Più flat tax meno spesa pubblica

Il modello della flat tax si è affermato finora in paesi con livelli di Pil molto inferiori a quelli dell’Europa occidentale, dove anche la domanda di spesa sociale è nettamente più bassa. Una sua introduzione in Italia richiederebbe tagli di spesa.

QUEI PAESI DOVE VIGE LA FLAT TAX

In generale, la flat tax è un’imposta sul reddito con aliquota unica, resa progressiva da una deduzione (riduzione dell’imponibile) o da una detrazione (riduzione dell’imposta) concessa a tutti i contribuenti. Il modello ha finora trovato applicazione in alcuni piccoli stati, spesso paradisi fiscali (ad esempio, Jersey, Hong Kong, Andorra e Belize), e soprattutto in molti paesi dell’Europa centro-orientale che un tempo facevano parte del blocco sovietico. Si tratta di un modello adattabile ai paesi occidentali?

L’economista americano Peter Lindert, nel suo libro Growing Public del 2004, sostiene che durante il Novecento la quota della spesa sociale sul Pil è aumentata per tre principali ragioni: l’aumento del reddito medio, l’invecchiamento della popolazione e l’espansione della democrazia. Nazioni più democratiche, con maggiore livello di reddito o con più anziani dovrebbero quindi avere una pressione fiscale superiore a quella di nazioni più arretrate sotto questi aspetti.

E infatti, per quanto riguarda il reddito medio, i paesi con flat tax si trovano a uno stadio di sviluppo economico ancora molto diverso da quello dei paesi occidentali, malgrado i progressi degli ultimi venti anni. La tabella che segue compara alcuni indicatori – relativi al 2016 – dei paesi dell’Europa orientale con flat tax e delle principali economie dell’Europa dell’Ovest. Nel primo gruppo il Pil pro-capite va da un minimo di 3.765 euro per la Georgia a un massimo di 17.156 per l’Estonia, che è comunque inferiore al valore più basso – della Grecia – tra i Pil pro-capite degli stati del secondo gruppo.

LA DOMANDA DI SPESA PUBBLICA

Stadi di sviluppo economico così lontani, come suggerisce Lindert, producono anche una diversa domanda di spesa pubblica in generale e sociale in particolare. L’incidenza della spesa pubblica è infatti mediamente del 35 per cento nei paesi europei con flat tax, di quasi 12 punti percentuali inferiore alla media di quelli dell’Europa occidentale con imposta progressiva sul reddito. Anche la spesa sociale – che nella tabella comprende pensioni, sanità e assistenza – è decisamente più alta nell’Europa dell’Ovest. È dunque logico che anche le entrate abbiano un’incidenza sul Pil assai inferiore (mediamente di 10 punti di Pil) nei paesi orientali.

Certo sarebbe possibile immaginare una flat tax con elevata aliquota, in grado di raccogliere un gettito simile a quello delle imposte progressive per scaglioni, ma sia nel dibattito italiano che nei paesi dell’Est la flat tax si caratterizza di solito per un’aliquota molto bassa.

Una flat tax a bassa aliquota riesce – assieme alle altre imposte – a finanziare i bisogni di spesa sociale di questi paesi proprio perché sono ancora contenuti, in linea con il basso livello del Pil. Dove invece la spesa pubblica è molto elevata, come in Italia, l’adozione di una flat tax ad aliquote basse potrebbe rendere impossibile finanziare gli attuali livelli di spesa pubblica e costringere a tagli significativi. In molti dei paesi che hanno optato per la flat tax il gettito dell’imposta sul reddito è diminuito dopo il passaggio all’aliquota unica, con l’eccezione della Russia, anche se in quel paese la tenuta delle entrate sembra sia da attribuire ad altri fattori concomitanti (la ripresa del ciclo economico, la maggiore severità del contrasto all’evasione).

Di per sé, una riduzione della spesa di qualche punto di Pil potrebbe non essere un male, visto che probabilmente una delle cause del declino economico italiano sta nella continua espansione della spesa pubblica e, a ruota, delle entrate necessarie per finanziarla. Non sempre, però, c’è la consapevolezza che il dibattito sulla flat tax ne richiederebbe necessariamente anche un altro, non meno importante, sul livello ottimale di spesa pubblica.

Tabella 1 – Pil pro-capite e principali voci del bilancio pubblico in paesi con e senza la flat tax nel 2016

Fonte: World Bank National Accounts Data e International Monetary Fund, Government Finance Statistics Yearbook

Il modello della flat tax sembra dunque essersi affermato finora in paesi con livelli di Pil molto inferiori a quelli dell’Europa occidentale, con conseguente minore quota di spesa sociale. In futuro, tuttavia, almeno due dei tre fattori indicati potrebbero spingere verso una crescita della spesa sociale, mettendo in crisi il sistema con flat tax ad aliquota bassa: se il Pil convergerà verso i livelli dell’Europa dell’Ovest e se l’invecchiamento della popolazione continuerà, i cittadini chiederanno un aumento della spesa sociale, soprattutto per pensioni e sanità.

Da un punto di vista politico, invece, i paesi con flat tax sono spesso democrazie con preoccupanti tendenze involutive, e in democrazie fragili c’è una minore domanda di spesa sociale. Quindi su questo aspetto c’è più incertezza. Ma un’evoluzione in senso più democratico potrebbe mettere in difficoltà la flat tax. Segnali di ripensamento cominciano già a vedersi, tanto che negli ultimi anni alcuni paesi l’hanno abbandonata, in genere passando dall’aliquota unica ad uno schema con due o tre aliquote. La Serbia è ad esempio passata dall’aliquota unica del 14% a tre aliquote: 10%-20%-35%, la Repubblica Slovacca da 19% a 19%-25%, la Rep. Ceca da 15% a 15%-22%, l’Albania da 10% a 10%-25%, la Lettonia dal 25% su tutti i redditi a tre aliquote (20%-23%-31.4%). Rimangono con la flat tax Russia, Estonia, Lituania, Romania, Macedonia, Bosnia-Erzegovina, Bielorussia, Bulgaria, Georgia, Ucraina e Ungheria. La Polonia, l’economia più importante dell’Europa orientale dopo la Russia, non ha mai avuto la flat tax, ed ora ha due aliquote (18% e 32%).

Massimo Baldini e Leonzio Rizzo tratto da www.lavoce.info

La politica e la situazione dei giovani

Si sa che i giovani hanno votato in stragrande maggioranza NO al referendum (dal 68 all’81% secondo diverse rilevazioni). I promotori del No hanno festeggiato la loro vittoria, ma c’è poco da festeggiare perché più del dissenso sulla riforma costituzionale ha pesato la situazione dei giovani e il loro rapporto con la politica che non sembra in grado di migliorare la loro condizione.

disoccupazione-giovaniUna conferma viene da un’altra rilevazione che fissa una prevalenza del NO al 66% dei voti nei 100 comuni con più disoccupati cui corrisponde il 59% di Sì nei 100 comuni con meno disoccupati. Il fatto è che in Italia i giovani stanno pagando più degli altri le conseguenze della crisi tanto è vero che si è prodotta una disuguaglianza speciale, tutta per loro, che li allontana dalle altre classi di età.

Secondo dati della Banca d’Italia negli ultimi 20 anni il reddito delle persone con più di 65 anni è cresciuto del 19% mentre quello dei minori di 35 anni è diminuito del 15% e quello della fascia fra 35 e 44 anni ha segnato un meno 12%. In pratica la crisi è stata pagata dalle classi di età che comprendono la giovinezza e la maturità, mentre i più anziani hanno goduto di una tutela efficace ed estesa.

lavoro-giovaniUn trend confermato dal Censis che ha rilevato nel corso degli ultimi 25 anni una diminuzione di reddito del 15% per le famiglie di giovani con meno di 35 anni che si traduce anche nella diminuzione della ricchezza disponibile. Nel concreto significa che i giovani hanno potuto beneficiare del patrimonio accumulato dalle famiglie di origine, ma non sono in grado di farsene uno proprio. Inoltre, nel confronto tra il 1991 e il 2016 il reddito dei giovani di oggi è inferiore del 26,5% a quello dei coetanei di allora. Ma il reddito di coloro che hanno più di 65 anni è aumentato del 24,3%. Se ci aggiungiamo che la disoccupazione giovanile è al 36% e che la riforma del mercato del lavoro ha creato più occupazione per gli adulti abbiamo un quadro veramente demoralizzante per i giovani.

Per correggere le disuguaglianze ci sono però due strumenti politici da utilizzare: il fisco e la spesa pubblica. Funzionano? Sembra di no.

Alcuni analisti esemplificano la situazione paragonando la disuguaglianza dei redditi italiana a quella dell’Inghilterra, ma non con la pressione fiscale inglese bensì con quella, molto alta, della Svezia. Un record singolare, non c’è che dire.

spesa-pubblicaL’effetto della spesa pubblica viene rappresentato da un dato: l’intervento dello Stato fa crescere la disuguaglianza invece di ridurla. In pratica, per dirla brutalmente, lo Stato preleva con le tasse molti soldi che non servono a ridurre il disagio di chi sta peggio ma vanno a chi sta meglio. Dati Ocse dicono che il 35% della spesa sociale va al 20% più ricco  e meno del 10% al 20% più povero. La spesa pensionistica in rapporto al Pil è al 16% e la pressione contributiva sui salari al 33%, percentuali fra le più alte al mondo. Dulcis in fundo, chi gode delle prestazioni del welfare è all’84% anziano. Naturalmente si potrebbe dire dato che gli anziani godono di pensioni che assorbono un’alta percentuale di spesa pubblica e sono i maggiori fruitori delle prestazioni assistenziali e sanitarie. Tutto ciò porta Roberto Perotti ex responsabile della spending review del governo e docente presso l’università Bocconi di Milano a scrivere nel suo ultimo libro (Status quo) che il rischio di povertà estrema grava soprattutto sui giovani.

Si dice che il lavoro è la prima preoccupazione degli italiani. È vero, ma bisogna precisare che non si tratta solo di una questione personale perché al lavoro corrisponde il futuro del nostro Paese. Come stupirsi se ad ogni occasione proprio i giovani esprimono la loro protesta contro chi governa? Se i politici non capiscono questa situazione si condannano ad essere rifiutati

Claudio Lombardi

Da un articolo di Gian Antonio Stella: i disabili veri dimenticati dallo Stato (di Claudio Lombardi)

Un lungo articolo di Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera di ieri 9 febbraio affronta un tema “pesante” per la vita concreta delle persone. Per la vita, in particolare, di 2 milioni e 800 mila persone non autosufficienti e delle loro famiglie. È una realtà che esiste e che spesso non vediamo anche perché pensiamo che lo Stato lo sappia e provveda. Invece non è così.

Per inquadrare la questione l’articolo del Corriere cita qualche dato tratto da un’inchiesta del «Sole 24 Ore». Rispetto al Pil, l’Italia spende molto più della media dell’Europa a 15 per le pensioni (16,1% contro 11,7%), come gli altri nel totale del welfare (26,5% contro 26%) ma nettamente meno per la non autosufficienza: 1,6% contro 2,1%. Un quarto di meno. Ma, in realtà, di meno perché in quell’1,6% ci stanno anche i tanti casi di falsi invalidi. Così i tagli si sono abbattuti su tutti indistintamente, furbi e disabili veri.

Anche qui i dati citati dal Corriere sono noti e denunciati dalle associazioni di tutela dei disabili. Dal 2008 al 2013 il Fondo per le politiche sociali passa da 929,3 milioni di euro a 44,6 e quello per la non autosufficienza da 300 a 0. Con questi numeri è ovvio che l’assistenza rimanga in gran parte un problema e un onere della famiglia.

Con i tagli lineari le prestazioni dell’assistenza pubblica si sono ridotte aggravando l’onere sulle famiglie. Secondo l’Istat, si ricorda nell’articolo, in Italia i disabili «sono 2 milioni 600 mila, pari al 4,8% circa della popolazione di 6 anni e più che vive in famiglia. Considerando anche le 190.134 persone residenti nei presidi socio-sanitari si giunge a una stima complessiva di poco meno di 2 milioni 800 mila persone».

Il problema si fa drammatico per gli anziani per i quali si spende ancor meno rispetto alla media dei Paesi europei e così ci si affida ancora una volta al buon cuore delle famiglie e, in particolare, delle donne le indiscusse protagoniste del lavoro di cura.

“Per i disabili più giovani, spiega al sito www.superabile.it Pietro Barbieri, presidente della Fish, la Federazione italiana del sostegno all’handicap, il quadro è lo stesso: «Da noi si spende meno della metà della media europea a 15 per la non autosufficienza. E il dato comprende sia l’indennità civile che l’assistenza domiciliare pagata dai Comuni. Qui non si tratta di prendere provvedimenti più equi, qui si dice alle famiglie “arrangiatevi!”» E a quel punto sapete cosa accadrà? «Che le famiglie cominceranno a chiedere il ricovero per un congiunto non autosufficiente. E a quel punto avremo una maggiore segregazione di persone che non hanno fatto nulla di male e un costo molto più alto per il Paese. Si pensi al costo giornaliero di una degenza».

A questo punto Gian Antonio Stella fa qualche conto. “Questi disabili non anziani, secondo la Fish, sarebbero circa 400 mila. Se le famiglie, abbandonate a se’ stesse, fossero obbligate a scaricare i figli e i fratelli sul groppone dello Stato, questo sarebbe obbligato a costruire strutture per un costo minimo (dall’acquisto del terreno alla costruzione fino all’arredamento) di 130 mila euro a posto letto per un totale di 52 miliardi. Per poi assumere, stando ai protocolli, almeno 280 mila infermieri, psicologi, cuochi, inservienti per almeno altri 7 miliardi l’anno. Più tutto il resto. Un peso enorme, del quale l’Italia di oggi non potrebbe assolutamente farsi carico.”

Se le cose stanno così e se pensiamo che la vita di una persona disabile sia comunque preziosa per la collettività allora dobbiamo investire per migliorare la condizione delle famiglie e dei disabili. Non si investe solo in ponti e strade, ma anche in capitale sociale di cui fa parte la condizione di vita delle persone. Un mix di sostegni finanziari per le famiglie e di strutture pubbliche con prestazioni domiciliari sembra la risposta giusta che non contraddice il grande bisogno di scoprire e punire i falsi invalidi. I recenti provvedimenti del governo che hanno semplificato la certificazione dello stato di invalidità dovrebbero creare le condizioni anche per fare ordine individuando chi non ha titoli per godere di alcun beneficio. Non dimentichiamo che i falsi invalidi sono una conseguenza della scelta politica di chi, decenni fa, volle accontentare fasce disagiate di popolazione distribuendo come mance pensioni e indennità contribuendo così a scassare i conti dello Stato. Non seppero e non vollero, quelli che governavano allora, imboccare la via dello sviluppo e della crescita civile e usarono lo Stato per coprire questa loro scelta. Facciamo in modo che non si ripeta più e che agli invalidi e ai disabili sia dato il massimo sostegno.

Claudio Lombardi

Tagli di spesa, riduzione dei servizi: una manovra a tenaglia contro gli italiani (di Claudio Lombardi)

Se fosse uno scontro tra eserciti schierati si chiamerebbe manovra a tenaglia. Si attacca da un lato e, quando l’avversario retrocede verso l’altro, si scatena un attacco anche da quello. Chi rimane preso in mezzo non ha scampo. Ma non siamo in guerra e i protagonisti non sono eserciti, bensì governo e cittadini.

Nell’ultimo anno si sono succedute varie manovre che hanno seguito uno schema classico e ben consolidato: c’è l’emergenza o almeno una situazione critica; occorre intervenire rapidamente e con efficacia; ci vuole un taglio delle spese e un incremento delle entrate; l’unico modo per fare presto è prendere i soldi da chi non si può sottrarre e toglierli a quei settori che resistono meno. Conclusione: più pressione fiscale per i redditi fissi, meno prestazioni sociali, meno servizi pubblici. La ricetta prevede diverse varianti: per esempio, non si aumentano esplicitamente le tasse, ma si tagliano i servizi costringendo le persone a spendere di più o ad accontentarsi di servizi inferiori o a ricorrere a servizi privati (di solito finanziati dallo Stato). Tipico il caso della scuola che ha subito drastici tagli non solo di personale (il pretesto era che ci sarebbe sovrabbondanza di insegnanti), ma anche di risorse per il funzionamento, determinando, però, una situazione di povertà diffusa nelle scuole pubbliche che ha costretto le famiglie a contribuire in denaro o in natura alle spese di funzionamento oppure le ha “incoraggiate” ad iscrivere i figli alle più attrezzate ed accoglienti scuole private.

Altro caso stranoto, i tagli ai bilanci degli enti locali (e delle regioni) accusati di organizzare feste e di sprecare soldi e messi nelle condizioni di dover risparmiare sui servizi ai cittadini e sulla manutenzione delle città e del territorio. Ci meravigliamo se un forte acquazzone mette in ginocchio la capitale d’Italia o devasta zone fra le più belle come sta succedendo in queste ore in Liguria? E perché ci meravigliamo quando sappiamo da anni che la tenaglia fra riduzione dei finanziamenti e scarsa cultura di cura dei beni pubblici, dei beni comuni e del territorio trasforma qualsiasi evento naturale in un disastro?

Ovviamente la risposta non può essere soltanto che ci vogliono più soldi e più personale perché questi vanno inseriti in un contesto di buona amministrazione, di trasparenza e di coinvolgimento dei cittadini altrimenti portano a sprechi, corruzione e ruberie, ma per questo ci sarebbe la politica che dovrebbe costruire le condizioni perché tutto funzioni per bene. Dovrebbe, appunto.

Scegliere la strada dei tagli, per di più sotto la pressione dell’emergenza, non è saggio perché è, comunque, una misura provvisoria e non un percorso di riqualificazione delle spese a sostegno di determinate politiche.

Prendiamo il caso arcinoto delle pensioni. Adesso la nuova frontiera sono i 67 anni di età per andare in pensione abolendo le pensioni anticipate. Non si tratta di una questione filosofica, bensì di una scelta legata a fattori conosciuti come l’aumento della durata della vita e il progressivo invecchiamento della popolazione che, se non fosse per gli immigrati, diminuirebbe anno dopo anno e, con essa, diminuirebbero i lavoratori attivi (quelli che producono la ricchezza dalla quale si prelevano i soldi per pagare le pensioni). Nel corso degli anni sono stati fatti vari interventi che hanno mutato drasticamente il quadro a partire dalla riforma del 1995 che ha introdotto il metodo contributivo e l’innalzamento progressivo dell’età pensionabile. I dati ufficiali ci dicono che l’età di pensionamento effettiva media oggi in Italia è di 61 anni, quindi molto lontana da quella del passato e piuttosto vicina al limite attuale per la pensione di vecchiaia, 65 anni. Inoltre è sempre più difficile per i lavoratori andare in pensione anticipata perché gli stipendi già non sono alti e le pensioni sono più basse che in passato dato che sono cambiati i metodi di calcolo.

Alzare l’età di pensionamento prolungando la vita lavorativa sta diventando, quindi, e di fatto una necessità per un numero crescente di lavoratori.

C’è poi un aspetto di grande rilievo ed è quello della composizione della spesa sociale troppo squilibrata ora sul versante pensionistico e poco presente negli interventi a favore dei giovani e dei disoccupati.

Si tratta di questioni importanti sulle quali il dibattito e la ricerca delle soluzioni sono in corso da molto tempo. Compito della politica è elaborare strategie ed attuarle nei tempi lunghi che questi cambiamenti richiedono. Non si tratta, inoltre, di cambiamenti che possono farsi su un singolo punto ignorando le conseguenze sulla vita delle persone e un disegno complessivo che dovrebbe sostenerli.

Esempio: è sbagliato tirare in ballo le pensioni ogni volta che c’è una emergenza economica dando non l’impressione, bensì la certezza che si tratti di ricavare un po’ di soldi da gettare nel calderone del bilancio.

Ben diverso sarebbe se una riforma fosse legata a una ristrutturazione della spesa sociale magari con l’istituzione di un salario minimo sociale che sottraesse i giovani al ricatto del lavoro precario e mal pagato, a una diminuzione della pressione fiscale sul lavoro dipendente e dei contributi a carico dei datori di lavoro. Questo sarebbe un investimento a favore del lavoro e dei giovani.

Ma non c’è traccia di tutto ciò nella politica del governo che si arrabatta sugli impegni da prendere con l’Europa, ma non sa indicare una strada credibile. L’unico linguaggio che parla è quello dei tagli che hanno il segno della disperazione e del disprezzo per gli italiani.

Ed ecco perché tutto appare come una manovra di accerchiamento dei cittadini che sono condannati a pagare e a subire un drastico peggioramento delle loro condizioni di vita sempre più povera di diritti e di solidi punti di riferimento. D’altra parte la scelta del centrodestra è stata chiara fin dal 2001 quando rinunciò a vigilare sul cambio dalla lira all’euro e consentì ai gruppi sociali di riferimento di attuare una grande redistribuzione di reddito dalle tasche dei lavoratori dipendenti e dei pensionati a quelle delle categorie che potevano stabilire i prezzi. Se ci si aggiunge la “comprensione” per l’evasione fiscale e una gestione delle risorse pubbliche messe a disposizione dei faccendieri e delle cricche si ha il quadro della manovra messa in atto ai danni della maggioranza degli italiani da parte del centrodestra e dei suoi sostenitori economici e sociali nel corso di 10 anni.

La manovra è riuscita, i ricchi si sono arricchiti, i corrotti hanno spadroneggiato, Berlusconi ha evitato i processi ed è più ricco di allora. L’Italia si è impoverita ed è allo sbando. Sarebbe ora di cambiare strada.

Claudio Lombardi

Tagliare i diritti è tagliare le persone (di Tonino Aceti)

La società civile si organizza e chiede di contare. Questa è la novità evidente che si è imposta con i referendum e anche con le elezioni amministrative. Nel campo della salute questa esigenza è sentita di più perché pesano inadempienze, trascuratezze e inefficienze che colpiscono persone più fragili che hanno bisogno di assistenza e di solidarietà.

La 1° Conferenza Nazionale delle Organizzazioni Civiche per la Salute dedicata a: “Qualità e sostenibilità attraverso la partecipazione” che si è tenuta nei giorni scorsi ha rappresentato un importante momento di riflessione generale sul tema della crisi dei diritti che il nostro sistema di Welfare sta vivendo, e sulle strade da percorrere per continuare a garantirne l’esigibilità.

Altri momenti di questa crescita della protesta e della voglia di partecipare sono le campagne “Sono un VIP” (www.sonounvip.it) e “i diritti alzano la voce” (www.idirittialzanolavoce.org) nelle quali sono impegnate praticamente tutte le associazioni che rappresentano la società civile.

Lo scenario generale è quello di un Welfare che fa acqua da tutte le parti, mettendo in serio pericolo garanzie e diritti costituzionali. I provvedimenti del governo relativi agli ultimi due anni hanno ridotto al minimo l’offerta assistenziale sanitaria e sociale, scaricando i costi interamente sui cittadini. È recente il dato che certifica l’aumento del 26% per i ticket sui farmaci acquistati in farmacia con un conseguente minor onere a carico delle finanze pubbliche. Quindi i cittadini fanno la loro parte. Nonostante ciò per il 2011, il taglio delle risorse al SSN ammonta a circa 1,5 miliardi di euro e sconta l’incremento anche dei ticket sanitari per prestazioni diagnostiche e specialistiche. Alla riduzione delle risorse si affianca un aumento dell’imposta fiscale per i cittadini e dei ticket sanitari per tutte quelle regioni obbligate per legge a rispettare i piani di rientro, alimentando dubbi sull’effettiva capacità di queste Regioni, a partire dal 2013, di erogare, applicare e garantire i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). Nei prossimi anni, quindi, il principio di equità di accesso alle cure sul territorio nazionale potrebbe ulteriormente venir meno, decretando cittadini di serie A e cittadini di serie B.

Già oggi i Livelli Essenziali di Assistenza non sono garantiti uniformemente: solo 8 Regioni (e tutte del centro Nord) li hanno erogati nel 2009, 3 solo parzialmente, mentre le altre, Lazio compreso,  non ne hanno garantito l’effettiva erogazione.

Per quanto riguarda l’assistenza specialistica, non si può ad oggi contare su un sufficiente numero di centri di riferimento, provocando una mobilità interregionale incompatibile con le esigenze di salute e soprattutto con i costi da sostenere privatamente.

Altro che attività di manutenzione del SSN, come ha dichiarato nei giorni scorsi il Ministro della Salute: quello che i cittadini vivono quotidianamente e che è sotto gli occhi di tutti è un profondo depotenziamento del nostro sistema di protezione sociale e dei diritti costituzionali alla Salute e all’Assistenza Sociale.

Un altro problema cruciale è la grave difficoltà rispetto all’accesso ai benefici economici correlati al riconoscimento dell’invalidità civile, dell’accompagnamento e della Legge 104/1992. Con la scusa della lotta ai falsi invalidi, l’INPS sta di fatto procedendo al taglio indiscriminato delle pensioni di invalidità, delle indennità mensili di frequenza e delle indennità di accompagnamento, anche nei confronti di coloro che sono nel pieno diritto di goderne. Rispetto a quest’ultimo aspetto si denuncia quindi  la grave restrizione dei requisiti sanitari per la concessione dell’indennità di accompagnamento attuata dall’Istituto Nazionale Previdenza Sociale.

E non ci si ferma qui, perché bisogna aggiungere il drastico ridimensionamento dei fondi statali di carattere sociale deciso da questo governo che rischia di far cancellare gran parte degli interventi socio assistenziali.

Persino la Conferenza delle regioni ha espresso in un documento ufficiale molta preoccupazione e disagio «per l’andamento che hanno assunto i finanziamenti nazionali a favore delle Politiche Sociali e della Famiglia: a partire dal mancato rifinanziamento del Fondo per le non Autosufficienze, che sta creando gravi problemi a tutte le regioni ma soprattutto ai non autosufficienti, al Fondo Nazionale Politiche Sociali, già fortemente penalizzato con i tagli alla finanza regionale del 2010, che ha subito una ulteriore decurtazione, di 55 milioni di euro rendendolo pari al 47 per cento di quanto è stato erogato nel 2010, a sua volta già molto decurtato rispetto alle precedenti annualità. Stessa sorte hanno subito i Fondi per la Famiglia, già dimezzati rispetto al 2010, ed ora ulteriormente ridotti di 25 milioni di euro. Anche per le Politiche Giovanili, a fronte di un Accordo Quadro che doveva garantire un triennio (2010/2012), i finanziamenti del 2011 e 2012 non sono ad oggi reperibili nel bilancio statale.

Anche se tecnicamente i “tagli” citati, sono considerati accantonamenti, è certo che per ora tali finanziamenti non sono disponibili e non possono essere erogati alle Regioni e da queste ai Comuni. Ciò, provoca gravi disagi alle Amministrazioni ma soprattutto, ridurrà le prestazioni a favore delle fasce deboli, in un momento, dove non è difficile osservare che i problemi sociali e delle famiglie sono in aumento e non in diminuzione».

Continuare a considerare i diritti solo come una voce di spesa non ha senso perché i diritti rappresentano uno dei tratti costitutivi del nostro modello democratico e sociale. La vita non sarebbe la stessa se contassero solo i profitti e se le persone fossero lasciate sole di fronte alle loro fragilità. Un bilancio pubblico sgravato dalla spesa sociale sarebbe forse più appetibile per gli investitori globali, ma lascerebbe a noi una società dove si vive peggio e dove aumenterebbe lo spreco degli esseri umani che sarebbero considerati solo se capaci di produrre costando il minimo indispensabile allo Stato.

Questa visione non ci appartiene e vogliamo contrastarla perché porta disordine, infelicità e ingiustizia.

Tonino Aceti coordinatore associazioni malati cronici Cittadinanzattiva