Le pene del QE di Draghi

Povero Draghi. Non sa più che fare. La BCE continua con il suo quantitative easing, il famoso QE, cioè continua a comprare titoli di debito pubblici ed equipollenti. E continua ad abbassare la remunerazione per i depositi delle banche, anzi, poiché si tratta di un tasso negativo, bisogna dire che aumenta il costo che le banche pagano per lasciare i propri fondi in deposito alla BCE che, però, continua generosamente ad elargirli agli istituti di credito. Proprio quel che si dice un circolo vizioso.

abbondanza di capitaliInsomma anche il profano (come è chi scrive) capisce che di soldi in giro ce ne sono veramente tanti, ma che non conviene utilizzarli in altro modo che lasciandoli depositati presso la BCE (e pagando invece di guadagnare) o “investirli” a tassi prossimi allo zero o sotto zero in titoli degli stati europei. Altre possibilità sono quelle di spargerli un po’ per il mondo, ma sempre preferendo titoli di debito che assicurano rendimenti minimi. Poi, ovviamente, ci sono tanti altri modi di tipo speculativo per tentare di far rendere il denaro però, forse, le banche, rimaste un po’ scottate dalle esperienze passate, ci staranno più attente.

Ciò che conta è che di investire soldi nell’economia cioè in attività che producano ricchezza reale e lavoro non se ne parla. Il problema è serio perché chi possiede capitali tende ad utilizzarli per ricavare un utile e se non ritiene di investirli o di prestarli per finanziare attività economiche vuol dire che non conviene.

banche e speculazioneBrutti, sporchi e cattivi quelli che maneggiano i grandi capitali e le banche forse sì, ma sicuramente non fessi. D’altra parte che l’economia reale comporti dei rischi è dimostrato dai circa 200 miliardi di crediti cosiddetti deteriorati o inesigibili che le banche italiane difficilmente riusciranno a recuperare. Tanto che da mesi si sta provando a costituire una bad bank garantita dallo Stato nella quale mettere tutti i crediti dati per persi.

È ovvio criticare le banche perché non erogano tutto il credito di cui ci sarebbe bisogno. Sì, giusto, ma vediamo l’altra faccia della medaglia perché spesso chi prende i soldi in prestito poi non li restituisce e si crea sfiducia e un buco di bilancio da riempire.

Allora non c’è soluzione? Molti esperti dicono di no e anche al profano sembra che siamo arrivati al punto di poterci drogare di soldi senza cambiare la stagnazione dell’economia. Non c’è nulla da fare almeno fino a che si resta nel circolo vizioso BCE che compra titoli pubblici e presta soldi alle banche che poi se li tengono e non si fidano a darli in prestito.

D’altra parte l’obiettivo della BCE è raggiungere un tasso di inflazione prossimo al 2%, ma non è certo quello dello sviluppo economico nè della piena occupazione. Dunque non è alla BCE che si può chiedere altro.

Ci vorrebbe qualcuno che prendesse questi benedetti soldi e li investisse direttamente in opere o attività scelte nel quadro di politiche industriali, della ricerca, della formazione e delle infrastrutture. Insomma ci vorrebbe che gli stati o, meglio, l’Unione europea prendessero loro in mano l’iniziativa e cominciassero a indirizzare i soldi dove servono davvero.

intervento pubblico economiaE allora perché non si fa? Perché hanno creato una banca centrale che non può prestare soldi agli stati. Perché hanno costruito un’Europa che funziona solo per frenare, ma non per promuovere. Perché hanno messo da parte le politiche industriali. Perché hanno pensato che lo sviluppo potesse venire da solo facendo circolare i soldi. Perché si sono fissati sui parametri di bilancio. Perché le classi dirigenti non riescono più a concepire progetti, ma si sono specializzate nella gestione dell’esistente. Perché, a volte, chi dirige gli stati è corrotto o è amico degli speculatori.

Insomma il povero Draghi non ce la può fare da solo e lo ha detto già molte volte. Ma i suoi interlocutori fanno finta di non capire. Che aspettano a muoversi?

Claudio Lombardi

Il nuovo mondo che non vediamo (di Luigi Corvo)

scoprire terzo settoreLa crisi ci consegna un quadro economico e sociale notevolmente mutato. È come se dal 2008 ad oggi avessimo vissuto una fase di iper accelerazione nelle dinamiche sociali che ha avuto e avrà sempre più dei contraccolpi sulla nostra economia e sul nostro welfare.

Nel mondo pre-2007 eravamo abituati a pensare il sistema economico come un contesto caratterizzato dalla presenza di due attori principali, Stato e Mercato, e un attore residuale, il Terzo Settore (detto anche non profit). In questa tripartizione si concepivano i compiti di salvaguardia di interessi collettivi in capo allo Stato, la responsabilità produttiva in capo al Mercato e ci si riferiva al Terzo Settore per colmare le sacche di inefficienze dei primi due attori, confidando nella sua vocazione solidale e mutualistica.

La domanda che dovremmo tutti porci è se questa impostazione, ancora figlia del secolo breve, è ancora in grado di dare risposte a bisogni sociali sempre più complessi in condizioni di sempre maggiore scarsità di risorse. L’OECD ha usato una espressione sintetica molto efficace per descrivere tale scenario :“to do more and better with less”; fare di più e meglio con meno, produrre/erogare maggiori e migliori beni/servizi utilizzando minori risorse. Questa è, in sintesi, la sfida che si trovano ad affrontare i Governi dei paesi maggiormente colpiti dalla crisi e in questa direzione dovrebbero indirizzarsi le politiche e gli sforzi delle classi dirigenti.

mondo post crisiLa fotografia del sistema economico italiano è stata fornita dal recente Censimento dell’Industria e dei Servizi condotto dall’Istat nel 2011, i cui primi risultati sono stati pubblicati a luglio 2013. Non si riscontra un andamento univoco per i tre settori sopra menzionati, anzi si registrano forti differenziali: se da un lato le forze produttive profit oriented mostrano una certa stagnazione in termini di incremento delle unità economiche attive e della loro capacità di generare occupazione sostenibile, la PA mostra un sensibile arretramento, sia per quanto attiene al numero di istituzioni pubbliche attive (in diminuzione rispetto al 2001) e sia rispetto al numero di lavoratori assorbiti (in diminuzione per circa 350.000 unità). Discorso diverso per il Terzo Settore, che mostra un incremento molto significativo sia per le unità economiche attive (+28%) sia per la forza lavoro (retribuita) impiegata (+360.000 circa).

Per approfondimenti rinvio a http://censimentoindustriaeservizi.istat.it/istatcens/wp-content/uploads/2013/07/Fascicolo_CIS_PrimiRisultati_completo.pdf

Dai dati raccolti si può osservare che i due settori sembrano muoversi in modo speculare (in quanto a numero di occupati) e tale fenomeno potrebbe essere spiegato attraverso tre principali interpretazioni:

1)     la crescita del settore non profit viene determinata in larga parte dall’arretramento del settore pubblico;

2)     la crescita del settore non profit è indipendente dall’arretramento del settore pubblico;

3)     la crescita del settore non profit viene determinata solo parzialmente dall’arretramento del settore pubblico.

grafici economia ItaliaPer poter fornire una risposta rispetto alle tre ipotesi menzionate occorrerà analizzare dati non ancora pubblicati, relativi al trend di fatturato delle unità economiche del settore non profit  comparati al trend della spesa delle istituzioni pubbliche. Tuttavia, ciò che appare evidente è che gli effetti della crisi hanno dato sempre più risalto al concetto di resilienza economica e sociale: gli attori civici, le associazioni, i cittadini si sono mobilitati attraverso forme di aggregazione orizzontale per dare risposte ai bisogni dei territori. Siamo di fronte ad un welfare generativo, in grado di parlare il linguaggio imprenditoriale da un lato, in quanto queste realtà vanno oltre il volontariato e generano occupazione retribuita, e il linguaggio sociale dall’altro, essendo per loro natura organizzazioni a Km 0, non delocalizzabili e non soggette a dumping globale. L’idea di fondo è che i bisogni da cui queste realtà nascono non possono fuggire verso paesi con costi del lavoro più bassi, che le attività legate alla valorizzazione del patrimonio artistico e culturale non possono emigrare, che le organizzazioni di cooperazione sociale sono intrinsecamente ed empaticamente legate al territorio su cui generano welfare e valore aggiunto sociale.

Questo mondo nuovo, che ancora non siamo in grado di vedere e le cui opportunità non siamo in condizioni di cogliere del tutto, sta trasformando il concetto di organizzazione secondo una logica di ibridazione inter-settoriale.

In questi tre settori le relazioni che storicamente intercorrono fra essi, vanno sempre più mutando, portando ad aree di intersezione in cui le organizzazioni ibride trovano spazio. Si tratta di organizzazioni, definite social enterprises nei paesi anglosassoni, che riescono a porre in equilibrio la vocazione sociale che deriva dalla loro mission not for profit oriented e la sostenibilità economico finanziaria che consente loro di durare nel tempo e di innovarsi con la rapidità richiesta dal mutare dei bisogni sociali.

intersezione settori economiciCiascuno dei 3 settori ha ambiti di intersezione con  gli altri 2: PA e Terzo Settore si incontrano nella co-produzione di servizi di welfare da anni; Pa e Imprese danno vita ad esperienze di finanza di progetto dagli anni ’90; Imprese e Terzo settore si avvicinano sempre più, e il fenomeno delle social enterprises ne è la prova.

Laddove i 3 settori si intersecano, come su un territorio in cui ente locale, imprese e associazioni riescono a trovare forme di networking, si può generare innovazione sociale di sistema, ovvero la propagazione dell’innovazione e dei suoi effetti in tutti i settori e che, quindi, fa sì che gli effetti sociali si consolidino strutturalmente.

La sfida da affrontare impone un salto culturale non indifferente, richiedendo ai vari attori di considerarsi non solo stakeholder, ma anche shareholder rispetto a questioni economico-sociali complesse: non siamo solo semplici portatori di interesse, la crisi e la necessità di costruire un nuovo modello di sviluppo ci chiama a considerarci azionisti sociali.

Luigi Corvo

La crescita passa solo per la lotta alla povertà (di Romano Prodi)

poveri mensaDa qualche mese assistiamo ad uno spettacolo straordinario: un giorno comincia la ripresa e il giorno dopo ė già finita. Ed il terzo giorno ci riteniamo soddisfatti perché navighiamo attorno alla crescita zero. Il che, per un paese che in sei anni di crisi ha già perso oltre l’otto per cento del suo PIL , non mi sembra una bella notizia.

Quando poi andiamo a esaminare questo fenomeno nei dettagli, troviamo che l’essere arrivati almeno intorno allo zero è dovuto essenzialmente all’aumento delle esportazioni. La domanda interna continua ad essere negativa.

Se poi ci prendiamo la briga di vedere che cosa è più debole in questa domanda interna, dobbiamo constatare che va peggio la domanda dei beni essenziali che quella dei beni di lusso.

consumo di pastaCala perfino il consumo della pasta, con il connesso consumo della conserva di pomodoro.

Tutto questo trova la controprova nei dati ufficiali sull’aumento della povertà assoluta e nell’esperienza quotidiana delle strutture caritative dedicate a fornire cibo e altri beni essenziali ai più poveri. Il numero delle persone assistite aumenta ogni giorno. A differenza del passato vi sono più italiani che stranieri, mentre aumenta costantemente il numero delle famiglie che da un reddito medio-basso precipitano nella miseria.

ricchiQueste conseguenze della disuguaglianza non sono purtroppo una sorpresa. Non voglio tuttavia tornare ad approfondire le ragioni che hanno causato il suo aumento e, di conseguenza, l’aumento della povertà assoluta. Mi limito oggi a constatare che la riduzione dei consumi della povera gente è anche uno dei maggiori ostacoli alla ripresa economica.

Un’ osservazione ovvia e quasi banale ma che contrasta con quanto la dottrina economica prevalente ha continuato a ripetere, che cioè l’aumento della disuguaglianza può essere riprovevole dal punto di vista etico ma, aiutando la crescita del sistema, finisce con l’essere vantaggioso per tutti.

disuguaglianzaLe più recenti ricerche degli economisti rovesciano questo stereotipo e riportano scientificamente in auge il buon senso, che ci dice che l’economia può crescere solo se arrivano i soldi nelle tasche di chi vorrebbe consumare, ma non ne ha i mezzi.

A questa revisione nel campo della scienza economica stanno seguendo, anche se in modo lento e non sistematico, decisioni politiche dedicate ad attenuare le disuguaglianze.

L’unico aspetto innovativo della nuova coalizione di governo tedesca consiste infatti nell’aumento del salario minimo, mentre negli Stati Uniti il nuovo sindaco di New York ha vinto a mani basse le elezioni con una piattaforma non solo in favore del salario minimo ma tutta proiettata verso quella che è stata definita la politica di Robin Hood, avendo promesso un aumento delle tasse per coloro che hanno un reddito di oltre 500.000 dollari all’anno ( che a New York sono molti e influenti ) in modo da sollevare le condizioni di vita e migliorare le strutture scolastiche dei quartieri più poveri.

Papa FrancescoIl dibattito americano, che ha trovato alimento nel cinquantesimo anniversario del programma di lotta alla povertà del presidente Johnson, offre aspetti del tutto inediti. Esso non è limitato all’interno del Partito Democratico ma coinvolge tutto il panorama politico, compresa la sua parte più conservatrice.

Ancora più interessante è notare che al centro di questo dibattito sono soprattutto le parole di Papa Francesco che, come nota con una certa sorpresa il New York Times, non solo ha catturato il mondo con un messaggio di giustizia e tolleranza ma, “pur partendo dal Vaticano che è 4.500 miglia lontano”, è ora al centro di tutto il dibattito politico di Washington.

La sorpresa è ancora maggiore quando leggiamo che il riferimento specifico al richiamo del Papa viene condiviso e ripetuto non solo dai politici cattolici ma, con uguale intensità, da ebrei e protestanti.

disparitàE’ evidente che non tutti saranno disposti a tradurre le parole di Papa Francesco in coerenti provvedimenti legislativi, ma produce una certa sorpresa sentire Newt Gingrich, ex presidente della Camera e uno dei più autorevoli rappresentanti dell’ala conservatrice dichiarare che ” ogni Repubblicano dovrebbe condividere la critica fondamentale del Papa quando ammonisce che “non si può vivere in un pianeta composto di miliardari e di gente che muore di fame”. Ed aggiunge che ” il Papa ha cominciato a toccare quest’argomento proprio nel momento in cui il Partito Repubblicano ne aveva bisogno”.

Non mi illudo certo che i mutamenti di pensiero nel campo scientifico e politico e il fiorire di tutti questi buoni sentimenti si traducano in un cammino verso la giustizia universale, anche perché vedo che le disparità proseguono come prima e non noto cambiamenti significativi dei comportamenti dominanti del mondo economico e finanziario.

Non mi sento tuttavia di sottovalutare l’ipotesi che, di fronte a una nuova spinta di carattere economico, etico e religioso, si facciano sforzi maggiormente condivisi per cominciare a operare i cambiamenti idonei ad attivare una crescita fondata su una maggiore giustizia.

Per tornare al caso italiano ritengo assolutamente necessario dirottare subito almeno una decina di miliardi di Euro per alleviare la povertà assoluta e sollevare i redditi più bassi. Gli strumenti possibili e compatibili con lo stato delle nostre finanze sono già stati discussi a lungo.

Anche tenendo conto dei nostri vincoli si deve almeno evitare che le spese sociali continuino a calare, si deve operare subito sul cuneo fiscale per i lavoratori a più basso reddito e si deve accelerare il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione, mettendo in atto con maggiore velocità i provvedimenti già decisi in materia.

La nuova riflessione sul rapporto fra crescita e uguaglianza non può infatti fermarsi a Washington. Visto che è partita da Roma è bene che ritorni a Roma. In fondo deve solo attraversare il Tevere.

Romano Prodi tratto da www.romanoprodi.it

Fare con poco (di Lapo Berti)

fare con pocoFARE CON POCO è uno slogan che ha un sapore antico, che ci riporta ad altre stagioni della nostra storia, al dopoguerra, agli anni cinquanta, quando tutto doveva essere ricostruito e reinventato, quando c’era una gran voglia di fare e di crescere, ma le risorse erano poche e i soldi ancora meno.

Riproporre oggi la “parola d’ordine”, FARE CON POCO non è un ritorno al passato, il recupero, in chiave nostalgica, di un mondo che ancora oggi ci colpisce e ci sorprende per l’energia che fu capace di scatenare, convogliandola in realizzazioni di ogni tipo, dalle grandi imprese industriali, alle grandi infrastrutture, alle geniali intuizioni che dettero vita al “Made in Italy”. Non è uno slogan pauperistico, non è un elogio dell’austerità. È, piuttosto, un invito alla sobrietà, al senso dell’equilibrio, alla consapevolezza del limite.

futuroFARE CON POCO è una sfida rivolta al futuro. Noi vogliamo che sia l’annuncio di una svolta verso un futuro possibile, ma anche necessario. Un futuro in cui l’ossessione della quantità, che è stata la cifra del ciclo di sviluppo che abbiamo alle spalle, ceda il passo al gusto per la qualità e la qualità della vita diventi l’obiettivo principale di chi produce, di chi fa e pensa l’economia. Vorremmo, più in generale, che FARE CON POCO diventasse uno stile di vita, il fulcro di una nuova cultura del vivere in società.

FARE CON POCO è l’appello che nasce dalla consapevolezza, maturata in questi anni di crisi, che dobbiamo operare un cambiamento profondo nei modi in cui funziona il sistema economico che alimenta le nostre società e che questo cambiamento non può venire dall’alto. Nessun governo, per quanto benevolo, ce lo può regalare. Può solo nascere da una trasformazione radicale dei nostri stili di vita e, dunque, da una mutazione profonda del nostro orizzonte culturale. Non è vero che l’economia determina tutto, anche se la forza d’inerzia delle scelte economiche compiute dal manipolo di persone che costituiscono l’oligarchia economica e finanziaria del capitalismo globale è poderosa e appare potenzialmente capace di travolgere tutto. Alla fine, tuttavia, sono le scelte disperse di miliardi di persone che giorno dopo giorno forniscono la convalida di quel modello, ma possono anche cominciare a decretarne la fine. C’è un’opera immane di educazione da fare, un lavoro di riorientamento delle coscienze.

limite sviluppoFARE CON POCO significa, in primo luogo, incorporare nella dimensione economica il senso del limite, la consapevolezza che il nostro mondo finito non può più accogliere una crescita infinita. Significa, dunque, ripensare un modello di sviluppo incentrato sulla crescita quantitativa delle merci prodotte, sullo sfruttamento indiscriminato delle risorse, sull’indifferenza per i destini del pianeta. Sappiamo dove quel modello ci ha portato, inseguendo il miraggio del paradiso in terra che ha segnato il destino della prima modernità, seppellendola alla fine sotto un ammasso informe e senza senso di merci spesso inutili, brutte, dannose, inquinanti. Abbiamo creduto che la crescita senza fine delle merci e del reddito che ci consentiva di acquistarle fosse la sostanza del nostro benessere, il segreto della felicità. Oggi ci accorgiamo, talora con stupore, con incredulità, che non è così, che la felicità abita altrove, al di fuori delle cose, in quell’interiorità dell’uomo cui occorrerebbe tornare. FARE CON POCO può essere la soluzione, perché ci aiuta a riportare il mondo delle merci nella dimensione che gli è proprio, di ausilio funzionale della vita dell’uomo in società, scalzandolo dalla posizione di moloch che tutto domina e tutto divora.

innovazioneFARE CON POCO significa fare appello all’innovazione perché ci fornisca gli strumenti per perseguire una vita di qualità senza devastare il pianeta. Occorre riorientare la ricerca perché si concentri sulla necessità di soddisfare i bisogni degli uomini nella maniera più efficiente in una prospettiva non effimera, non dettata dall’esigenza di mantenere in moto il ciclo produttivo. Quindi uso accorto delle risorse, affidabilità, durata dei prodotti, con l’obiettivo di un loro riciclo per non sovraccaricare l’ambiente di quella massa di rifiuti da cui oggi è sommerso il pianeta.

democrazia dei cittadiniFARE CON POCO richiede, inoltre, cittadini consapevoli capaci di essere consumatori responsabili che usano il mercato per affermare le loro esigenze e non si lasciano travolgere da una comunicazione pubblicitaria che è più uno strumento di prevaricazione che d’informazione, come dovrebbe essere.

FARE CON POCO significa, insomma, opporsi alla società dell’ostentazione, all’aumento mostruoso delle disuguaglianze economiche che sta creando una “razza” di superricchi, dotati di mezzi economici e finanziari spropositati, senza alcun rapporto razionale con i fini che possono essere ragionevolmente perseguiti su questa terra.

FARE CON POCO, infine, dovrebbe anche diventare il motto che regola la vita politica, per tagliare finalmente il legame fra denaro e politica che ha finito per stravolgere tutti i meccanismi della democrazia rappresentativa, consegnando gli eletti al richiamo fattosi irresistibile della ricchezza e del potere e lasciando gli elettori privi di qualsiasi potere di scelta e di controllo. Una democrazia funzionante può vivere solo se la politica impara a FARE CON POCO.

Lapo Berti da www.lib21.org

Lib21 con NeXt e la Consulta Professione Junior dell’Ordine degli architetti di Roma organizza presso la Casa dell’Architettura, Piazza Manfredo Fanti 47, Roma, un ciclo di tre incontri sul tema “VOGLIA DI FUTURO – Qualità della vita è…”. Si comincia lunedì 28 ottobre, alle ore 17.00 con il tema FARE CON POCO

La crisi della democrazia europea (di Amartya Sen)

Pubblichiamo per la sua immutata attualità un articolo apparso su “The New York Times” del 22 maggio 2012

 

Se ci fosse bisogno di fornire una prova della massima secondo cui la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni, senza dubbio ce la offre la crisi economica Europea. Le intenzioni dei responsabili delle politiche dell’Unione Europea, forse degne ma limitate, sono risultate inadeguate a costruire un’economia europea sana e hanno prodotto invece un mondo di miseria, caos e confusione.

Due sono le ragioni.

In primo luogo, le intenzioni possono essere rispettabili ma non lucide, e le fondamenta della politica di austerità in corso, in combinazione con le rigidità dell’unione monetaria europea (in assenza di un’unione fiscale), difficilmente possono essere considerate un modello di forza e sagacia. In secondo luogo, un’intenzione di per sé buona può entrare in conflitto con una priorità più urgente – in questo caso, la conservazione di un’Europa democratica preoccupata del benessere sociale. Questi sono valori per i quali l’Europa ha combattuto, per molti decenni.

Certo, alcuni paesi europei hanno bisogno da tempo di una migliore e più responsabile gestione economica. Tuttavia, la tempistica è fondamentale; le riforme fatte secondo un programma ben meditato devono essere distinte dalle riforme fatte in estrema urgenza. La Grecia, con tutti i suoi problemi di responsabilità, non era in crisi economica prima della recessione globale del 2008. (In realtà, la sua economia è cresciuta del 4,6 per cento nel 2006 e del 3 per cento nel 2007, prima di iniziare la sua continua contrazione.)

La ragione delle riforme, non importa quanto urgente, non è servita bene dall’imposizione unilaterale di tagli improvvisi e selvaggi nei servizi pubblici. Questi tagli indiscriminati abbattono la domanda – una strategia controproducente, data la disoccupazione enorme e le imprese produttive decimate dalla carenza di domanda nel mercato. In Grecia, uno dei paesi rimasti indietro rispetto agli incrementi di produttività avvenuti altrove, lo stimolo economico della politica monetaria (svalutazione della moneta) è precluso dall’esistenza dell’unione monetaria europea, mentre il pacchetto fiscale richiesto dai leaders del continente è gravemente anti-crescita. Nel quarto trimestre dello scorso anno la produzione economica dell’eurozona ha continuato a diminuire, e le prospettive sono così tristi che un rapporto recente che ha rilevato una crescita zero nel primo trimestre di quest’anno è stato accolto da tutti come una buona notizia.

Vi è, in effetti, un sacco di testimonianze storiche che il modo più efficace per ridurre il deficit è quello di combinare la riduzione del disavanzo con la rapida crescita economica, che genera più entrate. Gli enormi deficit seguiti alla Seconda Guerra Mondiale sono in gran parte scomparsi con la crescita economica rapida, e qualcosa di simile è accaduto durante la presidenza di Bill Clinton. La riduzione molto apprezzata del deficit di bilancio svedese del 1994-1998 si è verificata in contemporanea con una crescita piuttosto rapida. Al contrario, oggi si chiede ai paesi europei di tagliare i loro deficit, mentre sono intrappolati in una crescita economica zero o negativa.

John Maynard Keynes può sicuramente offrirci delle lezioni su questo, avendo capito che lo stato e il mercato sono interdipendenti. Ma Keynes ha poco da dire sulla giustizia sociale, e sugli impegni politici con cui l’Europa è emersa dalla seconda guerra mondiale. Questi hanno portato alla nascita del moderno stato sociale e dei servizi sanitari nazionali – non per sostenere l’economia di mercato, ma per proteggere il benessere umano.

Anche se questi problemi sociali non hanno impegnato a fondo Keynes, in economia esiste una vecchia tradizione che combina l’efficienza dei mercati con l’erogazione di servizi pubblici che il mercato non può essere in grado di fornire. Come ha scritto Adam Smith (spesso semplicisticamente indicato come il primo guru dell’economia di libero mercato) in “La ricchezza delle nazioni”, in un’economia ci sono “due obiettivi distinti”: “in primo luogo, fornire un reddito di sussistenza per le persone , o, più propriamente, consentire loro di procurarsene uno, e d’altro lato, fornire allo Stato delle entrate sufficienti per i servizi pubblici”.

Forse l’aspetto più preoccupante del malessere attuale dell’Europa è la sostituzione degli obiettivi democratici con i dettami della finanza – da parte dei leaders dell’Unione Europea e della Banca Centrale Europea, e, indirettamente, delle agenzie di rating, i cui giudizi sono stati notoriamente fallaci.

Un dibattito pubblico partecipativo – il “government by discussion” esposto da teorici democratici come John Stuart Mill e Walter Bagehot – avrebbe potuto individuare le riforme necessarie in un arco di tempo ragionevole, senza minacciare le fondamenta del sistema europeo di giustizia sociale. Al contrario, i drastici tagli nei servizi pubblici con una discussione generale molto scarsa sulla loro necessità ed efficacia, sono destabilizzanti per un segmento importante della popolazione Europea e giocano a favore degli estremisti di entrambe le parti dello spettro politico.

L’Europa non può riprendersi senza affrontare due aree di legittimità politica. In primo luogo, l’Europa non può affidarsi ai punti di vista unilaterali – o buone intenzioni – di esperti, senza un ragionamento pubblico e un consenso informato dei suoi cittadini. Dato l’evidente disprezzo del pubblico, non è una sorpresa che in un’elezione dopo l’altra il pubblico abbia dimostrato la sua insoddisfazione non votando più per i partiti storici.

In secondo luogo, quando i leaders dettano delle politiche inefficaci e palesemente ingiuste, sia la democrazia che la possibilità di creare una buona politica vengono vanificate. L’evidente fallimento del mandato di austerità imposto finora ha minato non solo la partecipazione pubblica – un valore in sé – ma anche la possibilità di giungere ad una soluzione ragionevole, e programmata con saggezza.

Questo è un sicuramente un grido lontano da quell'”Europa democratica unita” che i pionieri dell’unità Europea volevano realizzare.

Da www.lib21.org

Eataly, Alcoa e i vicoli ciechi (di Claudio Lombardi)

Aperto il 21 giugno è la novità che sta coinvolgendo un numero crescente di romani. Eataly a Roma è la prosecuzione di un esperimento già avviato a Torino, Milano, New York, Tokio. La sede romana è il vecchio terminal Ostiense costruito nel 1990 e mai utilizzato diventato nel tempo una delle zone più degradate della città. Adesso la zona è frequentata ogni sera da migliaia di persone e il terminal che non è più in stato di abbandono finalmente può anche essere apprezzato per la sua estetica rinnovata e migliorata.

Il modello Eataly è fondato sulla valorizzazione delle produzioni artigianali di prodotti alimentari di eccellenza fatte uscire dalle nicchie territoriali in cui sono nate e messe a disposizione di un pubblico numerosissimo che le può acquistare (e consumare) in spazi commerciali dove funzionano anche tanti ristoranti specializzati e punti di ristoro. L’ambiente è molto curato, armonioso, accogliente e gradevole e la qualità sta pure negli arredi e nel rapporto con il personale che ci lavora. 500 sono state le assunzioni quasi tutte di giovani e le regole che Eataly si è dato prevedono che le retribuzioni stiano nel rapporto di 1 a 5 ossia il massimo non può andare oltre 5 volte il minimo. Quindi posti di lavoro, ma anche un aumento delle produzioni di alimenti da parte di aziende piccole molto radicate nel territorio che sono incentivate a puntare sulla qualità. Scontato aggiungere che l’idea di Eataly punta a diffondersi nel mondo con un ovvio incremento delle esportazioni.

A questo punto qualcuno penserà che questo sia uno spot pubblicitario. Ebbene no, vi state sbagliando di grosso, questo è un discorso politico sulla crisi italiana in tutti i suoi aspetti: finanza pubblica, lavoro, etica pubblica e convivenza civile, posto dell’Italia nel mondo ecc.

Adesso vediamo un altro tipo di sviluppo che possiamo chiamare il modello Alcoa, ma che, in effetti, è quello che risale all’epoca delle partecipazioni statali e abusato nella fase calante quando ormai erano usate come una discarica a spese della collettività per le aziende in crisi.

Alcoa è stata per decenni un’azienda sussidiata dallo stato ovvero non avrebbe potuto funzionare senza contributi pubblici e, è bene chiarirlo, senza i contributi che tutti i consumatori di energia elettrica si sono spartiti con la bolletta elettrica. Sì perché Alcoa andava avanti grazie ad uno sconto sul prezzo dell’energia che finiva fra gli oneri che venivano scaricati su tutti gli utenti. Quindi da anni tutti noi abbiamo partecipato al finanziamento di Alcoa senza saperlo. Arrivato lo stop da parte dell’UE per gli aiuti di stato Alcoa ha cominciato a perdere ogni anno decine di milioni di euro. Non solo, ma inquina e non porta un vero sviluppo del territorio.

Il modello Alcoa è però la replica di tanti altri casi che, tutti insieme, furono definiti “le cattedrali nel deserto” e che pensavano lo sviluppo dipendesse da singole industrie piantate in territori arretrati considerati come zone da colonizzare senza tanti riguardi per l’ambiente e per la salute delle persone. Il caso dell’Ilva di Taranto lo conferma e conferma pure che, a fronte di risultati produttivi positivi, ci stanno costi esterni di molto superiori dei quali si fa carico lo stato quando se ne fa carico, altrimenti li pagano direttamente le persone con la propria vita.

Quindi costi di gestione elevati, sussidi statali o pubblici o scaricati su tutti i cittadini, costi esterni con inquinamento, malattie ecc pagati dalla collettività e il tutto senza un’integrazione con il territorio che finisce per essere dipendente dagli stipendi pagati dalla “cattedrale nel deserto” senza creare sinergie cioè tessuto produttivo coordinato o alternative.

Ma non basta. Il modello azienda sussidiata comporta o stimola inevitabilmente l’arbitrio di coloro che dispongono del potere di spendere i soldi pubblici o che devono governare un territorio. Per esempio, se le autorità chiudono un occhio sull’inquinamento ciò favorisce l’azienda; se non si monitorano gli effetti sulla salute delle persone le malattie appariranno tanti singoli casi privati scollegati fra loro; se l’erogazione dei fondi o dei sostegni di altro tipo (come gli sconti sull’energia) è decisa centralmente sarà più difficile capire chi favorisce chi e con quale motivazione e la strada sarà aperta a scambi di “utilità” fra manager, proprietà e politici.

Insomma due modelli contrapposti, Eataly e Alcoa. Entrambi portano posti di lavoro certamente, ma il primo è il motore di tanti effetti positivi su una catena che parte da produzioni di qualità radicate nel territorio e arriva addirittura a migliorare la convivenza civile attraverso la creazione di luoghi di incontro aperti a migliaia di persone che trasmettono una cultura del rispetto e del piacere di vivere. E non costa nulla alle finanze pubbliche. Il secondo dipende dai soldi pubblici e ha solo ricadute negative portando anche ad una rabbia sociale diffusa che parte da chi si sente prigioniero di quel modello e non vede alcuna alternativa.

Questo ragionamento significa che non bisogna più fare industria in Italia? Nemmeno per sogno; significa che le vie dello sviluppo sono tante, ma lo sviluppo che nasce da iniziative decise da accordi politici e imposte con i soldi pubblici è malsano, porta corruzione e distruzione di risorse e va respinto. Nei vicoli ciechi per far piacere ad industriali collusi e mantenuti, manager arraffoni e politici in cerca di potere gli italiani non ci vogliono più finire.

Claudio Lombardi

Spending review ? sì grazie, ma seria (di Claudio Lombardi)

Con un debito pubblico che si avvicina ai 2000 miliardi di euro una vera revisione della spesa pubblica è inevitabile. Per due motivi: 1. Perché non avrebbe senso non chiedersi se il livello attuale della spesa pubblica corrisponde a risultati concreti, visibili e percepibili dai cittadini in livello e qualità dei servizi nonchè misurabili in termini di efficienza del sistema-paese; 2. Perché, appunto, i risultati del debito pubblico cioè come sono stati spesi i soldi finora, non sono visibili in alcun modo.

Questo secondo punto rinvia a due aspetti cruciali di come si sono strutturate le decisioni politiche e la loro attuazione in Italia: 1. La politica con i suoi meccanismi decisionali ha espresso un tipo di rappresentanza che ha usato le risorse pubbliche o i beni comuni controllati dai poteri pubblici (non solo soldi, ma anche territorio e ambiente e persino legalità) per premiare gruppi sociali o imprenditori o procacciatori di voti o raggruppamenti di interessi. Più che di disegni strategici di governo e di sviluppo del Paese si è trattato di redistribuzione di redditi (comunque ottenuti) in base alle convenienze del momento; 2. I cittadini sono stati in gran parte coinvolti in questo sistema di gestione del potere ricavandone vantaggi grandi e piccoli, leciti e illeciti. La gamma di tali vantaggi è vasta ed è giunta anche al mercanteggiamento dei diritti trasformati in moneta di scambio con la quale acquistare pace sociale o smorzamento delle pressioni rivendicative. L’opera corruttrice è arrivata dappertutto e ha permesso la costruzione di piccole e grandi rendite di posizione che facevano parte della coscienza collettiva che non è mutata in maniera radicale negli ultimi anni, anzi, forse, si è fatta anche più cinica . C’è stato un tempo, immortalato persino in alcuni film con protagonisti i “mostri sacri” della commedia all’italiana (Sordi, Manfredi, Gasman), che persino ottenere un certificato all’anagrafe richiedeva una raccomandazione.

Senza prendere atto di questo retroterra sul quale si è formata la convivenza civile degli italiani e il loro rapporto con lo Stato è difficile capire come siamo arrivati fin qui, è difficile cambiare strada, è impossibile risolvere la crisi con una nuova stagione di sviluppo.

I nostri problemi non giungono dagli USA o dall’Europa o dalla speculazione finanziaria o, meglio, arrivano anche da lì, ma sono ingigantiti dalla sclerosi di cui soffre l’Italia da decenni.

Per questo una revisione della spesa pubblica dovrebbe essere l’occasione di una presa di coscienza collettiva degli italiani che li porti a rifiutare il modello di sistema del passato e che faccia avanzare quelle opzioni politiche che propongono una rivoluzione civile che dia vita e spazio ad una nuova rappresentanza, ad una revisione della democrazia, ad un cambiamento drastico della politica.

L’opera del governo Monti può solo essere l’avvio di una transizione verso quel tipo di trasformazione, ma non può guidarla.

Per questo tutti i provvedimenti adottati dal governo in questi mesi stanno in bilico fra soggezione al vecchio sistema di potere e apertura ad un nuovo corso. Anche la spending review si colloca su questo crinale: alcuni elementi di novità, tanta prosecuzione di politiche vecchie. Fissare un obiettivo di pareggio di bilancio, decidere la cifra che serve per arrivarci e, quindi, rivedere la spesa per tagliarla di quel tanto che basta è uno schema ben conosciuto e praticato che non ha mai risolto niente; al massimo ha permesso di svoltare il momento di crisi rinviando l’aggressione ai problemi di fondo e ai meccanismi malati che si sono, infatti, riattivati sempre creando le condizioni per nuovi interventi.

L’Italia è un paese ricco che produce reddito e che, nonostante il suo sistema di potere, nonostante la mancanza di una cultura civile unificante, nonostante la lontananza fra cittadini e Stato e il rapporto degenerato che ha fatto di quest’ultimo il bancomat per ogni genere di spinta corporativa, nonostante una presenza pervasiva di poteri criminali in grado da tempo di controllare parte dell’economia e della politica, nonostante tutto ciò è riuscito a restare una delle potenze economiche mondiali. Quasi un miracolo.

Ma oggi il sogno è finito, l’incantesimo non si può più ripetere. L’ex terzo mondo ha sviluppato una potenza economica e un dinamismo incomparabili con la paralisi di un paese come il nostro. Non c’è più spazio per svalutazioni competitive e non ci sarà più un surplus di ricchezza da redistribuire. Al massimo si potrà tirare a campare accettando una riduzione del nostro tenore di vita tutto incluso (capacità di spesa, redditi medi e bassi, servizi pubblici) e una lotta ancora più feroce dei gruppi privilegiati per ritagliarsi fette di ricchezza.

Che fare allora? In democrazia l’unica cosa sensata è che avanzi quella parte dei cittadini più cosciente dell’urgenza di un cambiamento e sappia generare una nuova classe dirigente cominciando ad aggregarne pezzi da subito sia a livello territoriale sia nelle sedi di comunicazione e di formazione delle opinioni. Questo è il grande compito che spetta ai movimenti che animano la società italiana. Ed è il terreno sul quale bisogna incontrare il meglio della politica sopravvissuta a decenni di corruzione. Bisognerebbe riuscire a far diventare l’Italia un gigantesco laboratorio politico e civico per il cambiamento. Allora si potrebbe ricostruire su nuove basi.

Claudio Lombardi

Impressioni di fine estate: i problemi degli italiani e gli impegni della politica 2a parte (di Claudio Lombardi)

La crisi economica non è passata e le sue conseguenze si sentono in termini di riduzione delle attività produttive e di disoccupazione. Tuttavia, mentre tutti si occupano delle questioni nella loro dimensione globale vorremmo richiamare l’attenzione sulla dimensione più vicina alla vita quotidiana delle persone.

La dimensione civica, la condizione di cittadinanza come condizione di fatto che mette in relazione le persone tra di loro per organizzare e gestire una convivenza nello spazio pubblico, è quella che può servire da paradigma ed indicatore delle basi culturali e sociali su cui si fonda una comunità (una città, uno Stato, una unione di stati).

Infatti, affrontare i problemi solo nella loro dimensione economico-finanziaria e solo dal punto di vista dei tecnici e dei professionisti che se ne occupano non aiuta a comprenderne la sostanza umana che è sempre il nucleo di base sottostante all’economia. In questo modo, inoltre, si trasmette l’idea che le singole persone non possano fare niente per modificare la situazione collettiva che appare gestita a livelli misteriosi e inarrivabili per la gente comune. Sia chiaro, in parte è così, ma questa parte va bilanciata con dosi crescenti di democrazia di base e diffusa che influisca sulle scelte dei poteri pubblici e contribuisca a selezionare classi dirigenti che non curino solo i loro interessi.

Problemi come l’inefficienza dei servizi pubblici, gli sprechi della spesa pubblica, i comportamenti antisociali di chi evade le tasse o corrompe per eludere regole e controlli, l’assetto dei territori nei quali viviamo, l’ambiente, gli sprechi di energia, la sicurezza pubblica (precondizione perché si sviluppino le attività economiche), possono essere meglio affrontati se si suscita e si organizza la partecipazione e se questa è considerata parte dei processi decisionali e attuativi delle politiche pubbliche.

Un forte coinvolgimento e controllo sociale è adesso ritenuto indispensabile anche da una linea di pensiero di economisti che vedono i limiti dell’assetto attuale e che hanno trovato nella crisi mondiale scatenata da comportamenti speculativi fini a sé stessi la conferma alle loro intuizioni.

Anche il modello della cooperazione può costituire una risposta alla diatriba pubblico-privato per la gestione dei servizi pubblici o dei beni comuni. In ogni caso la via giusta è il contrario della separazione e dell’esclusione fra i molti e i pochi che decidono per tutti e lo è non tanto per questioni di principio o ideali, ma per l’esigenza di prevenire e smorzare i conflitti e di tenere unite le collettività intorno ad obiettivi di convivenza vantaggiosa per ognuno.

Detto ciò si può guardare all’agenda degli italiani per i prossimi mesi.

L’apertura dell’anno scolastico contrassegnata da incertezze sulla capacità della scuola pubblica di assolvere alla sua missione perché mancano le risorse umane e materiali per farlo. Decine e decine di migliaia di precari che ci lavoravano non sanno se saranno richiamati perché la riforma ha tagliato il personale, ridotto le ore e aumentato il numero di alunni per classe. La domanda è semplice: si può guardare all’istruzione pubblica solo come ad un peso per le finanze pubbliche o non è anche il primo investimento che deve fare l’Italia?

La disoccupazione che colpisce i giovani, innanzitutto, che non godono di reti di sicurezza (salario sociale, indennità di disoccupazione) e che si devono rassegnare a stipendi minimi, quando ci sono. Anche qui: si tratta solo di oneri e il problema è solo di distribuire finanziamenti “a pioggia” o su basi clientelari o non ci vogliono riforme che abbassino il costo del lavoro e aumentino i sostegni sociali per passare da un lavoro ad un altro ? E poi: la sicurezza dei territori nei quali vige l’oppressione delle mafie conta oppure no per lo sviluppo economico? E la valorizzazione del patrimonio artistico e naturale è un investimento o un peso?

I conti dello Stato non vanno mai bene e le entrate non bastano mai eppure tanti soldi sono stati trovati e spesi per impegni che non erano investimenti prioritari (Alitalia, abolizione ICI, spese della Protezione civile, Ponte di Messina). Sembra sempre un problema di scelte, alcune si fanno, altre no anche a costo di aumentare il debito pubblico come è successo negli ultimi anni. E poi: non sarebbe il caso di chiedere di contribuire anche a chi, in questi anni, ha accumulato enormi patrimoni? Secondo il Governo, invece, l’aliquota che si applica in questi casi, insieme all’impunità, è del 5% (rientro dei capitali esportati illegalmente, chiusura delle pendenze fiscali più vecchie). Tra l’altro fra le spese da ridurre non compaiono mai quelle militari come se l’Italia avesse assoluto bisogno, pur in contesto euro-atlantico di difesa, di nuove armi e ciò mentre la Germania riduce gli organici e le spese delle forze armate. Perché noi no ?.

Il federalismo che tanto interessa ad una parte della politica è solo un nome oppure veramente metterà i rappresentanti locali dei cittadini di fronte alle loro responsabilità di governo?

E, infine, la politica e la democrazia devono servire per decidere insieme o devono continuare ad essere il terreno di caccia preferito da affaristi e avventurieri? E non sarebbe giusto potenziarle con il coinvolgimento dei cittadini invece di chiuderle in circoli sempre più ristretti utili ad occultare le decisioni e le loro vere finalità? E, quindi, non sarebbe indispensabile una nuova legge elettorale che cancelli lo scandalo di assemblee parlamentari decise da pochi capipartito?

Sono tanti gli impegni e i problemi e non si sa bene chi dovrebbe occuparsene e da dove cominciare. Soprattutto, non si sa cosa possa fare il cittadino.

La risposta più semplice è: attivarsi. Non da soli, ma insieme ad altri e cominciare a costruire dal basso tanti momenti nei quali la politica torni ad essere una funzione sociale che mette in collegamento i problemi e le esigenze di ognuno con la ricerca delle soluzioni collettive attuate direttamente o mediante le istituzioni e con l’utilizzo delle risorse pubbliche.

Quanti comitati e gruppi di cittadini si possono attivare e possono dar vita a reti nelle quali circolano informazioni e si individuano gli obiettivi da raggiungere ?

Se in tante scuole i genitori si organizzano, si collegano a chi ci lavora e anche agli studenti e cominciano a domandarsi perché devono mancare i soldi anche per le esigenze più elementari, magari possono affrontare queste e, insieme, pretendere che chi gestisce il denaro pubblico dia delle spiegazioni, possibilmente convincenti. E se non ci sono possono denunciare le inadempienze e le politiche sbagliate cercando di farsi ascoltare da tutta l’opinione pubblica.

E così negli ospedali, nei quartieri, fra gli utenti dei servizi pubblici, fra gli abitanti di zone infestate dalle mafie. Persino per il lavoro un sistema che dia voce ai cittadini può migliorare le condizioni “ambientali” che favoriscono lo sviluppo o contribuire a far nascere nuove iniziative economiche che hanno più possibilità di successo se trovano un contesto sociale evoluto e coeso.

Una visione semplicistica, idealistica ed idilliaca? Sì, un po’ sì. Senza una visione, però, non si sa in che direzione andare e tutto si riduce ad essere spettatori, magari urlanti, di rappresentazioni messe in scena da altri.

L’auspicio e l’impegno deve essere, invece, di guardare alla propria realtà e domandarsi cosa si può fare di piccolo e dal basso che abbia un senso per la collettività, quindi collegarsi ad altri ed agire con azioni positive e non solo con la protesta.

Già tanti hanno imboccato questa via e si spera che in questa opera di ricostruzione si impegnino anche le organizzazioni di base dei partiti politici che dovrebbero dimostrare di essere agenti positivi e attivi della partecipazione alla politica e non terminali territoriali di organizzazioni elettorali.

Insomma, di cose da fare ce ne sono tante; occorre, però, avere chiaro il senso ed il fine: non una divisione di competenze con la politica, ma una sua trasformazione che metta fine (anche solo provarci ha valore) all’affarismo e che la riconduca alla cura degli interessi generali.

Claudio Lombardi

Rosarno: negazione dei diritti e violenza (di claudio lombardi)

I fatti di Rosarno con gli atti di violenza compiuti dai lavoratori stranieri e quelli ancor più gravi degli abitanti della cittadina calabrese impongono di ragionare.

Il primo impulso è di solidarietà con i lavoratori immigrati – irregolari o regolari non fa nessuna differenza – trattati in maniera disumana e ferocemente sfruttati da chi gestisce e utilizza il loro lavoro.

Chi si permette di trattare nella maniera che abbiamo visto e conosciuto attraverso fotografie, testimonianze e televisione persone in stato di bisogno che offrono il loro lavoro non ha alcuna giustificazione.

Senza se e senza ma, come si usa dire da qualche tempo, questi pretesi datori di lavoro, questi procacciatori di manodopera devono essere indicati come persone non degne, vergogna del loro paese, nocivi per la stabilità sociale, l’economia e l’ordine pubblico. Si tratta di asociali che pensano solo allo sfruttamento di ogni debolezza altrui per incrementare la loro ricchezza che non sono nemmeno capaci di tradurre in una crescita generalizzata del contesto sociale ed economico in cui vivono.

Così come già accaduto con la catastrofe ambientale e con la speculazione edilizia nel Mezzogiorno (con danni enormi per l’ambiente e molte vittime) la criminalità organizzata – che si chiami mafia, camorra e ‘ndrangheta o in altro modo – occupa con il suo malgoverno gli spazi lasciati liberi dal governo legittimo e dallo Stato.

Non è facile immaginare il tipo di vita che si possa condurre in un territorio così profondamente inquinato da chi ha fatto della violenza la sua legge e riesce ad imporla all’intera popolazione che sa benissimo di non poterla espellere e di dover rispondere più a questa legge che a quella dello Stato.

Lo stravolgimento che si realizza nella vita delle collettività locali ricorda più la situazione di territori martoriati dalle guerre o in mano a eserciti stranieri.

Il problema è che nel caso del nostro Sud l’esercito straniero è la parte più forte della società civile, nasce da quei territori ed è radicato nel modo di vivere e nella cultura che imprime il suo segno sulle relazioni sociali e sul modo in cui si formano e si esprimono le gerarchie sociali.

La convivenza con le mafie ha impedito che nascesse una cultura civile democratica predominante in grado di confinare ad ambiti marginali la delinquenza che, invece, si pone come potere in grado di controllare il territorio e di condizionare le istituzioni democratiche.

La caratteristica principale di questa situazione è la negazione dei diritti delle persone. Sembra affermazione scontata e ripetitiva. Sembra il meno e, invece, è il più.

Occorre sempre ricordarlo perché i diritti esprimono il riconoscimento sociale, con la mediazione di norme giuridiche e di impegni di governo delle istituzioni, di valori e principi che servono per vivere in un ambiente sociale ed umano che sollevi dalla paura degli altri e rafforzi la speranza e la fiducia.

Speranza e fiducia: questi sono i valori di fondo indispensabili alla convivenza pacifica che si esprimono attraverso i diritti. Qui non si tratta di distinguere fra cittadini e stranieri perché ci sono diritti che, non solo la nostra Costituzione riconosce come propri dell’essere umano, ma anche l’intelligenza e il buon senso accettano come inevitabili se si vuole mantenere la coesione e la stabilità sociali.

Che speranza di futuro può avere una società nella quale agli stranieri sia riservato un trattamento che disconosce fondamentali diritti che, invece, si pretende di riservare solo ai cittadini?

In un mondo sempre più fondato sull’interdipendenza una società di questo tipo sarebbe condannata, prima o poi, alla guerra che non è mai una romantica avventura (come, forse, pensano tante teste vuote che si riconoscono nei simboli di pseudoculture guerriere di cui non hanno alcuna esperienza), ma è fatta solo di distruzione e morte.

E che tipo di ordine sarebbe quello di uno Stato nel quale la cultura dominante e praticata darebbe per scontata la negazione della persona in quanto tale?

A quante violenze quei cittadini sentirebbero di avere diritto per difendere i propri interessi?

E come si impedirebbe alla cultura della prevaricazione e della negazione dell’umanità di dilagare nei confronti di tutti quelli che si manifestassero come più deboli?

Chi è così ottuso da non capire che solo la pacifica convivenza, la stabilità sociale e la coesione sono le condizioni per un arricchimento generale e perché ognuno trovi le condizioni per esprimere le sue capacità migliori? Chi?

Purtroppo di ottusi ce ne sono tanti.

Per esempio tutti quelli che gridano contro i clandestini dopo che una legge ipocrita ha sancito che debba venire in Italia solo chi ha già un lavoro sicuro sapendo benissimo che un lavoro lo si trova solo dopo essere arrivati qui.

Chi, con bieca furbizia, ha rovesciato su tutti gli italiani e sugli stranieri, con la forza e l’autorevolezza della legge, il peso di trovare una soluzione al dramma epocale rappresentato dalle migrazioni dovrebbe essere qualificato incapace di legiferare e di governare.

Invece pontifica e continua a detenere le leve del potere.

Ma gli ottusi non lo capiscono. Così come non capiscono che senza i lavoratori stranieri l’Italia non funzionerebbe più come adesso. Frutta, verdura, zootecnia, fabbriche, servizi familiari, commercio al dettaglio e una miriade di lavori che ci permettono di vivere e che dovremmo elencare uno per uno se non bastasse guardarsi in giro o dentro le proprie case per capire cosa vale il lavoro degli immigrati.

Ma l’ottuso pensa che toccherebbe agli altri e che ciò che a lui serve non sarebbe toccato.

E che dire degli abitanti di Rosarno che per anni non hanno visto oppure hanno visto, ma accettato le condizioni disumane in cui venivano tenuti i lavoratori stranieri e non si sono ribellati di fronte alle angherie e ai soprusi a loro riservati e adesso parlano pure di ospitalità tradita?

Perché non provano loro a godere dei “privilegi” della stessa ospitalità?

E tutti quelli che dovevano vedere e non hanno voluto vedere dove li classifichiamo? Ottusi, vigliacchi o complici?

No, non è in questo modo che può vivere una collettività che vuole prosperare e credere nel futuro.

Occorre che in Italia si realizzi una rivoluzione culturale che metta al primo posto quei valori scritti nella nostra Costituzione che non sono mai citati dai politici che continuano a cianciare di fantomatiche riforme e non si rendono conto che il loro compito è di guidare la nazione anche con il rigore e l’esempio sulla base di valori che uniscano la collettività.

La prima riforma da fare sarebbe quella di unirsi per costruire un Paese civile fondato su una cultura dei diritti, della solidarietà, dell’accoglienza non solo dello straniero, ma anche delle risorse e delle capacità che in tanti possiedono (i giovani innanzitutto) e a cui viene negato diritto di cittadinanza in Italia. Accoglienza, apertura, disponibilità sono caratteri propri di una società che si sviluppa e che diventa ricca per la qualità delle persone che riesce a formare e che la compongono.

La cultura dei diritti è la condizione di base per lo sviluppo di questo tipo di società e la cittadinanza attiva ne costituisce la migliore espressione.

 

Claudio Lombardi – Cittadinanzattiva Toscana, Marche e Umbria