Il problema dell’Italia è la frattura nord sud

Nel periodico dibattersi tra limiti e possibilità che si verifica ad ogni scadenza di bilancio si smarrisce la nozione di quello che c’è sotto, di quelle costanti cioè che pesano sull’Italia e che ne costituiscono il vero grande problema che mai come adesso è la frattura nord sud.

Spesso si affronta la realtà interpretandola in modo distorto e falsificandola per sostituirla con una illusoria. Per esempio si dice che l’Italia non cresce per colpa dell’euro perché mancano sia un debito comune che trasferimenti monetari dai paesi più ricchi del nord Europa verso quelli del sud. Oppure che il problema è la mancanza di una vera banca centrale che finanzi direttamente lo Stato come se questa fosse la normalità. In realtà ciò non accade nemmeno negli Usa dove la Fed è svincolata da qualsiasi ingerenza governativa e non ha nessun obbligo di acquistare i titoli del Tesoro.

Eppure la Bce si è comportata come quel prestatore di ultima istanza di cui tanto si lamenta l’assenza. Dal 2011 ad oggi ha rastrellato titoli pubblici mettendo in circolazione migliaia di miliardi di euro. Per quelli che rivendicano una banca centrale non basta perché vorrebbero che si stampasse moneta su ordine di un solo governo, quello italiano. Esattamente la distorsione della realtà per metterla al servizio di un’illusione. Anche se esistesse la possibilità di stampare moneta senza limiti si tratterebbe di una pura illusione, di una moneta finta che farebbe scivolare l’Italia nel caos.

Lo stesso accade anche sul primo punto e cioè il peso dell’euro sulla crescita economica. I dati raccontano che il nord Italia ha un ritmo di crescita e tassi di occupazione al livello di quelli della Germania. La crisi lì è stata superata e l’euro non ha portato nessuna penalizzazione anzi ha aperto le porte di un’integrazione fra economie.

Il sud, invece, è molto più indietro. La frattura nord sud è quella che divide l’Italia e la rende fragile. Colpa dell’euro? Non pare proprio visto che tutto risale molto indietro nel tempo, addirittura alla fondazione dell’Italia come stato unitario.

E’, quindi, più probabile che sia l’Italia il problema del meridione e non l’euro. Eppure il sud è stato destinatario di cospicui trasferimenti monetari a più riprese nel corso dei decenni. Che non siano stati risolutivi per lo sviluppo e che, in definitiva, non abbiano fatto molto bene al sud lo dimostra la situazione attuale. Certo, ci sono stati anni di crescita, ma questa era drogata dai trasferimenti monetari e non ha portato ad una reale capacità dell’economia meridionale di sostenersi da sola ossia di essere competitiva con il resto dell’Italia e con il mondo.

I trasferimenti monetari possono influenzare la competitività di un’area economica coltivando il capitale umano cioè con l’istruzione oppure migliorando le infrastrutture o garantendo la sicurezza di un territorio. Ma non possono sostituire lo sviluppo.

Eppure non si rinuncia a falsificare la realtà raccontando di una povertà che è stata portata dall’euro. La verità invece è che nel sud non ci sono le condizioni per avere un’economia a livello di quella del nord e puntare tutto sui trasferimenti monetari serve solo a perpetuare questa condizione.

Cosa differenzia l’economia del nord da quella del sud? Essenzialmente l’apertura. Esattamente il contrario dell’orientamento che sta prevalendo nel governo nazionale e nell’opinione pubblica: la chiusura all’euro, all’Europa, agli immigrati. Il senso della svolta impressa alla politica italiana è questo: tornare alla chiusura ignorando che il progresso dell’Italia è stato costruito proprio sull’apertura.

Se l’Italia rifiuta di crescere, si rinchiude su se stessa e pensa di vivere amministrando il suo patrimonio tornando a quella lira che dovrebbe garantire disponibilità illimitata di denaro con il quale pagare ogni tipo di scelta politica e di richiesta sociale è destinata a sbattere contro la realtà.

Lega e M5S hanno portato al governo la frattura nord sud che rende l’Italia un Paese dimezzato e tentano di comprare il consenso delle due metà col debito. Non vogliono superare la frattura, la vogliono approfondire. Molto presto faranno il passo successivo: l’uscita dall’euro. Certo non lo dicono esplicitamente, ma è stato al centro della loro proposta politica fino a ieri. Per ora stanno preparando il terreno che dovrebbe renderlo inevitabile. Se questo disegno dovesse attuarsi il colpo all’Italia e agli italiani sarebbe terribile, ma la macchina della falsificazione è lanciatissima. Fabbrica nemici contro i quali scagliare la rabbia popolare (accuratamente coltivata in anni di opposizione) e illusioni sul magnifico futuro che ci attende. E l’opinione pubblica, affamata di illusioni, si lascia guidare verso il disastro

Claudio Lombardi

Il sistema Italia che non funziona: l’aeroporto di Crotone

Quando si parla dei limiti del “sistema-Italia” meglio portare qualche esempio concreto. Uno, emblematico, ci è presentato in un articolo pubblicato da l’Espresso e firmato da Federica Bianchi. Si tratta del confronto tra Rzeszów e Crotone, due città che hanno ricevuto finanziamenti dalla Ue per i loro aeroporti con effetti completamente diversi: sviluppo in un caso, fallimento nell’altro.

Ma vediamo come viene ripercorsa la vicenda nell’articolo.

confronto Polonia CalabriaInnanzitutto si tratta di due città che condividono un passato di profonda miseria che le ha spopolate, rendendole aeree di emigrazione verso il più ricco nord, gli Usa e l’Inghilterra. Anche le regioni nelle quali si trovano sono caratterizzate da una diffusa arretratezza. Si tratta di regioni, comunque, che hanno potenzialità turistiche, sia pure con un oggettivo vantaggio per la più assolata Calabria che ha il vantaggio del clima e del mare fra i più belli d’Italia. Entrambe le città hanno puntato sullo sviluppo di un loro aeroporto pur essendocene altri in ambito regionale. Le somiglianze terminano qui.

Lo sviluppo, purtroppo, sta da una sola parte, quella polacca. Rzeszów ha attuato, negli ultimi quindici anni, un programma di rinascita sfruttando ogni centesimo messo a disposizione dall’Unione europea.

Ma cosa sarà mai successo di speciale a Rzeszów? Bè tanto per cominciare il comune ha 30 persone formate dal governo centrale che si dedicano solo a seguire le pratiche di Bruxelles cioè fondi e progetti. Gli investimenti sono saliti del 60 per cento dal 2004 al 2015 e la maggior parte sono stati in infrastrutture, salute pubblica, cultura e turismo. Primo effetto: la crescita della popolazione da 140mila a 180mila abitanti e la conquista del terzo posto fra le città più vivibili della Polonia. In pratica, nel giro di un decennio, il bilancio cittadino è passato da 85 a 318 milioni di euro, il tasso di disoccupazione è sceso al 6,5 per cento e il numero degli studenti per abitante è il più alto dell’intera Unione europea.

impegno per lo sviluppoE quale sarà mai il segreto del successo? L’attenzione per chi ha scelto di impiantare attività industriali con l’apertura di una “zona economica speciale” e con investimenti nella qualità della vita (servizi in primo luogo) e nell’ istruzione. Effetto? Partiti con 15 aziende ora sono oltre 150 quelle che operano nel territorio.

E a Crotone che è successo nel frattempo? Crotone ha dedicato gli ultimi 20 anni a inseguire alternativamente il sogno industriale perduto e un mosaico di interessi locali. In assoluta coerenza con una regione, la Calabria, che a fine dicembre dovrà restituire oltre 600 milioni di euro comunitari che non è riuscita a spendere nei tempi dovuti. Il comune si vanta di aver effettuato lavori di riqualificazione del centro storico. Già, peccato che i fondi messi a disposizione non sono stati spesi che in parte. Il problema? Semplice quanto banale: ritardi nell’erogazione dei fondi e complicazioni giudiziarie con ricorsi ai Tar che interrompono i lavori ed anche li riaffidano ad una ditta diversa da quella che li ha iniziati. E si sa, quando i soldi dell’UE non vengono utilizzati per tempo devono essere restituiti e si perdono. Però non di soli lavori stradali si vive e, soprattutto, questi non costituiscono una vera una strategia di sviluppo del territorio. Dove stanno i piani strategici ? Insomma che altro si può fare oltre a riparare e costruire le strade? Nebbia.

immobilismo sistema ItaliaEd eccoci al caso dell’aeroporto. L’idea era quella di creare il terzo scalo di una regione con solo 2 milioni di persone. E così è stato. Peccato che dal 15 aprile scorso l’aeroporto è ufficialmente fallito e che gli azionisti pubblici (Camera di Commercio, Provincia, Regione, comune di Crotone) l’abbiano abbandonato. E i finanziamenti europei (ben 31 milioni di euro)? Tra il 2000 e il 2013 sono riusciti a spendere solo 4,7 per l’ammodernamento dell’aerostazione tra burocrazia e assenza di idee chiare (niente allungamento della pista di decollo e niente pensilina per la pioggia). Per farsi un’idea della situazione nell’articolo si riporta un brano di una mail scritta a l’Espresso dai revisori dei conti europei che la descrivono in questi termini: «Nel caso di Crotone non abbiamo visto nessun piano a lungo termine, nessuna analisi del bacino di utenza o previsioni sostenibili; nessuna evidenza di un impatto positivo sull’economia regionale ma solo un aeroporto incapace di sostenersi da solo e bisognoso di interventi continui». Praticamente una sentenza di condanna della classe dirigente regionale e locale.

obiettivi centratiNella lontana Polonia invece …. Come c’era da aspettarsi a Rzeszów accade esattamente il contrario. In circa 10 anni l’aeroporto investe 18,6 milioni di fondi Ue e cambia volto. Le due piste si preparano ad ospitare un volo intercontinentale. Lufthansa vi atterra tre volte al giorno da Francoforte con carichi di parenti e amici in visita e manager di ritorno da un viaggio di affari. Era un aeroporto di paese. Oggi è a quota 600 mila passeggeri e se arriverà nel giro di 5 anni a 800mila potrà addirittura vantare un bilancio in pareggio al netto degli ammortamenti per circa 30 milioni di euro di investimenti.

Conclusione. Un caso forse piccolo, ma emblematico, di un’inadeguatezza strutturale dell’Italia che nessun surplus di finanziamenti, nessuno sforamento di deficit potrà superare. Meglio dirsi la verità e non prendersi in giro

Claudio Lombardi

Tutti a casa? No, un patto per lo sviluppo (di Claudio Lombardi)

tutti a casaTutti a casa”, lo slogan su cui il M5S vinse le elezioni, è rilanciato da una protesta sociale diffusa che non sa bene che altro proporre. Il “tutti a casa” vorrebbe essere il grido di battaglia di un popolo arrabbiato, ma di per sé serve a poco, si fa la fine del moscone contro il vetro. Si dice “popolo” ma ogni persona ha la sua storia e ha i suoi problemi e bisogna tenerne conto. Comunque per cambiare qualcosa servono buone idee e senza queste cambiare classe dirigente è una illusione ed è pure inutile.

La crisi si compone di due pezzi: le condizioni per produrre ricchezza; chi decide sulla sua distribuzione. Il primo pezzo non si dipende solo da noi perché il mondo è grande e siamo tutti interconnessi. Il secondo, invece, in gran parte, sì. La questione dei limiti che ci vengono dall’Europa che sembra adesso la causa principale della crisi, in realtà, si riduce alla questione del cambio e del debito: con l’euro la svalutazione non è più possibile in un solo paese e il debito pubblico non può crescere a volontà. Nulla ci dice di come produrre ricchezza e di come distribuirla in ogni paese. Ovvero se un paese ha un’economia debole e arretrata e uno Stato che non riesce a redistribuire il reddito in maniera equa e che lo spreca per inefficienza e per corruzione l’Europa non ne è responsabile, ma potrebbe fare molto. Se volesse. Insomma può aggravare una situazione già compromessa o dare una mano a risolverla. Dare una mano, non fare miracoli.

fragile ItaliaSulla produzione di ricchezza incidono la globalizzazione e il dominio della finanza speculativa. Ma l’Italia è più vulnerabile perché il suo modello economico non funziona più come quando la svalutazione e i bassi salari servivano a lanciare produzioni a basso prezzo e la competizione mondiale non esisteva. La Cina, in piccolo, eravamo noi. L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro perché nel lavoro abbiamo riconosciuto lo strumento di affermazione della dignità dell’uomo. Ma il lavoro non è assistenza, deve generare un valore che sia scambiabile o fruibile.

famiglia italianaL’Italia è pur sempre un paese ricco e dispone di un solido risparmio familiare: il vero ammortizzatore sociale oggi in funzione, ma ormai questo non basta più. La crescita della povertà, la diffusione del precariato, l’aumento delle disuguaglianze indicano che il modello sociale italiano comincia a non funzionare più.

La precarietà è, forse, la chiave di lettura che descrive meglio la situazione. Per le persone sentirsi precari significa esasperare le reazioni e immaginare in anticipo uno scivolamento verso il basso anche se ancora non si è verificato. La parola disperazione viene usata sempre più spesso per descrivere la situazione generale anche quando se ne potrebbe circoscrivere l’utilizzo a gruppi di persone.

Precari sono tanti lavoratori che vedono ridotte le garanzie ed il potere di acquisto del salario, a fronte di richieste sempre più pressanti sugli impegni di produttività. Messi in concorrenza con i poveri e gli sfruttati di tutto il mondo sentono che il loro futuro sarà probabilmente peggiore del presente. Precarie le condizioni delle famiglie che attingono al risparmio (quando ce l’hanno), ma soprattutto, sentono che il sostegno da parte dello Stato non è più una certezza.

precarietàPrecarie le condizioni delle piccole e medie imprese, asse portante della struttura economica produttiva italiana. Una precarietà fatta di pochi, ma cruciali, elementi: mancanza di credito, crisi negli sbocchi di mercato (interno ed esterno), burocrazia che favorisce la grande dimensione, pressione fiscale, contesti sociali e territoriali sfavorevoli (criminalità, servizi, giustizia civile).

Precaria è la condizione dei lavoratori stranieri che abbiamo accolto nel nostro paese, che sono diventati indispensabili, ma che ancora ci ostiniamo a considerare un problema e non una risorsa consegnandoli, spesso, agli sfruttatori della clandestinità e alla criminalità.

precaria ItaliaPrecari l’ambiente e il territorio usati e abusati in maniera distruttiva. Catastrofi che non hanno più niente di naturale, ma sono prodotte da scelte individuali di singoli e di organizzazioni produttive che tengono conto solo dei loro interessi immediati. Sub cultura civile, ignoranza, illegalità diffusa, Stato e politica complici. Abbiamo una responsabilità verso le generazioni future, ma, in realtà, dobbiamo stare attenti a noi stessi perché il prezzo degli abusi ricade rapidamente sempre più spesso sulle nostre teste e su quelle dei nostri figli. Chi ha costruito la casa sul greto di un fiume non può dormire sonni tranquilli rinviando la soluzione alle generazioni future.

Cosa possiamo fare dunque ? certamente non nasconderci dietro gli slogan facili che non portano da nessuna parte. Ci vuole una specie di patto che liberi la creatività delle immense risorse nazionali; che ci riconduca ad un rinnovato senso di responsabilità, individuale e sociale. Se pensiamo che una nuova classe dirigente nasca per magia dalla protesta ci prendiamo in giro da soli.

Dobbiamo invece riconoscere ed ammettere apertamente che privilegi piccoli e grandi sono stati distribuiti a pioggia nei decenni passati. Hanno creato frazioni trasversali nella società, gruppi chiusi nella tutela del proprio particolare. Ostacoli al cambiamento. Dobbiamo ricercare, insieme, un diverso equilibrio, più sostenibile. Quello attuale non lo è più, comunque. Di politica e di istituzioni abbiamo bisogno quindi più che tutti a casa dobbiamo invitare tutti a fare il loro dovere e assumerci la responsabilità di fare il nostro.

Claudio Lombardi

Disuguaglianze, spesa sociale e crescita (di Massimo D’Antoni)

Lultimo quarto del XX secolo è stato segnato da una crescita marcata della diseguaglianza del reddito e della ricchezza, che ha investito, seppure in misura diversa, tutti i paesi; un’inversione di tendenza rispetto ai quattro decenni precedenti in cui, con l’affermazione ed espansione dei sistemi di protezione sociale e di welfare e l’ampio ricorso a sistemi fiscali progressivi, la diseguaglianza era andata diminuendo. Nel clima culturale dominante negli anni 1980 e 1990, l’opinione prevalente tra gli economisti era che le diseguaglianze fossero l’effetto inevitabile dei processi in atto: lo sviluppo tecnologico che aumentava il valore relativo del lavoro; la globalizzazione che colpiva soprattutto il lavoro meno qualificato. Contemporaneamente, la riflessione accademica più influente poneva l’accento soprattutto sui costi della redistribuzione. Veniva enfatizzato il dilemma tra l’esigenza di aumentare la ricchezza complessiva e il costo, in termini di incentivi, di una sua più equa redistribuzione.

L’aumento delle diseguaglianze era tollerato politicamente nella convinzione che queste avrebbero stimolato il desiderio di arricchirsi e quindi promosso una crescita di cui alla lunga avrebbero beneficiato tutti quanti. Più che sulla diseguaglianza tout court, l’accento veniva semmai posto sulla necessità di intervenire rispetto alla povertà, cioè alle situazioni di marginalità, con interventi mirati e selettivi.

La crisi del 2008 sta determinando anche su questo aspetto un ripensamento negli orientamenti e nelle parole d’ordine. Tra economisti, in modo anche trasversale rispetto alle diverse impostazioni teoriche, si sta affermando l’idea che la diseguaglianza vada riconosciuta come una delle cause, se non la causa principale, del terremoto finanziario: è stata la concentrazione dei dividendi della crescita nelle mani di pochi ricchi e super-ricchi, unita a una progressiva esposizione al rischio delle classi medie, a determinare in paesi come gli USA una convergenza di interessi a favore dell’espansione incontrollata del credito. Il finanziamento dei consumi determinato da questo fittizio effetto ricchezza è riuscito a far temporaneamente da traino alla domanda mondiale, ma ci ha condotti su un sentiero che come abbiamo visto non era sostenibile.

Che un’equa distribuzione sia condizione per una crescita equilibrata e duratura è una conclusione ben nota agli studiosi di economia dello sviluppo; in paesi caratterizzati da maggiore diseguaglianza larghi strati della popolazione vedono limitata la possibilità di effettuare i necessari investimenti in capitale umano, e una forte concentrazione della ricchezza e del controllo delle risorse è spesso un impedimento allo sviluppo.

Ma anche nei paesi economicamente più avanzati ci sono solide ragioni per assegnare al tema della distribuzione un ruolo maggiore di quello che esso ha avuto nei decenni più recenti, e che non è limitato ad un appello a pur fondamentali ragioni di giustizia sociale. Numerosi studi concordano infatti sull’esistenza di una significativa e solida correlazione tra la diseguaglianza e una cattiva performance rispetto ad importanti indicatori di qualità sociale: il tasso di mortalità, la salute (es. l’incidenza di malattie mentali), la frequenza di omicidi e violenze, la diffusione di sentimenti di ostilità e razzismo, gli abbandoni scolastici, si presentano con maggiore frequenza in paesi caratterizzati da livelli più elevati di diseguaglianza. Si noti che tali studi non si limitano a confermare che in società più diseguali tali fenomeni sono più diffusi perché ci sono più poveri; il dato rilevante è che in società più diseguali la qualità della vita è peggiore lungo l’intera distribuzione, cioè anche per coloro che hanno un reddito medio o medio-alto, quando li si confronti con individui di pari reddito in società più egualitarie. Una conclusione che è del resto confermata dalle analisi sugli indicatori “soggettivi” sulla felicità percepita. Anche se correlazione non è sempre interpretabile come causalità, ci sono buoni argomenti per ritenere che società più eguali siano società in cui si vive complessivamente meglio. Meno concorrenza posizionale, meno preoccupazione di ottenere il riconoscimento e il rispetto altrui, maggiore possibilità di cooperare e maggiore fiducia e reciprocità sono spiegazioni plausibili.

Da cosa dipende il diverso grado di diseguaglianza?

Cause profonde sono la natura delle risorse su cui si fonda la ricchezza di un paese, nonché il tipo di tecnologia prevalente nel suo sistema produttivo. Ma anche e soprattutto le istituzioni

del mercato del lavoro. I paesi più egualitari, quelli del Nord Europa, sono caratterizzati da una ridotta variabilità dei salari, effetto della legislazione sul lavoro e del ruolo centrale svolto dai sindacati. Viceversa, la liberalizzazione del mercato del lavoro e l’indebolirsi dei sindacati portano ad una maggiore dispersione nelle remunerazioni: non stupisce dunque che tra i paesi con maggiore diseguaglianza nelle retribuzioni troviamo Stati Uniti e Regno Unito.

Purtroppo l’Italia ha un posto di rilievo in questa graduatoria, risultando un paese estremamente diseguale (ci riferiamo qui alla distribuzione prima di imposte e trasferimenti pubblici). Si noti tuttavia che nel nostro paese la varianza nelle remunerazioni individuali non è elevata, almeno tra i lavoratori dipendenti; la diseguaglianza si manifesta semmai riguardo ai redditi familiari, e dunque la ragione della cattiva performance va ricercata in fattori quali la scarsa partecipazione femminile al lavoro (e quindi l’alta incidenza di famiglie monoreddito); pesa inoltre l’incidenza di lavoro atipico caratterizzato da elevata discontinuità e mediamente più basso di quello stabile nonché l’elevata concentrazione di redditi non da lavoro.

Oltre che attraverso la regolazione del mercato del lavoro, un importante canale attraverso cui le politiche economiche possono incidere sulla diseguaglianza è l’intervento redistributivo che lo stato realizza attraverso la fornitura di beni e servizi, i trasferimenti e le imposte: la redistribuzione è l’effetto combinato di accesso a condizioni di eguaglianza a beni e servizi e contributo crescente al reddito (meglio ancora se progressivo). I moderni stati del benessere forniscono gratuitamente o a prezzi sussidiati cure sanitarie, istruzione, servizi alla persona e beni collettivi, sottraendo alla logica della disponibilità a pagare e garantendo quale “diritto” di cittadinanza l’accesso a un insieme ampio di beni ritenuti “essenziali”.

La responsabilità pubblica rispetto alla distribuzione si giustifica per la natura di “bene collettivo” di questa. Anche in presenza di una diffusa preferenza per l’eguaglianza, l’apporto

volontario risulterebbe infatti inferiore a quanto sarebbe ottimale dal punto di vista sociale. L’espansione del ruolo pubblico nella sicurezza sociale è del resto l’effetto d’interventi resisi necessari per superare l’insufficienza, sia in termini d’insostenibilità finanziaria che di frammentarietà, delle precedenti forme volontaristiche e mutualistiche.

Riconoscere il ruolo centrale dell’iniziativa pubblica nel garantire equità di accesso a un insieme di beni a vario titolo essenziali non significa naturalmente ignorare né le disfunzioni

di una gestione spesso burocratica né i costi che comporta il finanziamento di tali servizi tramite imposte che hanno raggiunto livelli in alcuni casi molto elevati. Tale consapevolezza non arriva tuttavia a farci concludere che l’alternativa privata sia preferibile, visto che essa risulta spesso più costosa (è il caso della sanità: basti confrontare la spesa sanitaria procapite italiana con quella americana, molto più elevata a fronte d’indicatori sanitari che sono complessivamente più favorevoli per il nostro paese) e certamente distribuita in modo più diseguale.

Un aspetto importante, che aiuta forse a ridimensionare la rilevanza della contrapposizione tra redistribuzione ed efficienza, riguarda il fatto che la funzione redistributiva dello stato sociale è inestricabilmente collegata a una funzione assicurativa. Ciò che costituisce un trasferimento (dal sano al malato, dal lavoratore attivo all’anziano o all’invalido o al disoccupato, da chi ha avuto successo e ricchezza a chi non ha realizzato il proprio progetto di vita) rappresenta anche una forma di assicurazione contro il rischio che un domani io o qualche mio familiare ci troviamo in una situazione di bisogno.

La spesa pubblica e in particolare la spesa sociale è un formidabile strumento di assorbimento di rischi che non troverebbero copertura sui mercati assicurativi. Lo stato sociale dell’Europa continentale è insomma figlio più delle forme assicurative del cancelliere Bismarck che delle poor law britanniche. Più simile a una polizza assicurativa che a un’associazione di dame per la carità. Tale funzione assicurativa, oltre che ridurre i costi diretti dell’esposizione al rischio, consente agli individui di intraprendere con maggiore tranquillità quegli investimenti rischiosi che sono alla base del processo di sviluppo capitalistico.

Il rilancio della nostra economia passa dunque non tanto per una compressione dell’attuale livello di spesa sociale (peraltro già contenuto rispetto agli altri paesi europei), ma semmai per un rafforzamento di quei programmi, e non ne mancano, che possono al tempo stesso migliorare l’equità distributiva e stimolare la crescita. Penso all’estensione dei servizi di cura, sia quelli rivolti all’infanzia che agli anziani, e all’effetto che ciò avrebbe sulla partecipazione femminile al lavoro. Un aumento delle possibilità di lavoro per le donne porterebbe a un tempo a un aumento nell’eguaglianza dei redditi familiari e a una maggiore crescita. Penso al sostegno all’accesso alla casa e agli effetti sulla possibilità di lavoro giovanile. Penso infine (allargando l’attenzione rispetto alla spesa sociale in senso stretto) alla scuola, che può rappresentare insieme investimento capace di aumentare la dotazione di “capitale umano” e fattore di mobilità sociale.

Una parte rilevante della spesa pubblica, opportunamente orientata e calibrata, lungi dall’essere freno e impedimento, o magari un lusso che l’attuale fase di difficoltà non ci consentono di sostenere, rappresenta perciò un’opportunità, se non una vera e propria condizione necessaria, per riattivare la crescita.

Massimo D’Antoni da www.tamtamdemocratico.it