri le conseguenze della crisi tanto è vero che si è prodotta una disuguaglianza speciale, tutta per loro, che li allontana dalle altre classi di età.

Secondo dati della Banca d’Italia negli ultimi 20 anni il reddito delle persone con più di 65 anni è cresciuto del 19% mentre quello dei minori di 35 anni è diminuito del 15% e quello della fascia fra 35 e 44 anni ha segnato un meno 12%. In pratica la crisi è stata pagata dalle classi di età che comprendono la giovinezza e la maturità, mentre i più anziani hanno goduto di una tutela efficace ed estesa.

lavoro-giovaniUn trend confermato dal Censis che ha rilevato nel corso degli ultimi 25 anni una diminuzione di reddito del 15% per le famiglie di giovani con meno di 35 anni che si traduce anche nella diminuzione della ricchezza disponibile. Nel concreto significa che i giovani hanno potuto beneficiare del patrimonio accumulato dalle famiglie di origine, ma non sono in grado di farsene uno proprio. Inoltre, nel confronto tra il 1991 e il 2016 il reddito dei giovani di oggi è inferiore del 26,5% a quello dei coetanei di allora. Ma il reddito di coloro che hanno più di 65 anni è aumentato del 24,3%. Se ci aggiungiamo che la disoccupazione giovanile è al 36% e che la riforma del mercato del lavoro ha creato più occupazione per gli adulti abbiamo un quadro veramente demoralizzante per i giovani.

Per correggere le disuguaglianze ci sono però due strumenti politici da utilizzare: il fisco e la spesa pubblica. Funzionano? Sembra di no.

Alcuni analisti esemplificano la situazione paragonando la disuguaglianza dei redditi italiana a quella dell’Inghilterra, ma non con la pressione fiscale inglese bensì con quella, molto alta, della Svezia. Un record singolare, non c’è che dire.

spesa-pubblicaL’effetto della spesa pubblica viene rappresentato da un dato: l’intervento dello Stato fa crescere la disuguaglianza invece di ridurla. In pratica, per dirla brutalmente, lo Stato preleva con le tasse molti soldi che non servono a ridurre il disagio di chi sta peggio ma vanno a chi sta meglio. Dati Ocse dicono che il 35% della spesa sociale va al 20% più ricco  e meno del 10% al 20% più povero. La spesa pensionistica in rapporto al Pil è al 16% e la pressione contributiva sui salari al 33%, percentuali fra le più alte al mondo. Dulcis in fundo, chi gode delle prestazioni del welfare è all’84% anziano. Naturalmente si potrebbe dire dato che gli anziani godono di pensioni che assorbono un’alta percentuale di spesa pubblica e sono i maggiori fruitori delle prestazioni assistenziali e sanitarie. Tutto ciò porta Roberto Perotti ex responsabile della spending review del governo e docente presso l’università Bocconi di Milano a scrivere nel suo ultimo libro (Status quo) che il rischio di povertà estrema grava soprattutto sui giovani.

Si dice che il lavoro è la prima preoccupazione degli italiani. È vero, ma bisogna precisare che non si tratta solo di una questione personale perché al lavoro corrisponde il futuro del nostro Paese. Come stupirsi se ad ogni occasione proprio i giovani esprimono la loro protesta contro chi governa? Se i politici non capiscono questa situazione si condannano ad essere rifiutati

Claudio Lombardi

Solo questione di deficit e di spesa pubblica?

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I funzionari della Commissione europea stanno per iniziare le loro verifiche negli uffici del Ministero dell’economia. La lettera con le osservazioni di Bruxelles sulla manovra di bilancio sta arrivando. È di ieri, domenica, la pubblicazione dell’intervista del ministro Padoan con la quale si indica un’alternativa netta: “L’Europa deve scegliere da che parte stare. Può accettare il fatto che il nostro deficit passi dal 2 al 2,3% del Pil per far fronte all’emergenza terremoto e a quella dei migranti. Oppure scegliere la strada ungherese, quella che ai migranti oppone i muri, e che va rigettata. Ma così sarebbe l’inizio della fine”. Le carte sono in tavola. Ancora non si può dire se si stia andando verso una contrapposizione tra Commissione e governo italiano o se si stia svolgendo un gioco delle parti necessario per far passare la legge di bilancio così com’è, ma facendo finta di arrabbiarsi in modo da non scontentare le opinioni pubbliche dei paesi “virtuosi” cioè della Germania.

confronto-europa-italiaLa materia del contendere è il deficit di bilancio che anche quest’anno non scenderebbe come pattuito e come l’Italia si era impegnata a fare. Sotto accusa, ancora una volta, sono le regole dell’austerità imposte dal Fiscal Compact e inglobate nella nostra Costituzione ormai da quattro anni che imporrebbero di tendere al pareggio di bilancio al fine di ridurre il debito.

Messa così è evidente che quelle regole che un po’ tutti abbiamo accolto come un benefico vincolo esterno che ci avrebbe forzato la mano (ma che ci avrebbe fatto bene), sono stupide cioè sbagliate e dannose. Lo sono perché ingessano la funzione propulsiva della finanza pubblica in parametri troppo rigidi per adattarsi ai periodi di crisi. E noi, per dimostrare la nostra buona volontà ai mercati che ci stavano aggredendo, le abbiamo pure inserite in Costituzione.

L’unica azione sensata sarebbe cambiare il Fiscal Compact e creare una unione fondata sulle politiche e su un bilancio dell’eurozona con tanto di ministro del tesoro comune. È ciò che caldeggia anche Mario Draghi da un po’ di tempo ed è una gran bella idea. Chissà se mai ci si arriverà. Certo è che se le cose non cambiano l’euro non potrà sopravvivere, perlomeno nella sua attuale estensione. Non è certo, ma è una probabilità che comincia ad essere presa sul serio dagli analisti.

fiscal-compactIl ragionamento potrebbe chiudersi qui magari aggiungendo solo il pieno sostegno all’impegno di Renzi e di Padoan per allargare i limiti entro i quali deve muoversi il nostro bilancio.

Però siamo sicuri che non c’è nient’altro da dire? No c’è molto altro perché l’Italia ha un problema tutto suo che è rappresentato dalla montagna del debito pubblico e dal suo rapporto con un Pil che non cresce. Si dice sempre che l’elasticità del deficit è la condizione fondamentale per la crescita dell’economia. Si ricorda ad esempio che gli Usa di Obama negli anni cruciali della crisi hanno superato il 10% di deficit e così sono riusciti a frenare la discesa e hanno conquistato un ritmo di crescita del Pil che l’Europa se lo sogna. E noi? Se noi potessimo sforare di quanto vogliamo, anzi, se non avessimo alcun limite ci svilupperemmo a ritmi cinesi? Ma per carità, nemmeno in sogno ce la faremmo.

A differenza degli Usa e anche della Francia e della Spagna che sforano allegramente da anni abbiamo qualche piccolo problemino perché il declino della crescita cioè della produttività dura da molto tempo. E l’inefficienza del sistema Italia è diventata una palla al piede che ci blocca. Purtroppo senza Pil resta solo il deficit che si trasforma in debito che deve essere rinnovato continuamente. Per la spesa corrente sia chiaro. Già adesso ogni anno dobbiamo prendere in prestito qualcosa come 400 miliardi di euro ed è solo grazie alla tutela della Bce e alla solidità dell’euro che la spesa per interessi non ci divora.

spesa-pubblicaInutile illudersi: non è spendendo e spandendo che potremo risollevare le nostre sorti. Dobbiamo avere il coraggio di rottamare un sistema che non funziona che si chiama innanzitutto spesa pubblica e pubbliche amministrazioni e che si tira appresso anche una società disunita sui valori fondamentali e una cultura civile quanto meno carente.

Si è parlato tanto di spending review e quando in qualche talk l’ospite di turno vuole fare bella figura si mette sempre ad invocare gli investimenti e il taglio della spesa improduttiva. Molto facile dirlo nei salotti televisivi, tanto non bisogna mica farlo sul serio. Renzi che era partito con la parola d’ordine della rottamazione ha dovuto frenare i bollenti spiriti perché il sistema Italia, (fatto anche di tante isole di eccellenza, sia chiaro), nel suo complesso è capace di sgretolare le migliori intenzioni.

Qualcuno che vede Renzi come il fumo negli occhi (due nomi secchi: Bersani e D’Alema) ha avuto il potere in anni lontani e più recenti e non è riuscito a cambiare un granchè. Anche qualcuno che esibiva una grande ammirazione per Renzi (Berlusconi tanto per non fare nomi) e molta amicizia e oggi gli da’ contro ha avuto tutto il potere nel nome di una rivoluzione liberale che nemmeno dipinta si è vista. Insomma un altro po’ di spesa pubblica può servirci per non affogare, ma stiamo sempre in alto mare

Claudio Lombardi

Il lungo sonno della produttività italiana

produttività Italia

Da tempo ci si domanda come mai l’economia italiana reagisca peggio della media europea e si è individuato un problema di paralisi della produttività. Luca Ricolfi gli dedica un ampio articolo sul Sole 24 Ore del 29 maggio. Ne riportiamo i brani più significativi.

Italia logorata“Che si torni a parlare di produttività … è senz’altro un bene. E questo per un motivo tanto semplice quanto cruciale: la produttività in Italia ristagna da vent’anni, e l’interruzione di questo lungo sonno è una condizione necessaria, assolutamente necessaria, per restituire un futuro a questo Paese. Ci sono due piccole complicazioni, tuttavia. La prima è che un eventuale risveglio della produttività … è solo una condizione necessaria di ripresa del Paese. Se questo risveglio dovesse avvenire senza un robusto aumento dell’occupazione e del Pil, o peggio ancora dovesse avvenire mediante una drastica riduzione dei posti di lavoro (come è accaduto in Spagna durante la crisi), quel risveglio si risolverebbe in un ricupero di competitività di una parte dell’apparato produttivo, ma non sarebbe in grado di tradursi pienamente in un innalzamento del benessere di tutti: salari più alti, migliori posti di lavoro, aziende più dinamiche e moderne, opportunità lavorative per i giovani.

La seconda complicazione è che, nonostante molti ritengano di sapere perché da vent’anni in Italia la produttività non cresca più, in realtà nessuno lo sa con ragionevole certezza. … Quello di cui avremmo bisogno è un racconto del caso italiano sufficientemente preciso e circostanziato da indicarci la strada per uscire dal letargo in cui il Paese è piombato a metà degli anni ’90. …

debito pubblico ItaliaPerché quello dell’Italia è davvero un caso speciale fra le economie avanzate. … quello che rende il caso italiano difficile da spiegare in modo convincente, è che non si tratta genericamente di spiegare come mai la produttività ristagna, ma di rendere conto di una precisa concatenazione di eventi: il fatto che fino al 1995 la produttività dell’Italia avesse una dinamica normale; il fatto che, a un certo punto, nella seconda metà degli anni ’90, abbia improvvisamente smesso di crescere; il fatto, infine, che la stagione del ristagno duri ininterrottamente da vent’anni. …

L’evidenza empirica disponibile pare forse ridimensionare un po’ le spiegazioni più in voga, molto incentrate su cose (peraltro importantissime) come il mercato del lavoro, le relazioni industriali, la politica fiscale, la politica monetaria, ma non sempre altrettanto pronte a cogliere quel che si muove (o non si muove) fuori del circuito economico. Forse dovremmo riflettere di più sul fatto che, a ristagnare, non è solo la produttività del lavoro, ma è la produttività totale dei fattori produttivi (capitale e lavoro), e che il brusco arresto di quest’ultima precede di ben cinque anni quello della produttività del lavoro (la produttività del lavoro ristagna dal 2000-2001, quella totale dal 1995-1996). Una produttività totale dei fattori stagnante indica una sorta di stallo, o di neutralizzazione reciproca, fra molteplici forze e contro-forze. …

Rear-Admiral Sir Horatio NelsonUna di tali forze è sicuramente il progresso tecnico e organizzativo non incorporato nel capitale, ma l’altra è il complesso delle esternalità, delle condizioni collaterali e di contesto, che rendono possibile una vita economica fluida e dinamica: una burocrazia efficiente e non pervasiva, una giustizia civile veloce, norme chiare e facili da applicare, adempimenti snelli e non troppo numerosi, poteri amministrativi ben delimitati, percorsi autorizzativi lineari, ragionevole stabilità delle leggi, dei regolamenti e della normazione secondaria, tempi certi per aprire un’attività, o anche semplicemente per ottenere un allacciamento telefonico. Ma anche: investimenti pubblici in infrastrutture materiali e immateriali, sostegno alla ricerca, valorizzazione della conoscenza (a partire da scuola e università).Ebbene, tutto questo è mancato, e forse la sua mancanza ha fatto più danni alla dinamica della produttività di quanti ne abbiano fatti gli altri innumerevoli fattori sempre evocati.

Ma la latitanza del potere politico e amministrativo, si potrebbe obiettare, c’è sempre stata, nel nostro sfortunato paese e, prima del 1995, non ha mai impedito all’Italia di crescere a un ritmo comparabile a quello delle altre economie avanzate. Perché quel che era possibile ieri ha smesso di essere possibile oggi?La mia impressione … è che quel che è successo a metà degli anni ’90 in Italia non è stato un improvviso collasso della macchina pubblica ma, molto più semplicemente, il fatto che, di colpo, complici la globalizzazione, la crisi della lira e l’imperativo categorico dell’ingresso nell’euro, tutte le nostre inefficienze, manchevolezze e ritardi sono divenute insostenibili. Da un mattino all’altro ci siamo trovati a dover tirare la cinghia, ridurre il debito pubblico, competere senza il salvagente delle svalutazioni, tenendoci un elefante pubblico di cui la maggior parte dei nostri concorrenti poteva felicemente fare a meno.

regioni ItaliaNon è l’apparato statale dell’Italia che è di colpo cambiato a metà degli anni ’90, ma è semmai l’arena in cui l’Italia e gli altri paesi europei si accingevano a competere che è cambiata …. Di fronte a un simile sconquasso, come abbiamo reagito? In parte abbastanza bene, ovvero aggredendo il debito pubblico con la più grande ondata di privatizzazioni mai vista in un’economia occidentale, anziché imponendo un decennio di sacrifici alle famiglie e alle imprese. Ma in parte malissimo, ovvero costruendo il mito condiviso del federalismo fiscale, un mito partorito dalla Lega Nord ma immediatamente sposato dalla sinistra.

Un mito che si basava su un’eccellente idea, ridurre gli sprechi dell’apparato pubblico e avvicinare la politica ai cittadini, ma che, in mano ai nostri politici affamati di voti (e qualche volta anche di altri benefit), si è rapidamente trasformato nel più grande harakiri che il paese si sia inferto dopo la seconda guerra mondiale. Anziché essere usato per ridurre i costi, quel poco di federalismo che abbiamo avuto è stato usato per duplicare, qualche volta triplicare, i centri di spesa. Ma il fatto più grave, dal punto di vista del nostro tentativo di capire l’arresto repentino della produttività in Italia, è che, in tutte le sue varianti (decentramento amministrativo prima del 2000, riforma del Titolo V nel 2001, legge 42 nel 2009), l’ideale federalista è stato di fatto tradotto in un’immane moltiplicazione dei centri di decisione, dei soggetti coinvolti nei processi politici, degli adempimenti degli operatori economici; in una pessima (perché confusa) ridefinizione dei compiti dei vari apparati della Pubblica Amministrazione, con conseguente proliferazione dei conflitti fra poteri pubblici; in un dannosissimo allungamento dei percorsi autorizzativi a tutti i livelli e per tutti i tipi di soggetti. Insomma: nel momento in cui avremmo dovuto accorgerci che uno Stato così non potevamo più permettercelo, e che era giunto il tempo di snellirlo e alleggerirlo, abbiamo invece cominciato a renderlo sempre più pesante e barocco. …

spesa pubblicaA mia conoscenza c’è un solo paese avanzato in cui, negli ultimi vent’anni, la traiettoria della produttività sia stata simile a quella dell’Italia: il Belgio. Un paio di mesi fa (dopo gli attentati terroristici a Bruxelles), su questo giornale, Beda Romano faceva notare che, in Belgio, dal 1970 si sono susseguite almeno «sei grandi riforme istituzionali», e che esse «hanno creato sovrapposizioni e inefficienze». E osservava: «è un paradosso, per salvaguardare il futuro del Belgio e rispondere alle richieste di autonomia delle tre regioni (Fiandre, Vallonia e Buxelles) e delle tre comunità (francese, fiamminga e tedesca), le sei grandi riforme istituzionali (…) hanno avuto l’effetto di indebolire lo Stato attraverso un continuo trasferimento di competenze dal centro alla periferia (…).

Tra parlamenti locali e parlamento federale, il paese conta sei assemblee».Difficile non cogliere l’analogia con la storia del nostro paese. Per questo, quando si parla del ristagno ventennale della produttività in Italia, mi sento di sottoscrivere pienamente l’invito che più volte è risuonato in questi giorni: ognuno faccia la sua parte. Purché non ci si dimentichi che, fra i tanti che dovrebbero fare la loro parte, c’è anche l’apparato pubblico. Il quale, nell’ostacolare il naturale, fisiologico, aumento della produttività una parte l’ha avuta sicuramente. E la cui parte, arrivati a questo punto, potrebbe essere innanzitutto quella di farsi un pochino da parte”

Un governo per l’ euro? Sì

vincoli esterni Italia

Le borse rimbalzano, la Fed sembra voler rinviare un rialzo dei tassi, la Bce vuole proseguire nella creazione di moneta. E vissero felici e contenti? No, perché domani potrebbe tornare la paura del crollo. I problemi sono sempre gli stessi e ormai abbiamo imparato, anche solo ascoltando i tg, ad elencarli: crisi cinese, crollo del petrolio, ritiro dei fondi sovrani dalle borse, debolezza dell’Eurozona dotata di una moneta comune, ma senza un indirizzo politico, fragilità strutturale dell’Italia.

flessibilitàAl Governo è riuscita (ma forse non definitivamente) la manovra di ottenere flessibilità di bilancio dalla Commissione UE. Flessibilità, però, significa deficit e debito, non concetti astratti o soldi regalati. Il punto allora è come vengono spesi questi soldi faticosamente ottenuti e che graveranno sui conti degli anni futuri. Purtroppo tra diminuzione di imposte e 500 euro regalati ai diciottenni non sembra che emerga un indirizzo molto chiaro. Tutti capiscono che se i soldi sono pochi e tocca indebitarsi per averne è assurdo sprecarli in piccoli interventi che non costruiscono nulla per il dopo. Tutti tranne chi nei partiti di maggioranza ha l’esigenza di far quadrare i conti politici del consenso. Ovvio che tra una decina di treni per pendolari e un assegno ai diciottenni ha più visibilità quest’ultimo. E dunque al diavolo i treni.

corruzioneMa le cose in Italia non sono mai semplici. Dire investimenti significa dire spesa pubblica, incentivi, opere pubbliche. Significa cioè entrare in un terreno minato e in una palude nella quale possono saltare in aria o affondare le migliori speranze. La storia patria è piena di denari sprecati all’insegna delle più altisonanti intenzioni. Vogliamo parlare della spesa pubblica nel Mezzogiorno? O di quella sulla gestione dei rifiuti? O dell’Alta Velocità? Scegliete pure. Da qualunque parte si guardi si viene inseguiti dai fantasmi di mille episodi di malaffare e da quel particolare intreccio di poteri e di interessi corporativi capaci di smontare e digerire politiche, finanziamenti, scadenze, obiettivi.

Gli unici momenti nei quali si è riusciti a raccogliere le forze e battere i mostri del malaffare, della corruzione, dei corporativismi sono stati quelli nei quali una parte delle classi dirigenti nostrane sono state così furbe da legare le sorti del Paese a vincoli esterni che hanno imposto risanamenti e sforzi incredibili per raddrizzare la barca che navigava sempre più pericolante. L’Europa e l’euro, di fatto, questo sono stati ed è meglio non immaginare cosa sarebbe accaduto alla fragile italietta colta da sola dalla tempesta della crisi mondiale. Probabilmente sarebbe affondata e noi pure.

europa unitaDunque viva l’Europa e viva l’euro perché se non ci fossero non avremmo la protezione della Bce e non pagheremmo certo interessi negativi sul nostro debito pubblico (incredibile, noi che siamo arrivati a pagare quasi il 20% ai tempi della lira!) che dobbiamo continuamente rinnovare per campare. Ricordiamoci sempre che se dobbiamo pagare gli interessi sul debito non possiamo spendere in altro modo. Ah, sì, certo, qualche buontempone diceva un tempo che il debito si può anche non pagare. E come, no? La finanza mondiale è pronta a farsi fregare da noi e le famiglie compratrici di titoli di Stato pure. Se lo facessimo saremmo spellati a vita.

Viva l’Europa e viva l’euro, ma come farli vivere meglio? Questo è il tema. Addirittura tre governatori di banche centrali (Bce, Germania e Francia) dicono che ci vorrebbe un ministro del tesoro o del bilancio dell’eurozona. Lo dicono loro che non dovrebbero avere obiettivi politici e non riescono a dirlo i governi nazionali quando ormai lo sanno tutti che una moneta senza una guida politica rischia di fare del male a qualcuno. A noi che siamo tra i più deboli in particolare. Dunque che aspettiamo ad abbracciare la proposta dei governatori? Anzi, a rilanciarla proponendo non un ministro bensì proprio un governo dell’eurozona. Che altro potrebbero fare i paesi europei che si sono dati una moneta unica a questo punto? Manca un governo per l’euro. Sono passati 14 anni ed è ora di passare all’azione.

Ma soprattutto, diciamolo, che altro potremmo fare noi Italia? A noi i vincoli esterni ci fanno un gran bene perché sono l’unico modo per sbloccare situazioni incancrenite nelle quali i veti contrapposti e gli interessi in gioco tenderebbero a mantenere lo status quo: quieta non movere et mota quietare sembra essere il motto nazionale. Come sfondo un bellissimo e struggente tramonto sulle rovine di quello che fu

Claudio Lombardi

Il peso del debito pubblico che frena l’Italia

peso debito pubblico

Gianni Toniolo sul Sole 24 Ore del 27 gennaio ci fornisce alcune chiavi di lettura utili a comprendere alcuni motivi di fondo della fragilità italiana. Il tema è quello del debito pubblico mai così elevato nella nostra storia recente. Il 135% del Pil toccato nel 2015 occupa il secondo posto in un arco di oltre un secolo venendo dopo il 159% del 1922 (ma c’erano i debiti contratti con gli alleati durante la prima guerra mondiale).

crisi economicaNessuna guerra mondiale in questa epoca invece, bensì una crisi iniziata nel 2008 cui si è risposto con l’espansione della spesa pubblica in disavanzo pressoché ovunque, anche se in misura diversa da paese a paese. L’Italia, che partiva da un debito già molto elevato (102% del Pil nel 2007), l’ha visto crescere di un terzo “tanto da costituire oggi forse il principale problema economico del Paese”. Infatti “la montagna del debito accumulato frena la crescita del reddito e dell’occupazione, favorisce la rendita, si accumula nei bilanci delle banche, con effetti negativi sulla loro capacità di sostenere le imprese, sottrae al bilancio pubblico, con il pagamento degli interessi, risorse che sarebbero preziose per gli investimenti pubblici e per rendere lo stato sociale più amico della crescita oltre che per l’uguaglianza”.

Un aspetto piuttosto trascurato è che un debito tanto elevato ha bisogno di essere costantemente rinnovato e ciò assegna un peso elevato alla volatilità dei mercati finanziari. “Infine, e non è cosa da poco, un indebitamento al limite della sostenibilità toglie alla politica fiscale la flessibilità necessaria per smussare gli andamenti ciclici. Se ci fosse un’altra crisi avremmo minore spazio di manovra che in quella recente”.

crescita pilE che il problema sia quello di contrastare il ciclo è dimostrato dalla storia. Sottolinea Toniolo che “la strada maestra per la riduzione del peso del debito è stata quella della crescita accompagnata da credibili impegni a contenere il disavanzo pubblico. Così l’Inghilterra abbatté a poco a poco sia il debito (oltre il 200% del Pil) accumulato per sconfiggere Napoleone sia quello creato nella guerra al nazismo. Così fece l’Italia tra il 1894 e il 1911, nei primi anni Venti e, con maggiore timidezza, tra il 1994 e il 2007”.

Il problema però è che la crescita italiana è troppo debole e l’inflazione è prossima a zero. È ovvio, dunque che, nel prossimo futuro “la riduzione del rapporto debito/Pil non potrà che essere lenta”. Ciò significa maggiore vulnerabilità del Paese e delle sue banche in particolare (peraltro gravate da una massa enorme di crediti incagliati).

Come si affronta questa situazione? Per Toniolo “i rischi legati a un elevato indebitamento si riducono, anzitutto, mostrando nei fatti che la riduzione del rapporto tra debito e reddito è una priorità strategica nazionale”. Nel passato ciò è stato fatto e ha consentito di superare momenti critici perché “tutta la classe dirigente del Paese aveva compreso che si trattava di un primario interesse nazionale”. Diversa la situazione attuale nella quale “l’insistenza per sforamenti del disavanzo pubblico per piccole frazioni di punto, riducono l’avanzo primario mentre contribuiscono in modo trascurabile alla crescita”. L’effetto è quello di mandare segnali ambigui ai mercati e di indebolire la posizione contrattuale del Governo nei confronti della Ue.

europa unitaSecondo Toniolo “per aumentare la crescita e ridurre i rischi sistemici, bisogna attenersi a un percorso di lungo periodo di riduzione del debito e rendere più attraente l’Italia agli investitori con le cosiddette riforme”. Tuttavia ciò non basta se non “diciamo chiaramente agli italiani che queste cose si fanno nell’interesse del Paese, non perché le chieda l’Europa. Riconosciamo piuttosto, anche nel discorso pubblico, che l‘Europa – perfino questa Europa tanto difettosa – è quanto di meglio un paese più fragile di altri possa avere per ridurre i rischi che vengono dalla geopolitica e dall’economia globali”.

L’articolo si conclude con la considerazione che “è per noi molto più importante ottenere una maggiore condivisione europea dei rischi che nuove piccole flessibilità di bilancio”. Perché “mostrando un credibile impegno alla riduzione, seppure lenta, del debito, l’Italia può contribuire a ridurre il gap di fiducia tra gli stati membri, avrà più peso e carte migliori nel negoziato sull’Unione Bancaria, a cominciare dal Single Resolution Fund, la cosa più importante di cui oggi abbiamo bisogno”.

C. L.

Riflessioni di fine 2015

riflessioni fine 2015

Alla fine dell’anno di solito si fanno i bilanci. Spesso si tratta di una convenzione per la quale si cambia un numero e sembra che inizi una storia nuova. E, invece, è sempre la stessa storia che prosegue. A parte le norme e le scadenze legate a date precise non c’è differenza tra 31 dicembre e 1° gennaio come dimostrano i casi eclatanti che attirano l’attenzione in questi giorni. Le riflessioni di fine 2015 devono partire da qui.

inquinamento ariaL’inquinamento è diventata la star delle cronache. Toni accorati e accenti drammatici come se il problema lo scoprissimo soltanto ora. Sapevamo tutto tutti e se ce lo siamo dimenticato (come forse ce lo dimenticheremo non appena tornerà a piovere) almeno dobbiamo avere l’onestà di riconoscerlo. Più di noi, però, dovrebbe dire qualcosa il variegato mondo della politica e degli apparati pubblici che sembra spesso in coda ad osservare stupito e spaurito l’effetto della carenza di cura dei beni comuni. Il “decalogo” di proposte messo a punto dal governo, dai sindaci e dai presidenti di regione in questi giorni non contiene nulla che non fosse possibile decidere prima. Trasporto pubblico e coibentazione degli edifici non è che siano novità clamorose così come il risparmio energetico. Magari se si passasse ai bus elettrici e ai tram in maniera massiccia invece di insistere su quelli a gasolio sarebbe pure meglio. Ricordiamoci sempre, però, che rispetto ad epoche passate abbiamo fatto passi avanti clamorosi. Un tempo non tanto lontano le caldaie andavano a carbone in tutte le città e solo in qualche caso a gasolio. L’amianto era diffuso in tutte le case. I veicoli non rispettavano alcuna norma anti inquinamento. Se ci aggiungiamo che l’industria alimentare ci faceva ingurgitare ogni genere di schifezza abbiamo un quadro indicativo di quanto è cambiato il nostro mondo. Ricordiamocene quando troviamo qualcuno che rimpiange i “bei tempi andati”.

legge di stabilitàIn ogni caso bisogna che lo Stato spenda un po’ di soldi (per il trasporto pubblico per esempio) e che li spendano anche i privati (la sostituzione delle auto imposta dalle norme sulle emissioni grava sulle tasche dei cittadini). Già, i soldi. Averceli. Però è appena stata approvata una legge finanziaria che ne spende un po’ e senza una finalità chiara, diciamo per catturare la simpatia dell’opinione pubblica. Per esempio non pagheremo più la Tasi sulla prima casa. Oppure i 500 euro che i diciottenni riceveranno in regalo dallo Stato da spendere in teatri, cinema, libri e quant’altro. In tempi di vacche magre non era meglio spendere con criterio e soprattutto facendo degli investimenti?

Sempre a proposito di soldi il nostro Presidente della Repubblica ci ricorda nel messaggio di fine d’anno che l’evasione fiscale toglie tante risorse allo Stato e costringe a spremere di più chi paga per tutti. Poiché il tema è all’ordine del giorno da qualche decennio e non si tratta di scoprire il segreto della fusione nucleare è lecito pensare che il potere politico-amministrativo voglia proteggere chi evade un po’ di più o un po’ di meno a seconda dei governi. Altrimenti in 30-40 anni tutto sarebbe stato risolto.

buche RomaAncora soldi e spesa pubblica. C’è un’ampia scelta, ma tocchiamo l’ultimo caso. A Roma una trentina di persone sono state arrestate per aver manipolato gare locali a suon di mazzette. Uno dei tanti fatti “minori” che popolano le cronache italiane. Eppure emblematico.

In poche parole lo stato disastroso delle strade romane è dovuto all’associazione a delinquere tra funzionari comunali e imprenditori che dovevano effettuarne la manutenzione. Nella vicenda sono comparsi anche i casi degli asili nido, delle scuole materne e degli ospedali. Stessi trucchi ormai straconosciuti: corruzione, appalti pilotati, prezzi gonfiati, opere eseguite male. Cioè soldi buttati e sottratti ad usi produttivi.

Come scrive Lionello Mancini sul Sole 24 Ore: “le ultime mazzette romane raccontano l’Italia dell’economia deteriore, quella avida di denaro pubblico, indifferente al benessere dei cittadini, ostile al mercato. Non è tutta l’Italia, ovviamente, ma quella parte difficile da quantificare che a Roma compra i funzionari infedeli e in Calabria, anziché dialogare con lo Stato, si genuflette preventivamente al boss locale per evitare guai e contrattempi, in cambio del solito 3% sul lavoro da eseguire. Dopodiché, proprio come i fragili asfalti capitolini, anche lì le pareti delle gallerie e i pilastri risultano al limite della sicurezza, i paesi scivolano su enormi frane, nell’alveo delle fiumare sorgono case e interi villaggi turistici. È l’Italia corrotta e scorretta, matrigna distratta dei braccianti che collassano nei campi per 2 euro all’ora, come dei dipendenti comunali che scansano il dovere mentre sui social network imprecano contro lo Stato inefficiente e sprecone”.

Italia malataE dai soldi passiamo a valutazioni complessive sul sistema paese. Ne scrive Federico Fubini sul Corriere della Sera a proposito dei report sull’Italia che circolano nelle istituzioni europee.

Una nazione con la più bassa quota di laureati fra le trenta democrazie industriali, che ne spinge uno ogni dieci a emigrare (anche) perché il costo di aprire un’impresa è fra i più alti al mondo, non ha più molto tempo. Per evitare un lungo declino nel ventunesimo secolo, le serviranno un approccio radicale e molti anni. Quest’Italia che ormai da un quindicennio sta perdendo contatto con i migliori standard produttivi dell’Occidente non può aspettare: il cambio di rotta è «urgente» proprio perché girare questa nave sarà un’operazione lenta.

…..è da metà degli anni ‘90 che il reddito per abitante in Italia perde terreno rispetto alle altre economie europee. Un problema specifico spiega questo ritardo: in Italia la «produttività totale dei fattori» è in calo (in media dello 0,3% l’anno) dalla fine del secolo scorso. È un caso praticamente unico, mentre cresce quasi ovunque nel resto d’Europa e ancora di più negli Stati Uniti (vedi grafico). Questo è l’indicatore che riassume la ricchezza che si crea in un’ora di attività produttiva, una volta sommati tutti i fattori che vi contribuiscono: l’organizzazione e le regole del lavoro, le competenze, gli investimenti e la tecnologia, la burocrazia, l’apertura del mercato, le infrastrutture o le forniture energetiche. La «produttività totale dei fattori», più del debito o della crescita, è il termometro del sistema. E in Italia, caso quasi unico, va giù da 15 anni”.

rimboccarsi le manicheSe pensiamo che il rimedio a tutto ciò sia la crescita del Pil dello 0,8% o che un governo possa in un paio d’anni fare il miracolo ci stiamo prendendo in giro. Quindi è inutile gongolare per le difficoltà del governo Renzi perché saranno le stesse che dovrà affrontare qualunque altro governo. Bisognerebbe rimboccarsi le maniche e lavorare per un paio di decenni almeno sotto la guida di classi dirigenti illuminate e unite dal desiderio di risollevarsi dal baratro a prescindere dalle rispettive collocazioni politiche. E bisognerebbe che la maggior parte delle componenti della società condividesse questo sforzo. Altrimenti prepariamoci a fare bilanci di fine anno sempre più desolati contentandoci di crescere un pochettino al rimorchio degli altri vivendo comunque peggio

Claudio Lombardi

Corruzione e truffa, il declino dell’Italia

Italia malata

Le cronache quotidiane dal pianeta Italia, pur ripetendosi con una certa monotonia, riescono a sorprenderci sempre. La corruzione, l’abuso, il furto di denaro pubblico, la violazione delle regole non mancano mai e i soggetti coinvolti ormai coprono tutto l’arco delle componenti della società: politica, amministrazione, imprese, semplici cittadini. Basta citare per titoli i casi delle ultime due-tre settimane: Sanremo (metà dei dipendenti del comune è assenteista e truffa lo Stato), Anas (una dirigente gestisce un giro di tangenti), regione Lombardia (il vice presidente del consiglio regionale arrestato con l’accusa di truffare la sanità), Inps ( truffa di alcuni funzionari per prendere i premi di produzione), appalti per il Giubileo a Roma, arresto del presidente di Rete Ferroviaria Italiana, Ospedale Israelitico di Roma (truffa del SSN con false prestazioni).

corruzione ItaliaTutti casi scoperti grazie alle indagini promosse dalla magistratura. I famosi anticorpi di cui ha parlato Cantone stanno (o si manifestano) quasi soltanto lì. Qualcuno ha mai sentito un politico denunciare qualche suo collega disonesto? No, tutti prendono le distanze dopo. E nelle amministrazioni chi è che si è accorto dei mille casi di corruzione e li ha denunciati? Omertà, scambio tra interessi, paura di subire ritorsioni. E gli imprenditori coinvolti in mille modi nelle spartizioni di finanziamenti e appalti truffaldini li vogliamo dimenticare?

I cittadini osservano, registrano, si adeguano oppure si indignano e protestano. Ma non possono non accorgersi che la disonestà paga sempre perché per un caso che scoprono ne esistono cento che sfuggono. E gli effetti si vedono nel tenore di vita e nella facilità di arrivare con le “scorciatoie” dove gli altri non arrivano. In pratica i disonesti arrivano prima e stanno meglio degli onesti. Il miglior terreno di coltura per una cultura dell’illegalità.

assalto al denaro pubblicoOvviamente c’è un bel pezzo d’Italia che cerca di vivere e lavorare con onestà e nella legalità e che sostiene col suo lavoro anche la parte peggiore e che subisce ciò che non riesce a cambiare. Il problema non è di singoli comportamenti devianti, ma di un sistema che ha il suo centro nei poteri pubblici. Politica, amministrazioni e aziende pubbliche sono il terreno di conquista che permette di mettere le mani sulla gestione delle entrate e delle spese per distribuire oneri e risorse su alcuni e non su altri. Privilegi, sprechi e ruberie dei singoli sono l’effetto di una conquista che è funzionale a precise scelte politiche che favoriscono sfacciatamente gruppi di interessi e forze sociali usando i poteri pubblici a questo scopo. Tutta la vicenda dell’evasione fiscale apparentemente un nodo inestricabile che nessun governo è mai riuscito a sciogliere diventa comprensibile solo se la si considera per quello che è: una scelta strategica e di sistema magari non proclamata come tale, ma realizzata di fatto con norme, direttive, apparati.

agenzia delle entratePrendiamo per esempio il caso dell’Agenzia delle Entrate una tecnostruttura che dovrebbe essere una delle punte di diamante per l’azione dello Stato e della quale si è molto parlato in questi giorni perché il sottosegretario di una forza politica minore (Zanetti dell’NCD) ha attaccato con inesplicabile durezza il direttore dell’Agenzia Rossella Orlandi. Senza entrare nel merito dei 500 o 600 dirigenti declassati a funzionari ciò che emerge è l’incredibile trascuratezza dei governi rispetto all’Agenzia che pure fu creata per svolgere meglio dei vecchi apparati ministeriali una funzione vitale per lo Stato, ma organizzata nello stesso modo e con le stesse regole. Come è noto si possono ottenere risultati sia con le azioni, sia non agendo e lasciando che le cose accadano quasi automaticamente.

alleanza burocrazia e politicaLa politica e le amministrazioni pubbliche sono oggi il problema. Le vicende del comune di Roma, pur obnubilate dalla telenovela delle dimissioni del sindaco e del divorzio tra Marino e il Pd, dicono chiaramente che lo sbando in cui è lasciata la città risponde all’intreccio di interessi che si sono coagulati nei decenni intorno alla spesa pubblica e al patrimonio degli enti locali (comune, provincia e regione) e delle aziende dei servizi. Garanzia di questi interessi anche criminali (non solo mafia capitale) è la disponibilità degli apparati comunali e delle aziende pubbliche ad assecondarli con azioni e omissioni che hanno bisogno della copertura istituzionale cioè politica.

Sotto accusa è un’intera classe dirigente non pochi malfattori. Nelle cronache giudiziarie colpiscono le cariche delle persone coinvolte: presidenti, manager ( di oggi la notizia che la Corte dei Conti mette sotto processo i vertici della Metro C di Roma per un danno erariale di 270 milioni di euro), dirigenti di amministrazioni pubbliche, esponenti politici (parlamentari, consiglieri regionali, assessori, sindaci, ministri, sottosegretari).

Ormai questa è la principale causa di arretratezza dell’Italia. O la si affronta o il declino è inevitabile

Claudio Lombardi

Vince Tsipras. E poi? Il problema di fondo delle sinistre

Tsipras SyrizaDiamo per certa la vittoria di Tsipras. La misura ce la diranno i conteggi dei voti tra poche ore. Il ragionamento che si vuole svolgere qui, però, prescinde dai risultati perché, quali che saranno le percentuali, la sostanza non cambia.

Tsipras e Syriza sono l’unica forza politica in grado di rappresentare la Grecia in uno dei momenti più drammatici della sua storia. Hanno trovato le parole giuste e si propongono di realizzare l’unica via d’uscita nel breve periodo al fallimento dello Stato greco. E poi è una forza nuova, nata nella crisi che dovrà fare i conti seriamente con i problemi di fondo del Paese che governerà. Comunque ulteriori sofferenze inflitte al popolo greco non risolverebbero i problemi, ma li rinvierebbero nel tempo.

Di fatto oggi la Grecia è tenuta in piedi dal denaro sborsato dalla BCE, dal FMI e dagli stati europei. È così dal 2012 quando il debito pubblico verso i privati fu tagliato di oltre il 50% e la Grecia si vide alleggerire di ben 100 miliardi di euro. I soldi dell’Europa arrivarono insieme alla prescrizione di misure di austerità particolarmente drastiche che colpirono con durezza il tenore di vita di milioni di greci. Non è servito a niente e la Grecia continua ad avere bisogno di capitali freschi che il suo sistema economico non produce. Il problema della Grecia, quindi, come anche quello di tanti altri stati europei, è quello di come rilanciare lo sviluppo economico e non di rispettare limiti di deficit o di arrivare a un pareggio di bilancio che da soli non hanno senso.

Per questo sbagliò la cosiddetta troika ad imporre i piani di austerità. Sbagliò sì perchè la Grecia degli anni precedenti allo scoppio della crisi (2009) era un paese che sperperava risorse che non aveva e non cresceva. Il livello di evasione fiscale era enorme, la corruzione diffusa e la spesa pubblica assicurava un discreto benessere e stipendi a buona parte della popolazione.

spesa pubblica GreciaBisognerebbe ricordarsi, però, che, fino allo scoppio della crisi, la Grecia godette della “luna di miele” dell’euro con un buon rating internazionale, prestiti in abbondanza e ridotti tassi di interesse. Un’abbondanza di risorse che oggi viene invocata come la chiave per risolvere tutti i problemi, ma che, in quegli anni, si rivelò incapace – in Grecia e in Italia – di portare vero sviluppo. Un’abbondanza che servì soltanto ai governi per rinviare la resa dei conti gonfiando il debito e usandolo per spostare sulle generazioni future l’onere di affrontare i problemi. Sarà questo il punto sì o no?

Oggi la battaglia di Syriza è per un nuovo taglio del debito pubblico e per misure che migliorino la condizione di vita dei greci. Persino la Germania sembra rassegnata a concedere una ristrutturazione del debito. Si è calcolato che nella fornace greca la sola Italia ci abbia messo in questi anni qualcosa come 50 miliardi di euro che sarebbero in gran parte perduti se la richiesta di Tsipras fosse accolta.  Probabilmente non sarà accolta, ma si concederanno dilazioni così ampie e tassi di interesse così bassi che i soldi dell’Europa prestati alla Grecia dovranno essere in gran parte dati per persi.

soluzione crisi grecaForse la cosa migliore sarebbe di fissare col nuovo governo il costo di un programma di rinascita e di soccorso; finanziarlo con ulteriori prestiti e poi rinviare alle “calende greche” il grosso del debito. E il tutto senza imporre condizioni che risultino penalizzanti per il popolo greco.

Magari sarebbe bene anche riconoscere il debito di gratitudine verso i paesi europei che hanno permesso alla Grecia di sopravvivere. I toni battaglieri di Tsipras tendono a nascondere questa semplice verità e i prestiti nella sua oratoria diventano un diritto del popolo greco che i poteri forti dall’esterno vogliono negare. Demagogia che serve per prendere voti e per “darsi la carica”, ma che non può essere la base di una politica.

Il ragionamento che si voleva svolgere qui, però, va oltre la svolta che si prepara in Grecia e intende prendere spunto dalla storia drammatica di questi anni per rivolgersi in particolare alla sinistra. Detto in due parole: fino a che è il tempo dell’abbondanza i problemi sono mascherati e la sinistra sembra non accorgersene contentandosi di qualche vantaggio per la sua base sociale in una logica di scambio che tende a legittimare ciò che accade ai piani alti della società.

risposte di sinistra crisiQuando l’abbondanza finisce, arriva l’emergenza e, ancora una volta, si mettono da parte i difetti strutturali del sistema. Magari si accettano sacrifici tentando di difendere le condizioni di vita della parte più debole della società. Oppure si pigia direttamente sul tasto della ribellione sociale per riavere ciò che la crisi si è portata via.

I problemi di fondo però si affrontano con difficoltà. Nel caso italiano c’è una parte della sinistra che prova a farlo con luci e ombre. In Grecia si è quasi costretti a puntare sul richiamo demagogico per raccogliere le forze necessarie ad una svolta. Ma il futuro come sarà? Il nodo cruciale sta sempre nello squilibrio tra entrate e spese e nell’uso che si fa del denaro pubblico. Inutile urlare contro il neoliberismo quando si dipende interamente dai prestiti internazionali e si vive a debito senza costruire nulla. Se si accetta che la spesa pubblica serva per coprire e alimentare un sistema di potere molto ampio che tocca anche gli interessi di fasce sociali rappresentate dalla sinistra, allora non si può esercitare una funzione di guida della nazione.

Se la sinistra si comporta come un sindacato delle proprie basi elettorali prima o poi i nodi vengono al pettine. Superare questa impostazione e porsi nell’ottica della difesa degli interessi della collettività sarebbe la strada giusta e il salto di qualità vero che serve alla sinistra per governare in tempi di crisi. L’alternativa è cercare di prendersela sempre con un nemico lontano e oscuro e tentare di tamponare le emergenze. Proprio quello che non funziona più.

Qualcuno dirà: ma, e la destra? No, la destra in Italia e in Grecia è impresentabile e improponibile. In altri paesi (Spagna, Germania, Francia, Regno Unito) è una cosa seria che va rispettata. L’unica speranza, per noi e, forse, anche per i greci può venire solo da una sinistra nazionale. Altrimenti c’è solo da attendere la prossima crisi

Claudio Lombardi

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