L’eterno debito pubblico

Spread, deficit e debito pubblico. Tutti i  giorni al centro dell’attenzione. Se non fosse che il debito è nostro, e che sempre noi ne paghiamo gli interessi e se non fosse che lo lasceremo ai nostri figli sarebbero anche venuti a noia. E invece bisogna parlarne e ripetere ciò che già è stato scritto perché è facile pensare che deficit, debito e spread siano affari della politica, dei burocrati di Bruxelles, delle banche e degli speculatori, magari anche occasioni per polemizzare, ma non questioni che toccano da vicino tutti. Dunque vale la pena di rifare discorsi semplici e persino banali, ma utili.

Innanzitutto tutti gli stati hanno un debito pubblico. In Europa però siamo noi ad avercelo più alto se si esclude la Grecia che è un caso a parte. Anche la spesa per interessi è un nostro primato che ci allontana dagli altri paesi europei. Lo spread ne indica la misura giorno per giorno.

Il debito non è un’imposizione perché nasce dalla decisione o dalla necessità di spendere più di quanto si incassa. Fino a che c’è uno sbilancio fra entrate e spese il debito aumenta. In cifra assoluta però perché poi il dato che conta veramente è quanto il debito sia sostenibile e questo lo indica un rapporto, quello tra valore del Pil e debito. Per esempio il debito italiano vale il 132% del Pil, quello della Germania sta intorno al 60%.

Il pareggio di bilancio non è impossibile, tanto è vero che in Europa nel 2017 tredici paesi ci sono riusciti. Così il debito non cresce e basta anche un piccolo aumento del Pil perché il rapporto tra i due cali. Riassumendo. Il caso italiano è questo: debito più grande, interessi più alti e crescita del Pil più bassa.

Comunque il debito pubblico è uno strumento di politica economica e ci possono essere periodi nei quali è persino saggio farne un po’. Il punto cruciale è però trovare finanziatori che prestino i loro soldi allo Stato ed è importante che possano fidarsi che quei titoli saranno ripagati alla scadenza o che manterranno il loro valore nel tempo. Perché questo avvenga bisogna che il debitore sia affidabile, altrimenti il prezzo della scarsa fiducia saranno interessi più elevati o persino la mancanza di acquirenti dei titoli.

Che vuol dire affidabile quando si parla di uno stato? Che chi governa abbia programmi capaci di incrementare l’economia e quindi anche le entrate fiscali. E che i comportamenti e le parole siano coerenti con questi. Se questi elementi mancano gli operatori finanziari diventano diffidenti e alzano il prezzo o si ritirano. Come è noto è successo proprio quest’anno: gli interessi sono cresciuti di molto e gli investitori esteri si sono liberati di una discreta quantità di titoli italiani. Alcuni dicono che il debito è una finzione e che non potrà mai essere restituito. Errore: il debito viene continuamente rinnovato cioè vengono rimborsati i vecchi titoli e ne vengono emessi di nuovi. infatti, l’Italia l’anno prossimo dovrà rinnovare qualcosa come 350 miliardi di euro di debito.

Per i sovranisti l’unica soluzione è tornare ad una moneta nazionale. Per loro è tutto semplice: basta che il governo ordini alla banca centrale di stampare moneta nella misura sufficiente a soddisfare tutte le necessità delle scelte politiche. Così era in Italia prima che fosse abolito l’obbligo per la Banca d’Italia di acquistare i titoli del Tesoro. Sarebbe la soluzione perfetta per qualsiasi governo. Funzionerebbe bene in un sistema chiuso, ma se il sistema chiuso non è ciò che conta è il valore della moneta e questo non lo decide il governo. L’inflazione può fare molto male alla gente comune costretta ad inseguire aumenti del costo della vita che possono raggiungere livelli impossibili da sopportare. Dunque l’opzione sovranista non può funzionare. Il problema è che il governo è composto da due forze, Lega e M5S, che fino alle elezioni facevano dell’uscita dall’euro la loro bandiera ed ora vanno avanti facendo crescere spesa corrente, tensioni e spread senza curarsi delle conseguenze. Sembra che vogliano creare la strada per un’uscita dall’euro senza dichiararlo. Ciò che è chiaro fin da oggi è che il debito salirà e la crescita non ci sarà avviando così una spirale di sprofondamento nella quale le spese assistenziali non basteranno perché l’economia creerà meno valore e richiederà meno lavoro. A quel punto si dirà che bisognerà aumentare ancora il debito per distribuire altri sussidi e così via fino al default dell’Italia. Questo è il muro contro cui andranno a sbattere i sovranisti che ci stanno governando.

Peccato. Si sta distruggendo una stabilità conquistata con molti sacrifici. Si dice che l’euro ci ha impoveriti, ma in realtà è la crisi del 2008 che ci ha colpito duramente. Se, però, fossimo stati soli a fronteggiarla sarebbe andata molto peggio. Chissà perché ci si dimentica sempre che in questi anni c’è stato un disastro nelle economie occidentali.

A questo punto il discorso dovrebbe concentrarsi sulle fragilità dell’Italia perché le polemiche correnti girano intorno a poche parole chiave – deficit, debito, spread, Europa – che non spiegano tutto e non vanno alla radice dei nostri problemi. Che non sono pochi e non hanno soluzioni semplici. Per affrontarli bisogna essere disposti a toccare interessi e convenienze che si sono formati nel corso di molti anni e a chi dipende dal voto degli elettori non conviene. Per modificare nel profondo la situazione italiana ci vuole grande lucidità politica, coraggio, una solida maggioranza di voti e tempo. Una combinazione di fattori che da molto tempo manca in Italia

Claudio Lombardi

Manovra di bilancio e realtà

La manovra di bilancio impostata dal governo rivendica con orgoglio il diritto dell’Italia a scegliere la sua strada senza essere legata ai decimali del rapporto deficit/Pil. Salvini ha esibito il suo “me ne frego” (di Bruxelles) condiviso anche da Di Maio seppure in maniera più felpata come se i problemi veri potessero venire da lì. Piano piano fra gli italiani si sta facendo strada il timore che Lega e M5S vogliano davvero fare sul serio e giocare la scommessa dell’Italia troppo grande per fallire. Oppure creare l’incidente che possa giustificare il ritorno ad una moneta nazionale con la scusa di mettersi al riparo dalla speculazione finanziaria. Probabilmente entrambe le ipotesi sono vere e convivono in una coalizione i cui componenti fino a prima delle elezioni avevano fatto dell’ostilità verso l’euro la loro bandiera. E oggi? Oggi, al massimo, dicono che l’abbandono dell’euro non è nel contratto di governo oppure che è confinato nel reparto delle misure di emergenza. Insomma abbiamo capito che una possibilità c’è che nel corso del prossimo anno si attui il colpo di mano e si torni alla lira. Prima, però, si deve votare a maggio per il Parlamento europeo. Salvini e Di Maio sono certi che dalle elezioni uscirà una maggioranza di sovranisti che favorirà i loro piani. In che modo? Forse nell’unico modo possibile: provare a mantenere l’euro lasciando libertà di indebitamento ai singoli paesi. Oppure concordandone la fine.

Pure illusioni perché non è l’euro il problema dell’Italia e, meno che mai, l’Unione Europea. Lo si vede bene in questi giorni. Ancor prima di qualunque ultimatum o procedura di infrazione lo spread ha superato quota 300, ossia chi ci presta i soldi vuole più interessi da noi che non da Germania, Francia, Spagna, Portogallo ecc ecc. E li vuole a prescindere, per pura sfiducia nella stabilità italiana. Speculazione? No, semplice buonsenso. Chiunque lo farebbe, a meno che non voglia essere un benefattore.

In realtà i problemi dell’Italia affondano nel passato. Inutile prendersela con la Germania che piegherebbe l’Europa ai suoi interessi. In anni lontani dall’euro il semplice confronto dei tassi di inflazione tra Italia e Germania dimostra che tra i due paesi le diversità sono strutturali. Vediamo la serie storica 1973 – 1985.

Italia: 10,8 / 19,1 / 17 / 16,8 / 17 / 12,1 / 14,8 / 21,2 / 17,8 / 16,5 / 14,7 / 10,8 / 9,2

Germania: 7/ 7/ 5,9 / 4,3 / 3,7 / 2,7 / 4,1 / 5,4 / 6,3 / 5,3 / 3,3 / 2,4 / 2,2

Cosa suggeriscono questi dati? Instabilità contro stabilità. Instabilità che si ripercuote sul deficit, sul debito, sul valore della moneta. E sottostante una competizione economica che si gioca sul ribasso dei prezzi ottenuto con la svalutazione della lira. Salari e stipendi dietro ad arrancare per recuperare un po’ del valore perduto. E questa l’Italia a cui Salvini e Di Maio vogliono tornare quando fantasticano di recuperare sovranità? Sì, purtroppo è questa. Loro, però, sono convinti di poterla fare diversa, con la stessa flessibilità, ma senza le sue tare ereditarie. Ma veramente ci credono?

Non si direbbe a giudicare dal programma di politica economica descritto nella Nota di aggiornamento al Def 2018. Si prevede di aumentare il deficit per fare più spesa assistenziale e per mandare in pensione un po’ prima 400 mila persone. Non si punta sugli investimenti, ma come si potrebbe? L’Italia è il Paese nel quale giacciono 150 miliardi di stanziamenti già decisi per opere pubbliche che non si riesce a realizzare. Vogliamo aggiungerne altri? E per farci che? Li mettiamo come decorazione sui documenti? Una manovra di bilancio in deficit basata sulla spesa assistenziale che dovrebbe aumentare il Pil con cifre che appaiono palesemente inventate.

Persino sulla ricostruzione del ponte di Genova questo governo è riuscito a fare un pasticcio colossale. Per inseguire la smania esibizionista dei 5 stelle si sono anteposti i proclami e gli annunci al ragionamento e ci si è impiccati ai propri capricci. Dal giorno successivo al crollo, per farsi belli con gli elettori, Di Maio e Toninelli hanno proclamato la colpevolezza della società Autostrade e la sua esclusione dalla ricostruzione. Lo hanno scritto nel decreto per Genova senza considerare che la concessione è ancora operante e che Autostrade aveva e ha il dovere di ricostruire il ponte, ma che, se estromessa per decisione politica, non è detto che abbia il dovere di rimborsare lo Stato. Perlomeno fino a che un’apposita procedura amministrativa e giudiziaria non lo stabilisca. E così lo Stato metterà i soldi e inizierà una battaglia legale per farseli restituire da Autostrade. Un capolavoro di stupidità, con Genova strozzata e divisa.

Anche per le pensioni e il reddito di cittadinanza prevalgono i dubbi. La pretesa di rilanciare l’economia distribuendo soldi a pioggia ai pensionati e ai disoccupati è puerile. Potrebbe funzionare dopo una guerra, ma con l’ottava economia del mondo che significa puntare ad aumentare la spesa degli italiani con un assegno di povertà? Quale economia si pensa di rilanciare in questo modo? E poi in un Paese nel quale evasione fiscale e contributiva e lavoro nero sono una piaga storica si pensa di attribuire uno stipendiuccio a milioni di persone per non far niente? Il minimo che può accadere è che aumenti il lavoro nero e che lo Stato paghi per sempre. Basti pensare all’idiozia delle tre proposte di lavoro (congruo) che dovrebbero essere rifiutate per perdere il sussidio. Si tratterebbe di almeno 15 milioni di proposte di lavoro. Chi le dovrebbe fare? I centri per l’impiego? E da dove dovrebbero arrivare 15 milioni di proposte? Ma veramente si pensa che le aziende che assumono prenderebbero i primi di ipotetiche liste? In un mercato del lavoro che è sempre più segmentato, specializzato e con esigenze contingenti da soddisfare.

Ciò detto è chiaro che l’Eurozona non può limitarsi a difendere i parametri di bilancio. Il centro del confronto da parte di chi ha cervello deve essere questo: uscire da una rigidità su regole che non significano più niente. O l’Europa diventa un motore di sviluppo e si dota di politiche, risorse e strumenti anche economici o stavolta si rischia davvero il ritorno ad una semplice unione doganale. E allora ognuno per sé

Claudio Lombardi

Crisi: una via d’uscita c’è, ma fanno finta di non vederla (di Guido Grossi e Claudio Lombardi)

Spread, crisi finanziaria, debiti pubblici, istituzioni europee e BCE. Cerchiamo di leggere bene la posizione di Draghi e della BCE e traduciamo il tecnico/politichese in linguaggio semplice.

La frase di Draghi di qualche giorno fa: “«faremo tutto quanto è necessario per salvare l’euro e, credetemi, sarà abbastanza» era stata accolta dai mercati nella speranza che la BCE avrebbe iniziato da subito ad acquistare BTP italiani e BONOS spagnoli. E infatti lo spread era sceso considerevolmente da 540 a 460.

Quella affermazione, presa sul serio, avrebbe rappresentato un segnale importante verso la trasformazione della BCE in una vera banca centrale, che svolge, come ci si aspetta da una banca centrale che si rispetti, il suo compito di prestatore di ultima istanza: quando famiglie, aziende e operatori finanziari non comprano tutti i titoli necessari a finanziare il debito dello stato, la banca centrale assorbe la parte non sottoscritta per evitare gravi crisi finanziarie). Per intenderci, quello che fa la FED, la Bank of Japan ed altre ancora.. paesi con enormi debiti pubblici finanziati  a tassi bassissimi (1 – 2%) e senza crisi.

No. Questa scelta, ovvia e semplice quando si condivide la stessa moneta, non piace alla BCE e neanche ai governanti dell’Unione Europea (gli stessi che hanno scritto le regole che oggi bloccano l’Unione Europea) : troppo semplice, e a noi europei devono piacere le cose complesse, a quanto pare. Ma forse devono essere complesse affinché non si capiscano bene? Vediamo di capirlo. Ecco la precisazione da parte di Draghi dopo la riunione del consiglio della BCE successiva alla sua prima dichiarazione: “Come per tutti gli altri Paesi, una eventuale attivazione dello scudo anti-spread per l’Italia «sarebbe su richiesta» e a determinate condizioni”. I mercati, che sono sempre molto rapidi, capiscono che significa e rimangono drammaticamente “delusi” cioè fanno salire gli spread di Italia e Spagna sopra 500… Poi abbiamo visto che c’è stata anche una discesa, ma alti e bassi su una tendenza negativa vanno avanti da almeno un anno. Perché?

Traduciamo in parole semplici il messaggio di Draghi. “Sarebbe su richiesta” .. vuol dire che puoi chiedere quando hai l’acqua alla gola; “a determinate condizioni”.. vuol dire “saranno imposti sacrifici di lacrime e sangue”. Infatti le “condizioni” oramai le conosciamo a memoria, elenchiamole, e rinfreschiamoci le idee: tasse, dovunque si riesce a metterle; tagli alla spesa pubblica, ovunque si riesce a farli; licenziamenti, nel privato e nel pubblico; privatizzazioni, in nome dell’efficienza, ma nell’interesse dei privati; liberalizzazioni come premessa e completamento delle privatizzazioni; e poi dulcis in fundo: cessioni di sovranità, come se la sovranità, che “appartiene” al popolo, possa essere “ceduta” e non delegata (la “delega” implica controllo e potere di revoca, la “cessione” implica un trasferimento a titolo definitivo).
Sissignori, l’obiettivo è lampante, magari un po’ duro da ingoiare, quindi capisco la reticenza di molti ad ammettere la realtà, che è troppo cruda:  la finanza internazionale ha gettato la maschera e vuole che i popoli smettano anche formalmente di essere sovrani.

Perché ? Ma è evidente: oggi il potere non è esercitato con la spada, ha bisogno del consenso, seppure sempre più formale e meno sostanziale e sempre più estorto.
Sì, estorto, perché la crisi si sta sempre più manifestando come un ricatto messo in piedi per nascondere le vere responsabilità e per estorcere un consenso forzato a politiche di riduzione drastica della spesa pubblica fondate su sacrifici da parte della maggioranza della popolazione e contemporaneamente a politiche di sostegno e di salvataggio delle banche e delle istituzioni finanziarie coautrici della crisi.

Ma il vicolo è cieco: tasse, tagli alla spesa, lo sa anche un bambino, provocano recessione. Licenziamenti, provocano recessione e dolore sociale. Chi ci guadagna? E dove si sta andando?

Per il grande capitale internazionale e finanziario non ci sono problemi: il debito pubblico sarà ripagato e a tassi sempre più alti; per ripagarlo il patrimonio pubblico sarà messo in vendita e chi dispone dei capitali potrà acquistarlo a poco; la stessa cosa avverrà per i patrimoni delle famiglie italiane messe alle corde dai licenziamenti, dalla diminuzione del reddito, dall’aumento delle tasse; le aziende italiane in crisi finanziaria per quanto produttive e concorrenziali potranno essere vendute sempre ai soliti che hanno il denaro in mano; con i sindacati piegati dalla crisi e dalla minaccia della disoccupazione si potranno avviare nuove produzioni low cost cioè con salari e diritti decurtati.

Realizzato tutto ciò forse avremo reso più competitivo il nostro Paese come ci consigliano i rigoristi delle istituzioni finanziarie internazionali, ma saremo tutti più poveri.
Allora che si fa? Ormai l’esasperazione dice: via dall’Euro, via dall’Unione Europea !
Dice Draghi che si farà di tutto per salvare l’euro. Sì, ma come ? comprando direttamente titoli dei debiti pubblici sotto attacco? No, dando soldi al Meccanismo Europeo di Stabilità (MES o ESM) che in futuro dovrebbe assumere il rango di banca. Banca? Ma non c’è già la Banca Centrale Europea? Basterebbe cambiarne gli statuti (decisi dagli stati) e sarebbe una vera banca centrale.

Invece no e non basta perché su di noi pende il fiscal compact appena ratificato dal nostro Parlamento: pareggio strutturale di bilancio e debito/pil al 60% entro 20 anni cioè per noi 40 miliardi di euro l’anno da risparmiare. Un bel problema con un Pil che scende e un debito che aumenta, proprio grazie alle politiche rigoriste.

È evidente che così viene voglia di mandare tutti a quel paese.. Euro, Unione Europea, BCE, FMI e il mondo della finanza per intero, assieme a questa classe dirigente che o è corrotta o è inetta, senza appello.

Però..c’è un però. Non siamo soli, dobbiamo capire il contesto e questa voglia deve essere valutata alla luce di una considerazione ormai lampante: la strana lotta di classe nella quale ci troviamo inaspettatamente immersi, senza averla voluta, né capita.

Qui c’è una classe, anzi, una élite internazionale, immensamente ricca, immensamente potente, sempre più ristretta e concentrata, che è riuscita ad imporre a tutti il proprio modello e la propria volontà, nelle istituzioni sopra nazionali che disegnano il modello socio economico, e lo plasmano in continuazione per favorire sempre di più la libertà del grande capitale di fare, attraverso i mercati finanziari ed i loro custodi, controllori e manipolatori, i propri interessi.

Di questo si tratta: favorire ancora di più la concentrazione della ricchezza in pochi monopoli e oligopoli mondiali. Nel campo finanziario, dove il capitale accresce sè stesso trasferendo artificiosamente la ricchezza dalle tasche dei cittadini a quelle delle élite attraverso l’aumento dei debiti statali. Nel campo della produzione di beni tanto inutili quanto dannosi (per esempio: il cibo spazzatura che imperversa nelle classi sociali più basse) per i consumatori e per l’ambiente che sopporta impianti produttivi altamente inquinanti, il tutto con una enorme produzione di rifiuti. Insomma una follia.

Bisogna proprio aggiungere che le élite finanziarie hanno trovato dei buoni alleati nei tanti governanti corrotti corresponsabili sia della crescita del debito pubblico sia della libertà concessa alle élite di fare il loro comodo grazie alla cancellazione di regole efficaci di disciplina dei cosiddetti mercati? No, non serve perché è quello che vediamo da anni e si tratta di un fatto incontrovertibile.

Dobbiamo, però, capire che adesso i poteri che hanno messo in crisi le finanze degli stati in Europa puntano direttamente a eliminare la democrazia o a svuotarla di contenuti perché sanno che la democrazia, prima o poi, li controllerebbe e metterebbe loro dei limiti minacciando ricchezze e potere.

Come ne usciamo? Torniamo alla voglia di mandare tutti a quel paese.
Se è vero che il nemico che ci minaccia sono quelle élite internazionali, assolutamente indifferenti ai confini nazionali allora pensare di risolvere il problema uscendo dall’Unione Europea rischia di essere miope e pericoloso. In guerra si cercano alleati non ci si isola da soli. Ed alleati naturali sono tutti i popoli del mondo, tutti egualmente sfruttati da questi signori. In questo momento è evidente che l’area europea viene utilizzata come campo di battaglia, sottoposta ad una crisi artificiosamente creata, prima alimentata e poi sfruttata per eliminare la democrazia. I popoli europei hanno un enorme interesse in comune. I cittadini europei devono capire che insieme, possono liberarsi delle classi politiche dirigenti che ci stanno svendendo agli interessi del grande capitale.

E il modo per liberarsi esiste.

Innanzitutto eliminare, per ogni paese, il debito estero. Perché la quota del debito estero è lo strumento che viene utilizzato per scatenare la crisi. Se non si risolve questo problema non si aprono le possibilità di scelta successive perché rimaniamo prigionieri del circolo vizioso che ci spinge nel baratro (debito estero, spread, bisogno di aiuti, condizioni capestro, peggioramento delle condizioni.. nuovo debito estero.. e così via).
Il secondo passaggio è il ricambio della classe politica: tutta. Non esistono differenze sostanziali – ai nostri fini – fra le proposte dei partiti di destra e di sinistra. Purtroppo e almeno per ora perché tutte le proposte si rifiutano di aggredire il problema alla radice. Si perdono in prospettive irrealizzabili e di fatto sinergiche al sistema (conciliare il rigore con la crescita.. ) quando non si concentrano in formule politiche vuote. Il terzo passaggio è la riforma immediata del sistema finanziario. A partire dalla banca centrale. Ricordiamo a proposito che il Parlamento Europeo ha già votato una mozione per la trasformazione dei compiti della BCE, ma la Commissione Europea si rifiuta di prenderla in considerazione. Invece, trasformata la BCE in una vera banca centrale (prestatrice di ultima istanza) si deve passare alla riforma del sistema bancario privato, separando nettamente il credito commerciale dalle attività finanziarie. Vanno poi posti severi limiti alle attività finanziarie, perché sono le responsabili prime della situazione in cui ci troviamo. In  particolare occorre il divieto immediato dell’uso dei derivati.

Questi primi tre passaggi rappresentano  – oggettivamente – un interesse comune al 99% della popolazione europea. Tutti i cittadini europei che non appartengono all’1% della popolazione che fa parte delle élite, hanno un comune evidente bisogno di difendersi dalla guerra che quel nemico ha impietosamente sferrato.

Poi, recuperata la libertà di scelta, ognuno potrà sostenere – senza ricatti, e con il tempo necessario a riflettere, le idee che preferisce. E’ tempo di resistere

Guido Grossi – Claudio Lombardi

Il ventennio perduto dell’Italia: le cause profonde del declino

Una delle tante ricostruzioni delle cause del divario fra Italia e paesi europei più avanzati è quella comparsa su La Stampa.it , autore Marco Alfieri. Ne riassumiamo i contenuti perché brilla per chiarezza e ricchezza di dati.

L’Europa, che inchioda i cittadini a pagare per scelte su cui non possono decidere, è diventata l’alibi comodo dei nostri fallimenti, anche se la sua sovranità è sempre ciò che gli stati nazionali lasciano che sia.

Dalla crisi del 92-93 ad oggi sono 20 anni. Se confrontiamo i principali indicatori del sistema paese (debito, spesa pubblica, Pil, redditi, evasione, pressione fiscale, produttività, Borsa, dualismo nordsud e commercio mondiale) scopriamo che l’Italia del 2011 ereditata dal governo Monti è messa uguale, se non peggio, di quella del terribile 1993, quando nasce in emergenza la Seconda Repubblica e, da Maastricht, comincia il lungo viaggio verso la moneta unica.

Debito pubblico

La crisi mondiale ci restituisce un paese con un debito pubblico che a fine 2011 ha toccato il 122% del Pil, 6,5 punti sopra il livello del 1993. A parte l’incasso delle privatizzazioni realizzate a partire da quella data (che assommano alla bella cifra di 146 miliardi di euro nel periodo 1993-2007) soprattutto, è stata gettata al vento la grande occasione dei bassi tassi di interesse. Infatti, per quasi 15 anni, fino alla prima metà del 2011, grazie all’euro abbiamo pagato tassi ‘tedeschi’ il che ha significato più o meno 60 miliardi di minori interessi l’anno che fanno ottocento miliardi in 15 anni. Se li avessimo usati per ridurre il debito pubblico oggi avremmo un rapporto debito/Pil del 70% invece che del 120, e non saremmo nel mirino della speculazione. Viene spontanea la domanda: che fine hanno fatto tutti quei soldi?

Pil e redditi

L’Italia, nord produttivo compreso, nell’ultimo ventennio ha perso per strada un punto e mezzo medio di crescita strutturale, passando dall’1,5% allo «0 virgola» degli anni duemila. La distanza accumulata rispetto agli altri paesi dell’eurozona vale circa 300 miliardi di minor ricchezza prodotta ogni anno. Nel 2010 il Pil italiano era appena il 3,8% sopra il livello del 2000. Significa che in rapporto alla popolazione, nel frattempo salita del 6,2% grazie all’immigrazione, è sceso in termini reali del 2,3%. Si tratta della peggior performance tra i paesi avanzati: ha fatto +7,6% il Giappone (in deflazione da 20 anni), +9,5 la Germania, +11,8 la Francia, +16,7 gli Usa, +18,1 la Gran Bretagna. Se dunque la crisi mondiale, la speculazione e la dittatura dello spread cominciano dal 2008, la stagnazione italiana è precedente. Lo dimostra anche la serie storica del Pil pro capite: nel 1990 era del 2% inferiore a quello dei tedeschi, nel 2010 il solco si è allargato al 15%, nonostante i pesanti oneri dell’unificazione tedesca. Quello con la Francia si è ampliato dal -3 al -7%. Con Londra si è addirittura passati da un vantaggio del 6% a un delta negativo di 12 punti. Il risultato è che nel 1990 il nostro Pil per abitante valeva il 107% della media Ue, nel 2011 è sceso al 94%. «Il reddito medio annuo delle famiglie italiane nel 2010, al netto delle imposte e dei contributi sociali, risulta pari a 32.714 euro, cioè 2.726 euro al mese, una cifra inferiore in termini reali del 2,4% rispetto a quello riscontrato nel 1991», conferma Bankitalia.

Nord-Sud
In termini di reddito prodotto, quello meridionale resta inchiodato al 59-60% di quello del nord Italia. Un divario cresciuto nell’ultimo ventennio (nel 1993 si attestava intorno al 63%).
Quel che invece non è cambiata è la spirale spesa pubblica buona/ spesa pubblica cattiva. Quella cosiddetta discrezionale, cioè per sussidi e servizi, fatta 100 la quota a disposizione di un cittadino del nord, è schizzata a 106 per ogni abitante del sud; quella in conto capitale, cioè per gli investimenti, fatta sempre 100 la quota girata al nord, al sud è crollata a 87. In sostanza nell’ultimo ventennio non solo si è riallargato il gap Nord-Sud nelle risorse prodotte, ma si sono perpetuati i vizi nei trasferimenti dallo stato centrale al mezzogiorno: più risorse per consumi e clientele, meno per strade, scuole e infrastrutture.

Economia sommersa

L’Italia del Dopoguerra è un paese che fonda il proprio accumulo di benessere su una costituzione materiale distorta: un settore pubblico sterminato e inefficiente usato da ammortizzatore sociale; un settore privato e di piccola industria spina dorsale del paese a cui si concede, quasi a compensazione, il vizietto dell’evasione. Col tempo la prassi degenera: il piccolo «nero» si fa grande evasione, coinvolgendo fette sempre più larghe di popolazione. Finchè il patto improprio ha funzionato ha prodotto ricchezza per tutti, ma da fine anni 90, con l’ingresso in Europa e la concorrenza globale, il Bengodi è finito. Secondo stime recenti dell’Istat, il valore aggiunto dell’economia sommersa vale tra il 16 e il 17,5% dell’intero Pil. Vuol dire che nel nostro paese ogni anno circolano abusivamente tra i 255 e i 275 miliardi non dichiarati. In termini di gettito, si tratta di almeno 7 punti di prodotto interno lordo, grosso modo 100 miliardi l’anno di mancati incassi per l’erario. Una cifra simile a quella di 20 anni fa, quando il sommerso oscillava tra il 15 e il 18% del Pil. Se poi guardiamo i redditi dichiarati da imprenditori e liberi professionisti, si scopre che in Italia il peso delle loro tasse sul totale delle imposte riscosse è sceso dal 13,2% del 1993 al 5% del 2010 per i primi, dal 7,6% al 4,2% per i secondi.

Borsa e made in Italy

La globalizzazione ha stravolto la mappa economica planetaria, trasferendo a Oriente ricchezza, potere e commerci. Nella classifica del commercio globale l’Italia è scesa dal 4,8% del 1993 al 3,1% del 2011, dal quinto al settimo posto. Certo la nostra forza rimane l’export. Ma secondo l’Ocse stiamo rallentando. Nell’ultimo ventennio quello italiano è cresciuto del 113% contro il 260% della Germania e il 152% della Francia. Nel 1990 le nostre esportazioni valevano il 54% di quelle di Berlino e il 96% di quello di Parigi; l’anno scorso siamo scesi rispettivamente al 32 e all’81%.

Se poi guardiamo alla Borsa, la foresta rimane pietrificata: il 40% delle aziende di Piazza Affari mantiene un’azionista di riferimento pubblico. Lo stesso numero di società quotate al 2011 (271) è fermo da un decennio. Nel 1993 erano poco meno: 222. Non basta. Tra le cosiddette multinazionali tascabili del «Quarto capitalismo», meno di 20 sono quotate. La Borsa nell’ultimo ventennio è dunque servita a fare cassa in vista dell’euro, non a creare un moderno mercato dei capitali. Il risultato è che a fine 2011 Piazza Affari, con una capitalizzazione pari al 20,7% del Pil, si colloca al 20esimo posto al mondo, preceduta anche dai listini dei mercati emergenti: Brasile (64,9% del Pil), Russia (72,8%) e Sudafrica (207%). E dire che ancora nel 2001 la piazza milanese era ottava al mondo, con una capitalizzazione pari al 50% del Pil.

Tasse

La progressione delle tasse in Italia comincia negli anni 80, quando la pressione fiscale era del 30%, per salire al 35% a metà decennio, in parallelo all’esplosione del debito pubblico. Nel ’92, sull’orlo della bancarotta, sfonda la soglia del 40% per non tornare più indietro, anzi. Il record del 43,9% del 1997 verrà infranto alla fine di quest’anno quando le tasse saliranno all’astronomico 45,1% (+2,1% sul 2011). E ancora di più nel 2013, quando la proiezione è di un insostenibile 45,4% nominale, perché depurato dall’evasione schizza al 55% per chi le imposte è costretto a pagarle fino all’ultimo centesimo.

Solo negli ultimi 7 anni, tra il 2005 e il 2012, la pressione fiscale è salita di 4,7 punti di Pil. In media un punto di tasse in più ogni 532 giorni. Altro che aliquota unica Irpef al 33%, la mitica «flat tax» annunciata dal Berlusconi del 1994, scritta a chiare lettere nel programma economico firmato Antonio Martino che tanto fece sognare gli italiani. Se analizziamo la speciale classifica del salasso, calcolata sull’arco temporale 1995-2011, le rispettive coalizioni che si sono alternate al governo, si sono praticamente equivalse: una media pressione fiscale del 42,6% per i governi di centrosinistra, una media pressione fiscale del 42% per i governi di centrodestra.

Spesa pubblica

Nell’ultimo decennio la spesa pubblica primaria, al netto degli interessi sul debito, è aumentata di 141,7 miliardi di euro (+24,4%). Toccando, nel 2010, quota 723,3 miliardi (46,7% del Pil), pari a 11.931 euro spesi per ciascun cittadino (1.875 in più rispetto al 2000). Nel 2011 lo stato ha invece speso il 45,5% del Pil, superando il livello del 1993 (43,5%).

La cruda verità è che nella Seconda Repubblica si è fatto pochissimo per intervenire sui flussi di spesa pubblica. Tranne il governo Ciampi (-0,54% nel biennio 93-94) e il primo Berlusconi (-1,20% nel 94-95), tutti gli esecutivi l’hanno aumentata: +6% il Prodi 96-98, addirittura +16,9% il Berlusconi 2001-2006, intaccando l’avanzo primario, fondamentale nei paesi ad alto debito per garantire la sostenibilità dei conti. Non solo. In questo ventennio la forte riduzione della spesa per interessi si è accompagnata ad un’esplosione delle uscite correnti, per quasi 2/3 fatte da stipendi della Pa e prestazioni sociali. In un raffronto impietoso 1995-2012 fatto dall’Eurostat, l’Italia è il paese che ha registrato la maggior crescita cumulata di spesa corrente primaria: +5,9% contro il 3,6% della Francia, il 3,3% della Spagna, il -0,8% della Germania e una media dell’Eurozona pari al 2,2%. Troppe cicale al governo e troppo poche formiche.

Sintesi dell’articolo di Marco Alfieri su www.lastampa.it