La strategia di Salvini e Di Maio: un’ Italia a marcia indietro

Nel teatrino quotidiano della politica italiana siamo sommersi da pettegolezzi, chiacchiere e propaganda. Ben poco si parla della sostanza dei nostri interessi nazionali, del nostro futuro e del contesto mondiale che ci circonda. Battute, esibizionismi, smargiassate quante ne vogliamo. Ragionamenti seri e razionali no. Proviamo a farlo da soli partendo da una notizia.

In Africa è nata l’area di libera circolazione di merci e persone maggiore al mondo. Riguarderà 1,2 miliardi di persone e un Pil di oltre 2 mila miliardi di dollari. Si chiama AfCFTA (African Continental Free Trade Area) l’accordo commerciale firmato da quasi tutti gli stati africani. Con questo accordo si arriverà ad eliminare i dazi sul 90% delle merci scambiate fra gli stati contraenti. Si tratta di una rivoluzione che avrà ripercussioni sul commercio globale e, in particolare, su Europa e Cina. È legittimo pensare che, nel lungo periodo, avrà anche effetti benefici sullo sviluppo degli stati africani e, quindi, indirettamente sui flussi migratori.

Dal punto di vista dei paesi africani l’accordo mira a unificare un mercato interno che è tuttora molto frazionato e gravato da una fiscalità troppo elevata, mancanza di infrastrutture, burocrazia. L’impianto del commercio intrafricano, inoltre, è ancora quello di derivazione coloniale che prevedeva uno scambio obbligatorio o preferenziale verso i paesi europei. Per molto tempo le merci prodotte in Africa prendevano la via dell’Europa e da lì, in alcuni casi, venivano riportate sui mercati africani.

Nel mondo non c’è dunque solo Trump che vuole far valere i diritti del più forte (peraltro puntando ad un comprensibile riequilibrio degli scambi che, per anni, ha visto un bilancio fortemente negativo per gli Usa). E non ci sono solo Salvini e gli altri sovranisti d’Europa che tornerebbero volentieri alla situazione antecedente alla creazione dell’Unione europea facendo saltare l’euro. In Africa, con tutti i suoi guai e le sue arretratezze hanno capito che unirsi è meglio che stare divisi e, in Italia, una campagna rabbiosa vuole spingerci in direzione contraria.

Qualunque persona ragionevole può capire che sono due strade ben diverse quelle che si presentano davanti al governo italiano. Una porta ad impegnarsi per modificare ciò che non va nell’assetto dell’Unione europea e dell’Eurozona. Dalle istituzioni, alle regole, alle politiche i possibili cambiamenti sono molti e tutti possono portare benefici ad un Paese come l’Italia, poco dotato di materie prime, ma naturalmente votato ai commerci. Le soluzioni ai problemi dell’Europa e della moneta comune esistono e si basano tutte sul superamento degli egoismi nazionali in nome di una maggiore convenienza ad unirsi. Troppe volte ci si è riferiti all’Europa come se fosse una creatura dei “burocrati di Bruxelles” dimenticando che nella UE esiste una sola istituzione che rappresenta i cittadini europei ed è il Parlamento europeo. Ed esiste un solo organismo che non risponde alle decisioni governative: la BCE. Tutto il resto ricade sotto gli equilibri dettati dai rapporti intergovernativi. Dire “prima gli italiani” dunque non ha alcun senso se si appartiene ad una unione che è composta da molti stati ognuno dei quali può dire “prima io”. In questo modo non si conclude nulla. Invece, facendo politica verso gli altri stati e privilegiando la dimensione comunitaria si possono ottenere risultati importanti. La propaganda dello scontento è riuscita ad oscurare quasi completamente i vantaggi che l’adesione all’Unione europea e all’euro ha portato all’Italia (e a molti altri stati). Togliere la protezione dell’Europa consegnerebbe ogni paese ad una competizione internazionale che si è fatta molto più insidiosa e pericolosa del passato.

L’altra strada è quella che sembra aver imboccato il governo e che porta allo scontro con la Commissione europea e, dunque, con gli altri stati europei. Sia quelli che condividono l’euro, sia quelli che non l’hanno adottato. In nome di cosa? Salvini e i NO EURO leghisti (innanzitutto Borghi e Bagnai gli economisti di riferimento della Lega) dicono che l’Italia è stata mortificata per anni dai limiti imposti alla sua economia per rispettare parametri di finanza pubblica privi di senso. Detto in poche parole i problemi dell’Italia sarebbero solo una questione di soldi o, meglio, di debito. Per Salvini e Di Maio i soldi risolvono tutto. Senza aggredire i nodi strutturali italiani dell’evasione fiscale (anzi, premiandola con i condoni), della farraginosità del sistema giudiziario, della burocrazia, degli sprechi, delle infrastrutture carenti, dell’estrema frammentazione della struttura produttiva, della scarsa ricerca tecnologica, di una frattura tra nord e sud, della strapotenza della criminalità di tipo mafioso, dell’inefficienza degli apparati pubblici, della distorsione nella spesa pubblica orientata a distribuire mance e sussidi. Per avere più soldi bisogna fare più debito oppure stampare più moneta. Quest’ultima possibilità è preclusa dall’euro e più debito significa pagare più interessi e violare le regole comuni.

Questa è la sostanza e, per questo, Salvini e Di Maio stanno andando allo scontro con l’Europa mettendo in conto anche di provocare l’estromissione dell’Italia dalla zona euro. Dicono che non è vero? Pura finzione. Atti, parole, comportamenti vanno in questa direzione e sono inequivocabili. Si fermerebbero soltanto se gli altri paesi europei acconsentissero a finanziare l’Italia facendosi carico di una parte dell’aumento del debito. In pratica se la BCE (come richiesto nell’unico documento strategico del governo elaborato dal prof Savona pochi mesi fa) diventasse il prestatore di ultima istanza dello stato italiano. Per farci cosa? Per tornare alla finanza allegra degli anni ’70-’80 quando ogni desiderio poteva diventare realtà sfondando i bilanci pubblici. Mettono sotto ricatto l’Unione europea minacciando l’uscita dell’Italia che provocherebbe uno sconquasso generale. Questo è il disegno e, intanto lanciano provocazioni e segnali sia verso l’interno che verso l’esterno.

I minibot sono una provocazione e una truffa. I continui riferimenti alla ricchezza patrimoniale degli italiani sono un segnale chiaro di cosa succederà se si andrà verso la resa dei conti. Che è molto vicina. Gli italiani sembrano non capire che stavolta la possibilità di un disastro è reale. Avremo luglio e agosto da passare inseguendo le chiacchiere e le sbruffonate di Salvini e Di Maio poi a settembre si dovrà per forza fare sul serio

Claudio Lombardi

La droga del deficit che ci salverà

Pubblichiamo un articolo di Mario Seminerio tratto da www.phastidio.net

Ma voi la sapete quella del paese scarsamente produttivo che tuttavia riuscì a scavarsi alacremente la fossa? No? Ve la racconto. C’era una volta un paese che esprimeva governanti convinti che l’universo complottasse contro di esso. Una parte dell’universo, nello specifico: la regione in cui tale paese era situato.

Ad ogni elezione, i governanti pro tempore si dicevano certi di aver trovato la soluzione alle angustie della popolazione, sempre più anziana e sempre meno istruita, anche a seguito dell’emigrazione dei soggetti meno patriottici. Una popolazione sfibrata, in passato colpita da pesanti salassi per ripagare il debito fatto da chi per decenni diceva che quello sarebbe stato il passaporto per la prosperità.

E così, di volta in volta, ecco le soluzioni: ad esempio, un grande piano di mance alla popolazione, diciamo 80 euro al mese per alcuni milioni di cittadini lavoratori a reddito basso ma non bassissimo. Da lì, come d’incanto, sarebbe scaturita la fiducia, il boom dei consumi, la ripresa degli investimenti, il Rinascimento italiano.

Per riuscire a finanziare queste misure servivano soldi. Che fare, quindi? Idea: aggiungere deficit. Oggi si dice attingere al deficit, quel pozzo di San Patrizio che tanto bene fa alla popolazione. Dopo uno psicodramma negoziale che sfocia in psicodramma, si giunge ad un accordo di compromesso con l’Entità Esterna che vigila sui conti del paese. Che poi è una comunità di stati sovrani, che si sono dati regole di cooperazione. Ma è chiaro che tale presunta cooperazione è sempre stato in realtà un ignobile espediente per impoverirci. Sin quando non abbiamo aperto gli occhi.

Per trovare quei soldi, si promette all’Entità Esterna che, ove non altrimenti reperibili, per restituirli si provvederà a tassare di più i consumi. Affare fatto! Passa un anno, il deficit seminato nell’Orto dei Miracoli non ha prodotto il miracolo sperato e si deve quindi mettere mano all’aumento della tassazione dei consumi. State scherzando, vero? Sarebbe una catastrofe, vergogna, l’Entità Esterna ci vuole affamare, è un complotto per mettere le mani sul nostro servizio di piatti del dì di festa. C’è gente che è morta, per ridarci il deficit la libertà!

Tosto, si convocano le televisioni per informare il Popolo che stiamo resistendo alla cattiva Entità Esterna, di cui viene fatta sparire la bandiera. Dopo ulteriore snervante negoziato con l’Entità, si ottiene di poter restituire solo una parte di quel prestito, accendendone un altro. Nel frattempo, il governo è cambiato, sono arrivati dei veri patrioti che hanno scoperto, dopo anni di esercizio ed esperimenti su Twitter, che tagliando le tasse l’attività economica esplode e quel taglio viene ripagato, sempre con corposi interessi.

Metti sul mio conto, Entità Esterna! Tra un anno tornerò qui e ti ridarò tutto con gli interessi. “Ma veramente lo devi ridare non a me ma ai tuoi connazionali ed anche agli stranieri che hanno comprato quel debito”, echeggia una vocina dall’Entità Esterna. “Sono sciocchezze!”, replicano i Patrioti. “Se solo potessimo crearci i soldi che ci servono, metteremmo in moto un circolo virtuoso con cui fare crescere l’economia, e avremmo modo di ripagare tutto, con gli interessi e oltre!”.

Nel frattempo, per prestare soldi al Tesoro del paese, i creditori richiedevano tassi sempre più alti. “Voi non capite, noi siamo ricchi!”, ripetevano i Patrioti pro tempore al governo.

Nel frattempo, il paese viveva una vera e propria rinascita culturale. Era tutto un florilegio di dibattiti e convegni su John Maynard Keynes e contro una cosa chiamata “neoliberismo” che non era chiaro cosa fosse esattamente ma che era chiarissimo avesse sino a quel momento impoverito il paese. Milioni di cittadini sognavano ad occhi aperti la socialdemocrazia e finanche il socialismo, quella magica condizione in cui lo Stato pensa a te, dalla culla alla tomba, nel caso anche stampando denaro, e tu nel frattempo puoi restare sul divano a guardare Barbara D’Urso in televisione.

Ma nessuno intendeva votare per partiti di sinistra perché, in quel caso, sarebbero arrivate nuove tasse per finanziare il welfare. “Meglio creare banconote, meglio ancora se con la faccia di Tardelli sopra”, rispondevano convinti i Patrioti. “Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani!” In questo clima di fervore culturale, le radio suonavano il remake attualizzato di una canzone del grande Renato Carosone: “Io, MMT e tu“.

A parte ciò, “Keynes sì che sapeva come combattere le recessioni!”, strepitavano i Patrioti. “Faceva deficit quando c’era crisi”. Una vocina si levava chiedendo “ma sapete che, quando l’economia torna a crescere, il precetto di Keynes era quello di stringere i cordoni della borsa, per ripagare il debito?” Pronta, arrivava la risposta: “‘zzo dici, da noi la ripresa non c’è mai stata, e comunque la nostra idea è quella di fare più deficit quando c’è crisi e più deficit quando c’è ripresa. Vorrete mica soffocare la ripresa in culla, eh? Eh?”. Non fa una piega, in effetti.

Nel frattempo, il tasso d’interesse richiesto dai creditori sul debito pubblico del paese era sempre più alto, e la spesa pubblica si gonfiava per pagarne gli interessi. “Ma chi se ne frega, quest’anno abbiamo fatto più deficit per 4 miliardi, è solo l’inizio”. La solita vocina, sospirando, faceva presente che nel frattempo la maggiore spesa annua per interessi era di 5 miliardi, ma veniva zittita dalla rabbia sempre più cupa dei cittadini.

“Sentiamo delle vocine: o siamo il popolo eletto dal Signore, oppure qualcuno sta cercando di fregarci!”, ringhiavano molti cittadini, sgranando nervosamente un rosario e danneggiandosi i denti mordendo crocefissi, perché era stato loro detto che “Maria e il Signore ci proteggono da lassù”. Si levava anche qualche isolato bestemmione per la mancata crescita, di quando in quando; di solito appena prima che si celebrassero convegni pro-famiglia in cui si chiedeva di mettere fuorilegge l’aborto, uno dei maggiori responsabili della nostra mancata crescita, giuravano in molti. E c’erano anche luminari che ricalcolavano il Pil senza la legge 194: un boom senza precedenti.

Ma eravamo e restavamo ad un passo dal decollo: bastava solo attingere ad un po’ di deficit aggiuntivo, e il meccanismo virtuoso si sarebbe innescato. “Ancora un po’ di deficit, ci siamo quasi, l’ultimo e poi inizierà il riscatto!”, si sgolavano i Patrioti. Ma il miracolo tardava a compiersi. Anzi, la crescita era sempre più esile, e in alcuni periodi si trasformava in una contrazione. “Per forza, è evidente che, con tutte queste vocine, la popolazione è a disagio e non riesce a spendere e crescere!”, berciavano i patrioti.

Ormai l’intero paese era in preda ad una nevrosi sempre più grave: i telegiornali dicevano che non riuscivamo a crescere perché nottetempo continuavano a sbarcare stranieri, che poi divoravano i nostri alberi e svuotavano le nostre dispense. Altri sostenevano che non riuscivamo ad arricchirci perché, in giro per il mondo, c’erano dei malvagi che spacciavano formaggi rancidi ed altre porcherie bisunte scrivendoci sopra “Made in Italy”.

Ma ormai la decisione era presa: serviva fare altro deficit, a cui “attingere”, per arrivare finalmente a crescere. L’ultimo buco e poi è fatta, giuro.

Se la spesa pubblica è intoccabile

All’indomani delle elezioni europee, Matteo Salvini ha dichiarato che in Italia la ricchezza c’è, ma «ferma nei conti correnti e nel risparmio privato», anticipando di volerla usare in maniera diversa rispetto a quanto fatto finora.

Che il programma di questo governo o anche solo quello della Lega costi molto è noto. La sola riforma fiscale come concepita dalla Lega non ha coperture certe provenienti da un risparmio di spesa. Se la spesa pubblica è una variabile indipendente, le uniche due variabili dipendenti diventano il deficit o la pressione fiscale.

Non a caso, il politico uscito vincitore dalle elezioni europee di domenica le ha subito evocate entrambe. Prima, quando ha rilanciato le sue politiche contro le regole fiscali dell’Unione, minacciando di infrangere i vincoli al deficit e, dunque, al debito pubblico. Purtroppo, questa strategia può forse andare bene in campagna elettorale, ma è assai più complicata da mettere in pratica. In questa prospettiva, Salvini incontrerà sulla sua strada tre ostacoli, tutti molto meno malleabili della Commissione europea.

Il primo ostacolo sono i mercati: per raccogliere le risorse necessarie a colmare la differenza tra il gettito delle tasse e il totale delle spese, il Governo dovrà chiedere dei capitali in prestito. La storia dello spread degli ultimi mesi, e financo degli ultimi giorni, ci dice quanto poco i risparmiatori si fidino delle promesse italiane. Dunque, per acquistare titoli del nostro debito pubblico chiedono tassi di interesse crescenti, che potrebbero superare i livelli di guardia qualora diventasse esplicita la decisione di ignorare gli impegni presi. È appena il caso di ricordare che una tale politica dissennata, anche ammesso che sia sostenibile, ha una vittima chiara: i contribuenti di domani.

Il secondo ostacolo è l’euro. Sia la Lega, sia il Movimento 5 stelle, sia i più autorevoli rappresentanti del Governo hanno sempre negato di puntare all’Ital-exit. Eppure, sia l’indisponibilità a tagliare la spesa, sia la continua riproposizione di strumenti quali i minibot, sono chiaramente incompatibili con la permanenza nell’euro. L’abbandono della moneta unica sarebbe una catastrofe economica senza precedenti per il nostro paese, ed è davvero incredibile che essa possa essere anche solo ipotizzata quale un costo accettabile pur di non sfiorare neppure uno dei circa 870 miliardi di euro che le amministrazioni pubbliche spenderanno nel 2019 (895 nel 2020, secondo le previsioni).

Il terzo ostacolo sono i contribuenti di oggi, nella loro duplice veste di cittadini e di pagatori di tasse. Un elevato costo del debito pubblico si traduce abbastanza rapidamente in un maggior costo del credito. E a questo punto Salvini ha evocato la seconda variabile: ben presto sarà chiaro, ancor più di quanto già non lo sia, che i propositi bellicosi dell’esecutivo hanno un prezzo in termini di tassi di interessi sui nuovi mutui di famiglie e imprese. Le quali potrebbero essere chiamate precipitosamente a mettere mano ai loro risparmi, persino nei conti correnti, per risanare le finanze pubbliche. Quando Salvini dice che bisogna mobilitare il risparmio privato degli italiani, sta utilizzando la locuzione del politichese per esprimere il concetto di imposta patrimoniale.

Una strategia di ‘austerity’, direbbe Salvini se a proporla non fosse stato proprio lui, quell’austerity’ additata proprio dalla Lega, insieme all’alleato pentastellato, come la concausa dei mali italiani, insieme alla ‘burocrazia europea’.

Gli italiani si lamentano giustamente dell’eccessiva pressione fiscale. Bisognerebbe quindi iniziare a capire per quale ragione chi governa deve continuamente metterli tra l’incudine del maggior deficit e il martello della maggior pressione fiscale, senza che sia mai considerata, nemmeno per sbaglio, la possibilità di diminuire la spesa.

Tratto da http://www.brunoleoni.it/

Verso il BIG BANG dei conti pubblici

Tanta aria fritta occupa il dibattito politico e i due soci di maggioranza, Lega e M5s, sono bravissimi a creare diversivi che distraggano l’opinione pubblica dai problemi veri nei quali stiamo immersi. Di conti dello Stato si parla solo per accapigliarsi sulle spese da fare. C’è una gara a chi promette di spendere di più e si trasmette agli italiani il messaggio che è arrivato un carico pieno di regali e che bisogna solo distribuirli. Ah, se non ci fossero quegli ottusi burocrati europei che ci sorvegliano! La spesa pubblica è un fiume che raggiunge quasi la metà del Pil. Dentro ci sta di tutto e sembra alimentarsi da una fonte inesauribile. Nessuno immagina che possa arrivare il BIG BANG dei conti ovvero l’esplosione di un deficit incontrollabile che può far saltare ogni compatibilità. Con chi? Con la ragione e con i limiti oggettivi che non possiamo ignorare.

Con quali soldi pensiamo di far fronte alle spese già decise e a quelle che derivano dalla promesse che giorno dopo giorno i due soci del governo aggiungono a quelle iniziali? Come sappiamo fin troppo bene le entrate non bastano mai e senza i prestiti che vanno ad aumentare il debito pubblico lo Stato non avrebbe letteralmente soldi in cassa. Il nostro debito è molto elevato, il più elevato in Europa dopo la Grecia in rapporto al Pil e ogni anno deve essere parzialmente rinnovato con nuovi prestiti. Che costano perché gli interessi, pur enormemente calati dai tempi della lira, sono pur sempre ai livelli più alti rispetto a quelli pagati dagli altri paesi europei. Perché? Per il semplice motivo che i prestatori non si fidano dell’Italia e chiedono interessi più elevati di quelli di Germania, Francia, Spagna, Portogallo. Ormai lo spread è con loro e non più soltanto con la Germania. È probabile che gli italiani non l’abbiano ancora capito, ma la fiducia un governo la conquista con le parole e con le azioni. Non a caso, su entrambi i fronti, i soci che formano il governo con il loro contrattino che sembra un compromesso di vendita immobiliare, non ne hanno azzeccata una da un anno a questa parte. E sono punti in più di interessi che scattano.

I cosiddetti sovranisti di casa nostra (sia Lega che M5s fino alle elezioni erano schierati chiaramente per l’uscita dall’euro), una soluzione al problema ce l’hanno. O, meglio, ce l’avevano, perché oggi sono molto più cauti nel parlare col linguaggio di prima. E quale sarebbe? Ma ovviamente il ritorno ad una moneta nazionale stampata su ordine del governo. Basta con i parametri da rispettare, basta con la Commissione europea che sorveglia i nostri bilanci e basta anche con i tassi di interesse decisi dai mercati finanziari. È lo Stato che mette in circolazione la moneta che gli serve e, se proprio deve vendere titoli di debito, lo fa con gli italiani sui quali esercita la piena sovranità (cioè: ti rimborso quando e se voglio).

È una favoletta da piazzisti di provincia che pensano di parlare a persone ignoranti delle regole che governano il mondo. Molti italiani si erano infervorati quando i nostri sovranisti esibivano con baldanza e con orgoglio l’intenzione fermissima di rompere con l’Europa. Ora quei molti forse si sono messi paura. A volte anche la massa sa intuire la fregatura. Ed è forse per questo motivo che Lega e M5s hanno smesso di agitare l’uscita dall’euro come una possibilità reale. Sanno che la gente teme che accada veramente e così si mostrano europeisti. Ma è un’apparenza. Nei fatti stanno spingendo l’Italia su un piano inclinato verso il BIG BANG dei conti e lo scontro con le regole europee facendo finta di niente e spergiurando sulla loro intenzione di non uscire dall’euro. Mentre dispensano assicurazioni di buona volontà spingono verso il basso il carro Italia che sta prendendo velocità. Con il Pil quasi a zero hanno aumentato il deficit e il debito per mettere in atto le loro promesse elettorali che non portano alcun beneficio alla competitività dell’Italia né sono in grado di spingere l’economia.

Quando a ottobre arriverà la resa dei conti non ci saranno più scappatoie: o si troveranno i soldi per coprire le spese o si sforeranno tutti i parametri di bilancio dell’euro. Salvini e Di Maio continuano a dire no all’aumento dell’IVA (che è già legge e scatterà in automatico l’anno prossimo). Tria ministro dell’economia e delle finanze dice che l’aumento sarà inevitabile. A legislazione vigente cioè per le sole spese introdotte con la legge di bilancio 2019. E come si farà se Salvini rilancia e pretende la flat tax? Inoltre nulla si sa della richiesta di autonomia delle regioni del nord dietro la quale c’è la chiara intenzione di tenersi una quota maggiore delle entrate fiscali. È molto probabile che l’autonomia non sarà a costo zero per il bilancio dello Stato.

A ottobre quindi il bilancio 2020 partirà con un buco di oltre 30 miliardi da coprire, più la flat tax, più l’autonomia regionale per non parlare degli investimenti. Insomma lo spettro di un BIG BANG dei conti è piuttosto reale. A quel punto le possibili vie d’uscita saranno tre: 1. Chiedere il sostegno dell’Europa (lo hanno fatto sia Spagna che Portogallo negli anni passati) sottoscrivendo un piano di rientro; 2. Sforare i parametri di deficit e debito (come fecero Germania e Francia nel passato) confidando nella lunga durata della procedura di infrazione prima di arrivare alle sanzioni; in pratica 2-3 anni di deficit libero e un rientro in extremis a prezzo di duri sacrifici; 3. Uscire dall’euro invocando l’impossibilità di rimanerci cioè attuando il famoso “piano B” che proprio questa eventualità prevedeva.

Salvini ripete che dopo il 26 maggio cambierà tutto in Europa. Infatti i sovranisti amici suoi sono i più acerrimi nemici di ogni aiuto a chi non tiene i conti in ordine. Salvini e Di Maio stanno giocando una partita nella quale l’unica carta che sta rimanendo loro in mano è la minaccia del fallimento di un Paese con un gigantesco debito pubblico. L’Italia però è troppo grande per fallire, ma anche troppo pesante per essere salvata. E non si vede poi da chi dovrebbe esserlo. Forse da Putin amico di Salvini? Chissà cosa sperano di fare. L’impressione è che non lo sappiano nemmeno loro. Vanno avanti alla giornata con arroganza e sicumera, ma, in realtà, stanno in alto mare e non possono far altro che agitarsi ed esibirsi nei loro spettacolini per distrarci dal naufragio.

La cortina fumogena delle polemiche di queste settimane serve a distrarre gli italiani che non devono riflettere su questa realtà. Ciò che conta per Salvini e Di Maio è che loro possano dare la colpa a qualcun altro di ciò che accadrà spacciandosi come intrepidi condottieri che hanno combattuto per il bene di tutti. Prima gli italiani dice sempre Salvini. Infatti: gli italiani pagheranno la demagogia e l’irresponsabilità. Primi e unici. Questo è certo

Claudio Lombardi

Più flat tax meno spesa pubblica

Il modello della flat tax si è affermato finora in paesi con livelli di Pil molto inferiori a quelli dell’Europa occidentale, dove anche la domanda di spesa sociale è nettamente più bassa. Una sua introduzione in Italia richiederebbe tagli di spesa.

QUEI PAESI DOVE VIGE LA FLAT TAX

In generale, la flat tax è un’imposta sul reddito con aliquota unica, resa progressiva da una deduzione (riduzione dell’imponibile) o da una detrazione (riduzione dell’imposta) concessa a tutti i contribuenti. Il modello ha finora trovato applicazione in alcuni piccoli stati, spesso paradisi fiscali (ad esempio, Jersey, Hong Kong, Andorra e Belize), e soprattutto in molti paesi dell’Europa centro-orientale che un tempo facevano parte del blocco sovietico. Si tratta di un modello adattabile ai paesi occidentali?

L’economista americano Peter Lindert, nel suo libro Growing Public del 2004, sostiene che durante il Novecento la quota della spesa sociale sul Pil è aumentata per tre principali ragioni: l’aumento del reddito medio, l’invecchiamento della popolazione e l’espansione della democrazia. Nazioni più democratiche, con maggiore livello di reddito o con più anziani dovrebbero quindi avere una pressione fiscale superiore a quella di nazioni più arretrate sotto questi aspetti.

E infatti, per quanto riguarda il reddito medio, i paesi con flat tax si trovano a uno stadio di sviluppo economico ancora molto diverso da quello dei paesi occidentali, malgrado i progressi degli ultimi venti anni. La tabella che segue compara alcuni indicatori – relativi al 2016 – dei paesi dell’Europa orientale con flat tax e delle principali economie dell’Europa dell’Ovest. Nel primo gruppo il Pil pro-capite va da un minimo di 3.765 euro per la Georgia a un massimo di 17.156 per l’Estonia, che è comunque inferiore al valore più basso – della Grecia – tra i Pil pro-capite degli stati del secondo gruppo.

LA DOMANDA DI SPESA PUBBLICA

Stadi di sviluppo economico così lontani, come suggerisce Lindert, producono anche una diversa domanda di spesa pubblica in generale e sociale in particolare. L’incidenza della spesa pubblica è infatti mediamente del 35 per cento nei paesi europei con flat tax, di quasi 12 punti percentuali inferiore alla media di quelli dell’Europa occidentale con imposta progressiva sul reddito. Anche la spesa sociale – che nella tabella comprende pensioni, sanità e assistenza – è decisamente più alta nell’Europa dell’Ovest. È dunque logico che anche le entrate abbiano un’incidenza sul Pil assai inferiore (mediamente di 10 punti di Pil) nei paesi orientali.

Certo sarebbe possibile immaginare una flat tax con elevata aliquota, in grado di raccogliere un gettito simile a quello delle imposte progressive per scaglioni, ma sia nel dibattito italiano che nei paesi dell’Est la flat tax si caratterizza di solito per un’aliquota molto bassa.

Una flat tax a bassa aliquota riesce – assieme alle altre imposte – a finanziare i bisogni di spesa sociale di questi paesi proprio perché sono ancora contenuti, in linea con il basso livello del Pil. Dove invece la spesa pubblica è molto elevata, come in Italia, l’adozione di una flat tax ad aliquote basse potrebbe rendere impossibile finanziare gli attuali livelli di spesa pubblica e costringere a tagli significativi. In molti dei paesi che hanno optato per la flat tax il gettito dell’imposta sul reddito è diminuito dopo il passaggio all’aliquota unica, con l’eccezione della Russia, anche se in quel paese la tenuta delle entrate sembra sia da attribuire ad altri fattori concomitanti (la ripresa del ciclo economico, la maggiore severità del contrasto all’evasione).

Di per sé, una riduzione della spesa di qualche punto di Pil potrebbe non essere un male, visto che probabilmente una delle cause del declino economico italiano sta nella continua espansione della spesa pubblica e, a ruota, delle entrate necessarie per finanziarla. Non sempre, però, c’è la consapevolezza che il dibattito sulla flat tax ne richiederebbe necessariamente anche un altro, non meno importante, sul livello ottimale di spesa pubblica.

Tabella 1 – Pil pro-capite e principali voci del bilancio pubblico in paesi con e senza la flat tax nel 2016

Fonte: World Bank National Accounts Data e International Monetary Fund, Government Finance Statistics Yearbook

Il modello della flat tax sembra dunque essersi affermato finora in paesi con livelli di Pil molto inferiori a quelli dell’Europa occidentale, con conseguente minore quota di spesa sociale. In futuro, tuttavia, almeno due dei tre fattori indicati potrebbero spingere verso una crescita della spesa sociale, mettendo in crisi il sistema con flat tax ad aliquota bassa: se il Pil convergerà verso i livelli dell’Europa dell’Ovest e se l’invecchiamento della popolazione continuerà, i cittadini chiederanno un aumento della spesa sociale, soprattutto per pensioni e sanità.

Da un punto di vista politico, invece, i paesi con flat tax sono spesso democrazie con preoccupanti tendenze involutive, e in democrazie fragili c’è una minore domanda di spesa sociale. Quindi su questo aspetto c’è più incertezza. Ma un’evoluzione in senso più democratico potrebbe mettere in difficoltà la flat tax. Segnali di ripensamento cominciano già a vedersi, tanto che negli ultimi anni alcuni paesi l’hanno abbandonata, in genere passando dall’aliquota unica ad uno schema con due o tre aliquote. La Serbia è ad esempio passata dall’aliquota unica del 14% a tre aliquote: 10%-20%-35%, la Repubblica Slovacca da 19% a 19%-25%, la Rep. Ceca da 15% a 15%-22%, l’Albania da 10% a 10%-25%, la Lettonia dal 25% su tutti i redditi a tre aliquote (20%-23%-31.4%). Rimangono con la flat tax Russia, Estonia, Lituania, Romania, Macedonia, Bosnia-Erzegovina, Bielorussia, Bulgaria, Georgia, Ucraina e Ungheria. La Polonia, l’economia più importante dell’Europa orientale dopo la Russia, non ha mai avuto la flat tax, ed ora ha due aliquote (18% e 32%).

Massimo Baldini e Leonzio Rizzo tratto da www.lavoce.info

Opere pubbliche: il disastro a 5 stelle

L’inchiesta di Milena Gabanelli e Fabio Savelli pubblicata sul Corriere della Sera del 7 gennaio sulla gestione delle opere pubbliche attuata dal governo Lega M5S è un documento prezioso che andrebbe studiato. La scelta del ministro Toninelli di bloccare i finanziamenti a tutte le grandi opere già in corso per rifare le ormai mitiche analisi costi benefici si sta rivelando una follia senza senso e puramente ideologica che sta portando disoccupazione e crisi aziendali. I 5 stelle sono da sempre ostili alle grandi opere e l’analisi costi benefici è solo il pretesto per attuare un loro obiettivo: bloccare le grandi opere e dirottare i finanziamenti sulle opere di manutenzione del territorio. Inesperti e inconsapevoli non hanno calcolato che bloccare opere già avviate ha un costo enorme e colpisce imprese con decine di migliaia di dipendenti. Non si sono resi conto che passare dalle grandi alle piccole opere non è come cambiare distributore di benzina.

Dopo sei mesi di stop una tra le grandi opere bloccate è stata riavviata. Si tratta del Terzo Valico tra Genova e Milano ormai in avanzato stato di realizzazione. A Toninelli, incurante delle conseguenze sulle imprese appaltatrici, ci sono voluti sei mesi per capire che quell’opera andava completata. Un percorso analogo si sta compiendo anche per il tunnel del Brennero, per la pedemontana veneta, per l’alta velocità Brescia-Padova, per la Torino-Lione. Ovviamente per il governo del cambiamento che le imprese di costruzioni coinvolte siano a rischio fallimento importa ben poco. Loro puntano su quota 100 e sul reddito di cittadinanza, mica sul lavoro.

Nell’inchiesta della Gabanelli sono citati i casi di Astaldi, Grandi Lavori Fincosit di Roma, Tecnis di Catania e, da ultimo, la più grande cooperativa italiana, la Cmc di Ravenna. La società Condotte è finita in amministrazione straordinaria. Quindici delle prime 20 imprese sono in stato pre-fallimentare o in forte stress finanziario perché le entrate previste sono bloccate, mentre le uscite nei confronti dei fornitori che continuano ad accumularsi stanno costringendo molti piccoli imprenditori a chiudere.

Si tratta di aziende il cui lavoro dipende dalle decisioni politiche e già indebolite dai tempi della burocrazia e dalle modalità delle gare, che si svolgono spesso al massimo ribasso. Con queste premesse succede che le scadenze non vengono rispettate e spesso si finisce in tribunale in infiniti contenziosi con enormi richieste di risarcimento alle stazioni appaltanti pubbliche. La sola Anas che di queste è la più grande ha dovuto cancellare nel 2018 quasi 600 milioni di euro di lavori con la conseguenza di dover rispondere alle richieste di risarcimenti da parte delle imprese già esposte con banche e fornitori.

È un fatto che i bandi di gara pubblici siano crollati (meno 67% nell’ultimo anno e mezzo) e che gli iter dei finanziamenti pubblici ci mettono tempi infiniti per arrivare a destinazione.

Le opere incompiute sono 300 e i soldi già stanziati non vengono spesi. Infatti, sembra incredibile, ma di soldi in cassa il nuovo governo ne ha trovati tanti. Ben 150 miliardi tutti disponibili. Sarebbe stato logico incrementare l’utilizzo di questi fondi spingendo per la realizzazione di tutte le opere pubbliche già decise ed avviate. Ed invece è stato fatto il contrario. Il CIPE che è il motore di tutti i procedimenti di spesa si è riunito solo due volte in sei mesi. Piuttosto assurdo per un governo che trova in cassa una montagna di soldi da spendere, progetti già approvati e opere in corso.

Sta di fatto che nel negoziato con la Commissione Ue sono stati sacrificati gli investimenti togliendo un miliardo di finanziamento alle grandi opere per destinarlo come copertura ad altre misure. Facile indovinare che siano i cavalli di battaglia di Lega e M5S: quota 100 e reddito di cittadinanza oltre che l’aliquota del 15% regalata alle partite Iva.

È facile comprendere perché le imprese che lavorano alle grandi opere pubbliche siano tutte in crisi. Se i soldi a disposizione fossero stati spesi potevano portare oltre 400 mila posti di lavoro e salvare dal fallimento tante imprese che non ce l’hanno fatta.

Oltre al blocco o rallentamento delle grandi opere, oltre all’incapacità di spendere soldi già stanziati, oltre alla burocrazia e al codice degli appalti c’è anche il peso dei debiti non saldati dello Stato verso i suoi fornitori. Si tratta di decine di miliardi che pesano sui bilanci delle aziende.

Cosa sta facendo il governo per affrontare questi nodi? Nulla. L’analisi costi benefici è stata finora l’unica risposta. Un pretesto per non decidere e prendere tempo.

Il governo ha vissuto i suoi sei mesi sull’onda degli annunci e delle provocazioni, ma nella sostanza è riuscito solo a varare la legge di bilancio più confusa, pasticciata e inefficace degli ultimi anni. Mentre non riesce a far marciare le opere pubbliche con soldi pronta cassa, si è “impiccato” al deficit per distribuire sussidi d premi elettorali. Invece del lavoro ha scelto l’assistenza

Claudio Lombardi

Il governo della paura

La paura è una reazione naturale di fronte ad una situazione di pericolo. Lo è anche verso ciò che non si conosce, non si capisce o si pensa di non poter controllare. Chi ha un ruolo di guida, però, dovrebbe dominare la paura e trasformarla in lucida analisi della realtà e in azioni razionali. Proprio quello che Lega e 5 Stelle non fanno. Il governo della paura non è una trovata propagandistica, ma una definizione che corrisponde alla realtà.

Salvini per anni si è fatto conoscere per la sua aggressività, per la volgarità, per la superficialità rozza con la quale ha affrontato qualsiasi problema politico e sociale. Le sue maniere rudi parlavano ad un elettorato che vi si rispecchiava. Invece di mostrarsi in grado di gestire la complessità Salvini raccontava agli italiani che le questioni si dovevano affrontare con le maniere forti. Ora che la Lega è accreditata di un’enorme crescita di consensi si capisce che molti italiani confidano sul serio in una politica manesca e ignorante. Sicuramente sono stati delusi dalle esperienze passate. Tuttavia il paradosso è che ognuno lo fa dal suo punto di vista convinto che il suo riferimento politico – Salvini – lo faccia suo, ma ignorando che in realtà l’atteggiamento da bullo nasconde un’indeterminatezza di scelte che prima o poi verrà fuori. La Lega presalviniana ha dato una discreta prova nel governo di comuni e regioni, ma giungere con Salvini a dominare la politica nazionale sembra decisamente andare oltre le sue possibilità.

Per questo motivo l’esasperazione dei toni che ha caratterizzato questi due mesi del Salvini egemone sul governo è pericolosa: eccita gli animi della gente e crea il terreno favorevole a violenti, idioti e disagiati mentali per uscire allo scoperto e compiere le azioni che corrispondono al loro livello intellettuale (maltrattare una persona di colore, fare il tiro al bersaglio su un operaio, insultare, aggredire); nello stesso tempo crea problemi all’Italia sul piano internazionale. Al suo attivo Salvini vanta un paio di navi dirottate in porti spagnoli, ma il Consiglio Europeo di un mese fa ha dato uno schiaffo in faccia all’Italia.

Considerazioni analoghe si possono fare per il M5S. In questo caso non ci sono le esibizioni manesche, ma una rabbia ben coltivata da anni di campagne scandalistiche e diffamatorie. Anch’esse hanno proposto soluzioni semplici a problemi complessi, ma puntando sul sospetto e sull’utopia. Sospetto verso tutti quelli indicati come casta di parassiti sulle spalle del popolo. Utopia che è possibile realizzare a condizione di espellere dalla vita pubblica tutta la gente che c’era prima dell’avvento dei 5 stelle.

Come osserva Marco Ruffolo in un recente articolo su Repubblica dietro la concreta azione di governo del M5S sembra esserci l’idea semplificatrice di un potere che automaticamente consente di raggiungere i risultati desiderati purchè sia eliminato tutto ciò che si frappone tra governo e popolo (lobbies, partiti, mercati ecc).

Ciò significa che il successo dell’azione di governo dipende più dal grado di volontà politica nel fare le cose che dalla capacità di superare difficoltà strutturali, di sporcarsi le mani nella dura amministrazione. Con questa impostazione le proposte fondamentali che il M5S ha messo nel suo programma assumono quasi un potere taumaturgico. Reddito di cittadinanza, abolizione dei vecchi vitalizi (quelli nuovi sono stati aboliti nel 2012), taglio delle “pensioni d’oro”, vincoli ai contratti a termine, ripudio degli accordi sul libero scambio commerciale, blocco della vendita di Alitalia, rimessa in discussione della gara per l’Ilva e della Tav. Tutte scorciatoie presentate come risolutive, ma tutte poggiate su un forte incremento di spesa pubblica corrente che si traduce in un rinnovato intervento dello Stato che offre assistenzialismo invece di politiche di sviluppo.

Una semplificazione di vecchia data per i 5 stelle che naturalmente si è scontrata con i vincoli di bilancio europei. Messa da parte per ora l’idea grillina di indire un referendum per l’uscita dall’euro (ma riproposta da Beppe Grillo) Di Maio si barcamena tra minacce e annunci solenni che si traducono nella conquista di posti in cariche di nomina governativa.

Il governo del cambiamento lo sta sicuramente realizzando con la spartizione di ogni genere di poltrona piazzando gente di fiducia negli incarichi di responsabilità senza fare mistero di aspettarsi da tutti collaborazione per la realizzazione del programma di governo senza più distinzione di ruoli e di funzioni.

I 5 stelle non sono cambiati. Vivono il mercato cioè la concorrenza e gli scambi commerciali come il regno delle multinazionali sede di tutti i mali. La loro visione del mondo è sempre improntata al complottismo, molto consolatorio per quelli che non vogliono o non sanno comprendere la realtà con tutte le approssimazioni, le ingiustizie e i compromessi che caratterizzano la storia dell’umanità. Un complottismo che rivela una grande paura del mondo. I 5 stelle al governo stanno fermi su posizioni difensive e punitive dando l’impressione di un grande attivismo.

Soltanto con questa mentalità immatura e rozza, si può comprendere un ministro del lavoro e vice Presidente del Consiglio che denuncia un complotto per una relazione tecnica (tecnica appunto ed obbligatoria) ad un disegno di legge del governo. Di Maio ci mette di suo un’abilità teatrale nel recitare la parte dell’irreprensibile che sorride, ma può anche minacciare. Come ha fatto al congresso della Coldiretti a proposito del Ceta annunciando la cacciata dei funzionari governativi che conducono la trattativa (per dovere di ufficio) e l’immediato voto contrario del M5S per rigettare l’Accordo. Poi è intervenuta la Lega (e la Confindustria e le categorie produttive) i toni sono calati e la questione è stata accantonata. Anche perché il Ceta non arriverà in Parlamento tanto presto. Ma Di Maio ha fatto la sua recita da bravo interprete di idee elaborate da altri

Claudio Lombardi

L’Italia e l’euro: la versione di Cottarelli

Poiché Cottarelli è tornato di attualità non più tardi di una settimana fa come possibile premier e poiché il rapporto tra Italia ed euro lo è da molti anni può essere interessante andare a vedere come la questione viene trattata nel suo ultimo libro: “I sette peccati capitali dell’economia italiana”.

Iniziamo però dall’elenco dei primi sei peccati capitali: evasione fiscale; corruzione; eccesso di burocrazia; lentezza della giustizia; crollo demografico; divario tra Nord e Sud. L’ultimo è dedicato alla difficoltà di convivere con l’euro.

Sono peccati o limiti ormai noti e ampiamente riconosciuti che possono benissimo rappresentare la gran parte dei deficit strutturali del nostro Paese. Altri ce ne sarebbero come, per esempio, la dimensione delle imprese per il 95% piccole o piccolissime e, in quanto tali, impossibilitate a fare ricerca e ad innovare e molto dipendenti dalle banche per la raccolta dei capitali. Cottarelli, però, non compie un’analisi completa delle caratteristiche del sistema Italia, ma intende focalizzare l’attenzione su alcuni aspetti.

In ogni caso punto per punto ne esce un quadro poco rassicurante sullo stato del nostro Paese. L’evasione fiscale per esempio fa mancare alle casse pubbliche una somma superiore ai 120 miliardi di euro ogni anno. Se quelle entrate arrivassero gran parte dei deficit di risorse sarebbero risolti e il debito potrebbe essere abbattuto in poco tempo. La corruzione c’è, ma le dimensioni del fenomeno non sono quantificabili. Spesso si confonde la percezione con la realtà (quando si chiede alle persone quanto percepiscano la corruzione e di quali episodi reali siano a conoscenza i risultati sono diametralmente opposti). In ogni caso è un freno per l’efficienza della macchina pubblica e per quella delle attività economiche perché premia le peggiori. L’eccesso di burocrazia è un teatro dell’assurdo perché si fonda su un numero esagerato di norme, spesso scritte male che complicano le situazioni che dovrebbero disciplinare e, nello stesso tempo, formulate anche in modo da giustificare la funzione di un apparato burocratico inefficiente e con un eccessivo potere discrezionale (se la norma è complicata e farraginosa solo il burocrate può interpretarla e applicarla). La lentezza della giustizia è proverbiale ed è una delle cause di un’inefficienza di sistema che penalizza l’economia e i rapporti tra cittadini e della difficoltà nell’avviare e condurre attività imprenditoriali.

Il crollo demografico è un’altra realtà ben conosciuta, ma sottovalutata. Una popolazione che invecchia significa più anziani da assistere e mantenere e meno giovani che producono ricchezza. L’aumento del tasso di natalità non può più essere una questione privata, ma deve diventare il cuore di politiche specifiche che puntino a dare servizi e sostegni a chi decide di mettere al mondo dei figli.

Il divario Nord Sud è una nota dolente che nemmeno viene più presa sul serio. La si affronta spesso più con gli stereotipi mutuati dai film di costume che come la principale frattura che grava sull’Italia. Di fatto tutti gli indicatori citati da Cottarelli indicano che al Sud spesa e dimensione degli apparati pubblici sono maggiori in rapporto alla popolazione di quelli del centro nord, ma i risultati in termini di capacità di produrre ricchezza sono drammaticamente insufficienti. È una delle più vecchie questioni che ci portiamo dietro fin dall’inizio della nostra storia nazionale ed è sempre attuale. Nel libro non si parla di mafie, camorra, ‘ndrangheta, ma è ovvio che la diffusione della criminalità condiziona pesantemente lo svolgimento della vita civile, il funzionamento delle istituzioni e delle amministrazioni pubbliche, l’economia, i rapporti civili.

L’ultimo punto è dedicato alla difficoltà di convivere con l’euro. Ultimo non solo perché è il settimo, ma anche perché in ordine cronologico è la naturale conseguenza degli altri sei. Innanzitutto alcune constatazioni. L’Italia cresce poco rispetto alle migliori economie europee. Il reddito pro capite dopo l’entrata nell’euro prima ha rallentato, poi ha iniziato a diminuire. Una dinamica che ci discosta dagli altri paesi europei e che dura da un ventennio. Ciò che è accaduto è che, cessata la possibilità di svalutare la moneta, la competitività italiana è caduta. Un esempio rende l’idea efficacemente: nel 1970 un marco valeva 172 lire, nel 1998 987 lire. Tale divario indica che i costi di produzione italiani erano aumentati molto più di quelli tedeschi e che veniva ristabilita la competitività con la svalutazione. Ovviamente ciò significava che salari, stipendi, pensioni e prezzi dovevano all’epoca rincorrere continuamente la caduta di valore della moneta. Non a caso il più grande scontro sociale nel corso degli anni ’70 ed ’80 ci fu sulla scala mobile (e finì con un netto taglio). Con l’entrata nell’euro è venuta meno la possibilità di recupero della competitività svalutando.

Per anni ci si è anche scontrati sul costo del lavoro che sarebbe stato più alto in Italia rispetto ai più forti partner europei (costo del lavoro non significa solo guadagno del lavoratore, bensì costo complessivo per il datore di lavoro). Il dato è che tra il 2000 e il 2007 in Germania è rimasto pressoché stabile e coerente con l’aumento della produttività. In Italia è aumentato del 20-25% cioè è cresciuto più della produttività. Anche gli stipendi dei dipendenti pubblici sono cresciuti così come la spesa pubblica nel suo complesso mentre la parte destinata agli interessi sul debito calava per effetto dell’euro. Ciò ha significato che i margini esistenti per la diminuzione del debito pubblico sono stati usati per allargare la spesa. Intanto cresceva il costo del petrolio e irrompeva sui mercati la globalizzazione (specialmente Cina e India) che toglieva spazio alle merci italiane. L’effetto è stato una diminuzione dei margini di profitto e quindi degli investimenti.

La produttività del lavoro dal 1998 al 2016 aumenta in Italia del 3,5% e in Germania del 47%. Tra il 2000 e il 2016 le esportazioni italiane crescono del 25%, quelle tedesche del 115%.

Alla crisi mondiale del 2008 l’Italia arriva, quindi, con una minore competitività e un debito ancora troppo alto. Queste le premesse del crollo del 2011 con la drastica impennata dei tassi di interesse e la conseguente stretta sulla spesa che si riverbera su tutta l’economia portando alla diminuzione del 10% del Pil in tre anni.

Come è noto ci salva l’intervento della Bce reso, però, possibile dalla brusca correzione dei conti pubblici realizzata dal governo Monti.

Che fare? La ricetta di Cottarelli è che, per uscire da questa situazione, occorre una profonda trasformazione del modo in cui opera l’economia italiana per aumentarne efficienza e competitività. Bisogna però non illudersi che: la crescita possa essere trainata dalla spesa pubblica (gli investimenti pubblici ci vogliono, ma bisogna imparare a spendere meglio); gli investimenti privati possano essere sostenuti in toto dal credito bancario; un aiuto decisivo possa arrivare da investimenti infrastrutturali europei.

La questione fondamentale è che la crescita deve essere trainata dalle esportazioni e il recupero di competitività deve diventarne il motore. Per questo è anche necessario diminuire la tassazione, ma per farlo occorre tagliare la spesa pubblica.

In conclusione Cottarelli avverte che non è possibile considerare lo Stato come la soluzione di tutti i problemi personali e sociali cioè come il risolutore di prima istanza anziché di ultima. Infine la trasformazione economica deve avere alla sua base una trasformazione sociale e culturale contrastando la tendenza all’individualismo e al non rispetto delle regole.

Sembra proprio che l’analisi di Cottarelli sia quella giusta

Claudio Lombardi

Il segreto della rinascita del Portogallo

Riprendiamo per sintesi e con alcuni stralci un articolo apparso su www.lavoce.info che tratta degli stupefacenti risultati ottenuti dal Portogallo dopo la grave crisi degli anni passati.

I numeri parlano chiaro: crescita al 2,6 per cento, debito in calo, deficit all’1,7 per cento, disoccupazione all’8,5. E questo dopo essere stato sottoposto ad una procedura d’infrazione per deficit eccessivo decisa dalla Commissione europea dalla quale è uscito nel 2017.
Per capire come si è arrivati a capovolgere la crisi occorre riepilogarne i punti cruciali.

1995-2008: crescita e debito

L’ingresso nell’euro ha visto una drastica diminuzione dei tassi di interesse sia per i titoli pubblici che per i privati. L’aspettativa era che ci sarebbe stato un rilancio dell’economia, un aumento delle esportazioni e l’avvicinamento ai paesi europei più avanzati. Non è andata così. I consumi (a debito) sono saliti alle stelle e le importazioni sono aumentate. La produttività non è aumentata, ma i salari sì; di conseguenza si è indebolita la competitività del Paese. E inoltre aumento della spesa pubblica, del deficit e del debito. Con un Pil in calo.

2008-2018: crisi e ripresa

Con la crisi del 2008-2010 la situazione si aggrava e si arriva ad una crisi del credito cioè al Portogallo si chiudono bruscamente le porte di accesso ai mercati finanziari. È inevitabile a quel punto (2011) la richiesta di aiuto all’Unione Europea e al Fondo monetario internazionale che lo concedono (78 miliardi di euro) ponendo come condizione un drastico piano di riforme strutturali elaborato dalla Troika. Contrazione violenta della domanda pubblica, calo delle pensioni e dei salari, riforme del mercato dei beni, del mercato del lavoro, riforma fiscale, riforma delle imprese pubbliche ne sono gli elementi fondamentali. In questo modo il deficit passa dal 9,8 per cento del Pil al 2,3 per cento nel 2013 mentre il debito pubblico si attesta al 129 per cento del Pil. Nel complesso tagli di spesa per due terzi e aumenti di tasse per un terzo. Crollo della domanda interna e ripresa delle esportazioni gli effetti immediati.

A partire dal 2014 riparte la crescita, la disoccupazione inizia a calare e la bilancia dei pagamenti lentamente si stabilizza. Nel 2015 il governo passa al partito socialista (di impostazione liberale in economia) alleato con verdi e comunisti che lo sostengono dall’esterno.  Gli alleati del partito che guida il governo avevano come programma il ripudio del debito pubblico, l’uscita dall’euro e dalla Nato, e la rinazionalizzazione di interi settori dell’economia portoghese. E, invece, con molta intelligenza politica non vengono rovesciate le politiche concordate con FMI e UE, ma ci si accontenta di alleggerirne il peso. Di fatto, il governo si accontenterà di aumentare il salario minimo e le pensioni più basse, senza indietreggiare sui tagli alla spesa e sulle riforme approvate. La ripresa della crescita nell’area euro contribuisce poi alla ripresa del Portogallo.

Lezioni portoghesi

Quali insegnamenti possiamo trarre dalla ripresa dell’economia avvenuta dopo il drastico aggiustamento dei conti pubblici richiesto dalla Troika? Innanzitutto, in un’unione monetaria, quando non è possibile avviare un percorso di aggiustamento attraverso la svalutazione della moneta, l’ipotesi di una ristrutturazione del debito viene esclusa e si rischia di non poterlo rifinanziare, la svalutazione interna diventa necessaria per recuperare competitività.

Infatti, il successo della svalutazione interna ha consentito il rilancio delle esportazioni, il controllo della bilancia commerciale, e quindi una minore necessità di finanziamenti esteri. Poi è arrivata un’eccellente stagione turistica che ha facilitato il miglioramento del saldo corrente e i risultati del 2017 sono quelli riportati all’inizio.

In conclusione la contrazione della spesa pubblica e le riforme strutturali hanno avuto la triplice virtù di migliorare la solvibilità del paese, ripristinare l’equilibrio commerciale con l’estero ed eliminare diversi ostacoli alla crescita. Con la stabilità sono tornati anche gli investimenti dall’estero.

In aggiunta alla riflessione tratta da lavoce.info bisogna osservare che in Portogallo non si è affermata una forza politica antisistema e nessuno dice che l’economia può crescere solo con l’aumento della spesa pubblica o con l’assistenzialismo come capita in Italia. Loro sono andati vicini al default e ne sono usciti seguendo una strada dura, ma che ha prodotto risultati concreti non chiacchiere. In Italia abbiamo fatto tutto da soli senza aiuti dall’esterno, ma anche senza l’imposizione di politiche eccessivamente rigoriste. Anche se restiamo in coda alla crescita europea, esistono le condizioni per consolidare i risultati positivi che anche noi abbiamo ottenuto, ma la mancata formazione del governo e l’instabilità che ne consegue può riportarci indietro

Perché la flat tax è sbagliata (2)

  • Flat tax ed evasione fiscale

Non vi è evidenza che un significativo taglio della pressione fiscale farebbe diminuire l’evasione.  I più considerati studiosi del sommerso affermano che l’evasione fiscale dipende in prima battuta dalla capacità amministrativa dello Stato e da come lo Stato é percepito dai cittadini. In seconda battuta impattano anche sull’evasione:

  • gli aumenti della pressione fiscale. Una crescita sensibile della pressione fiscale fa aumentare l’evasione perché gli operatori economici spiazzati ricorrono al sommerso. Tuttavia non ci sono particolari evidenze del fatto che abbassamenti della pressione fiscale producano una riduzione dell’evasione
  • fattori storici e sociali
  • struttura del mercato, ovvero dimensioni degli operatori economici e circolazione del contante

Attualmente l’economia sommersa di tutti i paesi che adottano la flat tax si stima abbia una dimensione superiore all’economia sommersa italiana. Il professor Schneider dell’università di Linz, uno dei massimi esperti di evasione fiscale, nel 2015 stimava un’evasione fiscale (shadow economy) per l’Italia di circa il 20%. Secondo Schneider il primo paese per evasione fiscale dell’UE era la Bulgaria con circa il 32% del PIL seguito dalla Romania con circa il 31%. Entrambi i paesi adottano ormai da diversi anni la flat tax.

Più in generale i paesi dell’Europa occidentale hanno una pressione fiscale nettamente più elevata ed un’evasione fiscale nettamente più bassa dei paesi dell’Europa orientale, i paesi che hanno le migliori performance in termini di lotta al sommerso sono la Francia e l’Austria che fanno rilevare dati sulla pressione fiscale tra i più elevati al mondo

Altra evidenza importante è il trend. Dagli anni ottanta in avanti, contro ogni previsione l’evasione fiscale crebbe ovunque, dal 2005 ad oggi si rileva invece una dinamica di riduzione del sommerso, nell’ordine del 3-4% in tutti i paesi OCSE, i cui principali driver appaiono la diffusione dei pagamenti elettronici e l’aumento dell’efficienza dell’amministrazione finanziarie

  • Flat tax, crescita e benessere

Non vi è alcuna evidenza che la flat tax, come ogni riduzione del carico fiscale per i più abbienti stimolerebbe la crescita; oggi il trickle down, ovvero la tesi che quello che va bene per i ricchi va bene per tutta la nazione è fortemente contestata. Riscuotono sempre più successo le idee di Piketty e Stiglitz secondo cui al contrario più tasse ai ricchi potrebbero significare maggiori investimenti pubblici che il privato non farebbe oppure tagli alle imposte sui redditi più bassi che si convertono in consumi. Oggi addirittura il Fondo Monetario Internazionale afferma che meno tasse ai ricchi non significa più crescita ma più disuguaglianze e che anzi in molti paesi occorrerebbe più progressività. Essenzialmente il mercato è fatto dalla domanda – il potere d’acquisto dei cittadini – e dall’offerta – la competitività delle imprese. La flat tax sarebbe l’ennesimo intervento volto a potenziare l’offerta, ma il risultato complessivo del taglio delle tasse ai ricchi potrebbe essere negativo perché i tagli alla spesa necessari per finanziare la flat tax potrebbero deprimere in misura significativa i consumi.

Qualora vi fosse spazio per una drastica riduzione della pressione fiscale sarebbe quindi opportuno partire dai redditi più bassi per stimolare i consumi, oppure tagliare l’aliquota sui redditi delle società perché le scelte di localizzazione delle imprese in un paese dipendono molto più dall’imposta sui redditi delle società che dalle aliquote sui redditi delle persone fisiche.

  • Flat tax in Italia

Salvini afferma che all’Italia serve una flat tax con aliquota del 15%, Berlusconi dice che si potrebbe iniziare con un’aliquota del 23% che si potrebbe ridurre se la crescita del PIL fosse sostenuta. Carlo Cottarelli ammonisce che il taglio delle imposte da solo produrrebbe un buco di circa 30 miliardi.

La flat tax non si finanzia da sola e la sua introduzione sarebbe per il nostro paese una scelta spericolata. Alcune evidenze depongono chiaramente in questo senso:

  • Nel 2005 il consulente economico della campagna elettorale di Angela Merkel, Paul Kirchoff, propose l’introduzione di una flat tax con aliquota del 25%, la proposta bocciata dai tedeschi fu ritenuta da più parti irrealizzabile anche in un paese ricco come la Germania.
  • Negli stessi anni, nella legislatura 2001-2006 il governo Berlusconi ottenne dal parlamento una delega fiscale per introdurre un’imposta sui redditi con due sole aliquote, una del 23% ed una del 33%. La proposta fu accantonata perché considerata troppo onerosa per il bilancio dello Stato. L’Italia di allora aveva un rapporto debito/PIL che in pochi anni, grazie al lavoro fatto dai governi degli anni novanta, era fortemente calato e stava convergendo sul 100% del PIL; tale rapporto è oggi al 130%.
  • Negli ultimi quindici anni la progressività del sistema fiscale italiano è fortemente diminuita, prima con la riforma dei redditi d’impresa che ha abolito il credito d’imposta sui dividendi, poi dando la possibilità di optare per una flat tax sugli affitti. Tale ultimo intervento non ha prodotto i benefici sperati in termini di recupero di sommerso.

La flat tax ci porterebbe a dover scegliere tra una probabile crisi del debito pubblico e tagli della spesa che deprimerebbero la domanda. Per finanziare dal nulla la manovra come affermato dal leader leghista Matteo Salvini occorrerebbe una crescita del PIL del 4 o del 5% per molti anni, obiettivo irraggiungibile nel mondo post Lehman Brothers e ancor più irraggiungibile per un paese come l’Italia che arriva da un lungo declino della produttività del lavoro e con un’età media molto avanzata.

Probabilmente oggi una spending review seria che liberi 10 o 15 miliardi da investire in ricerca e sviluppo avrebbe più ricadute positive di quelle di un drastico taglio della pressione fiscale. E inoltre ad un paese che invecchia servono asili e non meno tasse sui redditi elevati. Infine una flat tax per tutti renderebbe meno efficaci gli sgravi fiscali per i neo imprenditori, che oggi beneficiano di un’aliquota del 5%; parafrasando Thomas Piketty: “non sempre meno tasse significa più libertà (d’impresa).”

Per tutte queste ragioni la flat tax è un’idea antistorica e dannosa. Non per questo però sono fuori luogo le posizioni di chi invoca una semplificazione del nostro sistema tributario. Per esempio si potrebbero abolire piccole imposte come il canone Rai, la concessione governativa sui contratti di telefonia, il bollo sul conto corrente o quello sull’automobile che sono in alcuni casi ormai superate e sganciate dalla capacità contributiva e sostituirle con un’unica imposta computata su una base imponibile che intercetti una reale capacità contributiva.

E` opportuno ricordare in conclusione che oggi non è più tempo di credere a chi ci promette la chimera di una rapida rivoluzione che cambierà la nostra vita, si tratti della flat tax, dell’abbandono della moneta unica o di poco credibili tagli agli sprechi di molte decine di miliardi in un anno e senza effetti indiretti. La vera rivoluzione è far capire che l’Italia è un paese che si cambia lavorando non con il martello ma con il cacciavite.

Salvatore Sinagra

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