Una spending review dei cittadini: intervista a Marco Frey

Marco Frey è direttore dell’Istituto di Management della scuola superiore Sant’Anna di Pisa e presidente di Cittadinanzattiva

D: Insieme allo spread la spending review sta diventando una delle definizioni più usate non solo dai politici e dai giornalisti, ma anche dai cittadini. Il suo significato vero, tuttavia, lo si intuisce, ma resta confuso con l’attuazione concreta fatta col decreto legge del Governo. Facciamo un po’ di chiarezza?

R: Sì volentieri, fare chiarezza sull’uso dei termini è, non solo cosa buona e giusta, ma necessaria per capire e per valutare. E, come dovrebbe ormai essere chiaro, la valutazione dei cittadini è una delle parti più importanti della partecipazione democratica.

Dunque, chiariamo subito che quella che oggi viene definita dal Governo spending review è, in realtà, una manovra finanziaria. La traduzione in italiano di spending review è semplicemente revisione della spesa. Però prima della revisione occorrerebbe fare l’audit ossia un’attività di verifica diretta a scandagliare tutti gli aspetti che stanno a monte ad una decisione di spesa (procedure, obiettivi ecc). Se non faccio l’audit sicuramente non indovino la revisione della spesa perché mi mancano gli elementi per valutare le motivazioni e le finalità della spesa. In realtà Bondi (il Commissario del Governo incaricato di collaborare alla spending review) ha individuato alcuni capitoli di spesa da revisionare e sottolineo alcuni perché la manovra del Governo è molto più ampia. Detto questo la revisione in generale dovrebbe servire a rendere efficiente ed efficace un sistema. Vanno, perciò, individuati obiettivi agendo su organizzazione, processi, risultati. Per farla ci vuole tempo, molto tempo e raramente la politica ha tempo. Senza tempo il processo di revisione risulta, quindi, parziale.

D: Nella risposta sembra implicito un giudizio di inefficacia o di inadeguatezza o anche di inappropriatezza della spending review. È così?

R: Intanto non è la prima volta che si tenta una revisione della spesa. Già nel 2006 era stata creata una commissione dal ministro Padoa Schioppa e all’epoca il risparmio era stato quantificato in 700 milioni che sono ben lontani dai numerosi miliardi di risparmio che si vogliono raggiungere adesso. Già questo dato, insieme con il poco tempo passato dal conferimento dell’incarico al Commissario, dice che qualcosa non quadra.

In effetti, o si iniziava subito il giorno stesso dell’incarico del Governo a mettere sotto revisione la spesa o il tentativo, oggi, è quello di mettere una pezza. Bondi non ha impostato male il lavoro, anzi, ma le cose sono andate più in fretta sospinte dalla necessità di rispettare gli impegni presi con l’Unione Europea e, quindi, di abbassare la spesa pubblica. Ciò ha portato ad una spending review nella quale ci sono anche i “famosi” tagli orizzontali. Nel complesso direi un’operazione debole anche perché il risultato effettivo è semplicemente che si spenda meno non che si spenda meglio. In definitiva un’operazione finanziaria a somma zero se si tiene conto dei previsti incrementi dell’IVA che potranno essere rinviati o annullati del tutto.

D: Veniamo ad una domanda che sono in tanti a farsi: cosa può fare ognuno di noi e cosa può fare un’associazione di cittadini per migliorare le cose? Sappiamo che il Governo ha promosso una consultazione online per ricevere suggerimenti da parte dei cittadini. Probabilmente questo non basta se mancano strumenti di informazione, di riflessione e di formazione di un’opinione matura che non vada oltre le sollecitazioni e le campagne del momento.

R: In effetti il Governo ha consultato online i cittadini a maggio ricevendo 135.000 contributi sugli sprechi da tagliare. I risultati sembrano riflettere i temi più comuni e diffusi di protesta: le auto blu; il funzionamento degli uffici pubblici; la sanità. Dunque, tre macro aree di intervento segnalate dai cittadini. Le altre (pensioni, energia etc) seguono con percentuali più basse. Cosa ci dice questo esperimento? Che manca qualcosa. Se ci fosse un audit collegato e precedente alla revisione potremmo verificare la funzionalità del servizio nel contesto in cui si trova e in relazione alle esigenze dei cittadini. Tutt’altra cosa da quella è stata fatta perché, lo ripeto, l’urgenza di oggi è ricavare numeri di bilancio compatibili con gli impegni europei e non c’è tempo né disponibilità ad una revisione che potrebbe anche portare ad un incremento della spesa in alcuni settori.

E qui veniamo alle possibilità delle associazioni e dei movimenti di partecipazione civica. Da tempo tante di queste realtà hanno superato un atteggiamento puramente rivendicativo e di protesta. Alcune parole chiave sono diventate linee guida per l’azione sociale. Fra tutte l’appropriatezza dei servizi (riconducibile anche all’uso razionale di risorse scarse) sembra quella più rilevante. Quando si mettono sul tavolo esperienze, competenze e riflessioni poi ci si impegna anche a dire dei sì e non solo dei no perché la logica del difendere tutto a prescindere non fa’ più presa quando ci si misura con la realtà e si mira a cambiarla in meglio. Da questo punto di vista Cittadinanzattiva ha imboccato da tempo una via originale per rendere concreta la partecipazione dei cittadini alle politiche pubbliche: la valutazione civica. Non dico per l’attuale spending review perché ormai il decreto legge è diventato legge e sappiamo che il Governo non lasciava margini di modifica, ma per l’immediato futuro (intendo da settembre in poi) ci sarà molto bisogno di una revisione permanente della spesa che parta dall’informazione e dalla consapevolezza dei cittadini. Cittadinanzattiva farà la sua parte e promuoverà una spending review civica mettendo a disposizione di tutti gli strumenti di cui dispone (audit e valutazione civici) perché i primi ad essere interessati ad eliminare gli sprechi e le inefficienze sono i cittadini.

Intervista a cura di C.Lombardi

Costruire cittadinanza per una politica nuova (di Fabio Pascapè)

La delicatezza della situazione delle nostre comunità è sotto gli occhi di tutti. Basta guardarsi nelle tasche. Basta guardarsi intorno. Basta considerare la qualità dei servizi che riceviamo a fronte della quantità di tributi e tasse che versiamo. Spesso e volentieri neanche i livelli minimi di garanzia e tutela dei diritti sono assicurati.

Una cosa è certa però: mai come in questo momento scegliere di essere cittadini attivi può veramente fare la differenza. E’ una presa in carico di responsabilità nei confronti della comunità ed in particolare di coloro i cui percorsi di cittadinanza sono resi difficili dalle condizioni di svantaggio economico, sociale, culturale, personale. Perchè un diversamente abile a cui sono negate le condizioni minime di accesso ad un mezzo pubblico è meno cittadino degli altri. Perchè un ammalato di SLA a cui è negato il comunicatore oculare è meno cittadino degli altri. Perchè un giovane a cui non sono garantite minime condizioni di ingresso nel mercato del lavoro è meno cittadino degli altri. Perchè un imprenditore che subisce la pressione del racket è meno cittadino di altri. Perchè una persona che vede sfumare i risparmi ad opera di un truffatore è meno cittadino degli altri.

Negare o limitare i diritti significa negare la cittadinanza così come rinunciare ai diritti significa rinunciare ad essere cittadini.

Il fallimento della politica ha consegnato nelle mani di un governo tecnico il delicato compito di realizzare riforme profonde e rapide in grado di salvare l’Italia dal fallimento economico. Siamo nel bel mezzo di un percorso delicatissimo nel quale la presenza partecipativa di cittadini attivi e responsabili diventa una imprescindibile garanzia perché al termine del percorso stesso siano garantite a tutti condizioni minime di accesso ad una piena cittadinanza.

Non è più possibile trincerarsi dietro un atteggiamento da semplici abitanti e, quindi, semplici fruitori passivi di servizi.

Occorre cambiare atteggiamento ed occorre che questo cambio di atteggiamento venga adottato da un numero sempre crescente di persone che scelgano da meri abitanti di diventare veri cittadini attivi, proattivi e responsabili. Attori, registi, animatori di cambiamento civico dunque.

Due le dimensioni dell’intervento civico che può vedere direttamente coinvolti noi cittadini attivi.

Da una parte dobbiamo fare i conti con un vero e proprio deficit di cittadinanza sempre più evidente e crescente che si è via via radicato nelle nostre comunità. Dimostrazione ne sia il sempre maggiore disimpegno del cittadino dalla vita pubblica, la sua distanza dalle istituzioni, la sua crescente sfiducia. Questo ci coinvolge direttamente in un’attività finalizzata ad evidenziare il senso e la utilità di una partecipazione civica qualificata come fondamentale collante in grado di rinsaldare i rapporti tra cittadino ed istituzione, laddove il cittadino partecipa attivamente a costruire le scelte dell’istituzione e ne monitora la realizzazione e gli impatti con strumenti, peraltro, già esistenti come, ad esempio, la valutazione civica e il bilancio partecipato.

Dall’altra le condizioni di accesso ad una piena cittadinanza sono messe in seria discussione da una crisi economica senza precedenti e, ancor più, da manager pubblici che non sanno fare altro che prendere atto dei tagli e ribaltarli sui servizi al cittadino laddove, invece, dovrebbero avere il coraggio di mettere mano agli sprechi ed alle diseconomie che affliggono la Pubblica Amministrazione senza se e senza ma.

Questo ci coinvolge direttamente a presidio degli standard minimi di qualità dei servizi pubblici sanitari, di giustizia, scolastici, di trasporto, di trattamento dei rifiuti, idrici.

Occorre, però, sfatare con fermezza due pericolosi luoghi comuni.

Il primo è quello per il quale i tagli si ribaltano attraverso i diversi livelli della Pubblica Amministrazione dallo Stato alle Regioni, dalle Regioni alle Province, dalle Province ai Comuni e da questi ai servizi erogati ai cittadini. Spesso tutto ciò accade con una semplice alzata di spalle da parte del manager di turno. Non è e non può essere così. In realtà dobbiamo pretendere che il trasferimento dell’effetto dei tagli sulla quantità e sulla qualità dei servizi al cittadino avvenga solo a condizione che sia stata rivista l’organizzazione e l’intero ciclo erogativo del servizio nel senso di eliminare gli sprechi e le diseconomie e, quindi, la sola parte restante gravi, eventualmente e salvo verifica con le scelte politiche, sulle spalle del cittadino.

Il secondo luogo comune da sfatare è quello per il quale i decisori si trincerano dietro all’alibi del contenimento della spesa quando praticano tagli generalizzati ed indifferenziati.

Occorre dire a chiare lettere che i cd.”ragionieri” sono necessari per analizzare una spesa pubblica ormai fuori controllo ma non sono loro che decidono. La decisione e la scelta di cosa, come e quanto tagliare spetta ai decisori politici. E’ a loro che è affidato il delicato compito di individuare le priorità ed a noi quello di presidiare i livelli minimi di applicazione delle nostre carte dei diritti al di sotto dei quali non dobbiamo consentire di scendere.

Questo è il compito più importante della politica che nessuna antipolitica potrà mai smentire. La politica vera, però, quella la cui responsabilità spetta a tutta la collettività che decide da sé come governarsi.

In questo momento di crisi economica l’azione della cittadinanza attiva può assumere valenze che fino a poco tempo fa erano inimmaginabili. Prendiamo ad esempio i cosiddetti “costi occulti da disservizio”.

Se potessimo fruire di servizi sanitari pubblici efficienti, efficaci e nei tempi giusti non avremmo bisogno di ricorrere all’intramoenia, oppure alle prestazioni specialistiche private. Se i servizi scolastici fossero pensati a misura dei nuclei familiari o comunque dei genitori non dovremmo ricorrere a baby parking, baby sitter, etc.

Se i servizi di sicurezza al cittadino funzionassero non dovremmo ricorrere alle porte blindate, alle serrature di sicurezza, agli antifurti o non dovremmo sostenere i danni derivanti dai reati contro il patrimonio (furti, borseggi, rapine, scippi, etc.).

Se i servizi di trasporto pubblico funzionassero a dovere non saremmo costretti a mantenere un’automobile che costa mediamente tra i 4.500,00 euro e i 5.000,00 euro l’anno.

Se politiche di sicurezza efficaci allentassero la pressione che il racket e l’usura esercitano sui prezzi di mercato tutti ne trarremmo giovamento a partire dai consumatori per finire ai dettaglianti.

Questo è il campo di azione di una politica nuova basata sulla cittadinanza attiva e non sui corpi separati degli apparati di partito o delle istituzioni che comandano e non governano.

Diventiamo, dunque, attori di un processo che includa anche il sostegno dei redditi attraverso il recupero di servizi di qualità che aiutino le persone a fronteggiare questo momento di crisi economica.

Riappropriamoci del nostro diritto di scegliere in quanto cittadini che sono titolari di diritti perché sono innanzitutto responsabili nei confronti della comunità civica.

Riappropriamoci dei nostri territori ed affermiamo che non siamo disposti a farceli  strappare da chi, con l’inganno o con la violenza, pretende di esserne il dominatore.

Scegliamo di non rinunciare e di restare e di metter su famiglia scommettendo su un futuro per i nostri figli. Creiamo “presidi di resistenza civica per i diritti” intorno ai quali costruire “filiere civiche” che abbiano la capacità di mettere insieme tutti i “costruttori di cittadinanza”.

Non accettiamo che attraverso la negazione dei diritti e del potere di scegliere si neghi la sostanza della cittadinanza.

Fabio Pascapè Cittadinanzattiva Napolicentro

Cancro, cure a malati terminali: un approccio etico in Inghilterra ed uno affaristico nella sanità italiana (di Paolo Baronti)

È una proposta shock quella che arriva da alcuni medici inglesi, che già sta facendo discutere molto in Gran Bretagna: la medicina moderna dà ai malati terminali di cancro “false speranze” prescrivendo loro costosissime medicine quando non ci sono più possibilità di salvezza.  37 esperti, guidati dal professor Richard Sullivan del King’s College di Londra,  sostengono che, in alcuni casi, ai malati terminali non dovrebbero essere prescritte nuove terapie non sperimentate, ma soltanto cure palliative, perchè una “cultura dell’eccesso” nei reparti oncologici ha reso i costi delle terapie anti-cancro insostenibili soprattutto alla luce di un progressivo aumento dei nuovi casi della malattia.

I dati dimostrano che una sostanziale percentuale delle spese per cure anti-cancro avvengono nelle ultime settimane e mesi di vita e che in larga percentuale dei casi queste cure non solo sono inutili ma anche contrarie agli obiettivi e alle preferenze di molti pazienti e famiglie se fossero state adeguatamente informate delle loro opzioni.

Il prof. Veronesi  ha  condiviso tale posizione contro la «cultura dell’eccesso». Prima di tutto eccesso terapeutico. “E’ fondamentale in tutto il percorso di cura, e tanto più nella fase terminale, ridurre al minimo la tossicità per evitare situazioni estreme in cui si aggiunge malattia alla malattia. Ma non si tratta affatto di abbandonare il malato, al contrario, si tratta di offrirgli terapie di supporto avanzate e mirate per il trattamento sia del dolore fisico, che della sofferenza”.

Mentre in Inghilterra si affronta tale problema da un punto di vista etico, le cronache italiane ci rimandano, invece, un approccio, purtroppo, molto diverso:

  1. Nella clinica Latteri di Palermo il diktat che vigeva, imposto dalla direttrice della casa di cura ai medici della struttura convenzionata con il servizio sanitario era di dimezzare le cure, evitare la somministrazione di farmaci costosi, soprattutto ai malati di tumore. Poco importava se qualche medico si fosse opposto facendo notare che la mancata prescrizione dei farmaci, alcuni necessari per ripulire il sangue come il disintossicante “Tad”, sarebbe stata rischiosa per i malati oncologici. Il contenimento della spesa era l’obiettivo primario che ci si poneva alla Latteri rispetto alla cura dell’ammalato.
  2. I dati sulla spesa farmaceutica ospedaliera nell’anno 2010 in Italia ci dicono che si è verificato un aumento vertiginoso che ha riguardato quasi tutte le regioni italiane. Alla base vi è un dato che sarebbe positivo e cioè la scoperta e l’immissione in commercio di farmaci biologici di nuova generazione tra cui importanti antitumorali. Purtroppo ci sono molti medicinali prescritti dagli oncologi, messi sul mercato senza adeguate verifiche sulla loro capacità di incidere positivamente sulla qualità della vita del paziente. Sono ormai tre anni  che  l’AIFA annuncia  provvedimenti senza adottarli e il Ministero, non interviene. Solo poche Regioni come il Veneto e l’Emilia Romagna si sono attrezzate istituendo Centri di Riferimento Regionali sul Farmaco, che forniscono a tutte le aziende ed a tutti i medici ospedalieri le specifiche strumentazioni operative su valutazione, informazione e monitoraggio dei nuovi farmaci e degli usi “off label” per evitare comportamenti prescrittivi non idonei da parte dei clinici. Ma nelle altre regioni, dove non si è attivata nessuna azione di controllo  si registrano maggiori spese che valgono da sole molto più del valore complessivo annuo dei Ticket che in questi giorni i cittadini sono chiamati a pagare in Farmacia.

Mentre altrove si apre un corretto dibattito, con posizioni anche diverse, su una problematica di carattere etico, nello stesso campo in Italia assistiamo a due comportamenti che apparentemente sono opposti, ma che sono ispirati e guidati, invece,  dalla stessa motivazione: affarismo e disinteresse per i diritti e le aspettative dei malati. Il caso inglese, tra l’altro, dimostra che l’approccio etico si rivela appropriato anche dal punto di vista della sostenibilità finanziaria. Ecco un altro insegnamento che faremmo bene a tener presente mentre sembra che il criterio guida di tutte le politiche pubbliche debba essere il risparmio e il taglio dei costi.

Paolo Baronti

Tagli di spesa, riduzione dei servizi: una manovra a tenaglia contro gli italiani (di Claudio Lombardi)

Se fosse uno scontro tra eserciti schierati si chiamerebbe manovra a tenaglia. Si attacca da un lato e, quando l’avversario retrocede verso l’altro, si scatena un attacco anche da quello. Chi rimane preso in mezzo non ha scampo. Ma non siamo in guerra e i protagonisti non sono eserciti, bensì governo e cittadini.

Nell’ultimo anno si sono succedute varie manovre che hanno seguito uno schema classico e ben consolidato: c’è l’emergenza o almeno una situazione critica; occorre intervenire rapidamente e con efficacia; ci vuole un taglio delle spese e un incremento delle entrate; l’unico modo per fare presto è prendere i soldi da chi non si può sottrarre e toglierli a quei settori che resistono meno. Conclusione: più pressione fiscale per i redditi fissi, meno prestazioni sociali, meno servizi pubblici. La ricetta prevede diverse varianti: per esempio, non si aumentano esplicitamente le tasse, ma si tagliano i servizi costringendo le persone a spendere di più o ad accontentarsi di servizi inferiori o a ricorrere a servizi privati (di solito finanziati dallo Stato). Tipico il caso della scuola che ha subito drastici tagli non solo di personale (il pretesto era che ci sarebbe sovrabbondanza di insegnanti), ma anche di risorse per il funzionamento, determinando, però, una situazione di povertà diffusa nelle scuole pubbliche che ha costretto le famiglie a contribuire in denaro o in natura alle spese di funzionamento oppure le ha “incoraggiate” ad iscrivere i figli alle più attrezzate ed accoglienti scuole private.

Altro caso stranoto, i tagli ai bilanci degli enti locali (e delle regioni) accusati di organizzare feste e di sprecare soldi e messi nelle condizioni di dover risparmiare sui servizi ai cittadini e sulla manutenzione delle città e del territorio. Ci meravigliamo se un forte acquazzone mette in ginocchio la capitale d’Italia o devasta zone fra le più belle come sta succedendo in queste ore in Liguria? E perché ci meravigliamo quando sappiamo da anni che la tenaglia fra riduzione dei finanziamenti e scarsa cultura di cura dei beni pubblici, dei beni comuni e del territorio trasforma qualsiasi evento naturale in un disastro?

Ovviamente la risposta non può essere soltanto che ci vogliono più soldi e più personale perché questi vanno inseriti in un contesto di buona amministrazione, di trasparenza e di coinvolgimento dei cittadini altrimenti portano a sprechi, corruzione e ruberie, ma per questo ci sarebbe la politica che dovrebbe costruire le condizioni perché tutto funzioni per bene. Dovrebbe, appunto.

Scegliere la strada dei tagli, per di più sotto la pressione dell’emergenza, non è saggio perché è, comunque, una misura provvisoria e non un percorso di riqualificazione delle spese a sostegno di determinate politiche.

Prendiamo il caso arcinoto delle pensioni. Adesso la nuova frontiera sono i 67 anni di età per andare in pensione abolendo le pensioni anticipate. Non si tratta di una questione filosofica, bensì di una scelta legata a fattori conosciuti come l’aumento della durata della vita e il progressivo invecchiamento della popolazione che, se non fosse per gli immigrati, diminuirebbe anno dopo anno e, con essa, diminuirebbero i lavoratori attivi (quelli che producono la ricchezza dalla quale si prelevano i soldi per pagare le pensioni). Nel corso degli anni sono stati fatti vari interventi che hanno mutato drasticamente il quadro a partire dalla riforma del 1995 che ha introdotto il metodo contributivo e l’innalzamento progressivo dell’età pensionabile. I dati ufficiali ci dicono che l’età di pensionamento effettiva media oggi in Italia è di 61 anni, quindi molto lontana da quella del passato e piuttosto vicina al limite attuale per la pensione di vecchiaia, 65 anni. Inoltre è sempre più difficile per i lavoratori andare in pensione anticipata perché gli stipendi già non sono alti e le pensioni sono più basse che in passato dato che sono cambiati i metodi di calcolo.

Alzare l’età di pensionamento prolungando la vita lavorativa sta diventando, quindi, e di fatto una necessità per un numero crescente di lavoratori.

C’è poi un aspetto di grande rilievo ed è quello della composizione della spesa sociale troppo squilibrata ora sul versante pensionistico e poco presente negli interventi a favore dei giovani e dei disoccupati.

Si tratta di questioni importanti sulle quali il dibattito e la ricerca delle soluzioni sono in corso da molto tempo. Compito della politica è elaborare strategie ed attuarle nei tempi lunghi che questi cambiamenti richiedono. Non si tratta, inoltre, di cambiamenti che possono farsi su un singolo punto ignorando le conseguenze sulla vita delle persone e un disegno complessivo che dovrebbe sostenerli.

Esempio: è sbagliato tirare in ballo le pensioni ogni volta che c’è una emergenza economica dando non l’impressione, bensì la certezza che si tratti di ricavare un po’ di soldi da gettare nel calderone del bilancio.

Ben diverso sarebbe se una riforma fosse legata a una ristrutturazione della spesa sociale magari con l’istituzione di un salario minimo sociale che sottraesse i giovani al ricatto del lavoro precario e mal pagato, a una diminuzione della pressione fiscale sul lavoro dipendente e dei contributi a carico dei datori di lavoro. Questo sarebbe un investimento a favore del lavoro e dei giovani.

Ma non c’è traccia di tutto ciò nella politica del governo che si arrabatta sugli impegni da prendere con l’Europa, ma non sa indicare una strada credibile. L’unico linguaggio che parla è quello dei tagli che hanno il segno della disperazione e del disprezzo per gli italiani.

Ed ecco perché tutto appare come una manovra di accerchiamento dei cittadini che sono condannati a pagare e a subire un drastico peggioramento delle loro condizioni di vita sempre più povera di diritti e di solidi punti di riferimento. D’altra parte la scelta del centrodestra è stata chiara fin dal 2001 quando rinunciò a vigilare sul cambio dalla lira all’euro e consentì ai gruppi sociali di riferimento di attuare una grande redistribuzione di reddito dalle tasche dei lavoratori dipendenti e dei pensionati a quelle delle categorie che potevano stabilire i prezzi. Se ci si aggiunge la “comprensione” per l’evasione fiscale e una gestione delle risorse pubbliche messe a disposizione dei faccendieri e delle cricche si ha il quadro della manovra messa in atto ai danni della maggioranza degli italiani da parte del centrodestra e dei suoi sostenitori economici e sociali nel corso di 10 anni.

La manovra è riuscita, i ricchi si sono arricchiti, i corrotti hanno spadroneggiato, Berlusconi ha evitato i processi ed è più ricco di allora. L’Italia si è impoverita ed è allo sbando. Sarebbe ora di cambiare strada.

Claudio Lombardi

Lo Stato siamo noi

Pubblichiamo l’appello dei lavoratori precari a difesa dei servizi pubblici. Meno pubblico e più privato è uno slogan che si è fatto politica da ormai molti anni. Bisogna riscoprire il valore del servizio pubblico come strumento della coesione sociale e di una più elevata qualità della vita.
C’è chi dice che alla crisi economica si risponde con meno “pubblico”. E’ la risposta di austerity delle istituzioni monetarie, ed è la risposta del Governo italiano che prima di ogni altra cosa ha fatto cassa bloccando il turn over nella pubblica amministrazione, tagliando risorse per il lavoro a termine e tagliando fondi a sanità, enti locali, scuola e università. Così si decide di non scommettere sulle giovani generazioni e, insieme, di non scommettere sul lavoro pubblico: sulle tante e i tanti che hanno retto i servizi pubblici nel nostro paese. E lo hanno fatto da precari.

Noi diciamo altro. Contro la crisi e il modello economico che l’ha prodotta ci vuole più intervento pubblico, più welfare, più scuola e più università. Ci vuole un Paese che non lasci sole le persone, un Paese capace di scommettere sulla conoscenza, sui suoi talenti e sulla sua dimensione comune e solidale.

Il Governo ha scelto la prima strada, quella che disinveste sul pubblico, riduce i servizi, combatte la conoscenza. Che taglia infermieri agli ospedali, chiude asili pubblici, umilia i ricercatori e si arma della retorica dei fannulloni per far macerare nel brodo della precarietà migliaia di suoi lavoratori, mentre nello stesso tempo blocca i contratti di lavoro e nega diritti a tutti. E’ questo il prodotto dei tagli lineari, di concepire la politica del personale come una politica di tagli, dell’aumento dell’età pensionabile delle lavoratrici, di una riduzione degli organici che squalifica i servizi e toglie opportunità di lavoro.

Di quel mondo che ha prodotto la crisi economica, di quell’ideologia che comprime la dimensione sociale a favore del privato, la precarietà è emblema. E qui risiede l’inaccettabile contraddizione del nostro Stato. Uno Stato che fabbrica precari. Che li spreme e li spreca contemporaneamente. Che chiede dedizione, extralavoro, sacrificio e poi li butta via.

Siamo ricercatrici e ricercatori precari, siamo insegnanti non di ruolo, educatrici dell’asilo, infermieri, siamo quelli che supportano le aziende all’estero, siamo animatori dei centri per l’impiego, ispettori del lavoro, medici, siamo quelli che compilano le pratiche per le pensioni, assistenti sociali e operatori cooperative sociali, tutti con contratti a termine: a progetto o a tempo determinato. Siamo vincitori di concorso non assunti.

Siamo quelli che negli ultimi decenni hanno contribuito a tenere in piedi le scuole, le università e i servizi pubblici e siamo quelli che vogliono continuare a farlo con il massimo della passione e della competenza. Senza di noi chiuderebbero uffici, non si attiverebbero corsi di laurea, i bambini non avrebbero educatrici e i malati meno infermieri. Per questo non possiamo essere espulsi: togliendoci il lavoro si tagliano i servizi. Nè possiamo continuare a lavorare così: senza diritti, con contratti discontinui, senza riconoscimento, né protezione sociale in caso di licenziamento.

Ci vuole un lavoro stabile e valorizzato per servizi stabili e di valore.

Per questo chiediamo nuovi investimenti per nuovi lavori: servizi qualificati alle persone e un investimento straordinario in conoscenza; per questo chiediamo una riforma del reclutamento: il pubblico non può essere terra di conquista per piccoli e grandipotenti che ne dispongono a piacere. Chiediamo procedure trasparenti e imparziali per l’accesso al lavoro pubblico a garanzia della qualità per i cittadini e della dignità dei lavoratori.

Per questo chiediamo una rigida regolamentazione dell’impiego, delle modalità e del limite temporale del lavoro a termine nei settori pubblici.

Vogliamo dare un taglio alla politica dei tagli

Vogliamo una programmazione di assunzioni nei settori strategici. A partire da coloro che hanno già superato le prove d’accesso, vincendo i concorsi o risultando idonei, e sono tenuti dallo Stato in una bizzarra “lista d’attesa”.

Vogliamo che prosegua sia il lavoro sia la stabilizzazione di tutte e tutti coloro che lavorano stabilmente da precari nelle pubbliche amministrazioni da anni, qualificandole col loro lavoro: non una sanatoria, ma un accesso trasparente per titoli ed esami.

Vogliamo diritti adesso, basta discriminazioni

Troppo spesso chi lavora per la pubblica amministrazione con contratti precari fa lo stesso identico lavoro di chi ha un contratto a tempo indeterminato, ma non ha gli stessi diritti.

Per questo chiediamo welfare e diritti, subito, per i lavoratori atipici del pubblico.

Chi è vittima delle esternalizzazioni e lavora in attività pubbliche affidate a soggetti terzi deve avere lo stesso contratto, gli stessi diritti e le stesse tutele del comparto di appartenenza.

Il problema siamo noi (di Claudio Lombardi)

Dunque i problemi non erano risolti, la solidita’ dell’Italia non era quella sbandierata dal Governo, i conti dello Stato non mettevano al sicuro i portafogli degli italiani nei quali gia’ poche settimane fa si era deciso di mettere le mani e che adesso ci si prepara ad alleggerire in maniera decisa.
Ripensare adesso alle rassicuranti dichiarazioni degli anni passati quando si affermava con sicumera che la crisi non ci riguardava e che era, addirittura, un problema psicologico fa rabbia e dovrebbe portare ad una immediata ribellione nei confronti di chi ci ha preso in giro. Se cio’ non accade non e’ strano tanto e’ vero che, senza alcun pudore, si riparla ora di sacrifici dolorosi, ma necessari esattamente come se ne parlava in tutte le crisi precedenti. Il problema non e’, infatti, che il Governo ancora in carica ci ha presi in giro perche’ questo e’ cio’ che e’ accaduto molte altre volte nella nostra storia con l’eccezione di quei pochi momenti nei quali la politica e i governi si sono messi alla testa della nazione producendo risultati straordinari.
Il problema e’ che gli italiani si sono sottomessi a gruppi politici che sempre piu’ somigliano e si manifestano come associazioni a delinquere o di affaristi, parassiti, imbroglioni, sfruttatori e sabotatori delle risorse pubbliche.
Esagerazione? Non sembra proprio viste le continue inchieste della magistratura che coinvolgono esponenti politici di primo piano come e’ accaduto nei giorni scorsi con le cosiddette P3 e P4 e con i casi Papa e Milanese e, da ultimo, Tedesco. Sono tutti cosi ? No ovviamente, ce ne sono tanti che fanno del loro meglio, ma non prevalgono sugli altri. E poi: quanti mettono le istituzioni e i cittadini al primo posto e il partito all’ultimo?
Pensate un po’, tutto quello che si sa oggi lo si deve ai magistrati; proprio a quella magistratura che Berlusconi, pluriimputato di svariati reati comuni, vorrebbe mettere a tacere e privare di essenziali strumenti di indagine. Come si fa a negare che gente di malaffare si e’ impadronita di una parte della politica e delle istituzioni e lotta contro i poteri dello Stato che devono far rispettare la legalita’?
Non si puo’ perche’ questa e’ l’evidenza dei fatti.
E questo viene prima della crisi mondiale perche’ non c’e’ sacrificio bastevole a rimediare gli effetti di una politica al comando che agisce come un aggregato di bande criminali. Parole forti? Si’ certo, ma come definire in altro modo cio’ che da molti anni accade in Italia?
Si parla tanto e giustamente di costi della politica in un momento in cui stanno decidendo che noi cittadini pagheremo il conto della loro incapacita’, dei loro errori, del loro affarismo. Ma i costi della politica non sono solo quelli riportati sui giornali. I costi piu’ pesanti sono quelli di dover mantenere un sistema di potere che assorbe risorse e non funziona. Chi viaggia in Europa torna sempre con la sensazione che gli altri stanno comunque piu’ avanti perche’ li’ i servizi funzionano, le regole sono rispettate e lo spazio pubblico tutelato. Sembra che lo Stato ci sia e faccia la sua parte. Da noi no, la sensazione e’ che nulla sia affidabile e tutto incerto.
Ecco i veri costi della politica, di una politica che non e’ nemmeno piu’ tale, perche’ ci sarebbe bisogno di tanta politica, diffusa, partecipata e condivisa. E ci sarebbe bisogno di partiti in grado di guidare la societa’ civile non perche’ le stanno sopra, ma perche’ ne sono espressione. E ci sarebbe bisogno di una societa’ civile che faccia politica cioe’ si occupi dell’interesse generale e non pensi solo ai propri problemi particolari.
In definitiva una politica come quella che comanda in Italia costera’ sempre troppo perche’ non svolge il suo compito.
In questi giorni sapremo quanto ci costera’ l’incapacita’ della nostra classe dirigente e ascolteremo le solite litanie di politici ed esperti che ci spiegheranno come siano necessari i duri sacrifici di fronte all’emergenza. Ovviamente si guarderano bene dallo spiegare come mai le condizioni dell’Italia rendano piu’ pesanti questi sacrifici e di quale sia la loro responsabilita’. Saremo presi in giro di nuovo e, salvo sorprese, lo accetteremo. Almeno, questo e’ il copione di sempre.
Senza rabbia e con amarezza ne parlava su Repubblica il 7 agosto Ilvo Diamanti in un articolo che andrebbe letto e riletto e dal quale traiamo la seguente citazione:

“Poi, soprattutto, è da vent’anni che il localismo, il familismo e il bricolage sono andati al potere. Interpretati dal partito delle piccole patrie locali: Nord, Nordest, regioni, città e quant’altro. E dal Partito Personale dell’Imprenditore-che-si è-fatto-da-sé. È da 10 anni almeno che lo Stato è stato conquistato da chi considera lo Stato un potere da neutralizzare. Da chi ritiene le Tasse e le Leggi degli abusi. È da 10 anni almeno che il pessimismo economico è considerato un atteggiamento antinazionale, un sentimento esecrabile che produce crisi. È da 10 anni almeno che “tutto va bene”, l’economia nazionale funziona, la disoccupazione è più bassa che altrove (non importa se è sommersa nell’informalità). E se oggi la nostra borsa e la nostra economia arrancano affannosamente – certo, insieme alle altre, ma molto, molto più di ogni altra – la colpa non è nostra, figurarsi. Ma degli altri: i mercati e gli speculatori – cioè, lo stesso. Perché non ci capiscono. Non tengono conto dei nostri “fondamentali”, solidi e forti.

Così dubito che gli italiani siano davvero in grado di affrontare la sfida di questo momento critico. Al di là delle colpe altrui, anche per propri limiti. Perché non hanno – non abbiamo – più il fisico e lo spirito di una volta. Perché oggi essere familisti, localisti, individualisti – e furbi – non costituisce una risorsa, ma un limite. Perché la sfiducia nello Stato e nelle istituzioni, oltre che nella politica e nei partiti è un limite. (E non basta la fiducia nel Presidente della Repubblica a compensarlo.) Perché l’abbondanza di senso cinico e la povertà di senso civico è un limite. Perché se a chiederti di cambiare è un governo fatto di partiti personali e di persone che riproducono i tuoi vizi antichi come fai a credergli?

Perché, in fondo, questo Presidente Imprenditore – e viceversa – in campagna elettorale permanente, quando chiede sacrifici, rigore, equità, non ci crede neppure lui. Strizza l’occhio, come a dire: sacrifici sì, ma domani… Basta che paghino gli altri. Peccato che domani – anzi: oggi – sia già troppo tardi. E gli altri siamo noi. L’arte di arrangiarsi stavolta non ci salverà. Tanto meno Berlusconi.”

Ecco: il problema siamo noi. Se abbiamo pazienza superemo questa crisi in attesa della prossima quando ancora ci diranno “emergenza, sacrifici”. E intanto la spazzatura sara’ tornata nelle strade di Napoli e i politici gestiranno ancora gli appalti e le consulenze senza problemi, ovviamente impegnadosi a completare la Salerno-Reggio Calabria entro la data improrogabile del…….

Claudio Lombardi

Manovra: ancora una volta gli italiani pagano il conto (di Claudio Lombardi)

Difficile dire qualcosa di originale sulla manovra finanziaria presentata dal Governo. Difficile perché i commenti sono, come sempre in queste occasioni, così tanti da coprire tutto ciò che è possibile dire; difficile perché la manovra ripete uno schema “classico” che ormai è lo stesso da molti anni.

In due parole: con decreto-legge o con procedure rapide si approvano le norme in grado di portare risultati certi e in tempi brevi; con strumenti di più lunga durata (proposte di legge, leggi delega, differimenti di attuazione alla prossima legislatura) si definiscono le norme delle quali i risultati non sono né immediati né certi.

Come sempre la ricetta prevede che le due categorie di norme siano tenute strettamente vicine, anzi, che quelle di non immediata attuazione siano presentate come la vera novità per oscurare le misure che si attuano subito.

Nel rincorrersi delle anticipazioni, per esempio, l’accento è caduto sulla riforma fiscale e sui tagli ai costi della politica; due tipologie di intervento che si realizzeranno in tempi lunghi, se si realizzeranno.

Anche sull’entità della manovra si è utilizzato lo stesso effetto deformante: la dimensione pubblicizzata ha dato l’impressione di un intervento deciso di correzione dei conti; la scansione temporale ha mostrato la realtà di un rinvio degli interventi più sostanziosi alla prossima legislatura.

Certo l’Europa si accontenta e dice che, fino al 2012, i conti possono andar bene. Il problema, però, è che i conti li dobbiamo fare con la situazione oggettiva del Paese e con le esigenze pressanti della maggior parte degli italiani. L’Europa si può accontentare, noi no. Semplice.

Un Governo che vuole fare sul serio lo fa comunque e presto. Cosa, però? Una politica economico-finanziaria che migliori la situazione dell’economia e delle persone puntando a superare croniche debolezze infrastrutturali e la frammentazione del tessuto produttivo forte di tante piccole e piccolissime imprese, ma debole su tutti gli altri fronti.

Economia e società si tengono strettamente ed è un’illusione pensare che l’una possa basarsi sullo schiacciamento dell’altra. Il collegamento è dato dalle politiche pubbliche cioè dal ruolo dello Stato e dalla politica che lo fa muovere. Da decenni si parla di “sistema Paese” per sottolineare una dimensione che tiene unite queste facce della stessa medaglia. Eppure ancora siamo qui a romperci la testa su misure che servono a “passà ‘a nuttata” e non a costruire il futuro.

Pensate, torna il superbollo! E si blocca per la ennesima volta (decima, quindicesima?) il turn over degli statali. Ma come? Dopo tutte queste volte che li bloccano ce ne sono ancora di statali? Sì perché la norma si approva, si scrivono i risparmi che assicura, si coprono le spese con quelle entrate virtuali e poi… e poi fatte le spese (vere) si fa altro debito pubblico per coprirle perché i risparmi non c’erano veramente.

Come nella moda quando uno stile del passato viene riportato alla ribalta, anche dagli uffici del Governo provengono idee e proposte che già sono state fatte e sperimentate nel passato e che non hanno funzionato. Però le ripropongono lo stesso. E chissà la fantasia degli esperti e consiglieri, dei ministri e dei parlamentari cos’altro produrrà nelle prossime settimane.

Per quale obiettivo? Raddrizzare i conti dello Stato. Come già detto ci sono i tagli certi che producono minor spesa (ne fanno le spese enti locali, regioni con la sanità in testa, i pensionati), ci sono un po’ di entrate di piccolo taglio (tassa di proprietà oltre i 225Kw, tassa sui treni alta velocità) e una miriade di interventi sparsi che vanno visti uno per uno. Tanti saranno pure giusti, ma il fatto è che tutti insieme, buoni e cattivi, veri e falsi, mischiati alle politiche nelle quali è impegnato il Governo, conditi con la sua autorevolezza nazionale e internazionale (bassissima), accompagnati da una maggioranza che non si capisce cosa la tenga unita (a parte gli interessi personali e di gruppo) e con la ciliegina sulla torta degli scandali che hanno mostrato agli italiani e al mondo chi sono veramente tanti di quelli che hanno preso il potere e come lo usano a proprio vantaggio; tutti insieme non sono credibili e suscitano diffidenza e un senso di rabbia che si sta diffondendo sempre più.

Rabbia per la sfrontatezza e l’arroganza di chi ha ricevuto il mandato di governare ed ha perso tempo a farsi gli affari suoi (magari raccontando barzellette); rabbia per l’incapacità di guidare lo Stato in un Paese con una delle più forti economie mondiali reso debole proprio dall’incapacità delle sue classi dirigenti che hanno sperperato ricchezze immense senza costruire nulla di solido.

Non sono solide le infrastrutture, non lo è il sistema dell’istruzione, non lo sono i servizi. Al contrario tutto appare precario e inaffidabile e gli italiani si meravigliano quando capita loro di imbattersi in qualcosa che funziona come dovrebbe. E questo mentre la forza dell’economia c’è, ma deve fare a meno di uno Stato che marci come dovrebbe.

Soprattutto ne devono fare a meno gli italiani che si trovano ogni anno a saldare il conto e non riescono a sapere e a vedere dove vanno a finire i loro soldi.

Per il futuro è preferibile che ci siano meno manovre e più lavoro quotidiano fatto con le politiche giuste che costruiscano il futuro ogni giorno.

Claudio Lombardi