L’imbroglio della flat tax

Ci vogliono convincere che il taglio delle tasse con l’invocazione di una flat tax cioè di un’imposta proporzionale uguale per tutti è il problema più importante dell’Italia tale da meritare uno scontro con la Commissione europea. Vuol dire che il sistema tributario attuale è proprio sbagliato? Vediamo di capirlo con qualche ragionamento e ricorrendo ad alcune citazioni da un recente intervento del professor Andrea Fumagalli.

Punto primo: l’articolo 53 della Costituzione che stabilisce due fondamentali principi. “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Dunque il sistema fiscale italiano deve essere progressivo, nel senso che in corrispondenza di una base imponibile più elevata, si dovrebbe versare un’imposta proporzionalmente maggiore.

Perché la progressività è meglio di un’aliquota unica uguale per tutti? Lo Stato ha bisogno di essere finanziato per tutte le funzioni che deve svolgere e ripartire il prelievo in modo da salvaguardare i redditi medi e bassi va a vantaggio dell’equità, degli equilibri sociali e del lavoro. Infatti se le prime aliquote sono più basse viene incentivato l’ingresso nel mercato del lavoro regolare o l’aumento delle ore lavorate. I redditi medi e bassi inoltre sono quelli più vicini ai minimi necessari per non cadere in povertà.

I principi costituzionali, però, hanno trovato applicazione solo nel 1974. Negli anni precedenti la tassazione era applicata in base alla condizione professionale dei contribuenti. I commercianti, gli agricoltori, i liberi professionisti, gli imprenditori, i lavoratori dipendenti avevano un sistema di tassazione diverso, esito della contrattazione con il sistema politico. L’evasione fiscale nasce in quegli anni come espressione di un patto sociale implicito che applicava un prelievo certo ed obbligatorio solo ai lavoratori dipendenti e ai pensionati.

Il fisco dovrebbe svolgere anche la funzione di “stabilizzatore automatico”, ovvero incrementare le entrate negli anni di crescita economica e ridurle nei periodi di recessione. La progressività serve anche a questo.

Dal 1946 al 1971, invece, la pressione fiscale si è mantenuta più o meno costante, intorno al 25-26%, a fronte di una crescita media annua del Pil nominale del 6,7%. In presenza di progressività, la pressione fiscale sarebbe stata maggiore portando allo Stato italiano quelle risorse aggiuntive che erano necessarie e che sono state prese a debito.

Nel 1974 (riforma Visentini), nasce l’Irpef con la quale si applica a tutti i contribuenti un unico sistema di aliquote progressive articolato in ben 22 livelli, dal 10% al 72%. Nel 1983 le aliquote diventano nove, dal 18% al 65%. Successive riduzioni hanno portato alle attuali 5 aliquote, con la più bassa al 23% e la più alta fissata al 43%.

È evidente che la riduzione della progressività si è realizzata innalzando le imposte sui redditi più bassi e abbassando quelle sui redditi più alti.

Per cogliere gli aspetti redistributivi del sistema fiscale è necessaria però un’analisi complessiva, partendo dal definire le tre grandi categorie che costituiscono le entrate fiscali:

le imposte dirette (Irpef, Ires, patrimoniali); le imposte indirette (Iva); i contributi sociali, che tassano i redditi da lavoro e sono specificamente destinati al finanziamento delle principali prestazioni del welfare (pensioni, ammortizzatori sociali).

La tendenza in atto in tutta Europa e in Italia è un inasprimento dell’imposizione indiretta a scapito della progressività dell’imposizione diretta. Dal 1973 a oggi l’Iva in Italia passa dal 12 al 22%. Nel luglio 2011, il Governo Berlusconi ha introdotto per la prima volta in una manovra finanziaria la cosiddetta clausola di salvaguardia con la quale si prevede un aumento automatico delle aliquote IVA e delle accise qualora il governo non sia in grado di reperire le risorse necessarie a finanziare la manovra stessa. Da allora la clausola di salvaguardia si è ripetuta ad ogni manovra di bilancio.

Sulla base dei dati Banca d’Italia negli ultimi anni il peso relativo dell’imposizione diretta, indiretta e dei contributi sociali è rimasto più o meno costante. Le prime due hanno lo stesso peso (intorno al 34-35%), mentre l’apporto dei contributi sociali è di circa il 30%.

Ciò significa che già oggi buona parte delle entrate fiscali risponde a criteri di proporzionalità. Infatti, l’Iva è un’imposta proporzionale, così come lo è l’Ires (la tassa sui profitti delle aziende che è stata ridotta dal 37% nel 1994 al 24% deciso dal governo Renzi). Proporzionale è la tassazione sulle locazioni e quella sui proventi da investimenti finanziari. Infine da quest’anno si applica l’aliquota del 15% per le partite Iva fino a 65 mila euro annui e dal 2020 del 20% fino a 100 mila.

Tutto ciò significa che l’attuale sistema fiscale è già ampiamente caratterizzato più da proporzionalità che da progressività.

Perché allora il mantra ripetuto da quasi tutti i partiti è quello che considera urgente abbassare le tasse? Il modo più semplice sarebbe combattere l’evasione fiscale che costringe a ripartire il carico fiscale su una platea più ristretta di contribuenti.

L’inganno si nasconde proprio nella genericità dell’obiettivo propagandato rispetto agli effetti realmente perseguiti. Il vero scopo della flat tax sta nella riduzione dell’imposizione per i redditi più elevati. Chi ha redditi bassi e medi potrebbe riceverne addirittura un danno visto che è prevista la riduzione delle detrazioni fiscali e l’assorbimento degli 80 euro. C’è anche il rischio che salti la no tax area attuale e che anche a questa si applichi l’aliquota unica.

Dulcis in fundo le entrate fiscali subirebbero un ridimensionamento certo e consistente. Non a caso Salvini sventola come una bandiera la necessità di tagliare le tasse anche a debito il che significa che con una mano ad alcuni saranno tagliate le tasse e con l’altra lo Stato dovrebbe trovare i soldi per pagare maggiori interessi nell’immediato e un maggiore debito nel futuro. In sintesi si prenderebbero in prestito i redditi che devono ancora essere prodotti. Proprio ciò di cui l’Italia ha bisogno per affogare

Claudio Lombardi

L’idea sbagliata della flat tax (1)

Flat tax e tagli delle imposte sui redditi più alti

In tutti i paesi progrediti il sistema fiscale è guidato da criteri di progressività, ovvero le imposte pagate crescono al crescere del reddito e più in generale della capacità contributiva. Nei paesi occidentali la progressività delle imposte è garantita da aliquote crescenti sul reddito delle persone fisiche. Le altre due principali imposte, l’imposta sui redditi delle società e, dove esiste, l’imposta sul valore aggiunto non hanno invece un sistema di aliquote che crescono al crescere della base imponibile. Quando si parla di flat tax, ovvero di imposta piatta, si fa riferimento all’imposta sui redditi delle persone fisiche con una sola aliquota, oggi adottata quasi esclusivamente da paesi postcomunisti, alcuni dei quali ricchi di risorse naturali e da piccolissimi paesi, in gran parte paradisi fiscali. Il più grande dei paesi del flat club è la Russia.

Il primo a parlare imposta piatta fu Milton Friedman[1]. In estrema sintesi l’economista americano sosteneva la necessità di ridurre in modo consistente le imposte sui redditi più elevati, tagliare i servizi pubblici e introdurre un’imposta negativa (una sorta di reddito di cittadinanza) per i meno abbienti. I divulgatori della flat tax furono Alvin Rabushka e Robert Hall, autori nel 1985 del libro “La flat tax[2]. L’idea di fondo che ispira il taglio delle imposte sui redditi più elevati è il trickle down, ovvero che più soldi per i più abbienti portano ad investimenti, maggior occupazione e maggior benessere per tutti.

L’economia non è una disciplina scientifica e i suoi modelli risultano meno affidabili di quelli della fisica; e non è nemmeno una disciplina filosofica in cui è possibile dividere con un coltello il bene dal male. L’economia è una disciplina empirica, lo studio delle evidenze ci aiuta a capire cosa in passato ha funzionato e cosa tra ciò che ha funzionato potrebbe funzionare oggi. Tutte le evidenze ci portano alla conclusione che la flat tax non funziona.

Esperienze simili alla flat tax

Nel dopoguerra l’aliquota più elevata sui redditi delle persone fisiche raggiungeva il 95% negli Stati Uniti ed il 75% in molti paesi europei[3].Dagli anni sessanta ad oggi si è assistito ad un drastico taglio delle aliquote sui redditi più elevati. Oggi l’aliquota più elevata è pari al 37% negli Stati Uniti (sopra i 500.000 dollari), al 50% circa in Gran Bretagna e Germania (nel secondo caso incluso contributo di solidarietà), al 45% in Francia e Spagna al 43% in Italia[4].

Reagan stimolò l’economia con significativi tagli fiscali a cui furono abbinati tagli della spesa sociale per oltre 20 miliardi di dollari. Gli effetti sui conti pubblici furono negativi in parte per l’aumento delle spese militari, in parte perché le previsioni sugli stimoli dell’economia figli della riduzione della pressione fiscale si rivelarono errate. Durante le presidenze di Reagan e Bush senior il deficit del governo federale restò sempre tra il 4 ed il 7%, mentre era attorno al 2-3% con Carter. Fu Clinton a riportare il bilancio federale in pari nel 2000.

Di certo pochi oggi proporrebbero di introdurre un’aliquota del 95% sui redditi sopra 75.000 euro o 100.000 euro, tuttavia oggi molte istituzioni internazionali hanno rivisto le loro posizioni in merito ai tagli fiscali a più abbienti. L’OCSE afferma che paesi molto indebitati non possono pensare di rilanciare il PIL a colpi di riduzioni della pressione fiscale a debito e suggerisce di spostare il carico fiscale dai redditi ad altri presupposti d’imposta quali il patrimonio ed i consumi. Il Fondo Monetario Internazionale che a partire dagli anni ottanta sostenne l’idea di tagliare le detrazioni per abbassare le aliquote d’imposta ha negli ultimi anni suggerito una maggiore attenzione alle disuguaglianze e con il Fiscal Monitor dell’ottobre 2017 ha affermato che occorre tassare di più i redditi più elevati[5]. Il FMI arriva in ritardo di diversi anni rispetto alla Commissione Europea che almeno dal 2013 sostiene che paesi molto indebitati non possono rilanciare la crescita con scriteriati tagli della pressione fiscale[6].

Il laboratorio dell’Europa dell’est

Dal 1989 al 2007 molti paesi dell’Europa orientale crebbero a tassi molto elevati che spesso raggiungevano le due cifre, mentre i paesi occidentali festeggiavano quando ottenevano una crescita del 3%; in quegli anni l’ovest e l’est del vecchio continente vivevano in due “ere geologiche” diverse; gli anni che vanno dalla caduta del muro a Lehman Brothers (il fallimento negli Usa da cui partì la grande crisi del 2008) per l’Europa orientale equivalgono ai trent’anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale per l’Italia e la Francia. I tassi di crescita dei 15 -18 anni post 1989 dei paesi dell’est oggi non sono replicabili né in Europa orientale né in Europa occidentale. Per molti paesi dell’Europa orientale dopo Lehman Brothers il tasso di crescita annuale massimo si è abbassato di 3 o 4 punti percentuali e la flessione sta continuando. Per i paesi che nel primo decennio del millennio avevano raggiunto e superato tassi di crescita del 10% oggi Bloomberg stima una crescita tra il 2 ed il 4%[7].

Nei paesi dell’Europa dell’est il modello sociale europeo non esiste e le disuguaglianze sono elevatissime; nel giro di pochi anni Lituania, Lettonia ed Estonia si sono infatti posizionate tra i paesi con i coefficienti di Gini più elevati in Europa[8]; la guerra civile in Ucraina è figlia di squilibri economici ed in molti paesi dell’Europa dell’est vi è un elevatissimo rischio politico.

Elemento colpevolmente omesso nel dibattito è che la dilaniata Ucraina, la Repubblica Ceca, l’Albania e la Slovacchia hanno abbandonato la flat tax e sono ritornate alla tassazione progressiva. Tutte le previsioni ci dicono che nei prossimi 5 anni la Slovacchia avrà tassi di crescita più alti dei paesi del flat club. La Russia, con la sua flat tax al 13% nei prossimi anni dovrebbe crescere al 2%, un disastro per un paese emergente. La Cina, primo paese comparabile della Russia crescerà al 6%.

I teorici della flat tax affermano che la sua introduzione nella federazione russa fece crescere il gettito, ma in realtà la crescita delle entrate fiscali di Mosca fu legata alla crescita del prezzo delle materie prime. La Russia fa il bilancio di previsione in funzione del prezzo del petrolio, che dall’introduzione dell’imposta piatta al 2008 passò da poco più di 20 a 140 dollari al barile. Oggi con un prezzo di 60 dollari al barile lo Stato è stato costretto a tagliare moltissimi servizi.[9] Secondo Carlo Cottarelli, già commissario per la spending review, l’unico caso in cui la flat tax ha comportato un aumento del gettito fiscale è quello della Bulgaria.[10]

Le riduzioni delle imposte sui redditi elevati in Europa Occidentale

In Germania il socialdemocratico Schröder nei primi anni duemila tagliò le imposte alle persone fisiche riducendo di 15 punti percentuali le imposte al ceto medio e di pochi punti quelle sui redditi più elevati. Gli stessi padri del pacchetto di riforme varato dai tedeschi all’inizio del nuovo millennio si resero presto conto che i tagli alle imposte stimolarono i consumi meno del previsto[11]. I tagli delle imposte ai milionari furono il primo elemento di agenda 2010 rottamato. La grossa coalizione 2009-2013 portò di fatto l’aliquota sui redditi oltre i 250.000 euro poco sopra il 50%[12]. La Gran Bretagna assai aggressiva sul fronte tasse alle imprese con un’aliquota sulle società del 21% con la crisi ha portato l’aliquota più elevata sui redditi delle persone fisiche al 50%[13]. Quindi sia la locomotiva tedesca che la liberista Gran Bretagna prelevano ben più del nostro 43% sui redditi di diverse centinaia di migliaia di euro.

Salvatore Sinagra

Note

[1] M. Friedman (1912-2006) economista americano della scuola di Chicago. Insignito del nobel per l’economia per il principio monetarista (l’inflazione è un fenomeno che dipende dall’offerta di moneta e non è utile per ridurre la disoccupazione)

[2] R.E.HALL– A.RABUSHKA, The flat tax, Hoover Institution Press, 1985 e 2007. Robery Hall (1943) ed Alvin Rebushka (1940) sono due economisti americani del think tank Hoover Institution dell’università di Stanford.

[3] T. PIKETTY, Il capitale nel ventunesimo secolo, Edition du Seuil 2013 (francese), Bompiani 2014 Italiano

[4] Per un’analisi comparata, ma allo stesso tempo rapida dei sistemi fiscali dei diversi paesi europei e degli altri continenti si consiglia la consultazione del sito della società di revisione KPMG Per l’Italia Italy Income Tax KPMG, https://home.kpmg.com/xx/en/home/insights/2011/12/italy-income-tax.html.

[5] International Monetary Fund, Trackling inequality, Fiscal monitor Ottobre 2017

[6] Nell’annual growth survey 2013 e 2014 la Commissione Europea afferma che gli Stati con elevata pressione fiscale devono tagliare le tasse ristrutturando la spesa ma non devono tagliare gli investimenti strategici ed in capitale umano. Ovviamente gli spazi sono particolarmente stretti per i paesi indebitati per cui è difficile pensare a significativi tagli delle tasse ed è necessario puntare sul “design” di strutture “growth-friendly” spostando i carichi d’imposta dove sono meno dannosi per l’economia. In particolare viene suggerito di ridurre le tasse sulle imprese e sui lavoratori, tagliando regimi agevolativi e tassando il patrimonio immobiliare e finanziario

[7] Cfr tabella allegata

[8] Indice introdotto dallo statistico italiano Corrado Gini. Misura la concentrazione di un dato fattore in una popolazione. Varia tra 0 ed 1. Tale indicatore è spesso utilizzato per misurare le diseguaglianze di reddito (o di patrimonio); 0 vuol dire reddito (o patrimonio) suddiviso in parti assolutamente uguali tra tutti i membri della popolazione, 1 reddito (o patrimonio) integralmente attribuibile a un solo membro della popolazione.

Coefficenti di Gini Fonte Ocse https://data.oecd.org/inequality/income-inequality.htm

[9] Dati fonte Bloomberg. (CL1 COMB COMDTY). Il prezzo del petrolio è cresciuto da poco più di 20 dollari al barile dei primi anni 2000, raggiungendo il picco di 140 dollari nel 2008, dal 2011 al 2014 il prezzo del petrolio è stato costantemente superiore a 100 dollari, per poi ritornare a 20 dollari e risalire fino agli attuali (febbraio 2018) 60 dollari al barile

[10] Cottarelli: Flat tax? più entrate solo in Bulgaria, ItaliaOggi 27 gennaio 2018; Cottarelli flat tax non si autofinanzia, più entrate solo in Bulgaria, Ansa 28 gennaio 2018 http://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2018/01/27/cottarelli20-punti-pil-per-stop-fornero_02416b2d-3fbf-4654-a4f9-6989cc21c2e5.html

[11] P.SZARVAS, Ricca Germania Poveri tedeschi, il lato oscuro del benessere, Università Bocconi Editore, 2014

[12] Germany Income Tax Rate – KPMG  https://home.kpmg.com/xx/en/home/insights/2011/12/germany-income-tax.html

[13] UK Income Tax Rate – KPMG  https://home.kpmg.com/xx/en/home/insights/2011/12/united-kingdom-income-tax.html

Perché la flat tax è sbagliata (1)

  • Flat tax e tagli delle imposte sui redditi più alti

In tutti i paesi progrediti il sistema fiscale è guidato da criteri di progressività, ovvero le imposte pagate crescono al crescere del reddito e più in generale dalla capacità contributiva. Nei paesi occidentali la progressività delle imposte è garantita da aliquote crescenti sul reddito delle persone fisiche. Le altre due principali imposte, l’imposta sui redditi delle società e dove esiste l’imposta sul valore aggiunto non hanno invece un sistema di aliquote che crescono al crescere della base imponibile. Quando si parla di flat tax, ovvero di imposta piatta, si fa riferimento all’imposta sui redditi delle persone fisiche con una sola aliquota. Oggi tale imposta è adottata quasi esclusivamente da paesi postcomunisti, alcuni dei quali ricchi di risorse naturali e da piccolissimi paesi, in gran parte paradisi fiscali. Il più grande dei paesi del flat club è la Russia.

Il primo a parlare imposta piatta fu Milton Friedman, in estrema sintesi l’economista americano sosteneva la necessità di ridurre in modo consistente le imposte sui redditi più elevati, tagliare i servizi pubblici e introdurre un’imposta negativa (una sorta di reddito di cittadinanza) per i meno abbienti. L’idea di fondo che ispira il taglio delle imposte sui redditi più elevati è il trickle down, ovvero che più soldi per i più abbienti portano ad investimenti, maggior occupazione e maggior benessere per tutti.

L’economia non è una disciplina scientifica e i suoi modelli risultano meno affidabili di quelli della fisica. Non è nemmeno una disciplina filosofica in cui è possibile dividere con un coltello il bene dal male. L’economia è una disciplina empirica, lo studio delle evidenze ci aiuta a capire cosa in passato ha funzionato e cosa tra ciò che ha funzionato potrebbe funzionare oggi. Tutte le evidenze ci portano alla conclusione che la flat tax non funziona

  • Esperienze simili alla flat tax

Nel dopoguerra l’aliquota più elevata sui redditi delle persone fisiche raggiungeva il 95% negli Stati Uniti ed il 75% in molti paesi europei. Dagli anni sessanta ad oggi si è assistito ad un drastico taglio delle aliquote sui redditi più elevati. Oggi l’aliquota più elevata è pari al 37% negli Stati Uniti (sopra i 500.000 dollari), al 50% circa in Gran Bretagna e Germania (nel secondo caso incluso contributo di solidarietà), al 45% in Francia e Spagna al 43% in Italia.

Reagan stimolò l’economia con significativi tagli fiscali a cui furono abbinati tagli della spesa sociale per oltre 20 miliardi di dollari. Gli effetti sui conti pubblici furono negativi in parte per l’aumento delle spese militari, in parte perché le previsioni sugli stimoli dell’economia figli della riduzione della pressione fiscale si rivelarono errate. Durante le presidenze di Reagan e Bush senior il deficit del governo federale restò sempre tra il 4 ed il 7%, era attorno al 2-3% con Carter, Clinton riportò il bilancio federale in pari nel 2000.

Di certo pochi oggi proporrebbero di introdurre un’aliquota marginale del 95% sui redditi sopra 75.000 euro o 100.000 euro, tuttavia oggi molte istituzioni internazionali hanno rivisto le loro posizioni in merito ai tagli fiscali per i più abbienti. L’OCSE afferma che paesi molto indebitati non possono pensare di rilanciare il PIL a colpi di riduzioni della pressione fiscale a debito e suggerisce di spostare il carico fiscale dai redditi ad altri presupposti d’imposta quali il patrimonio ed i consumi. Il Fondo Monetario Internazionale che a partire dagli anni ottanta sostenne l’idea di tagliare le detrazioni per abbassare le aliquote d’imposta ha negli ultimi anni suggerito una maggiore attenzione alle disuguaglianze e con il Fiscal Monitor dell’ottobre 2017 ha affermato che occorre tassare di più i redditi più elevati. Il FMI arriva in ritardo di diversi anni rispetto alla Commissione Europea che almeno dal 2013 sostiene che paesi molto indebitati non possono rilanciare la crescita con scriteriati tagli della pressione fiscale.

  • Il laboratorio dell’Europa dell’est

Dal 1989 al 2007 molti paesi dell’Europa orientale crebbero a tassi molto elevati che spesso raggiungevano le due cifre, mentre i paesi occidentali festeggiavano quando ottenevano una crescita del 3%; in quegli anni l’ovest e l’est del vecchio continente vivevano in due “ere geologiche” diverse; gli anni che vanno dalla caduta del muro a Lehman Brothers per l’Europa orientale equivalgono ai trent’anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale per l’Italia e la Francia. I tassi di crescita dei 15 -18 anni post 1989 dei paesi dell’est oggi non sono replicabili né in Europa orientale né in Europa occidentale. Per molti paesi dell’Europa orientale dopo Lehman Brothers il tasso di crescita annuale massimo si è abbassato di 3 o 4 punti percentuali e la flessione sta continuando. Per i paesi che nel primo decennio del millennio avevano raggiunto e superato tassi di crescita del 10% oggi Bloomberg stima una crescita tra il 2 ed il 4%.

Nei paesi dell’Europa dell’est il modello sociale europeo non esiste e le disuguaglianze sono elevatissime. Elemento colpevolmente omesso nel dibattito è che la dilaniata Ucraina, la Repubblica Ceca, l’Albania e la Slovacchia hanno abbandonato la flat tax e sono ritornate alla tassazione progressiva. Tutte le previsioni ci dicono che nei prossimi 5 anni la Slovacchia avrà tassi di crescita più alti dei paesi del flat club. La Russia, con la sua flat tax al 13% nei prossimi anni dovrebbe crescere al 2%, un disastro per un paese emergente.

I teorici della flat tax affermano che la sua introduzione nella federazione russa fece crescere il gettito, ma in realtà la crescita delle entrate fiscali di Mosca fu legata alla crescita del prezzo delle materie prime. La Russia fa il bilancio di previsione in funzione del prezzo del petrolio, che dall’introduzione dell’imposta piatta al 2008 passò da poco più di 20 a 140 dollari al barile. Oggi con un prezzo di 60 dollari al barile lo Stato è stato costretto a tagliare moltissimi servizi. Secondo Carlo Cottarelli, già commissario per la spending review, l’unico caso in cui la flat tax ha comportato un aumento del gettito fiscale è quello della Bulgaria.

  • Le riduzioni delle imposte sui redditi elevati in Europa Occidentale

In Germania il socialdemocratico Schröder nei primi anni duemila tagliò le imposte alle persone fisiche riducendo di 15 punti percentuali le imposte al ceto medio e di pochi punti quelle sui redditi più elevati. Gli stessi padri del pacchetto di riforme varato dai tedeschi all’inizio del nuovo millennio si resero presto conto che i tagli alle imposte stimolarono i consumi meno del previsto. I tagli delle imposte ai milionari furono il primo elemento di agenda 2010 rottamato. La grossa coalizione 2009-2013 portò di fatto l’aliquota sui redditi oltre i 250.000 euro poco sopra il 50%. La Gran Bretagna assai aggressiva sul fronte tasse alle imprese con un’aliquota sulle società del 21% con la crisi ha portato l’aliquota più elevata sui redditi delle persone fisiche al 50%. Quindi sia la locomotiva tedesca che la liberista Gran Bretagna prelevano ben più del nostro 43% sui redditi di diverse centinaia di migliaia di euro.

Salvatore Sinagra

(primo di due articoli)

La restaurazione fiscale (di Rocco Artifoni)

flat taxTornare indietro di 166 anni: è questa la proposta di Matteo Salvini e di Silvio Berlusconi, che propongono una “flat tax”, cioè un’aliquota fiscale unica. Infatti la tassazione proporzionale era stata inserita nell’art. 25 dello Statuto Albertino approvato il 4 marzo 1848: «Essi (cioè i cittadini) contribuiscono indistintamente, nella proporzione dei loro averi, ai carichi dello Stato».

Quasi cento anni più tardi, il 23 maggio 1947, l’Assemblea Costituente elaborò il testo dell’art. 53 della Costituzione Repubblicana tuttora vigente: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività». Non ci potrà essere progressività del sistema tributario senza capacità contributiva effettiva e non ci potrà essere capacità contributiva senza progressività del sistema tributario nel suo complesso! ( Tributi diretti e indiretti sui consumi) On.li Scoca e
Ruini Ass. Cost. 23 maggio 1947).

equità fiscaleIl passaggio dall’imposizione proporzionale a quella progressiva venne così argomentato in sede di Assemblea Costituente da Salvatore Scoca relatore, a nome di tutti i partiti presenti all’assemblea Costituente:

«Se poi consideriamo che più dei tributi diretti rendono i tributi indiretti e questi attuano una progressione a rovescio, in quanto, essendo stabiliti prevalentemente sui consumi, gravano maggiormente sulle classi meno abbienti, si vede come in effetti la distribuzione del carico tributario avvenga non già in senso progressivo e neppure in misura proporzionale, ma in senso regressivo. Il che costituisce una grave ingiustizia sociale, che va eliminata, con una meditata e seria riforma tributaria. (…) La regola della progressività deve essere effettivamente operante. Ciò significa che la progressione applicata ai tributi sul reddito globale o sul patrimonio dev’esser tale da correggere le iniquità derivanti dagli altri tributi, ed in particolare da quelli sui consumi».

aliquote fiscaliPurtroppo nei successivi decenni abbiamo assistito alla continuazione di politiche fiscali con una progressività rovesciata. L’imposta sui consumi (proporzionale) è quasi raddoppiata (l’IVA è salita dal 6% al 22%), mentre le aliquote fiscali sui redditi  sono diventate sempre meno progressive ( in 45 anni siamo passati dalla minima del 10% alla massima del 72% , alla odierna minima del 23% alla massima del 43% . Dai 62 punti di differenza tra l’aliquota più alta e quella più bassa agli attuali 20 punti in percentuale). Una vera regressività basata sulla violazione dell’articolo 3 della Costituzione per la differenza di trattamento tra categorie di contribuenti ( lavoratori dipendenti, pensionati con ritenuta Irpef alla fonte e lavoratori indipendenti con autotassazione Irpef di giugno) e l’articolo 53 nei 2 commi citati all’inizio di questo articolo.

Non stupisce, di conseguenza, che oggi si arrivi a proporre un’aliquota “piatta”, non più progressiva. Matteo Salvini dice chiaramente che si tratterebbe di una tassa “uguale per tutti, per ricchi e poveri”.

povertàLa tassazione proporzionale tratta tutti allo stesso modo, il povero e il ricco. Eppure il povero deve faticare per soddisfare le sue necessità vitali e per lui anche una quota minima di reddito da destinare al fisco pesa. Per il ricco non si pone nemmeno il problema delle necessità vitali e la sua capacità contributiva è enormemente superiore. Stabilire la capacità contributiva è fondamentale per non violare il principio di progressività stabilito nell’art 53 della Costituzione, ma per farlo bisognerebbe partire dalla conoscenza dei redditi effettivi.

Il problema fu ben presente già nell’Assemblea Costituente e se ne fece interprete ancora una volta Salvatore Scoca:  “il cittadino, prima di essere chiamato a corrispondere una quota parte della sua ricchezza allo Stato, per la soddisfazione dei bisogni pubblici, deve soddisfare i suoi bisogni che la vita quotidiana richiede e di coloro ai quali, per obbligo morale e giuridico, deve provvedere. Da ciò discende la necessità della esclusione dei redditi minimi dalla imposizione ….”. Risulta evidente, quindi, la necessità di stabilire la capacità contributiva sottraendo tutte le spese necessarie ai bisogni della vita e solo dopo imporre il prelievo fiscale.

Rocco Artifoni (Associazione Articolo 53)