L’ antimafia capitale che serve

Penso sia arrivato il momento di una nuova Resistenza civica contro le mafie, i loro protettori, i loro soci occulti, i politici che ne traggono profitto o che convivono con questo cancro.

Dai roghi della terra dei fuochi, alla devastazione delle coste, al caporalato schiavista delle campagne, ai monopoli criminali dello smaltimento dei rifiuti, alle distruzioni ambientali, alle centinaia di opere fantasma e di cattedrali nel deserto abbandonate, agli abusi edilizi, alle faraoniche opere inutili, tutto costituisce il brodo di coltura di un’illegalità diffusa che alimenta un’economia parallela di saccheggio del territorio, dell’ambiente e dei soldi pubblici.

cittadiini attiviI Partiti (li scrivo ancora con la P maiuscola perché sto ancora alla vecchia definizione di “strumenti della democrazia che si organizza”) hanno da molto tempo abbandonato il territorio inteso come luogo per creare rapporti culturali e sociali e per favorire economie sane, per denunciare ingiustizie, per creare forme di solidarietà, per fare comunità. In cambio abbiamo avuto comitati di affari, falsi circoli territoriali, capibastone, camarille (non correnti di pensiero che erano una cosa seria).

C’è bisogno di un grande risveglio civile, di un nuovo patto per la buona Politica, di una grande assunzione di responsabilità nel segno dell’Etica pubblica.

Questo discorso vale soprattutto per Roma, capitale del Paese, dove adesso ci si accorge che tutto è inquinato da presenze criminali e da ordinarie illegalità nella colpevole assenza di un’azione pubblica rigorosa delle Amministrazioni che si sono succedute nel corso degli anni. Ci voleva la pacchiana sceneggiata dei funerali di Casamonica per smuovere le acque stagnanti della politica romana che torneranno nella palude dell’immobilismo e persino della connivenza se i cittadini non capiranno o non sapranno organizzarsi con forme di partecipazione sempre più attiva e puntuale.

mafia capitaleScrive l’assessore all’Urbanistica di Roma Capitale Giovanni Caudo sul Corriere della Sera del 2 settembre: “ Acqua, energia, rifiuti ed urbanistica sono da sempre i mercati monopolistici radicati a Roma che valgono miliardi di euro e su cui i poteri locali tutt’altro che forti si sono accomodati. Quando da una buca dove gettare la spazzatura si passa alla raccolta differenziata e si progettano gli ecodistretti, dai debiti sistematici si passa al risanamento del bilancio, dalle varianti di piano per rendere edificabile l’Agro romano si passa alla trasformazione dell’esistente, hai messo in campo una visione di città di respiro internazionale. Questo è il modo più efficace per combattere Mafia Capitale”.

Bene, assessore Caudo, siamo d’accordo! Ma questi temi debbono diventare materia di coinvolgimento della società civile che non si deve sostituire alla società politica in una democrazia rappresentativa ma deve solo affiancarla secondo lo spirito e la cultura della sussidarietà. Sono le conoscenze diffuse e le mille competenze specifiche le vere risorse umane di questa Città che possono consentire una partecipazione attiva dei cittadini liberando la loro creatività e realizzando di fatto un controllo sociale sulle azioni politiche e amministrative delle istituzioni locali.

I partiti che le guidano però devono compiere atti concreti. Ciò che conta è che la politica non dia più l’esempio di chiacchiere cui seguono fatti radicalmente diversi.

coinvolgimento cittadiniLa situazione di oggi a Roma (ma lo stesso si può dire a livello nazionale) non è un fenomeno naturale, ma è stata creata negli anni con il consenso o al limite con il silenzio-assenso di tutte le forze politiche (tranne il M5S che non esisteva). Per questo non bisogna distrarsi con la caccia al capro espiatorio che oggi si cerca di identificare nel Sindaco Ignazio Marino.

Come iene tutti si avventano sulla preda uscendo dal bosco nel quale si erano nascosti. Il Pd più di tutti dovrà impegnarsi per restituire credibilità alla proposta politica del centro-sinistra. Per le destre nemmeno si può parlare di proposta politica: devono ancora dimostrare come sia possibile che siano sotto accusa per essere state il perno di un’associazione a delinquere che voleva spartirsi la città.

Per questo non saranno sufficienti né l’opera del prefetto Gabrielli e nè un’assessore alla Legalità. La rinascita di Roma dovrà basarsi sulle forze sane e su un mutamento di prassi e di cultura della maggioranza dei romani e di chi li governa

Paolo Gelsomini

Un’occasione decisiva per la riforma della politica (di Giuseppe Cotturri)

riforma della politicaNella revisione costituzionale del Titolo V nel 2001 fu inserito, all’art.118 comma 4, il principio di sussidiarietà orizzontale; fu riconosciuto cioè che i comuni cittadini hanno capacità di realizzare autonomamente interessi generali, e in tal caso le istituzioni pubbliche, dallo Stato ai governi territoriali, hanno l’obbligo di accogliere e accompagnare (favorire) le attività civiche.

Il resto della revisione era confuso e contraddittorio, i ricorsi incrociati tra Regioni e Stato hanno bloccato quella normativa. Ma l’enunciato sulla sussidiarietà cittadini-istituzioni, che riprendeva una proposta avanzata anni prima da soggetti della società civile, ha avuto invece molteplici applicazioni. Alcune su ispirazioni di cittadini dal basso (azioni per la tutela dei diritti, di sostegno dei soggetti deboli, di cura di beni comuni). Altre applicazioni furono dettate da una lettura distorta e interessata delle istituzioni territoriali: Regioni e Comuni, a fronte del deficit di bilancio e della riduzione crescente delle risorse per la spesa sociale , hanno inteso il principio di sussidiarietà come autorizzazione per gli enti di governo di dismettere la erogazione di servizi pubblici per la soddisfazione di diritti sociali, che la Costituzione vuole garantiti.

La “esternalizzazione” dei servizi pubblici ha piegato la sussidiarietà a funzione strumentale (e sostitutiva) da parte di “generosi” cittadini (motivati da fini solidali, non profit), cui si sarebbe potuto destinare contributi – e perfino contratti col pubblico – a costi evidentemente minori di quel che avrebbe richiesto il mantenimento di un sistema di apparati pubblici di servizio.

sussidiarietà art 118Non era questo nel disegno dell’art.118, la strumentalizzazione dell’iniziativa civica colpiva l’elemento fondamentale delle attività rilevanti a questo fine: l’autonomia dei cittadini. Scomparso questo elemento, viene meno anche la ragione di quel riconoscimento di “potere sussidiario”: il nuovo principio infatti si configura come introduzione di un contrappeso, dal lato dei cittadini, alla “deriva” del sistema politico rappresentativo che non sembra perseguire più interessi generali, ma risulta occupato da interessi particolari e affidato stabilmente alle mani di cordate e cricche di affari .

Tutto questo però, dopo anni di crisi e riduzione dei poteri pubblici, ha portato a una vanificazione della ipotesi di ripresa dell’indirizzo politico democratico a seguito del peso crescente dei cittadini nella produzione di politiche sociali e ambientali e nell’interazione di essi con i governi locali e nazionale. L’azzeramento dei fondi sociali nazionali e la mancanza di risorse locali destinabili al sostegno del Terzo Settore hanno privato di prospettive e interesse anche la battaglia di retroguardia per salvaguardare ipotesi di sussidiarietà strumentale.

cittadini attiviCome ripartire? Come riaprire la questione del ruolo progressivo dei cittadini nell’indicare in concreto interessi generali e modi di intervento utili alla comunità, tanto più nella situazione drammatica in cui si dibatte il paese? L’occasione sembra data dalla possibilità di emendare, su specifica proposta del Movimento Cittadinanzattiva (ripresa da moltissimi parlamentari di varie forze politiche), il cosiddetto decreto “SbloccaItalia”. Nella formulazione originaria del governo il ruolo dei cittadini era richiamato per compiti marginali e occasionali (pulizia, manutenzione e abbellimento di strade, piazze ecc.). L’emendamento rimette al centro il principio costituzionale e ribadisce il riferimento a interessi generali e all’autonomia con cui cittadini singoli e associati possono dare concretezza alla indicazione costituzionale.

La pronta adesione di tanti parlamentari rende manifesto che la battaglia per l’inserimento dell’emendamento sarà anche una battaglia per la ripresa di quella prospettiva di “riforma della politica” che la Costituzione richiede e sorregge. Per chi crede che la fuoriuscita dalla crisi non sia solo questione di economia questo terreno è decisivo. E certamente più importante di tante delle questioni oggi poste alla discussione sotto il titolo di riforme.

Giuseppe Cotturri tratto da www.cittadinanzattiva.it

Dal Vajont a L’Aquila, la lezione dimenticata (di Marco Paolini)

marco paolini«In tempi atomici si potrebbe dire che questa è una sciagura pulita, gli uomini non ci hanno messo le mani, tutto è stato fatto dalla natura, che non è buona, non è cattiva, ma indifferente. E ci vogliono queste sciagure per capirlo! Non uno di noi moscerini vivo se la natura si decidesse a muoverci guerra».

Queste parole le scriveva Giorgio Bocca su Il Giorno venerdì 11 ottobre 1963 e quell’articolo, bellissimo, così come quello di Dino Buzzati, lo stesso giorno, sul Corriere della Sera, così come quello di Indro Montanelli sulla Domenica del Corriere, erano sbagliati. Bellissimi ma sbagliati. La diga del Vajont, rimasta in piedi, sembrava assolvere, nello spirito di quel tempo, il lavoro degli uomini, lasciando ogni responsabilità alla natura. Non è stato facile cambiare questo pregiudizio. (…)

L’atteggiamento della società civile nei confronti della tragedia del Vajont e del terremoto a L’Aquila è differente. Il tempo, oltre che i chilometri, separa i due eventi. Ma a me interessa qualche elemento che invece li accomuna. Per capirli guardiamo i processi di primo grado de L’Aquila (il processo per il disastro del Vajont fu trasferito a L’Aquila ndr): quello cominciato il 29 ottobre 1968 e quello conclusosi il 22 ottobre 2012. (…)

vajontAlla sbarra, nel primo processo: dirigenti, tecnici e consulenti della diga del Vajont. Nel secondo: dirigenti, tecnici e consulenti, membri della Commissione grandi rischi della Protezione civile per il terremoto a L’Aquila del 6 aprile 2009.

Come i grandi giornalisti, forgiando l’opinione pubblica nel 1963, offrivano giustificazioni ai responsabili della tragedia del Vajont, così la comunità scientifica, nel 2012, scomodava persino Galileo e il suo famoso processo per eludere giudizi sull’operato dei propri componenti. (…) Non ho nessuna autorità per fare valutazioni su competenze altrui, ma il coro di proteste per una sentenza che metteva pesantemente in discussione l’operato «della scienza» (….) non mi hanno dato solo fastidio, mi hanno preoccupato e intristito perché sembravano così simili a quanto è successo al tempo del Vajont.

disinteresse opinione pubblicaPer contro, è anche vero che molte cose sono cambiate da quel 1968: la nostra idea dell’uomo e della natura, la consapevolezza dei diritti. Oggi le vittime a volte si vendicano. Nei confronti di alcune auctoritas le parti si sono rovesciate. Un esempio: sempre meno i giovani medici scelgono chirurgia, perché è la specializzazione più esposta a cause civili. (…) Dopo il Vajont, sull’onda dell’«indignazione popolare», per molti anni nessuno ha più costruito una diga in Italia. Non fare non è la soluzione, serve solo a far dimenticare in attesa di ricominciare come prima. Ma se provassimo a ragionare a mente fredda, invece che sull’onda delle emozioni, davanti alle catastrofi potremmo cominciare a vedere responsabilità collettive che prima o poi arriverebbero fino a noi stessi, che magari siamo lontanissimi dai luoghi delle catastrofi. (…)

La storia del Vajont è un esempio di come non si devono calcolare i rischi, di come non si devono gestire le emergenze in tutta la catena di comando e nelle istituzioni preposte al controllo. Raccontarla è stato un esercizio di educazione alla prevenzione. In qualche caso è successo. Il racconto del Vajont, per esempio, ha aperto gli occhi a molti studenti di geologia che nei loro testi scolastici trovavano la frana del Toc descritta e trattata in modo asettico, senza alcuna domanda imbarazzante sul ruolo subalterno della geologia all’ingegneria, vera protagonista dell’impresa di progettare e realizzare a ogni costo la diga ad arco più alta del mondo, in una gola ai piedi di una montagna chiamata Toc, cioè pezzo, frammento, scheggia.

dibattito pubblicoUna possibilità di comprendere le nostre responsabilità è aprirsi alle ragioni di tutti. Ho sempre cercato di mettermi nei panni proprio di quei tecnici che hanno progettato la diga, anche nell’aula del processo. Si chiama pietas.

È una pratica antica: senza pietas verso gli imputati non si può comprenderne l’errore, il loro errore. Senza comprendere le ragioni degli imputati abbiamo solo dei colpevoli, criminali, gente “diversa” da noi. È molto rassicurante. Ma solo comprendendo gli errori degli imputati possiamo evitare di ripeterli. Gli imputati, quando ammettono l’errore, specie quando assume la dimensione della tragedia, tendono a ridimensionare il proprio ruolo, giustificandosi con gli errori altrui. La “società civile” non deve comportarsi nello stesso modo. Comprendere — che non significa giustificare — condividere, è l’unica strada. (…)

Il processo di primo grado per la catastrofe del Vajont finì il 17 dicembre del 1969 con condanne lievi rispetto alle richieste. Il tribunale riconobbe il reato di omicidio colposo per il mancato allarme alla popolazione, ma non riconobbe la prevedibilità della frana. E invece una lunga serie di accadimenti mostrano come la frana fosse studiata, osservata, temuta da anni. (…) Il processo alla Commissione grandi rischi de L’Aquila si conclude con una sentenza che accusa i componenti di negligenza, imprudenza, imperizia, valutazione approssimativa e generica della portata dell’evento (…) per aver fornito informazioni incomplete e contraddittorie (…) alla cittadinanza aquilana (…). La sentenza quindi non accusa gli imputati per il mancato allarme, come nel caso della sentenza sul Vajont, perché i terremoti, a differenza delle frane, non sono prevedibili. La Commissione è stata accusata di aver fornito informazioni rassicuranti, con esito disastroso. (…)

terremoto AquilaIl primo pensiero dopo la sentenza de L’Aquila, che accusa la Commissione di aver sbagliato la comunicazione del pericolo, è: ma la Commissione grandi rischi dovrebbe essere uno strumento di valutazione, non di comunicazione, dovrebbe fornire, a chi ha la responsabilità e il ruolo, gli argomenti per decidere. Perché allora chiedere a tecnici e scienziati di «comunicare»? Perché esporli alle domande dei giornalisti, al «circo mediatico»?

Vediamo brevemente come sono andate le cose. L’Aquila da quattro mesi era investita da uno sciame sismico culminato in una scossa più forte il 30 marzo 2009. Per dare una risposta alla paura e alle domande dei cittadini fu organizzato questo consulto di luminari al capezzale del malato. (…) Ecco: andrebbe raccontata minuziosamente la storia di quel rischio per capire bene le questioni che abbiamo di fronte oggi e che in nuce, si intravedevano negli anni Sessanta, ai tempi del Vajont. Le questioni sono il crescente dominio dell’informazione e del ruolo degli scienziati in un mondo in cui la realtà la fanno gli uffici stampa piuttosto che i tecnici e gli studiosi. E infine, in questa complessità, il ruolo dei politici.

coinvolgimento cittadini(…) E noi, noi cittadini, voglio dire, abbiamo il dovere di pretendere che gli scienziati non facciano abuso di ruoli e di auctoritas per vendere pacchetti preconfezionati di notizie e opinioni a buon mercato. Chi non lo fa merita grande attenzione e rispetto. (…)

Quello che serve è un’altra cultura, con regole non scritte di cittadinanza. Regole fondate su una giustizia non punitiva ma riparatoria. La punizione dei chirurghi, come di geologi, di sismologi e di ingegneri, serve solo da deterrente alla conoscenza, serve a scoraggiare le imprese. Ma non possiamo rinunciare alla riparazione, che passa attraverso la comprensione profonda degli eventi, attraverso la definizione di realtà condivise, in equilibrio tra concretezza empirica e comunicazione. (…) A noi stessi dobbiamo chiedere di più e aspettarci di meno: di spalare la neve davanti a casa nostra e anche un po’ più in là, di segare l’erba, perché un Paese fatto al settanta per cento di montagne non può che affidare la sua manutenzione a chi decide davvero di abitarlo. Anche perché prendersi cura del territorio costerebbe molto meno che rimediare ai disastri dell’incuria. (…)

Sembrerà poca cosa rispetto alla dimensione delle catastrofi, ma il senso di un anniversario, perché il 9 ottobre del 2013 sono cinquant’anni della tragedia del Vajont, è prendersi cura dei vivi almeno quanto ricordare i morti. A Erto, a Longarone, a L’Aquila ci sono due vite, non sono così distinte, ma un modo di vivere finisce con le ultime generazioni che sanno ancora prendersi in carico la manutenzione di una porzione di territorio. Appaiono anacronistici come ogni specie in via di estinzione, ma non lo sono.

Tratto da un testo pubblicato da la repubblica il 22 settembre 2013

La riforma strisciante del welfare (di Anna Lisa Mandorino)

Fra qualche giorno Cittadinanzattiva, attraverso l’analisi delle segnalazioni che giungono al Pit, il suo servizio di assistenza e informazione per i cittadini, pubblicherà il consueto rapporto annuale sullo stato della sanità in Italia, dandogli il titolo, emblematico e parlante, di “Meno sanità per tutti”.cittadinanzattiva

Tutta l’azione politica degli ultimi anni, caratterizzata dalla riduzione della spesa, ma basata sul “non-criterio” di tagli indiscriminati e lineari, ha segnato enormi passi indietro del nostro sistema di welfare, ma, soprattutto, ha inciso pesantemente sui capisaldi, anche ideali, sui quali esso si fondava tradizionalmente e, in ultima analisi, ha attentato alla sua stessa sopravvivenza.

Assottigliati con periodicità i fondi per la sanità, prosciugati via via i fondi per le politiche sociali, per le politiche giovanili e per le pari opportunità, contratti per i tagli agli enti locali i fondi per il trasporto pubblico, l’Italia, se si escludono le pensioni, è scivolata agli ultimi posti in Europa per la spesa socio-assistenziale.

aiutoE questo dal punto di vista dei numeri e dei conti. Ma ciò che colpisce particolarmente, nel corso di tutta l’attività di governo degli ultimi anni e ugualmente da parte di tutti i governi che si sono succeduti, è la continuità e l’approccio sistematico con i quali si è rimesso mano al welfare, considerato evidentemente mera spesa e non investimento o, tanto meno, volano di crescita.

All’Assemblea di Farmindustria dello scorso 3 luglio, il ministro Lorenzin ha annunciato l’alt ai tagli della sanità e noi speriamo che questa sia la cifra del governo di cui fa parte. Soprattutto perché quello a cui si è assistito gli ultimi anni è in realtà una “riforma strisciante”, una vera e propria strategia volta a stravolgere il welfare per come finora inteso.

Dal libro verde al libro bianco dell’ex ministro Sacconi, dai tentativi di legittimare ciò che stava avvenendo in Italia alla luce del dibattito sulla big society in Gran Bretagna all’attacco mediatico sferrato a pochi “falsi invalidi” utilizzati propagandisticamente per scardinare i diritti dei tanti invalidi veri, tutto è sembrato rivelatore di questa strategia.

stato socialeNuovi concetti e nuove espressioni sono stati formulati in sostituzione dei precedenti o utilizzati con una consapevole forzatura di significato: prima l’ossimoro della “universalità selettiva” ha sostituito l’idea del welfare universale, poi la sussidiarietà – che l’articolo 118, ultimo comma, della Costituzione propone come un circolo virtuoso di competenze ed energie, fra istituzioni e cittadini, finalizzato alla cura dell’interesse generale – è stata piegata in direzione di uno Stato che abdica da responsabilità, impegni economici e azioni, delegandoli a enti locali od organizzazioni della cittadinanza attiva per disinteressarsene definitivamente.

tagli spesa3Un approdo significativo di questa strategia è stato il disegno di legge per la riforma fiscale e assistenziale, all’esame delle Commissioni parlamentari nel momento in cui il governo Berlusconi lasciava il testimone al governo Monti. Quello che colpiva del testo era l’idea di un welfare assistenzialista e caritatevole, elemosinante, che non si cura del ben-essere di tutti i cittadini, che non investe sui beni comuni come presupposto di una crescita equa e omogenea e come antidoto all’ingiustizia e al disordine sociale, ma trascura i più rivolgendosi, in modo residuale, solo ai soggetti “autenticamente bisognosi”. Resta un mistero chi, e secondo quale criterio, possa definire quali sono questi soggetti e quando il  bisogno può ritenersi autentico.

Ma, a questo punto, più che il dibattito di merito sui singoli punti, interessa a organizzazioni come Cittadinanzattiva che ad essere accantonata, definitivamente, sia quella idea di welfare, l’idea di un welfare da asciugare sin quasi a distruggerlo. Così come interessa superare il teorema in base al quale, finché la crisi passa, non si possa fare altro che tagliare per far quadrare i conti, e tagliare sull’assistenza, sulla scuola, sulla giustizia, sulla salute piuttosto che cercare altrove sprechi, allocazione illogica delle risorse e centri di costo infruttuosi. Per esempio nelle spese militari, nei costi della politica, nelle inefficienze della burocrazia, nella follia di pagare, e tanto, per i disastri piuttosto che investire, poco, per la sicurezza e la manutenzione dei territori, e, non ultimo, nel recupero delle risorse indebitamente sottratte dalla evasione fiscale e dalla corruzione.pericolo

Attraverso la campagna Ridateceli!, Cittadinanzattiva ha voluto istituire un nesso fra quei fondi, tanti, sottratti dalla corruzione e dall’evasione e quelli necessari per riqualificare e sostenere la spesa sociale nel nostro Paese.

E su questo un ruolo di primaria importanza possono e devono svolgere le comunità locali. Se ne è parlato a un convegno, dal titolo “La legalità conviene”, organizzato da Cittadinanzattiva, Avviso pubblico, Cgil, Ficiesse, qualche giorno fa.

partecipareDa una parte le amministrazioni comunali dovrebbero imparare a valorizzare, mobilitare e dare potere alla cittadinanza attiva nella definizione di progetti di welfare tagliati a misura di ciascuna comunità. Tanti strumenti sono previsti dalle leggi (piani sociali di zona, piani di attività dei distretti sanitari, piani di protezione civile, piani di trasparenza delle amministrazioni, strumenti urbanistici e altro ancora) e, pienamente utilizzati, pongono le basi di una amministrazione condivisa, istituzioni-cittadini, delle comunità realmente ritagliata sui bisogni di queste ultime. Laddove questo viene fatto, come a Capannori in Toscana, succede che la spesa sociale, anziché diminuire, cresce e cresce il ben-essere di tutti i cittadini.

Dall’altra le amministrazioni comunali hanno tra le mani opportunità nuove e ancora sottoutilizzate di recuperare per la spesa sociale fondi indebitamente sottratti da fenomeni di evasione e corruzione: per esempio, grazie a un protocollo di collaborazione Anci-Agenzia delle Entrate e a una norma che restituisce ai comuni, nella misura del 100%, le somme recuperate dall’evasione fiscale e dalla corruzione perpetrate nel loro territorio. La norma è già stata applicata con successo in  alcuni comuni, in particolare dell’Emilia Romagna e della Lombardia – particolarmente efficace è l’esperienza del comune di Corsico la cui priorità di governo è la costruzione di “un’amministrazione incorruttibile e un’economia sana”, e rappresenta sicuramente un fronte privilegiato sul quale operare per garantire, contestualmente, equità fiscale e benessere sociale, restituendo in investimento per i cittadini rispettosi delle regole i profitti, indebiti o illegali, di chi le regole le calpesta.

Anna Lisa Mandorino tratto da www.cittadinanzattiva.it

Addio al vecchio modello Roma, è il tempo di un nuovo riformismo urbano (di Roberto Morassut)

Pubblichiamo un interessante articolo di Roberto Morassut che mette al centro il tema di un “riformismo urbano civico e partecipativo” che riteniamo di assoluta centralità non solo per Roma, ma per l’Italia intera. Che sia uno dei protagonisti del vecchio “modello Roma” a parlarne è un fatto positivo che va rimarcato. Sul tema della partecipazione sono presenti a Roma numerose espressioni della cittadinanza attiva. A loro spetta contribuire a delineare i tratti del nuovo governo della città che uscirà dalle elezioni e dire di quanta e quale partecipazione ci sia bisogno.campidoglio

“Nella campagna elettorale per Roma si è parlato molto di candidati e alleanze. Questioni ineludibili e che, tuttavia, se non sono collegate alle cose, ad un discorso verso la città, restano confinate alla sfera del potere, che è solo una parte della politica.

Cerchiamo di parlare ai romani, di percorrere la via di una nuova complicità con la sofferenza che percorre la metropoli. La cura Alemanno e la crisi mondiale hanno fatto molto male e non sarà facile lenire quelle ferite. Nessuno ha una ricetta in tasca. Non possiamo essere generici nei nostri discorsi nè ricorrere agli stilemi ottimistici degli anni del modello romano che viaggiò – fissiamocelo bene in mente – anche sulla spinta di risorse finanziarie pubbliche – legge per Roma Capitale e legge per il Giubileo del 2000 –, di cui Roma non aveva mai goduto e che da tempo sono state brutalmente cancellate.

Quella condizione di base per una nuova stagione riformista non esiste più. Anche se molte delle opere avviate prima del 2008 non sono concluse – e il nuovo sindaco non potrà in cinque anni che inaugurare solo quelle – il vecchio modello romano non funzionerebbe più perché gli mancherebbe il carburante, cioè la leva delle risorse pubbliche come volano degli investimenti privati.discussioni urbane
I cambiamenti in atto a Roma sono assai profondi e nel prossimo futuro sono destinati a restituirci una metropoli dove le diseguaglianze sociali saranno più grandi cosi come i problemi legati alla integrazione fra diverse etnie, culture, religioni. Crescerà il divario fra la domanda sociale e la capacità di replica delle istituzioni. Non basta più un “riformismo istituzionale” guidato dal meglio della politica e dell’economia.

Occorre un nuovo riformismo urbano: “civico e partecipativo”. Una recente ricerca del Politecnico di Milano mette in luce come le grandi aree metropolitane – Roma in particolare – subiscano l’effetto negativo del mutamento di scala che le grandi città hanno vissuto negli ultimi venti anni e come questi fenomeni abbiano diretta influenza sulla minore e qualità dei servizi e della vita quotidiana.

In pochi anni si è generata una quantità e qualità di domande sociali individuali e collettive enormemente più elevata e complessa del passato anche più recente. Roma non è più una città ma una metropoli – soprattutto come spirito pubblico, costume, stili di vita, internazionalizzazione, tempi e orari di vita, opportunità, conflitti, isolamento dei singoli.
cooperazioneUn riformismo civico e partecipativo cos’è? Fare le primarie e fare delle liste civiche? Proporre dei volti meta-politici? No. Questa è prassi elettorale. Necessaria, ma prassi elettorale. Riformismo civico vuol dire favorire, in ogni modo, un protagonismo di cittadini e imprese che in forme civiche partecipano, col sostegno del comune, al governo e alla gestione di alcune funzioni essenziali – abitazione, servizi alla persona, manutenzione e decoro urbano, sicurezza e offerta culturale, scuola e formazione – affiancando e coadiuvando le istituzioni per colmare il vuoto crescente tra domanda sociale e capacità di replica di queste ultime.
La ricerca prima citata segnala che nelle grandi città è sempre maggiore la percezione tra i cittadini del ruolo positivo che il cosiddetto “terzo settore” può svolgere per migliorare i servizi legati alla salute, ai trasporti, alla formazione, alla manutenzione urbana, al verde – a proposito, è maturo il tempo di impegnarci a donare in cinque anni ai romani almeno cinque dei grandi nuovi parchi metropolitani acquisiti senza esproprio dal patrimonio comunale grazie all’approvazione del Piano regolatore: da Mistica a Tormarancia, ad Aguzzano, a Centocelle, agli ambiti della Tenuta dei Massimi e della Valle dei Casali.
L’uso accorto dell’enorme patrimonio immobiliare del comune di Roma – fabbricati e terreni – può essere una leva formidabile per mettere in moto migliaia di attività e posti di lavoro nel campo dei servizi, della cultura e dell’agricoltura, della green economy e aumentare l’offerta dei servizi. Offrendo porzioni di questo patrimonio, a basso fitto e con bandi pubblici, ad attività senza fini di lucro, a condizione che esse aumentino l’offerta di assistenza domiciliare, di sostegno alle persone svantaggiate, di produzione culturale libera e indipendente, di produzione agricola biologica e di valorizzazione dell’ambiente si può cominciare ad immaginare un “riformismo civico e partecipativo”.

aprire le porteRidurre l’aliquota dell’Imu per quei cittadini che consorziandosi decidano di gestire autonomamente e direttamente il verde del proprio quartiere, adottare un sistema di nomine per le aziende comunali che spazzi il campo da ogni clientelismo correntizio, in cui il sindaco si impegni a non fare nomine ma a creare una authority “terza” che selezioni i curricula dei manager per concorso e solo sulla base delle competenze maturate, stabilire lealmente con i romani e con lo stato un patto quinquennale su un massimo di tre infrastrutture da realizzare – assumendo la scarsezza delle risorse e senza fare promesse al vento dunque – una delle quali certamente il viadotto ferroviario di chiusura dell’anello nord di Roma, risolto col Prg ma bloccato da Alemanno, sottoporre tutti gli eletti e i nominati all’anagrafe pubblica dei propri patrimoni e dei propri beni dal momento della nomina a quello della decadenza, affrontare lo stato di salute dei quartieri della periferia di prima generazione – Quarticciolo, San Basilio, Primavalle, Trullo, Gordiani, Pietralata, solo per citarne alcuni – che sono sul piano della sicurezza, del recupero urbano, le priorità nel complesso universo della variegata galassia periferica metropolitana, rispettare il Piano regolatore approvato attuandone le parti di maggiore valenza pubblica e chiedendo ai promotori immobiliari di farsi carico dell’emergenza abitativa e cedere gratuitamente al comune – come il Prg prescrive – quote di edilizia libera per ogni intervento privato autorizzato, incentivare interventi edilizi innovativi ed ecosostenibili per materiali e tecnologie, meno inquinanti, più rapidi e più sicuri scomputando quote di oneri di urbanizzazione.

Cerchiamo di parlare ai romani, dunque, non solo a noi stessi e pensiamo sempre al potere come un mezzo e non come un fine.

Roberto Morassut

Amministrazione condivisa: l’alleanza vincente fra cittadini e istituzioni (di Gregorio Arena)

Il modello dell’amministrazione condivisa può realizzarsi per iniziativa dell’amministrazione oppure per iniziativa dei cittadini. Nella prima ipotesi è l’amministrazione che sollecita i cittadini ad affrontare insieme un problema di interesse generale cui l’amministrazione da sola non può dare soluzione oppure cui può dare una soluzione migliore alleandosi con i cittadini. Un esempio è la raccolta differenziata dei rifiuti urbani.

Nella seconda ipotesi sono invece i cittadini che autonomamente si propongono all’amministrazione come alleati per perseguire insieme l’interesse generale sulla base dell’art. 118, ultimo comma della Costituzione.

In questa seconda accezione dell’amministrazione condivisa, che si può realizzare grazie al principio di sussidiarietà, cittadini attivi ed amministrazioni stabiliscono rapporti fondati sulla collaborazione e l’integrazione, nonché su quel principio di autonomia “relazionale” grazie al quale tutti i soggetti che partecipano alla rete creata dalla sussidiarietà sono da considerare come portatori di risorse, ognuno secondo le proprie capacità e possibilità.
Ma i due poli di questi rapporti solo per comodità di esposizione possono essere descritti usando termini generici ed onnicomprensivi come “amministrazioni” e “cittadini”; ognuno di questi termini rinvia invece a realtà molto articolate e differenziate da ogni punto di vista, dagli obiettivi ai modelli organizzativi, dai mezzi disponibili alle dimensioni, e così via.
Grazie al principio di sussidiarietà entrano dunque in relazione realtà articolate, estremamente ricche e varie quanto a competenze, esperienze, punti di vista, etc.; e ciascuna di queste realtà, sia sul versante delle amministrazioni sia su quello delle formazioni sociali, può interagire grazie al principio di autonomia relazionale con ciascuno degli elementi che compongono l’altra realtà in modi del tutto imprevedibili, con risultati finali impossibili da determinare a priori.

La sussidiarietà è un principio destinato a realizzarsi soprattutto a livello locale, dunque in ciascuno degli oltre ottomila comuni italiani i cittadini attivi, singoli e associati, possono assumere iniziative nell’interesse generale, ma nessuno è in grado di prevedere come ciascuna di queste diverse iniziative sarà “favorita” dalle rispettive amministrazioni comunali e come si articoleranno concretamente le varie esperienze di amministrazione condivisa che scaturiranno dalla collaborazione fra cittadini ed amministrazioni.

Spesso, in tutti i campi, l’innovazione non consiste tanto nella scoperta di qualcosa che nessuno aveva mai visto prima, quanto nella combinazione inedita di fattori noti. Nel caso della sussidiarietà orizzontale, essa rappresenta uno stimolo straordinario all’innovazione in campo amministrativo perché consente l’interazione di fattori noti, quali le pubbliche amministrazioni ed i cittadini, in modi imprevedibili e quindi con risultati innovativi a seconda delle infinite combinazioni possibili fra le risorse di cui dispongono le amministrazioni e quelle introdotte nel sistema amministrativo dai cittadini attivi. Oltretutto questi ultimi non sono, come le amministrazioni, vincolati nel fine e quindi possono mobilitarsi per perseguire l’interesse generale in modi e per obiettivi ogni volta potenzialmente diversi (un esempio è la complessa esperienza di Civitas Claterna).


Il risultato della interazione fra le risorse di cui sono portatrici le amministrazioni e quelle di cui sono portatori i cittadini attivi non è una semplice somma aritmetica. Semmai è più simile al risultato che si ottiene mescolando fra loro i colori base. La sussidiarietà opera nella società e nel sistema amministrativo come il pittore che sulla tavolozza mescola i colori fra di loro, con risultati ogni volta diversi. E dunque anche le tonalità, per così dire, della collaborazione fra pubblico e privato saranno ogni volta diverse a seconda delle situazioni locali, delle risorse disponibili, delle modalità di interazione, e così via.

Ma l’effetto innovativo dell’applicazione del principio di sussidiarietà riguarda tutti gli elementi che compongono un’amministrazione, dalle funzioni all’organizzazione, dalle procedure ai mezzi, dal personale alla gestione delle informazioni.

Le amministrazioni possono infatti “favorire” le autonome iniziative dei cittadini in vari modi. Possono limitarsi ad aspettare che i cittadini si attivino e chiedano sostegno, per intervenire poi anche solo con un semplice patrocinio, che però è importante perché serve a legittimare ulteriormente l’iniziativa. Ma possono anche costruire le proprie politiche insieme con i cittadini attivi, intersecando partecipazione e sussidiarietà, facilitando così da parte dei cittadini l’assunzione di responsabilità nell’interesse generale.

Possono formare il proprio personale, a tutti i livelli, affinché sappia affiancare alle professionalità tradizionali le nuove competenze necessarie per amministrare insieme con (e non soltanto per conto dei) cittadini, individuando nell’ambito della propria struttura le articolazioni organizzative specificamente deputate a rapportarsi con i cittadini attivi. Ma possono anche approvare regolamenti per rendere più semplice e più incisiva l’applicazione del principio di sussidiarietà e per disciplinare i rapporti con i cittadini attivi.
Possono mettere a disposizione strumenti e mezzi per aiutare concretamente i cittadini a prendersi cura dei beni comuni, ma possono anche sostenere in generale l’attività di associazioni di cittadini mettendo a loro disposizione spazi, computers, etc., facilitando così la realizzazione di iniziative per l’attuazione della sussidiarietà.

Possono svolgere attività di comunicazione rivolta ai cittadini ed ai dipendenti pubblici per promuovere l’attuazione della sussidiarietà, usando la comunicazione sia per colmare le carenze di informazione che impediscono ai cittadini di attivarsi, sia per creare reti di soggetti pubblici e privati, accomunati dall’interesse alla cura di determinati beni comuni, ma possono utilizzare il bilancio sociale anche come strumento per valutare e valorizzare le attività svolte sulla base del principio di sussidiarietà.

In generale, possono avere un atteggiamento propositivo, non attendista nei confronti delle iniziative dei cittadini, stimolando l’emersione delle energie nascoste nelle rispettive comunità, svolgendo così un ruolo di “imprenditore” delle risorse dei cittadini.

Infine, è importante sottolineare che i rapporti che si instaurano in base al principio di sussidiarietà sono rapporti fra soggetti autonomi, distinti, ciascuno dei quali mantiene la propria identità, il proprio ruolo e si assume le proprie responsabilità. Mettendo insieme le risorse pubbliche e quelle dei cittadini attivi non nasce un nuovo soggetto in cui confluiscono i soggetti coinvolti nel rapporto di sussidiarietà, bensì nasce un nuovo modo di amministrare; non si ha una nuova struttura, ma una funzione di interesse generale svolta in modo nuovo, utilizzando il modello dell’amministrazione condivisa anziché quello tradizionale.
I soggetti che interagiscono sulla base del principio di sussidiarietà rimangono distinti ed autonomi, ma il risultato del loro interagire è un diverso modo di perseguire l’interesse generale, cioè un diverso modo di amministrare.

Gregorio Arena da www.labsus.org

Finanziamento dei partiti o finanziamento della politica e della partecipazione? (di Claudio Lombardi)

La lunga storia del finanziamento pubblico dei partiti politici si arricchisce di un nuovo avvincente capitolo e riattizza un dibattito che non si è mai fermato.

 I punti di riferimento. Nel 1974 nasce la prima legge (n. 195/1974) sul finanziamento dei partiti. Nel 1978 si tiene il primo referendum per abrogarla, ma non passa. Nel 1981 arriva la seconda legge (n. 659/1981) sul finanziamento che ne raddoppia l’importo. Nel 1993 il finanziamento dei partiti viene abrogato con un referendum promosso dai radicali che ottiene oltre il 90% di sì. Alla fine del 1993 viene approvata la terza legge (n. 515/1993) che trasforma il finanziamento in contributi per le spese elettorali. Un’altra legge (n. 2/1997) reintroduce il finanziamento pubblico ai partiti prevedendo un fondo rapportato al 4 per mille delle imposte sul reddito con adesione volontaria dei contribuenti (fallisce dato il basso numero di adesioni). Così la legge n. 157 del 3 giugno 1999 cambia il sistema e reintroduce un finanziamento pubblico completo per i partiti. Il rimborso elettorale previsto non ha infatti attinenza diretta con le spese effettivamente sostenute per le campagne elettorali. La legge 157 prevede cinque fondi: per elezioni alla Camera, al Senato, al Parlamento Europeo, Regionali, e per i referendum, erogati in rate annuali, per 193.713.000 euro in caso di legislatura politica completa (l’erogazione viene interrotta in caso di fine anticipata della legislatura). La normativa viene modificata dalla legge n. 156 del 26 luglio 2002 che trasforma in annuale il fondo e abbassa dal 4 all’1% il quorum per ottenere il rimborso elettorale. L’ammontare da erogare, per Camera e Senato, nel caso di legislatura completa passa da 193.713.000 euro a 468.853.675 euro. Ma non finisce qui:la legge n. 51 del 23 febbraio 2006 stabilisce che l’erogazione è dovuta per tutti e cinque gli anni di legislatura, indipendentemente dalla sua durata effettiva. Quest’ultima modifica che porta nelle casse dei partiti somme enormi perché si sovrappongono i ratei per le legislature finite prima della scadenza e per quelle nuove viene abrogata dalla legge n. 111/2011.

A questo punto è bene ricordare come si calcola il rimborso. 1 euro per ogni iscritto nelle liste elettorali della Camera dei Deputati da dividere in base ai voti ricevuti con un minimo dell’1%.

I fatti di cronaca si incaricano di smentire tanti discorsi retorici sul finanziamento della politica come condizione indispensabile per la democrazia non perché i principi cui ci si attacca non sono giusti, ma perché vengono usati strumentalmente da chi sa bene che sta facendo, nel migliore dei casi, l’interesse materiale della propria parte politica; nel peggiore dei casi l’interesse di approfittatori senza scrupoli e affaristi che speculano sulla democrazia per intascare soldi pubblici.

Lusi, che è pure, purtroppo, senatore della Repubblica, dichiara candidamente che ha sottratto per sue necessità 13 milioni ad un partito scomparso, la Margherita, non più presente in politica, ma ancora molto attivo nel percepire soldi pubblici che si accumulano sui conti di persone che non ne rispondono più a nessuno. In teoria se avessero semplicemente voluto spartirsi i soldi avrebbero potuto farlo confidando nell’assenza di controlli che assiste l’importante funzione “politica” di riscuotere falsi rimborsi per spese elettorali. Lusi si permette anche di rivendicare il valore del suo lavoro e si dichiara disposto a restituire 5 milioni, ma non vede alcun motivo per lasciare il seggio al Senato. Evidentemente gli deve sembrare naturale che un ladro sieda al vertice delle istituzioni. C’è da capirlo considerando la quantità di inquisiti per reati anche gravi che gli fanno compagnia nel Parlamento.

C’è poi un altro senatore, Conti del Pdl, vero genio degli affari visto che nello stesso giorno compra un palazzo a 26 milioni e lo rivende a 44 ad un ente che non sapeva dell’affare e strapaga qualcosa che poteva pagare 18 milioni di euro meno di quanto effettivamente paga. Ci vuole molto a capire di cosa si tratta? No ed è la conferma di che razza di gente è arrivata nelle istituzioni a seguito della legge elettorale vigente e dei partiti che hanno nominato i parlamentari di loro fiducia.

E, infine, c’è anche la Lega con l’accusa di truffa ai danni dello Stato e di appropriazione indebita perché, secondo i magistrati, i soldi del finanziamento pubblico (che nemmeno ci dovrebbe essere) sono stati presi e spesi per sé stessi da alcuni della famiglia Bossi o a loro molto vicini. In pratica hanno preso parte di quei soldi e li hanno rubati al partito.

Cosa si può dire su queste tristi vicende che affossano la politica e la democrazia?

Innanzitutto bisogna cambiare sistema e rimborsare ai partiti le spese effettivamente documentate per le campagne elettorali. Si possono poi introdurre altre forme di sostegno con vantaggi fiscali e servizi o prevedere rimborsi per spese di funzionamento minime e documentate. Un’altra parte di finanziamenti dovrà andare a progetti da realizzare insieme ai e per i cittadini. Potendo già contare sul finanziamento dei gruppi parlamentari e sui rimborsi di cui si è già detto i partiti devono impegnarsi in attività concrete e per queste possono chiedere il sostegno di fondi pubblici. Oltre questo non è possibile e ragionevole andare.

Infatti occorre affrontare il problema del finanziamento della politica sapendo che non può più coincidere col finanziamento dei partiti.

Perché mai il mondo dell’associazionismo e della cittadinanza attiva devono arrancare elemosinando contributi da questo e da quello? No, non è più sopportabile che il mondo dei faccendieri e degli sfruttatori della politica inutili e dannosi perché sfruttano la politica per succhiare soldi allo Stato conti di più e arraffi risorse pubbliche mentre chi opera nella società non ha mezzi anche se si impegna in azioni concrete. Anche qui ci vuole una svolta.

Creiamo un fondo per la politica cui si accede proponendo progetti annuali e pluriennali monitorati da autorità pubbliche e mettiamo i partiti sullo stesso piano delle associazioni e dei comitati di cittadini attivi. Diamo ai comuni risorse per fornire ospitalità e servizi alle associazioni della società civile in locali pubblici consentendo loro la condizione di base – la disponibilità di una sede – per attivarsi. Sottoponiamo tutto ciò a controlli accurati, ma rendiamo credibile l’ultimo comma dell’art. 118 della Costituzione (“Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”). Bisogna rendersi conto che con questa norma è superata l’esclusività del partito politico come strumento per una partecipazione politica che persegua l’interesse generale.

Un sistema che porta a mostruosità come l’erogazione di decine di milioni di euro nelle mani di persone che amministrano patrimoni di formazioni politiche estinte deve essere cancellato ed vergognoso che sia stato creato e che sia rimasto in vigore per troppi anni. Sarebbe lecito aspettarsi dai responsabili di questo scempio della democrazia qualche parola di rammarico e l’impegno a voltare pagina da subito. Sarebbe anche un bel gesto restituire allo Stato i fondi rimasti inutilizzati e usare il potere che è servito per creare questo sistema abnorme per approvare norme nuove per il finanziamento della politica, ma stavolta della politica e non delle cricche di affaristi che si celano dietro sigle fantasma.

Claudio Lombardi

Spazi pubblici, virtù civiche e intervento dei cittadini (stralci di un’intervista di Marco Cammelli)

Pubblichiamo una selezione di brani tratti da un’intervista, realizzata per il sito www.unacitta.it , a Marco Cammelli professore ordinario di diritto amministrativo presso l’Università di Bologna

Il senso civico e l’attività pubblica del cittadino

L’argomento è legato alla centralità degli spazi pubblici, che sono ciò che denota la città. La città è fatta di spazi pubblici. Solo gli spazi pubblici determinano la città, le sue funzioni di integrazione, di connessione, di coesione, le funzioni di scambio, di governo, di legittimazione, eccetera. Qual è il problema? Che i forti processi di scomposizione e di frammentazione dei sistemi urbani e sociali attuali, frutto di dinamiche globali, hanno comportato una fortissima privatizzazione e accentuazione dell’individuo come singolarità e, quindi, un arretramento nella fruizione degli spazi pubblici, meno presidiati dal cittadino.

Aggiungiamo il fatto che per popolazioni urbane come immigrati e studenti, che non hanno alternative all’uso dello spazio pubblico, tutto questo può avere conseguenze sulla coesione sociale.

La cura dello spazio pubblico diventa quindi un problema fondamentale proprio per bilanciare processi di disgregazione.

Così come nel welfare in generale, se c’è una cosa temibile è questa specie di gioco a somma zero: se il pubblico arretra, rimane uno spazio vuoto, sostanzialmente primitivo, e allora chi ha quattrini se la caverà per conto suo, sennò pazienza.

La via d’uscita è proprio quella, invece, di scoprire, promuovere e sostenere altre forme di sostegno e di possibili soddisfazioni dei diritti sociali che non dipendano dallo Stato. Ecco, anche per quel che riguarda gli spazi pubblici, ritengo che il problema sia questo: vedere quali altre presenze e quali altre forme di intervento possano esserci.

Le altre forme d’intervento sono del privato. Mi riferisco a due importanti aree, quella del “privato-privato”, proprio del singolo intendo, e quella del “privato comunità”.

Credo, cioè, che non vada sottovalutato l’aspetto virtuoso che possono avere elementi collegati alla naturale e legittima cura, da parte dei privati, dei propri interessi, che non necessariamente sono egoistico-negativi o depravati.

 Appartenenza civica

Poi c’è una seconda possibile forma di energia da utilizzare e valorizzare, che riguarda invece l’appartenenza civica, cioè forme non più solo privatistiche individuali, ma allargate, collettive, di gruppo, che un tempo si occupavano storicamente di una parte del territorio e che forse vanno riscoperte. Sono forme di tutela dell’ambiente e dei beni pubblici che possono gravare sui proprietari, come lo scolo dell’acqua, lo sgombero della neve, il taglio dell’erba che nasce dalle prode e che rischia di nascondere alla vista chi c’è dietro la curva. Sono tutte cose che nascono da un’appartenenza proprietaria, ma anche civica, e che hanno piena legittimazione costituzionale.

Un tempo su questi aspetti c’erano significative differenze fra centro, nord e sud. Nel Mezzogiorno l’idea che dove finiva la porta di casa, una casa pulitissima, iniziava una terra di nessuno in cui poter buttar di tutto, è stata lungamente dominante. Che poi era la vecchia consuetudine di tutta l’Europa.

Non dimentichiamoci che gli hotel particulier, i palazzi privati, nascono esattamente per creare, nella corte, uno spazio aperto pulito, perché nella strada non si poteva girare in quanto rovesciavano veramente di tutto. Nell’Inghilterra di Shakespeare era così.

Lo spazio pubblico come luogo di condivisione pubblica è una conquista recente, dopo che per lungo tempo era stato il regno di spazzatura, cani randagi e malandrini. Ecco allora che, per avere uno spazio vivibile per far passeggiare le dame si fanno questi hotel con giardino interno curato. Il problema, quindi, di una concezione per cui fuori dell’uscio di casa mia c’è la giungla, di cui non mi interesso, ha radici lunghe e viene superata decisamente solo con la Rivoluzione francese, che porta alla grande scoperta degli spazi pubblici, dove si tengono assemblee, feste comuni, si erigono monumenti-simbolo. Negli spazi pubblici le persone unite dalla fraternità e dall’uguaglianza si trovano.

Il nostro paese che, notoriamente, è stato toccato solo parzialmente dalla Rivoluzione francese, ha reagito in modo parziale.

Ecco, io temo che questa visione del pubblico come luogo residuale fuori dalla porta di casa mia, sia ritornato in qualche modo d’attualità anche al centro nord in questi ultimi decenni di enfatizzazione dell’individuo e del ritorno al privato.

Quindi, tornando al Mezzogiorno, la cosa è innegabile: anche se non in tutto il Mezzogiorno, resta molto diffusa la concezione per cui se uno spazio è di tutti non è di nessuno e quindi non è tutelato. Ma nel centro nord non era così. La caratteristica di Bologna era che il cittadino considerava suo anche il palo della luce e il cartello stradale, tant’è che segnalava quando era deteriorato. Non succede più, quindi qui è successo qualcosa.

 Statale e pubblico sono la stessa cosa?

La grande semplificazione pubblico/privato in realtà è frutto dello Stato ottocentesco, dello Stato liberale nato dalla Rivoluzione francese, che per demolire ciò che c’era precedentemente, affermò che tutto doveva stare nel binomio Stato-individuo e in mezzo niente.
Un dato così schematico serviva a liberarsi di tutto il ciarpame, di tutti i vincoli, i lacci e i laccioli dei sistemi precedenti. Il fatto è che i vincoli non erano solo quelli feudali, c’era anche il diritto dei territori, delle città, che avevano un proprio ordinamento che non era dato dal parlamento ma dai luoghi stessi.

Con la Rivoluzione francese chi detiene il potere è colui che dà la legge, non colui che si fa garante delle regole che trova.

Questo è fondamentale perché, se non ricostruiamo questa enorme opera di demolizione che fa la Rivoluzione francese, che Napoleone poi estende dappertutto, e che genera le nostre istituzioni, non capiremo mai perché certe cose facciano tanta fatica a tornar fuori. Il perché sta appunto nel fatto che sono sepolte dallo spesso strato di cemento ideologico del binomio “Stato=pubblico” versus “singolo=egoistico-privato”. E in mezzo non deve esserci niente perché ciò che è in mezzo frena lo Stato e frena l’individuo. Ecco perché, allora, la lotta contro i sindacati, contro le leghe, eccetera, perché alteravano il binomio.

Questa è l’origine delle difficoltà in cui ci imbattiamo nell’affrontare la questione degli spazi pubblici.

La sussidiarietà, quindi…

Sì, con modus in rebus però. Io sono contrario a certe forme di irenismo del sociale, della sussidiarietà. Sono forme che vanno riscoperte con molta cura, con molta attenzione, con molto discernimento. Teniamo presente che queste forme di privato vanno bene se c’è una società forte e robusta, con valori propri. Voglio dire che l’autonomia deve avere una cornice condivisa e riconosciuta.

Ecco, in una situazione come quella italiana, in cui questa precondizione è fragile, e si è mostrata assai più fragile di quanto molti di noi credessero, certamente “il pubblico” deve mantenere molte delle sue funzioni. Ma è un pubblico che comunque deve essere profondamente rivisto.

Cos’è una città

Noi sappiamo pochissimo delle città. Esiste il Comune, che è la veste amministrativa della città, ma la città non sappiamo definirla pur sapendo benissimo cos’è. Noi, in realtà, dovremmo rifare tutta la strumentazione: le città non hanno più confini, non hanno più un territorio limitato, non hanno più una popolazione definita perché hanno molte popolazioni; le città hanno le popolazioni degli studenti, dei residenti, dei pendolari, di quelli che la usano semplicemente perché vengono una settimana all’anno a fare le fiere, degli uomini della business community, dei turisti, eccetera. Allora di quali popolazioni stiamo parlando?
Le istituzioni sono costruite su basi completamente diverse, non conoscono questa complessità. Come dicevo, la veste giuridica è il Comune, ma è una veste straordinariamente antica, disegnata su tre elementi definiti: un luogo, una popolazione, un governo. Ma noi oggi non abbiamo né un luogo, perché la città è esplosa al di fuori, né una popolazione, perché ne abbiamo almeno quattro o cinque, né un governo perché è diviso fra mille centri e sedi, non solo in verticale, ma anche in orizzontale. Oggi non c’è decisione pubblica di una città che non cominci e non finisca altrove passando per mille sedi. Qualunque decisione non banale passa per una serie di livelli non cittadini.

Insomma, in sintesi, noi abbiamo ancora una veste giuridica e istituzionale totalmente sfasata rispetto alla realtà.

È per questo che ritengo che le città dovrebbero avere uno statuto differenziato, dove vengono delegati anche poteri regolativi e dove si possono mettere a punto forme di equilibrio pubblico-privato che oggi sarebbero impensabili, perché sono formule da trovare all’impronta, di volta in volta, a seconda di come si mettono le cose.

Dall’intervista a Marco Cammelli su www.unacitta.it

Dalle elezioni al referendum e oltre: una svolta necessaria (di Anna Lisa Mandorino)

A due giorni dal voto di ballottaggio per le amministrative, non è possibile aggiungere molto, rispetto al merito dei risultati, al tanto che si è già detto sul primo turno di elezioni: si è trattato di un buon risultato per chi spera in una svolta.

Né ha grande senso soffermarsi ad anticipare sensazioni e pronostici sul ballottaggio stesso: in questo momento, si può semplicemente sperare che l’esito favorisca un cambiamento.

Ha molto senso, invece, continuare a lavorare affinché, al referendum del 12 e del 13 giugno prossimi, si raggiunga il quorum necessario: ne ha riguardo al contenuto delle questioni per le quali i cittadini saranno chiamati a pronunciarsi; ne ha, forse perfino di più, riguardo a un istituto, come quello referendario, che, altrimenti, sarebbe definitivamente condannato all’inefficacia e che, invece, rappresenta ad oggi uno dei pochissimi strumenti di partecipazione politica ancora concessi alla cittadinanza. La vittoria dei sì al referendum sarebbe senz’altro un ulteriore importante passo per la svolta che ci vuole in questo Paese.

La svolta a cui ci si riferisce qui, però, non è soltanto un cambio di governo.

Intendiamoci: al di là della propria appartenenza politica, un cambio di governo è oggi indispensabile. Ieri notte, nella ormai prevedibile, per scelta di tempi e modalità, apparizione del premier a Porta a Porta, emergevano i tratti di un governo cicisbeo, impomatato, manierato anche se non di buone maniere, scoperto nel suo ciarlare di elenchi, contratti, piani sempre rivolti a presagire il futuro e mai a dare conto del passato, paradossale nell’attribuire i risultati del  voto a mezzi di informazione malevoli proprio il giorno dopo aver ricevuto una multa dall’Autorità garante delle comunicazioni per sovraesposizione e abuso di quegli stessi mezzi di informazione. Un cambio di governo oggi è indispensabile chiunque i cittadini chiamino a guidare tale cambiamento, semplicemente perché la situazione odierna è ormai tanto degenerata quanto stagnante e così non si può andare avanti.

E, ancora al di là della propria appartenenza politica, dal punto di vista della cittadinanza organizzata non è privo di significato il fatto che ad avere la meglio nel primo turno delle elezioni siano stati candidati outsider o quelli che, pur parte dell’establishment della politica, la politica tradizionale non ha sostenuto, perché questo indica che i cittadini non hanno perso il dono dell’indignazione né la consapevolezza del potere che il diritto di voto implica rispetto al mutamento della realtà, non sono apatici né rassegnati e neanche hanno fatto il callo proprio a tutto.

Detto questo, la svolta necessaria è un’altra: infatti, non ci farà fare molti passi avanti che cambi il governo di questo paese, fra qualche mese o più, se contemporaneamente l’Italia e chi la dirige non si attiveranno per cambiare la sua governance.

Non ci sarà svolta vera, né ora né mai, se la classe dirigente, di qualunque colore sia, non accetterà e favorirà l’idea che non è più in grado, indipendentemente dalle sue qualità – e, tanto più, se non ne ha – di detenere in solitaria, in virtù di un maleinterpretato senso della delega, la guida del Paese.

Non ci sarà svolta vera se non subentrerà, nel senso comune e nella pratica, la coscienza che tra i soggetti legittimati a operare per l’idea stessa della politica come per la gestione delle politiche, un ruolo tocca, secondo Costituzione, proprio alla cittadinanza attiva, ai cittadini singoli o associati quando compiono iniziative di interesse generale.

Non ci sarà svolta vera se questa partecipazione diffusa, questa sussidiarietà virtuosa i cittadini non cominceranno a praticare diffusamente e le istituzioni a sostenere e favorire.

Se poi, procedendo nel ragionamento, si volesse provare a declinare il concetto di partecipazione, si potrebbe dire che partecipare alla cura dei beni comuni vuol dire almeno cinque cose, che i cittadini possono fare e le istituzioni facilitare.

Vuol dire attivarsi innanzitutto, vale a dire poter mettere in campo capacità e interesse per essere presenti nel governo e nella gestione della propria comunità, per assistere e sostenere, attraverso attività di tutela, altri cittadini in difficoltà, per animare dibattiti, campagne e progetti di interesse generale, poiché è dimostrato che, laddove istituzioni e società civile operano insieme per i beni comuni, questi sono garantiti e tutti sono messi in grado di goderne.

Vuol dire poter produrre informazione e valutare il funzionamento e la gestione di tutti i servizi di uso pubblico, raccogliendo dati oggettivi, non propagandistici, non sensazionalistici, ma, invece, monitorati ed elaborati con il punto di vista e secondo i bisogni e le priorità dei cittadini, e sapere che quelle informazioni saranno utilizzate per rendere quei servizi migliori e più efficaci.

Vuol dire poter comunicare e diffondere conoscenza e senso critico sui temi di interesse per i cittadini, sostenere il dialogo, il confronto delle posizioni, senza viziare l’informazione con l’ideologia, e consentire che circoli e si radichi anche nel sentire comune quello che la cittadinanza attiva fa, ogni giorno, in tanti modi, per il bene del Paese.

Vuol dire poter avere rappresentanza e rilevanza, cioè possibilità di essere presenti, da padroni di casa non da ospiti mal tollerati, in tutti i luoghi in cui è prevista la partecipazione dei cittadini, non essere esautorati nelle funzioni di controllo e di terzietà da classi politiche onnivore, e sapere che sulle politiche pubbliche la voce dei cittadini sarà percepita come autorevole perché nessuno conosce i problemi più di chi li vive.

Vuol dire, infine, poter operare per il rafforzamento della dimensione civica, per la crescita dell’ambiente civico, per le alleanze fra organizzazioni di cittadini, con il fine che la cittadinanza attiva si consolidi e si compatti, che faccia fronte comune per azioni più efficaci e risorse meglio condivise, che non venga divisa e frammentata al fine di controllarne meglio le velleità.

Sono ragionamenti, idee, intuizioni su cui in altri paesi si stanno cercando strade nuove anche sperimentando soluzioni che coinvolgano e responsabilizzino i cittadini con la consapevolezza che non è più possibile governare società avanzate e complesse solo con la pratica del comando e dell’egoismo sociale. Alcuni decenni di storia dell’occidente si stanno chiudendo con la ricerca di altri modelli di governance ed anche nei paesi arabi si fa strada l’esigenza di un cambiamento che dia speranza di vita e di benessere alle nuove generazioni.

In Italia le condizioni di vita della maggior parte delle persone peggiorano, il modello di governance che si è affermato alla metà degli anni ’90 non funziona più e risorse immense sono state dilapidate per far funzionare un sistema di potere ora giunto alla sua fase finale che non ha nemmeno prodotto sviluppo e risposte alle esigenze del Paese, i giovani si accorgono di non poter sperare in un futuro migliore di quello dei loro genitori.

È veramente tempo di un cambiamento. Perché non sia finto occorre la partecipazione dei cittadini.

Anna Lisa Mandorino vicesegretario di Cittadinanzattiva

I nuovi cittadini: l’immigrazione tra diritti, responsabilità e partecipazione (di Vittorino Ferla)

Quale relazione tra immigrazione e cittadinanza? Se ne è parlato il 25 gennaio scorso al Senato nel corso del convegno “I nuovi cittadini”, promosso da Cittadinanzattiva e dall’Ambasciata degli Stati Uniti in Italia. Un rapporto che possiamo cominciare ad approfondire a partire da una domanda (in che senso nuovo oggi gli immigrati sono titolari di diritti?) e da una sfida (quella della cittadinanza attiva e della sussidiarietà costituzionale).

Gli immigrati sono titolari di (quali) diritti?

A questa domanda si può rispondere prima di tutto ammettendo il superamento del nesso Stato-nazione come principio normativo del regime dei diritti di cittadinanza. La cittadinanza, nella sua triplice declinazione basata su diritti, appartenenza e partecipazione, risponde ad altri criteri regolativi: il riconoscimento della persona umana al di là dei propri legami con una comunità specifica, l’esercizio concreto e attivo dei diritti al di là della titolarità formale degli stessi.
La cittadinanza diviene ‘post-nazionale’ e si ancora al regime internazionale dei diritti umani, all’insieme di norme, convenzioni, dichiarazioni che lo sostanziano. In questo rinnovato spazio pubblico, i diritti non scaturiscono dalla sovranità dello Stato-nazione ma dalla “Costituzione”. Non è un caso che la Costituzione italiana sia costruita in questa chiave progressiva. Da un lato, infatti, essa recepisce la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, accogliendo tutele di diritti che vengono ben prima di quelle legate alla cittadinanza nazionale: basti pensare al diritto alla salute di cui i cittadini immigrati godono e che il nostro servizio sanitario nazionale si deve impegnare a tutelare, anche se non sono cittadini italiani (v. sentenza n.269/2010 della Corte costituzionale). Dall’altro, essa apre alle profonde trasformazioni che provengono dalla costruzione della cittadinanza europea, con il suo profondo contenuto di libertà. Si afferma una nuova coscienza storica che distingue tra i diritti della personalità (o, se si preferisce, della cittadinanza costituzionale e universale), che in quanto tali devono essere

estesi a ‘tutti’, e diritti di cittadinanza (in chiave nazionale), che possono essere riconosciuti ai ‘membri’ di una specifica comunità politica. In tale quadro, i diritti di libertà per eccellenza, che in quanto tali dovrebbero poter essere garantiti a tutti, e che stanno inoltre a fondamento della nuova cittadinanza europea, sono proprio “il diritto di residenza ed il diritto di circolazione”!

Cittadinanza attiva, sussidiarietà, immigrazione

Se questo ragionamento, poi, si sposta nel campo della cittadinanza attiva la prospettiva si allarga. L’art.118, u.c. della Costituzione mostra benissimo come i cittadini singoli o associati che svolgono attività di interesse generale non sono affatto i titolari di diritti di cittadinanza nazionale, bensì i titolari di diritti di fondamento ‘costituzionale’ (dunque, prima di tutto, diritti umani contenuti nelle Carte internazionali e diritti di cittadinanza secondo gli sviluppi della normativa europea).

Tutti i cittadini, pertanto, compresi i cittadini immigrati, sono nelle condizioni di esercitare i propri diritti, di assumersi responsabilità nella vita pubblica, di dare il proprio contributo per lo sviluppo sociale e civile del luogo in cui risiedono. Dunque di svolgere attività di interesse generale.

Siamo di fronte ad una cittadinanza sostanziale che si sviluppa nelle politiche della vita quotidiana, ben al di là di questioni meramente formali di appartenenza ad un determinato Stato-nazione.
L’insieme di tutte queste considerazioni ricaccia in un passato davvero antico i criteri di attribuzione della cittadinanza oggi vigenti. L’ordinamento italiano fonda l’attribuzione della cittadinanza nazionale su una sorta di ‘familismo giuridico’: si è cittadini per eredità di sangue o per via di matrimonio. Come è possibile accettare ancora oggi che la cittadinanza si acquisisca per ‘tradizione familiare’, in qualche modo per ‘destino’, piuttosto che per ‘elezione’, per la libera e autonoma scelta di chi decide di vivere nel nostro paese, vi risiede stabilmente condividendo la nostra sorte comune, e qui si impegna con il proprio lavoro, le proprie attività economiche, le proprie iniziative civiche, nella costruzione di una comunità nazionale aperta, accogliente e solidale?

La missione della Repubblica

Di fronte a tutto ciò, l’ipertrofizzazione burocratica della gestione dei permessi di soggiorno o lo stato di limbo al quale vengono condannati gli immigrati di seconda generazione (italiani a tutti gli effetti) è una violenza gratuita, una negazione bella e buona dell’umanità stessa di questi soggetti. Alla luce di questo ragionamento, la missione delle istituzioni repubblicane dovrebbe essere ben diversa. In primo luogo, si tratta di rinnovare l’impegno per la rimozione degli ostacoli allo sviluppo umano di tutti i cittadini, senza distinzioni di sorta, come prevede l’art.3 della Costituzione. In secondo luogo, sulla base del principio di sussidiarietà iscritto nell’art.118, u.c., bisognerà favorire ‘tutti’ quei cittadini che svolgono attività di interesse generale, esercitando diritti e responsabilità. Anche così, certamente, si costruirà un’Italia più unita e più europea. Varrebbe la pena di ricordarlo, in questo speciale 2011 in cui si celebrano l’Anno europeo della cittadinanza attiva e i 150 anni dell’Unità d’Italia.

Vittorino Ferla