Sansonetti spiega a Di Battista chi è Giorgio Napolitano

Di questi tempi rivendicare le proprie radici e la propria storia è diventato motivo di diffidenza. Vanno per la maggiore quelli che si presentano come “nuovi”. A loro non si chiedono referenze. Anche chi una storia ce l’ha fa di tutto per far credere di non averla. Per questo è di grande interesse la lettera aperta che Piero Sansonetti scrisse ad Alessandro Di Battista all’inizio di quest’anno. L’occasione fu l’ennesima aggressione verbale nei confronti di Napolitano che si concluse con l’accusa di vigliaccheria. Di seguito il testo

“Io ti auguro non solo di arrivare all’età di Giorgio Napolitano, ma di arrivarci avendo alle spalle una biografia solida e apprezzabile come la sua.

Io sono stato iscritto al Pci tanti anni. Quando ero giovane, anch’io, come fai ora tu, combattevo per rompere la “cappa” che ci veniva imposta dalla generazione precedente, che era chiusa, era abbastanza stalinista. Sai: era la generazione della Resistenza, ed era molto robusta, non era facile da scalfire. Non ho mai avuto una particolare simpatia per Giorgio Napolitano. Allora esistevano le correnti nei partiti. Anche nel Pci, sebbene il Pci le nascondesse. Erano luoghi di lotta politica e anche di pensiero. Napolitano era uno dei leader della corrente riformista, moderata, governista. Era il numero due di quella corrente. Il numero 1 era Giorgio Amendola, vecchio leader della Resistenza, figlio di Giovanni, capo liberale che morì negli anni trenta sotto le bastonate dei fascisti. Io negli anni settanta ero un ragazzo che faceva parte dell’altra corrente, quella di Ingrao, ribelle, sessantottina. Che si opponeva aspramente a Napolitano e ad Amendola.

Però, vedi, una cosa è la lotta politica, o il dissenso, o la critica. Altra cosa è l’insolenza verso le persone che si conoscono poco.

Vorrei dirti chi è Giorgio Napolitano. Un ragazzo napoletano, della borghesia, che a 19 anni si unì ad altri ragazzi nella cospirazione antifascista. Li guidava Maurizio Valenzi, di una quindicina d’anni, credo, più grande di loro, e che poi fu sindaco, molto amato, di Napoli negli anni settanta.

A vent’anni Napolitano si iscrisse al Pci e da quel momento, per oltre 70 anni, la politica è stata la sua vita.

Tu forse sei convinto che la politica sia potere, potere, potere. Non è così, caro Alessandro. Napolitano, ad esempio, ha fatto politica senza mai sfiorare il potere per mezzo secolo filato. Capisci che vuol dire mezzo secolo? Non è stato ministro, né Presidente, né sindaco, né capo di qualche ente pubblico. Zero: militante e dirigente del Pci. Faceva i comizi, andava davanti alle fabbriche, nelle campagne, nelle sezioni del partito. A discutere, a parlare, a convincere. Fino a notte fonda. Allora la politica era un’attività di massa. Il partito comunista aveva 1 milione e mezzo di iscritti, e quasi tutti partecipavano all’attività del partito, si riunivano, la sera, dopo il lavoro, in sezione ( il Pci aveva migliaia e migliaia di sezioni), stampavano i volantini, facevano le assemblee, andavano nelle scuole, vendevano l’Unità. Pensa che l’Unità, la domenica, vendeva anche un milione e mezzo di copie.

Si chiamava democrazia politica quella roba lì. Era un impasto di democrazia diretta e di democrazia delegata. I dirigenti del partito prendevano stipendi modesti, anche quelli che erano deputati lasciavano i quattro quinti della paga al partito. Anche Napolitano lo faceva.

Guidò il Pci in anni molto difficili. Le lotte dei braccianti, soprattutto al Sud, e Napolitano era un dirigente del Sud, e poi degli edili a Roma, e degli operai nelle fabbriche del nord, dove i comunisti erano discriminati, pagavano un prezzo durissimo, tutti i giorni, alla loro scelta di essere comunisti. Napolitano non stava dalla parte delle banche, o della grande aziende, stava dalla parte dei poveri, degli operai. Lottava e anche pensava. La politica era strategia, pensiero, tattica.

A metà degli anni settanta il Pci si divise. Pietro Ingrao voleva che il partito restasse coi movimenti in una posizione di opposizione intransigente. Amendola e Napolitano volevano una apertura ai socialisti. Questa divisione durò molti anni, fino ai tempi di Craxi, ma non comportò mai una rottura.

Napolitano era in prima linea nelle lotte contro la legge truffa (era una legge elettorale che favoriva la maggioranza, cioè la Dc), e poi per lo statuto dei lavoratori, e poi per il divorzio e l’aborto, e poi per la riforma sanitaria, per l’equo canone, per la riforma Basaglia. Qualche anno dopo, anche se non era pienamente d’accordo con il suo partito ( cioè con Berlinguer), si batté fino allo stremo, accanto a Berlinguer, per impedire che fosse colpita la scala mobile. Perse.

Napolitano ha vinto e ha perso molte battaglie. Ha dissentito con il suo partito, talvolta, e talvolta no. Si è scontrato con Berlinguer, ad esempio, quando Berlinguer voleva fare della questione morale la ragion d’essere del Pci, e Napolitano non era d’accordo. Si è battuto contro Ingrao quando Ingrao voleva mantenere il nome del Pci e Napolitano non voleva. Si è battuto contro le dittature in America latina ( che ora anche tu conosci bene, dopo il tuo viaggio), contro gli agrari e contro l’arroganza padronale in Italia. Ha spinto per la trasformazione del Pci e per l’avvicinamento alle grandi socialdemocrazie europee.

Poi negli anni novanta ha iniziato la sua nuova vita, da statista. Prima presiedendo la Camera, poi facendo il ministro dell’Interno, poi il Presidente della Repubblica. Ha avuto un ruolo importante di statista, ha raggiunto il potere, ma tutta la sua vita ci racconta che non era quello l’essenziale del suo impegno. Napolitano ha considerato il potere una variabile della politica, ma lui ama la politica, non la sua variabile.

Ha fatto degli errori, in questi settant’anni? Beh, vorrei vedere che uno riesce a non sbagliare niente in settant’anni. Io, personalmente, spesso sono stato critico nei suoi confronti. Anche quando era ministro dell’Interno, e anche quando non si è opposto all’attacco alla Libia. Ma questo, caro Alessandro, non ti autorizza a dargli del vile. Io spero che tu capisci che questa cosa che hai detto su di lui è orrenda, e non ti fa onore.

Napolitano è stato uno degli uomini più coraggiosi nella politica italiana. Ha sfidato il fascismo, l’arroganza padronale, la polizia, la magistratura. Insieme a tanti suoi amici, dirigenti come lui del Pci. Penso proprio ad Amendola, e a Chiaromonte e a Macaluso e a Luciano Lama.

Vedi, tu fai parte di un movimento giovanissimo, privo di radici, di storia. Non avete maestri, non avete teorie. Benissimo, può essere un vantaggio. Però dovete avere l’umiltà di capire che oggi l’Italia è uno dei paesi più civili del mondo perché dal 1945 in avanti c’è stata una classe politica che ha dato l’anima. E di questa classe, Alessandro, Giorgio Napolitano è stato uno dei migliori.

La storia a scuola non serve più?

In una lettera del 1937, dal carcere, Antonio Gramsci scrive al figlio Delio:

“Carissimo Delio, mi sento un po’ stanco e non posso scriverti molto. Tu scrivimi sempre e di tutto ciò che t’interessa nella scuola. Io penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età, perchè riguarda gli uomini viventi, e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono fra loro in società e lavorano e lottano e migliorano sé stessi, non può non piacerti più di ogni altra cosa. Ma è così? Ti abbraccio. Antonio”.

Rigiro la domanda di Gramsci a Marco Bussetti, attuale ministro dell’Istruzione, naturalmente dandogli il tempo di documentarsi su di lui, chiedendo informazioni magari ai suoi acuti comunicatori. In realtà ha già risposto con i fatti, ma usando parole che li vogliono occultare, come se parlasse sempre ai suoi fans di facebook, che può anche pigliare in giro senza rendere conto a nessuno.

La storia è stata estromessa dalle tracce della prima prova scritta della Maturità. Le innumerevoli prese di posizione che ci sono state contro questa decisione, apparse sui giornali e sui social (e nessuna a favore) non sono fino ad oggi servite a nulla, tant’è che Liliana Segre, sopravvissuta alla deportazione ad Auschwitz all’età di 13 anni, ed ora senatrice a vita, lancia un appello al ministro, perchè ripristini la storia all’esame di maturità già col prossimo anno scolastico. “Non rubiamo il passato ai ragazzi”, dice, “con un’ora di storia alla settimana non si fa nulla, e se la togliamo anche dall’esame di maturità, rischiamo un futuro alla Orwell” (nel suo romanzo 1984 Orwell accennava al pericolo di una storia completamente riscritta dal Partito Unico, con lo slogan “chi controlla il passato controlla il futuro. E chi controlla il presente controlla il passato” – n.d.r.).

Questa non è soltanto una questione accademica: è evidente a chi è anche solo minimamente responsabile, che senza la storia non si diventa uomini e donne equilibrati ed autonomi, in grado di interpretare la realtà nel suo farsi e di intervenirvi efficacemente.

Il ministro ha risposto a Liliana Segre, e a tutti coloro che protestano, nel seguente modo: “… La storia sarà presente nelle prove di giugno. E’ il mandato che ho dato personalmente al gruppo di lavoro incaricato di predisporre le tracce di italiano (?) … la storia sarà presente in più tracce … nell’analisi e nell’interpretazione di un testo letterario, come anche nell’analisi e nella produzione di un testo argomentativo … “ .

Ma sua eccellenza il signor Ministro c’è, o ci fa? Parla in questo modo della dissoluzione della storia nella nostra scuola e nella società italiana, come se si potesse tramutare, con un giochetto di parole, nella sua presenza dentro le tracce di italiano e analisi letteraria? Mi piacerebbe sapere cosa e come pensa, quando e se pensa. E se ha qualche rispetto per gli interlocutori, cioè per noi.

Cos’è avvenuto in realtà? Il Ministero ha constatato che solo il 3% degli studenti ha scelto negli ultimi dieci anni la traccia storica. Ed il Ministro, invece di allarmarsi e di chiedersi il perchè, cominciando a pensare a delle contromisure, ha fatto come il dirigente di un’azienda che produce sapone e constatando che la gente ora si lava pochissimo ha smesso di produrre sapone. E’ la cultura del consumo, bellezza. Ma la testa dei giovani non è sapone

Lanfranco Scalvenzi