Matteo Renzi a Ventotene

Renzi a Ventotene. C’è grande curiosità, per alcuni aspettative, per il messaggio per l’Europa che sabato 30 gennaio il Premier lancerà dall’isola di Ventotene.

Le ragioni sono varie. E’ la prima volta che un Presidente del Consiglio in carica si reca sull’isola del Manifesto “Per un’Europa libera e unita” di Altiero Spinelli con il chiaro significato di dare un netto taglio politico al suo messaggio. Tale visita avviene immediatamente dopo un importante incontro chiarificatore con Berlino e nel pieno di un acceso dibattito sulla nuova linea politica inaugurata del governo italiano presso le istituzioni UE che ha ricevuto più di una critica dal tradizionale fronte europeista, molto preoccupato da possibili svarioni nazionalisti/populisti.

europa unitaMa è lo stesso Renzi presentando la sua visita a Ventotene che controbatte a queste critiche ed eleva le aspettative di tutti coloro che hanno a cuore il futuro del processo d’integrazione europeo: “L’Italia chiede più Europa, ma chiede un’Europa diversa che si concentri sulle questioni vere. Per dare un segnale in questa direzione abbiamo deciso di organizzare per sabato prossimo – il giorno dopo l’incontro di Berlino con Angela Merkel – una tappa a Ventotene, simbolica capitale dell’ideale europeo. Durante la prigionia fascista Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e i loro compagni ebbero la lucidità e la visione di costruire il domani. Erano in carcere, fuori c’era la seconda guerra mondiale, eppure loro pensavano agli Stati Uniti d’Europa. L’Italia chiede più Europa. Più Europa sociale, più crescita, più diritti. Un’Europa capace di osare di più e di funzionare meglio di oggi.” Matteo Renzi, Enews 410, 25/1/2016

Europa egoismi nazionaliDunque la curiosità è tanta su cosa dirà, ma ancor di più sugli impegni concreti presi a Ventotene che il governo italiano riuscirà a realizzare a Bruxelles. Di certo nell’isola del federalismo europeo che non c’è ancora ci saranno ad aspettarlo tutti coloro che hanno a cuore il futuro dell’Europa per ricordargli che solo con la costruzione della Federazione europea si potrà avere una Europa diversa dall’attuale perché più democratica, sociale ed equa, con più diritti e più crescita. E’giusto opporsi al ripristino delle frontiere interne e chiedere una vera politica estera e per l’immigrazione comune, ma è giunto il momento di ripensare in profondità lo stesso assetto comunitario, attribuendogli ad esempio maggiori risorse proprie e varando una sorta di New Deal per far uscire definitivamente l’Europa dalla crisi, fino a giungere ad un vero e proprio Governo federale dell’Eurozona.

In definitiva solo una netta scelta federale può garantire un nuovo corso per l’Europa, facendola uscire dall’impasse in cui si trova e rendendola protagonista delle grandi sfide globali del futuro. Se così non fosse Matteo Renzi perderebbe la grande occasione di svestire definitivamente i panni del novello Peter Pan. Speriamo invece che da Ventotene rilanci il sogno della Federazione europea, trasformandolo in qualcosa di reale non solo nelle agende della politica, ma nella vita di milioni di cittadini europei.

Paolo Acunzo

Nel giorno della memoria l’Europa smemorata

Oggi si celebra il Giorno della Memoria per non dimenticare l’orrore e per non scordare l’atrocità delle leggi razziali. Il 27 gennaio 1945 è la data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz. Oggi ricordiamo la Shoah e la persecuzione dei cittadini ebrei e di quelli che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte. Un appuntamento importante per ricordare e per formare una coscienza collettiva soprattutto tra i giovani. Purtroppo gli europei sembrano aver dimenticato il proprio passato: il 2015 ha visto la creazione di nuovi muri e filo spinato ai confini tra paesi UE ed extra UE ma anche nel cuore dell’Europa come a Calais in Francia.

E proprio in questi giorni 6 paesi europei (Austria, Germania, Danimarca, Francia, Svezia e Norvegia) chiedono la sospensione di Schengen per due anni e il ripristino dei controlli alle frontiere.

Europa egoismi nazionaliIn Danimarca il governo minoritario di destra che si regge sull’appoggio esterno della formazione xenofoba Partito del popolo, ha approvato una legge che mira a ridurre il flusso dei migranti. Nel 2015 ne sono arrivati 21 mila il 2% del totale in Europa. La normativa prevede il sequestro di denaro e di beni come telefoni, computer ed orologi ad eccezione di quelli con un valore affettivo come le fedi nuziali. Il governo danese si giustifica affermando che servono per coprire i costi di vitto e alloggio. Dopo un lungo viaggio attraverso mille pericoli per cercare rifugio dalle guerre in Europa lasciandosi alle spalle le proprie case, i propri affetti e i propri amici non sappiamo far altro che spogliarli dei loro averi sequestrandoli per pagare il loro “soggiorno”. Ditemi voi se questo è un comportamento del quale possiamo esser fieri nella civile Europa del 21 secolo?

In tutto questo si aggiungono i ministri degli interni di Olanda, Germania, Austria e Belgio che chiedono alla Grecia di rispettare gli accordi sulla registrazione di profughi e migranti minacciandola di escluderla dall’area Schengen: insomma dopo la tragedia di questa estate si paventa una nuova Grexit e non per motivi economici. Di fronte a questa situazione drammatica il Presidente del Consiglio Donald Tusk ha ammonito i 28 Stati membri: “Abbiamo due mesi di tempo per salvare l’Unione europea” e proporre il superamento del regolamento di Dublino. La Commissione europea vorrebbe istituire una Polizia di frontiera comune ma non riesce neanche a far rispettare la redistribuzione dei rifugiati tra i paesi UE: da settembre ne sono stati redistribuiti appena 414 su 160.000. Insomma Schengen è sull’orlo del tracollo e rischia di portarsi dietro l’intera costruzione europea.

giovani europei erasmusIn questi giorni in molti si chiedono dove sia la generazione Erasmus. La generazione, che è nata nell’Europa senza frontiere e che ha fatto della libertà di movimento una delle sue prerogative irrinunciabili, dovrebbe scendere in piazza con le bandiere europee per riaffermare tale libertà. Ma non è la sola generazione a doversi sentire in colpa. Che dire della generazione dei quaranta-cinquantenni che guardano la situazione europea dalla finestra come semplici spettatori. Cosa racconteremo (mi ci metto anche io tra questi) ai nostri figli quando ci chiederanno cosa abbiamo fatto per evitare il baratro verso il quale stiamo scivolando?

Senza dover aspettare la fine basta guardare The Great European Disaster Movie, Il Film del Grande disastro europeo dei registi Annalisa Piras e Bill Emmott. Le scene iniziali si aprono in un futuro prossimo venturo (la data non è chiarita, potrebbe essere tra 5 o 10 anni), dove l’Unione Europea è stata smantellata, caduta sotto le spinte centrifughe dei movimenti nazionalisti. Il continente è in fiamme, divorato dalla crisi economica e politica, da nuove guerre e da rivolte.

muri EuropaTornando ai giorni nostri la situazione è a dir poco esplosiva: alle problematiche suindicate si intrecciano i controlli e la paura di nuovi attentati dell’Isis ad ampio raggio su tutto il territorio europeo. Senza dimenticare le pulsioni autoritarie di paesi come l’Ungheria e la Polonia, i cui governi nazionalisti si oppongono fermamente alle decisioni europee di redistribuzione dei rifugiati e approvano leggi per restringere le libertà democratiche e per controllare direttamente i media.

Chissà che il pellegrinaggio di Matteo Renzi a Ventotene previsto per sabato 30 gennaio non sia dovuto alla ricerca del bandolo della matassa europea, alla ricerca di quell’elemento giusto che può risolvere una soluzione intricata, quasi disperata. Sull’isola troverà il sindaco ad accompagnarlo tra le rovine del carcere di Santo Stefano ma soprattutto ci saranno gli intrepidi militanti federalisti che con striscioni e bandiere, lungo le strade dell’ex confino fascista, gli ricorderanno che la sola soluzione, che può consentire al primo ministro italiano di rispedire al mittente le accuse di populismo antieuropeo alla Salvini e alla Grillo, è quella di farsi promotore di una iniziativa costituente per gli Stati Uniti d’Europa. Come richiede, tra l’altro, l’iniziativa dei sei presidenti della camere basse promossa da Laura Boldrini. L’Italia è un paese fondatore è ha il dovere di fare proposte concrete per salvare l’Europa. A quel punto Francia e Germania non potrebbero più trattare l’Italia dall’alto in basso. Ma dovrebbero assumersi le proprie responsabilità di paese fondatore. Chissà che lo spirito di Altiero Spinelli non possa fare il miracolo nei confronti di un Premier alla ricerca di maggior rispetto tra i colleghi europei. Altrimenti sarà un’altra occasione persa per Renzi ma soprattutto per l’Europa.

Nicola Vallinoto tratto da http://www.europainmovimento.eu

L’Europa che vorremmo (di Angelo Ariemma)

europa unitaAncora riflessioni sull’Europa. Lo spunto viene da due libri, che da punti di vista diversi, arrivano alla stessa conclusione: occorre dare vita a una Federazione europea. Il monito, già lanciato da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi nel 1941 con Il Manifesto di Ventotene, diventa oggi ancora più attuale.

L’UE si è costruita secondo la strategia, promossa da Jean Monnet, dei piccoli passi, che ha mietuto successi, ma anche molte crisi, ogni qual volta i revanscismi nazionalisti si sono frapposti alla costruzione di una unità politica dell’Europa. Ricordiamo solo l’opposizione di De Gaulle alla Comunità di Difesa, o il naufragio della proposta di Costituzione promossa da Spinelli nel 1984, approvata dal Parlamento europeo, ma respinta dai Governi nazionali, in favore del misero “Atto unico” del 1987.

globalizzazioneOra la crisi economica ripropone la questione. Di fronte alla globalizzazione gli Stati nazionali sono impreparati ad affrontare una economia che non guarda più alle frontiere. La grande intuizione del Manifesto di Ventotene fu proprio quella di dichiarare la fine della funzione storica degli Stati-nazione. Adesso i nodi vengono al pettine. Dopo la diarchia franco-tedesca, ora assistiamo a un confronto-scontro tra una Merkel disposta a cedere un po’ di sovranità pur di mantenere salda la barra del rigore economico e un Hollande che propende maggiormente alla solidarietà, ma non vuole cedere nulla della propria sovranità nazionale. Mentre gli altri stati si vedono imporre norme e regole dettate altrove. Per dare nuovo slancio all’Europa, al suo modello socio-politico, la sola strada percorribile è quella della Federazione, che si dia istituzioni democraticamente elette e controllabili a livello europeo.

Vediamo ora come questi due libri affrontano il tema.

lavoratori GermaniaBeck (U. Beck, Europa tedesca, Roma-Bari, Laterza, 2013) punta il dito sullo scarto che si è creato tra le istituzioni europee, ferme a un chiuso rigore economico, e la vita degli individui che tale rigore subiscono, come ingiusta mannaia che cade dall’alto. Scarto che favorisce la Germania e il suo senso di corretta prassi economica. Scarto che rischia di far deflagrare l’euro e l’UE stessa. In fondo, l’analisi di Beck parte dalla stessa consapevolezza che ha mosso Spinelli: lì fu la guerra, qui è la crisi economica: “il ramo finanziario globale non può più essere regolato a livello nazionale” (p.31); devono quindi cambiare le categorie del politico: “Si tratta di eventi letteralmente mondiali, che permettono di constatare l’interconnessione sempre più stretta degli spazi d’azione e di vita e che non possono più essere colti con gli strumenti e le categorie di pensiero e azione dello Stato nazionale” (p.22).

frontiereLaddove lo Stato, di fronte alla crisi, si chiude in sè, nella vecchia logica di amico-nemico, ora, nella dinamica del rischio, occorre invece aprirsi all’altro, comprenderne le ragioni, e darsi reciproca solidarietà. Invece la forza economica di una Germania che vuole imporre la sua ricetta agli altri, rischia di far naufragare l’intero progetto europeo, trascinando nel baratro la stessa economia tedesca, che da sola non potrebbe reggere la globalizzazione. Ecco quindi lo scatto che si impone agli uomini europei: non solo elaborare una nuova struttura istituzionale; non solo vivere i tanti vantaggi dell’UE (viaggiare, studiare, lavorare, in Europa) come acquisiti e superflui, ma rendersi conto che sono la nostra vita, che non si può tornare indietro, ai nazionalismi e ai facili populismi, e solamente con più Europa si avrà più libertà, più sicurezza sociale, più democrazia; “abbiamo allora bisogno di una campagna di alfabetizzazione cosmopolitica per l’Europa” (p.76-77), di un nuovo contratto sociale, che dal basso faccia nascere la Federazione europea, dotata di un potere democraticamente eletto, e di un proprio bilancio, che le istituzioni europee possano gestire per il bene comune.

stati uniti d'europaNell’altro libro (E. Fazi-G. Pittella, Breve storia del futuro degli Stati Uniti d’Europa, Roma, Fazi, 2013), lo stesso titolo impone una riflessione sulla costruzione di una vera Federazione europea. Gli autori ritengono che la crisi parta dalla messa in mora degli accordi di Bretton Woods da parte dell’amministrazione Nixon negli anni ’70, quando fu abolita la parità aurea del dollaro. Il venir meno di quell’accordo ha privato gli Stati del controllo sulla finanza, che via via, attraverso l’apertura dei mercati e la globalizzazione, si è mostrata libera da ogni vincolo, fino all’attuale deflagrazione, che rende la speculazione finanziaria padrona dei destini delle nazioni e dei cittadini.

L’euro ha rappresentato il tentativo di porre rimedio alla caduta di Bretton Woods, a cui necessariamente avrebbe dovuto far seguito una graduale maggior integrazione economica e politica dell’UE. Purtroppo la miopia dei governanti succedutisi ai di Maastricht, e il mito dell’ideologia liberista, a cui tali governanti si sono piegati, ha ostacolato il percorso sulla strada dell’integrazione europea.

crisi EuropaLa crisi economica, causata appunto dall’esplodere di una bolla speculativa, ha rimesso all’ordine del giorno la questione di tale integrazione, che superi le reciproche diffidenze fra gli Stati, i quali, presi singolarmente, non avrebbero possibilità di scampo di fronte alla globalizzazione incontrollata.

Gli autori non sono avari di suggerimenti e propongono l’istituzione di Eurobond, di una fiscalità europea, dell’unione bancaria, di un bilancio autonomo dell’UE; a cui deve far seguito una democratizzazione del livello decisionale, con un Parlamento europeo che sia responsabile delle decisioni europee e controlli una Commissione eletta dal popolo europeo. Hic Rodus, hic salta: il tempo è ora; tra meno di un anno si voterà per il Parlamento europeo, e questo Parlamento dovrà avere una funzione costituente della Federazione europea, magari ristretta a quegli Stati che vorranno starci, lasciando per ora fuori chi, come la Gran Bretagna, vuol restarsene isolato. Solamente un’Europa unita e forte potrà tentare di imporre un nuovo accordo internazionale, tipo Bretton Woods, che faccia da argine alla speculazione finanziaria: “La battaglia tra mercati e democrazia sarà quindi decisiva per il futuro degli Stati Uniti d’Europa. Solo sottraendosi al ricatto dei mercati finanziari, si potrà creare un’Europa indipendente. Anzi sarà proprio attraverso questo confronto che prenderà forma quello spazio politico transnazionale europeo auspicato da tutti gli europeisti. Per sconfiggere i mercati finanziari c’è bisogno di una democrazia forte che possa appoggiarsi sull’unica istituzione direttamente legittimata dai cittadini europei, il Parlamento europeo. Le prossime elezioni del 2014 saranno decisive perché consentiranno al Parlamento europeo di assumere di fatto un ruolo costituente” (p.184-185).

futuro EuropaPurtroppo non possiamo non constatare come oggi non solo la globalizzazione ha ristretto gli spazi, ma anche i tempi sono notevolmente accorciati. Così, sia le elezioni italiane, sia quelle tedesche, hanno mostrato il loro volto antieuropeista, mentre tutta la discussione politico-mediatica torna a occuparsi delle tematiche nazionali e a parlare di Europa solo in termini negativi, abbagliando l’opinione pubblica nel suo vacuo e deleterio localismo, che non fa che dare sempre più peso a una speculazione finanziaria sempre più incontrollata.

Ma “l’Europa non cade dal cielo”, come diceva Altiero Spinelli; a allora siamo qui, nel nostro piccolo, nani sulle spalle di un gigante, a portare avanti la sua battaglia, quella battaglia per la quale ha voluto spendere l’intera sua esistenza.

Angelo Ariemma tratto da www.lib21.org

Dal rinnovamento del PD ad una politica nuova (di Roberto Ceccarelli)

pluralismoOrmai è chiaro che la crisi italiana passa dal modo di essere della politica e dei partiti. Il Partito Democratico che in tanti reputano l’ultimo partito rimasto in piedi dagli sconvolgimenti di questi anni, può svolgere un ruolo importante nel cambiamento del Paese e dell’Europa, se riesce a realizzare il suo progetto originario. La prima cosa da fare è uscire dall’equivoco di essere un partito a metà strada tra la tradizione europea e quella americana. Indubbiamente, la tradizione europea con radici culturali profonde e riferimenti sociali forti, è molto impegnativa e costosa, ma permette una rappresentanza diffusa della società ed offre garanzie sociali.

Invece, l’idea del partito catch-all, non si adatta alla nostra cultura, perché porta ad annullare l’identità, che rappresenta la condizione principale, insieme alla condivisione di principi e valori, per definirsi un partito. Questo modello ha influito sulla linea politica del Pd, fino ad arrivare al punto di non scegliere su temi molto importanti, disorientando i suoi militanti ed il proprio elettorato che pian piano ha iniziato ad abbandonarlo. Anche l’aver considerato la socialdemocrazia europea come vecchia ed inadeguata, in ragione di un ipotetico “nuovo”, mentre si assisteva allo smantellamento dello stato sociale, è stato un grave errore di valutazione, per il quale l’Italia sta pagando un prezzo molto alto.

direzioni diverseIl prossimo congresso del PD non è quindi un fatto che riguarda solo i militanti e i dirigenti del partito. Nello stesso senso l’aspettativa e la ferma richiesta di una linea politica chiara da perseguire con un nuovo gruppo dirigente, non sono estranee alle soluzioni da dare ai problemi dell’Italia. Il primo interrogativo da sciogliere è definire la collocazione europea del PD. Non è più pensabile che il PD stia con un piede dentro e l’altro fuori dal Partito del Socialismo Europeo.

Ovviamente non si tratta di accettare un modello precostituito, anzi si deve contribuire a costruire un grande partito europeo che vada oltre la famiglia socialdemocratica, aiutarlo a passare dalla semplice sommatoria di partiti nazionali, ad un vero partito europeo-transnazionale, in grado di rappresentare i cittadini europei che credono nella solidarietà, nella giustizia sociale, nelle pari opportunità, nell’uguaglianza, nelle libertà e nella democrazia politica ed economica.

stati uniti d'europaUn partito che deve contribuire a realizzare il sogno di Altiero Spinelli, Eugenio Colorni ed Ernesto Rossi degli Stati Uniti d’Europa, per cui diventa necessario superare l’attuale modello intergovernativo dell’Unione europea che evidenzia soltanto gli egoismi nazionali. E già qui si capisce che siamo nel centro della crisi politica e istituzionale dell’Europa.

Puntare alla costruzione di un partito europeo significa battersi, insieme a molti altri, per un’equa redistribuzione del reddito, per ridare dignità al lavoro, passare dall’individualismo all’individualità come parte della comunità, costruire un nuovo stato sociale europeo che unisca gli europei divisi dall’euro. Questo non vuol dire voler allontanare i cattolici dal PD, al contrario, deve diventare l’occasione per aprire un grande confronto culturale e superare antiche divisioni, tra laici e cattolici che oggi risultano per molti versi strumentali ed anacronistiche.

Dopodiché, bisogna pensare ad una riorganizzazione del partito, riconsiderando il ruolo dei suoi iscritti, attraverso una maggiore distribuzione del potere decisionale sui territori ed una semplificazione degli organi intermedi, razionalizzando costi e strutture. Ad esempio, l’organizzazione del partito nelle aree metropolitane dovrebbe essere sviluppata sul modello delle sub federazioni (4/5 al massimo), per permettere la semplificazione delle strutture e l’ampliamento degli orizzonti territoriali.

cittadino controllaSi parla di PD, ma il modello può essere valido anche per gli altri partiti. Per il buon funzionamento di un partito è necessaria la trasparenza dei bilanci, degli atti ed il rispetto delle regole. Sono tutti obiettivi importanti e la strada migliore per raggiungerli è quella del riconoscimento della personalità giuridica che obbliga a controlli e verifiche esterni sui bilanci e sulla democrazia interna. Allo stato attuale sarebbe interessante avviare nel PD un processo di spending review interna, per razionalizzare le risorse e definire le priorità.

A questo dobbiamo aggiungere la trasformazione dei circoli, da spazi vuoti a luoghi della partecipazione alla vita pubblica, grazie al coinvolgimento delle associazioni, dei comitati locali, del volontariato, del mondo del lavoro e sindacale, delle imprese e del sistema cooperativo, che possono concorrere alla ricostruzione del tessuto sociale. Insomma, il PD può aiutare molte persone ad uscire dalla crisi dando vita a comunità locali aperte, in grado di aprire nuove connessioni e trasformarle in rapporti umani, attività economiche e partecipazione.parole partecipazione

E’ altrettanto necessario rivalutare il ruolo della minoranza che ha il compito di controllare l’operato della maggioranza, tenere vivo il dibattito interno e proporsi come nuova maggioranza. Per questo bisogna interrompere il metodo delle maggioranze interne non omogenee che si ritrovano attorno al candidato vincente, non per convinzione della bontà del progetto politico, ma per marcare i propri spazi, preservare gli incarichi e chiudere le porte a chi si avvicina al Partito. Questa è la strada da percorrere per invertire la rotta, tornare a vincere e cambiare l’Italia. Ma questo è anche un terreno su cui occorre costruire un nuovo modo di essere della politica italiana e di qualunque formazione, associazione o movimento che voglia esserne protagonista.

Roberto Ceccarelli

W la Libertà, W l’Europa: avanti per un’Europa federale (di Salvatore Sinagra)

giovani europeiInizi di luglio, Reggio Emilia, al Politicamp di Civati – W LA LIBERTA’ – , si parla di Europa. E se ne parla in modo diverso da come se ne parla nel dibattito politico corrente. In Italia, purtroppo, il dibattito sull’Europa è stato banalizzato e la politica nazionale prende sotto gamba le elezioni europee, che sono percepite come sondaggi e come strumenti di attribuzione di quote millesimali all’interno degli schieramenti. Oggi come non mai un dibattito di qualità sull’Europa è importante, perché la prossima primavera, dai risultati elettorali potranno discenderanno importanti conseguenze tra cui una nuova composizione e un nuovo presidente della Commissione europea.

Al Politicamp, si è sfuggiti al rischio di svolgere un dibattito oscillante tra qualche posizione euroscettica in platea e tanta ironia sui risultati portati a casa dal governo Letta. Invece, è emersa la presenza, forte e determinata, di quella che sovente chiamiamo forza federalista.

politicampLe tematiche dell’integrazione europea sono state presidiate autorevolmente da Fabrizio Barca, da due rappresentanti del circolo PD di Bruxelles e da diversi militanti federalisti e delle organizzazioni europee delle forze progressiste e così sono emerse idee forti e anche abbastanza circostanziate.

Ad esempio si è chiesto a tutti di mettere da parte l’idea di Europa Matrigna senza cuore ai comandi della Signora Merkel, affermando che è possibile creare un’Europa alternativa a quella decisa nei vertici politici e burocratici. Un’altra Europa unita rispetto a quella delle destre. Molti federalisti, inoltre, hanno urlato la convinzione secondo cui non si esce dalla crisi con meno Europa, ma con più Europa e con un’Europa completamente diversa: un’Europa federale.

stati uniti d'europaGli interventi federalisti sono stati in gran parte di ragazzi e ragazze, che oggi, nonostante il DataGate, credono  che tutti coloro che vogliono un mondo migliore trovino ancora una sponda in chi sta al vertice della Casa Bianca. Gli Stati Uniti d’Europa potrebbero davvero essere una svolta per il mondo intero. Gli Stati Uniti d’Europa potrebbero dare impulso alla riforma del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e farci avvicinare ad un sistema capace di dare risposte alle piazze ormai caldissime di mezzo mondo, ad un sistema in cui le guerre diventino sempre più rare e gli interventi militari limitati a quelli chiesti o autorizzati dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Chiaramente tutto questo sarà possibile solo con una vera Unione Politica, con una  UE che non sia più solo identificata con una moneta di un’area di libera circolazione di persone, mezzi e capitali, ma diventi  la più grande arena politica del mondo, dove la destra e la sinistra si confrontino, sulla base delle “visioni d’Europa” (e del mondo) per i prossimi trent’anni.

Discutendo delle prossime elezioni europee è emerso il timore di un’ennesima campagna banale e disinformata, così come dubbi  sulla composizione della prossima Commissione europea che ha le sue belle responsabilità sulla lentezza nella costruzione dell’Europa integrata. Certo nessuno si è augurato un terzo mandato Barroso. È auspicabile che siano altri a guidare la prossima Commissione; le personalità non mancano come il presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz o come quello dell’indiscusso leader dell’Alleanza dei liberali e democratici Guy Verhofstadt.

giovani europeiL’Europa politica passa sicuramente per le riforme, tuttavia prima di invocare modifiche dei trattati, nuove strutture istituzionali ed una costituente europea, che pure sono necessari, occorre iniziare a parlare di Europa a tutti i livelli politici: nei circoli dei partiti, negli organi delle suddivisioni territoriali dello Stato, nei parlamenti nazionali. Occorre strutturare partiti europei, con programmi europei e leader europei.

L’Europa o sarà buona politica o non avrà futuro, e la buona politica non si può limitare  a considerazioni su quanta moneta debba stampare la BCE  e su cosa debba farci.

Bisogna augurarsi che da qui alle elezioni europee della prossima primavera ci siano tante altre iniziative di confronto come quella di Reggio Emilia, in cui ci si parli non solo tra addetti ai lavori, ma si ascolti la voce dei cittadini. I partiti devono ancora prendere coscienza che per avere più Europa occorre più politica e per avere più politica occorre una sana competizione tra diverse visioni d’Europa. Indietro non si torna, pensare di separarsi dall’Europa è un non senso geografico, culturale e politico. Non separarsi, però, non significa accettare tutto. Per questo serve la consapevolezza e la partecipazione dei cittadini.

Salvatore Sinagra

Il Nobel all’Unione Europea tra passato e futuro (di Paolo Acunzo)

Negli ultimi mesi, abbiamo letto numerosi editoriali sull’opportunità o meno d’insignire l’Unione europea del premio Nobel per la pace e, personalmente, concordo con chi sostiene che questa onorificenza sia più un’esortazione a ritrovare la strada smarrita, e un atto di gratitudine per ciò che ha rappresentato il Vecchio Continente negli ultimi sei decenni, che un’effettiva apertura di credito nei confronti di un’Europa mai così lacerata e impotente come in questo periodo.

Tuttavia, se vogliamo dare un senso al nostro futuro e costruire un avvenire migliore per le nuove generazioni, non possiamo tralasciare la riflessione sulla drammaticità del nostro presente, stretti come siamo nella morsa di un’economia che non riparte e di scelte politiche incomprensibili (basti pensare al recente fallimento del vertice straordinario per la definizione del  bilancio UE 2014-2020), dettate dalla miopia di gran parte della classe dirigente continentale che spesso si rivela pavida ed inadeguata ad affrontare una crisi strutturale che sta sconvolgendo per sempre gli equilibri globali e, di conseguenza, lo stesso modo di vivere e di pensare.

La battuta più tagliente che si è sentita sull’argomento, non è tanto quella che “la UE non avrebbe mai vinto il nobel per l’economia” ma quella che “il Nobel per la pace alla UE è un premio alla carriera ad un attore internazionale che si avvia sul viale del tramonto”. Con questa breve frase si sintetizza la crescente marginalizzazione dei mercati europei rispetto a quelli emergenti; i nuovi equilibri geopolitici sempre meno incentrati sui rapporti trans-atlantici e sempre più su quelli trans-pacifici; la mancanza di ruolo di interlocuzione svolto dalla UE durante la cosiddetta primavera araba e più in generale negli scenari di guerra che toccano la sponda sud del mediterraneo e il medio oriente. Inoltre l’Europa unita attraverso i meccanismi attuali si ritrova senza reali strumenti per uscire definitivamente da una crisi che col tempo si sta dimostrando in primis politica e poi solo di conseguenza economica e finanziaria.

Ormai pare evidente che stiamo vivendo una crisi di sistema a cui le cancellerie non riescono a dare una risposta esauriente attraverso il classico metodo intergovernativo che accentua gli interessi momentanei di parte a discapito di quelli comunitari di lunga durata. Spesso dall’opinione pubblica si sottolineano l’ingerenza di alcuni paesi nelle scelte sovrane di altri, mettendo in crisi lo stesso sistema decisionale e di legittimazione democratica europeo. Siamo giunti ad un punto in cui la crisi richiede la completa cessione di sovranità ad organi sovranazionali legittimati direttamente dai cittadini europei per avere la forza, e soprattutto il consenso popolare, per adottare quelle misure, non certo indolori ma necessarie, in grado di far uscire i vari paesi europei definitivamente dalla crisi. Non si può più tollerare che scelte impopolari vengano scaricate sulla UE da alcuni governi semplicemente dicendo “c’e’ lo chiede l’Europa” come se fosse qualcosa di estraneo rispetto alla vita politica nazionale. Non è più accettabile avere dei partiti provinciali che non pongano il dibattito sul ruolo e il futuro dell’Europa al centro della loro proposta politica.

Oggi è possibile uscire da questa crisi di sistema soltanto ridando lo scettro del potere ai cittadini. Per far ciò bisogna creare quella arena politica europea in cui partiti, forze sociali e imprenditoriali possano confrontarsi con le scelte che realmente incidano sul nostro futuro. Un sistema che non funziona più deve essere cambiato dalle radici, passando dal classico metodo intergovernativo ad un sistema di stampo federale, al fine di delegare ad un potere democratico comune la decisione su determinate ma fondamentali questioni senza cui l’Europa continuerà a condannarsi all’impotenza.

Ma per far tutto ciò occorre coinvolgere attivamente i cittadini. Pensare una convenzione costituente per la riforma complessiva dei trattati che giunga ad una proposta di Costituzione federale europea che entrerà in vigore solo se la maggioranza dei cittadini e degli stati coinvolti l’approveranno attraverso un referendum europeo. Solo così gli stati dell’Eurogruppo potranno dotarsi di quel governo comune dell’economia necessario per creare accanto all’Unione monetaria, anche l’Unione bancaria e fiscale, costruendo finalmente intorno all’Euro un potere statuale in grado di presentare un condiviso piano europeo di sviluppo sostenibile per l’occupazione, la crescita e l’innovazione credibile per tutti.

Fino ad oggi tutto ciò è stato considerato da molti solo un’utopia allo stesso modo in cui un secolo fa poteva essere considerata la possibilità di avere una pace stabile in Europa. Il vero premio sarebbe se il Nobel assegnato all’Unione europea non fosse considerato meramente celebrativo del suo passato, ma possa in futuro simboleggiare il punto di svolta del processo d’integrazione verso gli Stati Uniti d’Europa.

Paolo Acunzo – Movimento Federalista Europeo

L’Europa va alle Primarie (di Paolo Acunzo)

In questi giorni il dibattito sulle primarie del centrosinistra è sotto i riflettori di tutti i media. Spesso però ci si sofferma unicamente su aspetti esteriori dei candidati o su questioni regolamentari che non colgono l’essenza della partita in gioco: cosa farà su questioni di grande attualità il candidato che ne uscirà vincitore nel caso in cui divenisse Premier ?

Prendiamo ad esempio il tema europeo, sempre più importante per il nostro futuro e vediamo come è stato affrontato non solo dai singoli candidati, ma dalla coalizione PD-PSI-SEL che si propone di governare a breve l’Italia.

Prima di tutto nello stesso appello di dieci righe “Italia Bene comune”, che deve essere sottoscritto da chiunque voglia votare alle primarie, si legge che “un forte impegno del nostro Paese per un’Europa Federale e Democratica” è un elemento fondativo della stessa coalizione. Ciò significa che gli oltre 3 milioni di italiani che hanno partecipato alle primarie condividono questo “forte impegno”, e non è poco.

Inoltre nella stessa carta d’intenti, sottoscritta da tutti i partiti della coalizione, si entra nello specifico sulle modalità per costruire questa Europea federale e democratica. Si propongono “nuove istituzioni comuni, dotate di una legittimazione popolare e diretta”, anche attraverso “un patto tra le principali famiglie politiche europee”. E continua: “la prossima sarà una legislatura costituente in cui il piano nazionale e quello continentale saranno intrecciati stabilmente. Una legislatura nella quale l’orizzonte ideale degli Stati Uniti d’Europa dovrà iniziare ad acquistare concretezza in una nuova architettura istituzionale dell’eurozona.

La causa dell’unità europea diviene la ragione essenziale per cui la coalizione dei progressisti in Italia potrebbe cercare un accordo di legislatura con tutte quelle forze “europeiste”, moderate e liberali, al fine di “collocare il progetto di governo italiano nel cuore della sfida europea, alternativo alle regressioni nazionaliste, anti-europee e populiste, da sempre incompatibili con le radici di un’Europa federale, democratica, aperta, inclusiva.”

Anche i singoli candidati hanno seguito questo approccio sui temi dell’integrazione europea. Addirittura il non candidato Sandro Gozi, a cui sono mancate poche firme dei componenti dell’Assemblea nazionale del PD per presentare ufficialmente la propria candidatura, aveva posto l’obiettivo della Federazione europea come la ragione della sua discesa in campo in nome della “Generazione Erasmus”. Ma anche Bruno Tabacci ha sottolineato più volte la priorità ineludibile degli Stati Uniti d’Europa; Laura Puppato ha spesso richiamato l’importanza dell’utilizzo di tutti i fondi comunitari a nostra disposizione; Nichi Vendola, infine, ha citato spesso la lucida utopia di Altiero Spinelli e di una Unione europea non all’altezza degli ideali progressisti e federalisti europei del Manifesto di Ventotene, fino a giungere alla provocazione che questa Europa non avrebbe dovuto ritirare il premio nobel per la pace, vista l’assenza di una sua funzione di pace negli attuali scenari di guerra in medio oriente.

Ora la vera speranza è che il ballottaggio si possa giocare su temi concreti come questi e non su fattori superficiali che lasciano il tempo che trovano riguardo le scelte di fondo che ci attendono. Pierluigi Bersani punta molto sulla solidità dei suoi rapporti con gli altri progressisti europei, e propone la creazione di un’azione comune con questi per incentivare la crescita, gli investimenti e l’occupazione in modo da capovolgere la tendenza e far uscire il continente dalla crisi. Matteo Renzi propone un nuovo sistema di investimenti e di opportunità soprattutto per i giovani, e si rifà a quel mondo della rete che come mentalità è gia completamente in Europa.

Entrambi richiamano l’esigenza e la volontà di costruire quanto prima gli Stati Uniti d’Europa, ma non vi è ancora stata occasione di sentirli confrontare riguardo a complicati problemi che si ritroverebbero d’improvviso a gestire, come ad esempio il mancato accordo sul bilancio comunitario, gli aiuti alla Grecia o le riforme istituzionali necessarie per avvicinare l’Unione europea ai suoi cittadini.

In definitiva anche le primarie del centro sinistra corrono il rischio di vivere quel provincialismo che ha dominato gli ultimi 20 anni tutta la politica italiana: o si capisce che ormai la globalizzazione ha imposto un livello di azione economica-finanziaria a cui la politica non è in grado di gestire autonomamente senza una azione comune europea, oppure le stesse forme di democrazia che conosciamo oggi possono essere messe a rischio. L’arena della politica ormai è europea e il come, il quando e chi in Italia dia più garanzie nel conseguimento dell’obiettivo ultimo degli Stati Uniti d’Europa dovrebbe essere il criterio di scelta, non solo per le primarie, ma per qualsiasi occasione di voto che si preannuncia nel prossimo futuro.

Paolo Acunzo