In democrazia deve vincere lo Stato (di Claudio Lombardi)

L’ aggressione di gruppi di teppisti pseudo politicizzati alla grande manifestazione di protesta del 15 ottobre impone alcune riflessioni.
La prima riguarda l’azione di prevenzione e di repressione delle forze di polizia. Come sottolineato da molti osservatori e da tanti che hanno preso parte alla manifestazione l’azione della polizia è apparsa decisamente carente, stranamente carente. Infatti, non era difficile percepire nei giorni precedenti i molti segnali che facevano immaginare una partecipazione violenta da parte di gruppi classificati come anarco-insurrezionalisti. I timori circolavano fra gli stessi organizzatori e se ne parlava apertamente su internet. È difficile pensare che queste preoccupazioni e i segnali che le motivavano fossero sconosciuti a chi ha il compito istituzionale di assicurare l’ordine pubblico e dispone di mezzi ben più potenti di quelli del comune cittadino. Anzi, è proprio sicuro che i rischi fossero ben presenti anche ad alti livelli insieme, si presume e si spera, ad informazioni più precise. Se non fosse così dovremmo chiedere se chi dirige le forze di polizia è in grado di continuare ad assolvere ai suoi compiti.
Allora, se i responsabili dell’ordine pubblico sapevano più di quello che si diceva su internet adesso dovrebbero spiegare i motivi per i quali la prevenzione evidentemente non c’è stata e la repressione ha fatto cilecca. Pochi mezzi? Pochi uomini? I tagli di bilancio? Errori di valutazione? Insomma qualche motivo ci sarà se poche centinaia di teppisti danno l’assalto ad una grande e pacifica manifestazione e mettono a fuoco interi quartieri della capitale. Vogliamo dire che la polizia ha limitato i danni? Va bene, resta però il fatto che Roma può essere presa d’assalto e lo Stato si limita a limitare i danni. Ne prendiamo atto.
Seconda riflessione. I movimenti di protesta vivono da decenni sotto il ricatto di gruppi che sembrano appartenere alla stessa corrente di pensiero – la sinistra in questo caso – ma si comportano come nemici puntando a distruggere ogni possibilità di crescita e di vittoria di chi rivendica un rinnovamento del sistema.
Fin dal ’68 si è manifestata questa contraddizione che ha pesantemente condizionato la vita politica del Paese. Infatti, ad ogni comparsa della componente insurrezionalista (chiamiamola così per semplificare) ha fatto seguito un arretramento del movimento operaio, studentesco, di partecipazione politica e di rinnovamento sociale. Le manifestazioni di questa parte sono state diverse (brigatismo, squadrismo, terrorismo, lotta armata ecc), ma sempre hanno oggettivamente mirato a sabotare le svolte democratiche e progressiste in Italia.
Quando il brigatismo si è affievolito sono comparsi quelli che tentavano di imprimere un carattere violento a movimenti giovanili che, per conto loro, non lo avrebbero avuto. I movimenti crescevano e, puntualmente, arrivava la provocazione che scatenava la guerriglia urbana. Ricordiamo tutti che, a un certo punto, l’uso delle armi da fuoco era diventata una presenza costante di certe manifestazioni studentesche.
Di fronte a quei fatti quali furono le reazioni dei movimenti? Timide, confuse, devianti. Oscillavano fra la comprensione e lo stupore con sempre tante difficoltà a passare alla condanna e a capire la vera natura, diciamo così bipartisan (estremismo farneticante e teppista e fascismo di apparato infedeli dello Stato), del fenomeno. Così da allora (chissà in base a quale valutazione culturale e politica), quella parte continua ad essere considerata di sinistra. E continua a rappresentare la negazione di ogni pensiero democratico e di sinistra. Il meglio che si può dire è che alcuni suscitano comprensione perchè si presentano in veste di sbandati che sbraitano contro tutto, ma non hanno un’idea costruttiva in testa.
Terza riflessione. Il ruolo del governo. Durante gli anni di piombo, gli anni ’70, è sinteticamente e chiaramente descritto da Francesco Cossiga in una intervista dell’ottobre 2008. Cossiga dichiara candidamente di aver adottato una strategia di incentivazione delle violenze anche con l’intervento di agenti provocatori “disposti a tutto” allo scopo di colpire i movimenti di protesta e di renderli impopolari.
È esattamente quello che molti avevano sospettato in quegli anni e che fu affermato (e suffragato dalle indagini della magistratura) a proposito delle stragi che da allora sono passate alla storia come “stragi di Stato”. Il ruolo degli apparati deviati dello Stato fu esattamente quello di non contrastare gli attentati, ma anzi di aiutarli, coprire esecutori e mandanti, nascondere le tracce per arrivare alla verità. Si manifestò allora la natura criminale di certi gruppi che gestivano il potere e che erano, in realtà, traditori della democrazia, della Costituzione e della patria.
Il fatto che non si sia mai arrivati a conoscere la verità sulle vicende più sanguinose che hanno segnato la storia d’Italia negli ultimi decenni la dice lunga sul livello di inquinamento degli apparati dello Stato dotati del più grande potere: quello che permette l’uso della forza e delle armi.
Purtroppo la storia si è ripetuta negli anni fino ad arrivare all’invenzione dei tempi moderni prontamente raccolta negli apparati di sicurezza: i black blok.
Riedizione contemporanea dell’autonomia che portava le pistole nei cortei studenteschi questa componente a cavallo fra ideologia, politica e criminalità dotata persino di agganci sul territorio visto che spesso si presenta in piazza con i famosi “centri sociali” dai quali non è espulsa, è un’invenzione perfetta per sabotare i movimenti di protesta “destrutturati” di questi anni di crisi della militanza politica vera e dei partiti organizzati.
Questa componente “insurrezionalista” come viene definita, accoglie tanti che hanno la vocazione della violenza e nessun progetto costruttivo da realizzare. Quindi non ha niente a che vedere con gli ideali che muovono i movimenti di protesta di oggi. Eppure riesce facilmente a penetrarne le deboli difese dei e a sabotarne le iniziative. È un problema serio che tutti i movimenti si devono porre a pena di sconfitta certa.
Ultima riflessione. Le battaglie di strada sembrano svolgersi fra parti in lotta: polizia e bande di teppisti. Spesso li si confonde come se fossero sullo stesso piano. Non è così, non deve assolutamente essere così. Se fossero due parti in lotta avremmo perso tutti. Se fosse ammissibile scendere in piazza organizzati per l’assalto alla polizia e alle città sarebbe la fine della democrazia e della convivenza civile. Bisogna essere chiari. In un sistema democratico nessuno può usare la violenza per imporre le sue ragioni. Nessuna rabbia giustifica l’uso della violenza da parte di singoli e, meno che mai, da parte di gruppi organizzati. Ne va della nostra libertà di cittadini. Noi non possiamo essere alla mercè di chi decide di usare la violenza. Per questo in una democrazia zoppa, imperfetta, ma ancora in piedi non ci possono essere dubbi: la polizia deve garantire l’ordine pubblico e la libertà di manifestazione e lo Stato deve vincere sempre. Perchè lo Stato per noi è la Repubblica e la Costituzione.
Claudio Lombardi

La crisi politica, i teppisti e i problemi degli italiani (di Claudio Lombardi)

“Presidente  Cossiga, pensa che minacciando l`uso della forza pubblica contro gli studenti Berlusconi abbia esagerato?

«Dipende, se ritiene d`essere il presidente del Consiglio di uno Stato forte, no, ha fatto benissimo.
Ma poiché l`Italia è uno Stato debole, e all`opposizione non c`è il granitico Pci ma l`evanescente Pd, temo che alle parole non seguiranno i fatti e che quindi Berlusconi farà una figuraccia».

Quali fatti dovrebbero seguire?

«Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand`ero ministro dell`Interno».

Ossia?

«In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito…».

Gli universitari, invece?

«Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città».

Dopo di che?

«Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».

Dall’intervista a Francesco Cossiga del 23 ottobre 2008 rilasciata a GIORNO/RESTO/NAZIONE

Non rientra fra i compiti che civicolab si è assunto intervenire sulle vicende che riguardano i partiti. Ma una crisi di Governo e le azioni che compiono le istituzioni che tutte insieme si chiamano “politica” sì che ci riguardano. In primo luogo perché ci toccano come cittadini e poi perché non vi è separazione o, meglio, non vi dovrebbe essere separazione fra Stato in tutte le sue articolazioni e società in tutte le sue espressioni. Nessuno può dire “non mi riguarda” “sono cose dei politici, io non le voglio sapere” perché la politica condiziona direttamente le nostre vite.

Abbiamo voluto premettere brani di una delle ultime interviste di Cossiga perché ciò che è accaduto ieri a Roma era già accaduto nel passato. Con un tempismo illuminante ogni volta che si scatena una crisi politica che minaccia di mettere in discussione la conservazione degli assetti di potere esistenti e ogni volta che a questa si accompagna la debolezza di proposte alternative o la confusione di chi o fra chi si oppone, ogni volta si scatena la violenza teppistica o terroristica che trascina movimenti di protesta nati per ragioni vere, ma disorientati.

È una constatazione che avvilisce chi ancora crede che la democrazia possa e debba sopportare crisi e tensioni, ma senza superare il limite che mette in discussione il principio stesso sul quale si basa: la ricerca e l’organizzazione del consenso. Se lo si fa ci si mette fuori dalle regole della democrazia e, ammesso e non concesso che si sia in buona fede e non agenti provocatori come quelli evocati da Cossiga, si tenta semplicemente di imporsi con la violenza a tutti gli altri. Metodo praticato da qualunque genere di teppisti.

Detto questo ciò che preoccupa è la capacità di un Governo che ha perso gran parte della sua maggioranza, ridotta ormai a pochi voti di scarto, a far fronte ai problemi del Paese.

La ricostruzione de L’Aquila, il rilancio delle attività economiche basandosi di più sulla ricerca di nuovi prodotti e tecnologie, lo sviluppo dei settori culturale e paesaggistico che sono alla base del turismo (dall’estero e interno) risorsa inesauribile dell’Italia, il rafforzamento della formazione, da quella scolastica a quella universitaria e specialistica aperte a tutti e basate sul sistema pubblico, l’efficienza degli apparati dello Stato (e regionali e locali), l’efficienza dei servizi pubblici indispensabili alla vita della società (rifiuti, acqua, mobilità ecc), un servizio sanitario e un’assistenza sociali dopo sprechi e ruberie siano sconfitti in nome di prestazioni efficaci e di qualità, una giustizia che risolva rapidamente ogni tipo di controversia e che sia alla base della legalità, la lotta alle mafie a partire da quelle che operano nei settori economico-finanziari, il contrasto alla corruzione e a chi sfascia lo Stato rubandone le risorse.

Questi e altri sarebbero i punti di un programma di governo che governi nell’interesse dei cittadini. Quest’interesse non si chiama destra, sinistra, centro, ma rimanda al rapporto tra Stato e società che non può non essere basato sul rispetto di regole e sulla costruzione di condizioni migliori di vita per tutti. Se, invece, si vuole privilegiare una parte a scapito dell’altra o fare l’interesse di pochi a spese di quello degli altri, allora si usa lo Stato per i propri affari e lo si indebolisce.

Se tutti i cittadini sapessero valutare, giudicare e agire in base a questi principi non ci sarebbe spazio per leggi elettorali che non consentono di scegliere le persone, per la compravendita di parlamentari, per i corrotti, per i ladri e i malfattori che alloggiano tranquillamente in troppe stanze del potere e con le loro azioni sgretolano le istituzioni e impoveriscono il Paese.

La risposta giusta si chiama cittadinanza attiva che si organizza in associazioni, comitati, gruppi e che assume su di sé la cura degli interessi generali. Se poi anche qualche organizzazione di partito volesse farlo distogliendosi un po’ dalla lotta per il potere sarebbe la benvenuta.

Claudio Lombardi