Un Ferragosto di incertezza e di preoccupazione

Ferragosto: tempo di vacanze, di ozio, di leggerezza. Dovrebbe essere così e vogliamo che sia così anche se le cose non vanno per niente bene. Dovunque si guardi c’è qualche motivo per essere preoccupati. Di cosa vogliamo parlare? Dell’economia? Beh il ritorno della crescita zero è una mazzata, non si può non dirlo. La pioggia di soldi messi in circolo dalla Bce con i conseguenti risparmi di interessi sul debito pubblico e con le banche rifornite di finanziamenti a costo zero non è bastata a far ripartire le attività produttive. QE BceNemmeno i vari 80 euro e taglio dell’Imu ci sono riusciti. Sicuramente senza questi provvedimenti sarebbe andata peggio o, forse, ci voleva qualcosa di diverso. Ma le bacchette magiche non esistono e nemmeno i miracoli. E poi non è che sia tutto negativo perché il settore delle esportazioni regge eppure non basta. In epoca di globalizzazione sta a galla non solo chi ha buoni prodotti da vendere, ma anche chi riesce a fare qualcosa in più degli altri e a migliorare la produttività complessiva. Non si tratta solo del rapporto tra costo di ciò che è necessario per produrre e valore che ne esce, ma anche di ciò che un sistema economico, sociale e istituzionale riesce a produrre con le risorse di cui dispone. Da questo punto di vista l’Italia è messa male come chiunque può constatare raffrontando lo stato del Paese con il livello della tassazione e l’ammontare del debito pubblico.

Lo spreco di denaro pubblico che non produce risultati e che distrugge risorse da noi raggiunge livelli molto elevati e produce una generale inefficienza del sistema. Il catalogo degli sprechi (si dice sprechi ma dentro ci sta di tutto mafie, corruzione e ruberie incluse) è più lungo di quello delle donne conquistate da Don Giovanni ed è inutile provare ad elencarne le varie tipologie. Basti dire che lì sta la storia del debito pubblico, il macigno che non riusciremo mai a toglierci di dosso. Nulla possiamo fare se non a debito. D’altra parte anche la cosiddetta flessibilità chiesta all’Europa non è altro che un aumento del debito. E anche chi vuole uscire dall’euro per tornare alla lira pensa di poter più liberamente giocare sul debito e sulla svalutazione come se fossimo fermi al boom economico di inizio anni ’50 e come se la globalizzazione non esistesse.

debito pubblicoOra, è logico che il debito si possa fare per investire cioè per aumentare il valore del sistema Italia. Per esempio un restauro a tappeto di tutti i beni archeologici e artistici finalizzato non solo alla salvaguardia, ma anche alla loro valorizzazione (= visite = turismo = biglietti da pagare = indotto = posti di lavoro) è un investimento. Anche la sistemazione del territorio per prevenire frane e altri disastri è un investimento. Ma quando il debito ha bisogno di essere rinnovato anno per anno nella misura di 400 miliardi (o giù di lì) è chiaro che serve per pagare stipendi, pensioni e servizi cioè per la spesa corrente. Ma anche quando si spende per opere pubbliche spesso si spende moltissimo ed anche piuttosto inutilmente come accade con la metro C di Roma per esempio. Il risultato è che ci si stringe ancor più il cappio al collo. È debito anche quando si permette un’evasione fiscale che dura da tempo immemorabile e che viene “limata”, ma non eliminata perché i soldi che non entrano nel bilancio si devono sostituire tartassando quelli che pagano le imposte e prendendoli in prestito. Insomma il crocevia di tutto è lo Stato, ciò che entra, ma soprattutto l’enorme spesa pubblica dalla quale dipende più di metà dell’economia. Lì è il potere dei soldi e la lotta per il controllo dei soldi è la sostanza della lotta politica e sociale in Italia. Chi dà e chi prende.

redistribuzioneE non pensiamo che la cosa riguardi solo chi se ne approfitta: tutti stiamo dentro questo meccanismo di distribuzione. Qualcuno prende di più e da’ meno e altri danno tanto e prendono poco. Ecco perché diventa importante il come e il chi: come si prendono le decisioni e a chi attribuire le responsabilità. La cosa peggiore è l’opacità dei meccanismi istituzionali nei quali tutti sono responsabili e nessuno lo è perché la regola è la distribuzione delle risorse per tenere a bada le tensioni e acquisire consenso possibilmente facendo passare per favore ciò che dovrebbe essere una chiara scelta politica e amministrativa. Le pensioni di invalidità finte distribuite come ammortizzatore sociale in passato soprattutto al sud qualcosa dovrebbero averci insegnato. Il discorso sulla politica e sulle riforme istituzionali sta dentro questa cornice.

guerre in Medio OrienteI motivi di preoccupazione sono dunque tanti anche senza pensare che una guerra vera si sta svolgendo nel mondo dell’Islam (giusto sull’altra sponda del Mediterraneo) e che le sue conseguenze le paghiamo anche noi con il terrorismo, con migrazioni che possono destabilizzarci e con una difficile convivenza tra milioni di persone che vivono in Europa e che guardano al mondo islamico per trovare una loro identità. Può sembrare strano, ma la guerra esalta questa ricerca perché semplifica questioni complesse e spinge ad annullare i dubbi e le distinzioni per schierarsi da una parte o dall’altra. Ma sempre del mondo islamico perché l’Occidente appare in crisi e incapace di mobilitare le opinioni pubbliche per difendere ed esaltare i valori che sono posti a fondamento delle nostre società. Libertà, autonomia dell’individuo, parità tra uomini e donne, laicità dello Stato, democrazia non affascinano forse nemmeno noi che ci siamo nati e che non abbiamo combattuto per conquistarle. Figuriamoci chi è abituato a riconoscere la superiorità di un dio. C’è poco da stare rilassati in questo Ferragosto

Claudio Lombardi

Il colpo di Stato in Turchia e il problema Islam

L’Islam sta diventando una minaccia per la pace nel mondo? Inutile girarci intorno. È questo l’interrogativo che incomincia a diffondersi e che è esorcizzato dai tanti che si ostinano a negare alla radice il problema .

laicità turcaIl bluff del colpo di Stato in Turchia ha ridicolizzato le forze armate da sempre garanti della laicità dello Stato turco, ha modificato la costituzione materiale cui seguirà, inevitabilmente e dopo una vasta epurazione negli apparati pubblici, una modifica di quella formale che sancirà l’islamizzazione della società e del potere. Dentro la Nato, alle porte dell’Europa, con 80 milioni di abitanti, un esercito strapotente, un’economia forte e florida una Turchia trasformata in uno Stato autoritario islamico non è certo una bella notizia. Un anticipo di ciò che significherà lo abbiamo già avuto con la stagione delle cosiddette primavere arabe dietro alle quali si è sviluppato un disegno di ridefinizione degli equilibri di potere e geopolitici nel Medio Oriente che ha nella distruzione dei regimi moderati e laici il suo passaggio obbligato. La Turchia, membro della Nato ed ex candidata ad entrare nella Unione Europea, ha già dato un suo contributo tentando di realizzare un disegno di espansione egemonica e territoriale per il quale, in combutta con l’Arabia Saudita, ha sostenuto in ogni modo l’Is puntando alla conquista di una parte della Siria.

Il quadro generale è quello di una lotta in corso da molti anni tra sciiti e sunniti nella quale l’Occidente ha avuto una parte, prima con la guerra tra Iran e Iraq, poi col sostegno alla guerriglia contro l’Urss in Afghanistan e, infine, con le sciagurate guerre che hanno distrutto due regimi autoritari, ma laici e stabili in Iraq e in Libia. Da qui ha preso le mosse una guerra fondata sul terrorismo che ha colpito soprattutto il continente africano e l’Asia. Usa ed Europa ne sono rimasti colpiti in misura comunque marginale.

islamizzazioneA questa si è affiancata una crescente islamizzazione di popolazioni e stati che nei decenni passati avevano acquisito un minimo di identità nazionale laica spesso allontanandosi e scontrandosi con l’identità religiosa. Il nazionalismo arabo, il socialismo arabo (partito Ba’th), il panarabismo sono ricordi di epoche lontane ormai scomparse. La Turchia laica nata nel 1922 rischia di diventare anch’essa un ricordo. Ora ogni fazione in lotta, ogni gruppo che aspira a prendere il comando, ogni leadership che vuole il riconoscimento popolare si richiama all’identità religiosa come sua unica fonte di legittimità. Un popolo osannante un capo che impugna la religione (come sta accadendo in Turchia con Erdogan vittorioso sui golpisti) non ha nulla a che vedere con la democrazia. Uniche eccezioni la dittatura militare in Egitto e regimi più o meno democratici in Tunisia e in Algeria.

Il terrorismo è la modalità principale con cui viene condotta la guerra dell’Is sia in Medio Oriente che in Africa e in Asia. L’Is è un marchio tenuto insieme dalle conquiste territoriali che gli è stato permesso di compiere, dalla potenza legante di internet e dal disegno strategico (il Califfato) che intende realizzare. Disegno strategico di unificazione dei popoli islamici sotto un unico regime governato dalla sharia che ha come suoi nemici principali i governi in carica nei paesi islamici e l’Occidente con cui si alleano e fanno affari. Il terrorismo in Europa è funzionale a questo disegno e uno dei suoi scopi principali è aumentare la presa sui milioni di musulmani che vivono in Occidente sia per trarne altri combattenti sia per logorarne il rapporto con le società occidentali. Quest’ultimo è il problema che ci tocca più da vicino e merita qualche considerazione più ampia.

terrorismo islamistaAbbiamo visto che i terroristi spesso nati e cresciuti in un paese europeo non sono mai musulmani esemplari (così come già fu per gli attentatori dell’11 settembre del resto) bensì giovani che vivono, nel bene e nel male, la vita che si può vivere in un qualunque paese occidentale. Sono, però, al pari dei tanti che sono partiti per combattere nelle file dell’Is in Siria e in Iraq, persone alla ricerca di un’identità. E la trovano facendosi saltare in aria o facendo strage di innocenti. Si può anche dire che siano dei disturbati mentali, ma lo sono in nome di una religione, inseriti in una rete mondiale, con un’assistenza logistica, con finanziamenti, con canali per trovare armi ed esplosivi, con finalità strategiche che li rendono un problema ben diverso da quello di un comune delinquente o teppista da stadio.

E qui veniamo al problema Islam. Sarebbe, infatti, lecito aspettarsi che i terroristi in Europa siano non solo isolati, ma smascherati e denunciati innanzitutto dalle comunità nelle quali vivono e che si riconoscono nella medesima fede religiosa. Finora non è accaduto e i quartieri a maggioranza musulmana in Francia e in Belgio sono stati l’acqua nella quale questi pesci hanno nuotato indisturbati. Perché è potuto accadere?

Islam nel mondoL’Islam così come si presenta a noi tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo è una realtà non assimilabile a quella di una qualsiasi altra religione. È, insieme, credo religioso, regola di vita, fondamento di stati, ideologia politica, collegamento tra moltitudini di persone per ogni altro aspetto lontane ed estranee. L’Islam è una religione senza un’autorità riconosciuta che ne aggiorni i contenuti e, per questo, si presta ai più svariati usi da parte di gruppi che si appigliano a questo o a quel passaggio dell’unico testo che ne stabilisca i precetti: il Corano. L’Islam si pone al di sopra di ogni autorità civile; nega la distinzione tra religione e Stato; costituisce l’identità unica e totalizzante delle comunità dei credenti. L’Islam è una religione militante che tende a non riconoscere l’autonomia dell’individuo e detta regole di vita e di comportamento vincolanti. Regole desunte dai versetti del Corano che, nella loro inevitabile secolare rigidità, non riescono a conciliarsi con il progresso dell’umanità e danno luogo a comportamenti  inaccettabili specialmente sul versante dei rapporti tra uomini e donne e nei confronti delle libertà politiche e civili.

L’Islam è tutto questo, ma è anche scelta individuale ed è vero che nessuna responsabilità si può addebitare a chi professa la religione. Il problema, infatti, non è di considerare i musulmani colpevoli di qualcosa, ma di conquistarli ad accettare e condividere il sistema di valori e le regole che ci siamo dati dopo secoli di guerre culminate in due guerre mondiali con decine di milioni di morti. Non c’è massacro che ci possa stupire ed è per questo che siamo legittimati a combattere perché nessuno minacci la nostra pace.

integrazione religiosaPer questo, oggi, qui in Europa, la nostra principale battaglia è quella culturale per integrare le persone di fede musulmana convincendole a sentirsi parte di una comunità nazionale e a riconoscere lo Stato laico come superiore ad ogni autorità religiosa. Occorre togliere l’acqua ai pesci del terrorismo.

Ma c’è un altro problema perchè bisogna guardare lontano. La prospettiva di un partito islamico nei paesi europei immaginata da Houellebecq nel suo libro “Sottomissione” non è poi così assurda come si potrebbe immaginare e dipende solo dal numero di coloro che potrebbero sostenerlo. E, come sappiamo tutti, questo numero è in continua crescita con i migranti e con le seconde generazioni. Tuttavia si tratta di un evento che non è assolutamente auspicabile. Ciò che sta accadendo in Turchia ci deve mettere in guardia che la conquista culturale viene sempre per prima dell’uso della forza

Claudio Lombardi

La difficile comprensione del terrorismo

Il terrorismo ha sempre suscitato grandi dibattiti sia sulle cause che sui possibili rimedi. Ora abbiamo a che fare con quello islamista dell’Is, ma il terrorismo come metodo di lotta politica non nasce in questi ultimi anni ed è stato usato con varie connotazioni di destra, di sinistra, anticomunista, anticapitalista, mafiosa, a sostegno della causa palestinese o di quella ebraica, nazionalista. A noi italiani è toccato di conoscerlo in diverse versioni in vari momenti della nostra storia degli ultimi 45 anni, ma quello dell’Is è molto diverso dai casi del passato e, dunque, bisogna guardarlo più in profondità per capire come prevenirlo e difendersi.

guerre in Medio OrienteInnanzitutto è ormai assodato che il terrorismo dell’Is nasce nell’ambito dello scontro che oppone fazioni religiose, stati, gruppi dirigenti nel mondo che si riconosce nella religione musulmana. Non si tratta, quindi, di una guerra tra Islam e Occidente; né, tantomeno, deriva da una qualche aggressione degli Usa o dell’Europa verso i paesi musulmani. Certo, vi sono state le guerre sciagurate per abbattere Saddam Hussein e Gheddafi che hanno precipitato enormi territori nel caos, ma quei dittatori erano laici e non capi religiosi. Né la volontà di controllare i pozzi di petrolio da parte dell’Occidente può spiegare la nascita dell’Islamismo radicale e del terrorismo come reazione contro lo sfruttamento dell’unica ricchezza di quei territori dato che il controllo è stato (ed è) esercitato da governi e monarchie autoctoni (e tra l’altro l’Is svende il petrolio).

Al contrario, nel passato gli Usa e i loro alleati hanno incoraggiato e sostenuto con soldi e armi la nascita di gruppi radicali per indirizzarli contro l’Urss in Afghanistan e poi contro Assad in Siria. È stata tollerata l’aperta azione di Turchia e Arabia Saudita a favore dell’Is e si è consentito che quest’ultima prendesse il controllo di buona parte delle moschee europee diffondendo una versione retrograda e bellicosa dell’Islam che si contrappone ai valori e alla società occidentali. Altro bisognerebbe dire specie sul versante dei rapporti Arabia Saudita Usa, ma non è questa la sede. In definitiva, se di colpe dell’Occidente si vuole parlare, si tratta più di favoreggiamento e istigazione all’islamismo radicale che non di guerra nei suoi confronti.

guerra in SiriaIl problema è che la guerra “civile” nel mondo arabo (guerra vera con molte centinaia di migliaia di vittime dall’Algeria allo Yemen) è diventata un polo di attrazione per i musulmani nel mondo che ha trasformato la loro religione in un’identità e un’ideologia che supera e dimentica le divisioni in nome delle quali si sta svolgendo lo scontro in Medio Oriente. Ciò che resta e che emerge per chi vive qui è la proposta di una contrapposizione radicale agli stili di vita, ai valori e all’assetto sociale delle società europee. Una contrapposizione incoerente che sa di rivalsa se si guarda alla storia dei giovani autori delle stragi di Parigi e Bruxelles o anche ai profili degli attentatori suicidi diffusi dalla propaganda dell’Is. Nessuno di questi giovani, infatti, deriva le sue convinzioni dallo studio, dalla pratica religiosa e da uno stile di vita integralista. Tutti sembrano cercare una propria affermazione che sfocia nel culto della morte eroica passando per una fase di violenta sopraffazione che li eleva al di sopra della gente comune. L’Is in sostanza ha dato a questi giovani una motivazione per vivere e per morire. Ma anche questa non è una novità nella storia: l’idea della “bella morte”, il culto per una gioventù che si consuma in battaglie feroci e l’eroismo che fa sacrificio della propria vita ricorrono in tutte le epoche.

terrorismo islamistaE tuttavia deve preoccupare che pochi terroristi abbiano potuto muoversi in ambienti a loro affini per culto e per origini anche se lontanissimi dalle loro azioni concrete senza esserne respinti. L’ostilità verso le istituzioni degli stati dei quali molti musulmani sono ospiti e cittadini è un problema a sé stante che deve essere affrontato soprattutto sul piano culturale conquistando ai valori e alle regole di convivenza europee anche quelli che vi si oppongono contro il loro stesso interesse bisogna dire perché, per quanto siano perfettibili le politiche sociali, di assistenza e del lavoro negli stati europei, danno garanzie all’avanguardia rispetto a quelle di tutto il resto del mondo. Forse bisognerebbe dire loro, con un po’ di comune buonsenso (ma senza astio) che se la vita in Europa suscita tanta ostilità possono sempre provare a trasferirsi in altri paesi piuttosto che ostinarsi a vivere in comunità chiuse e autoreferenziali.

Il problema è dunque molto complesso e va affrontato senza fare confusione. Se, sul piano dell’analisi, è corretto approfondire la storia dei rapporti tra paesi occidentali e mondo arabo, magari partendo dalle Crociate o ancor prima dalla conquista islamica che si estese dai Balcani all’Andalusia, quando si tratta di reagire ad un terrorismo organizzato e determinato qui ed ora non si può replicare tirando in ballo le vicende del passato. immigrati protestaNé si può spiegare la scelta dei terroristi europei di origine araba, ma di seconda o terza generazione, con la “rabbia delle periferie”. La stragrande maggioranza dei giovani e degli abitanti delle periferie vivono la loro vita cercando un miglioramento della loro condizione attraverso lo studio e il lavoro e non certo facendosi esplodere negli aeroporti. Dunque si parla di infime minoranze che non rappresentano assolutamente la generazione cui appartengono. D’altra parte è esattamente ciò che accade con altri fenomeni di ribellismo asociale che trovano la loro identità in gruppi marginali e nella pratica della violenza (ultras del calcio per esempio).

Ciò che distingue il radicalismo dell’Is è l’ideologia dell’islamismo radicale e l’esistenza di una “casa madre mondiale” che si identifica in uno o più eserciti combattenti e nei territori da questi amministrati. Da lì provengono l’ispirazione, l’esempio, i finanziamenti, l’addestramento, il supporto, gli obiettivi per i terroristi attivi in Europa. Da lì proviene anche la rivendicazione delle azioni di terrorismo sul suolo europeo. Già questo sarebbe un motivo che giustificherebbe un’azione di guerra contro l’Is. Se non viene fatta è perché ancora non sono stati definiti gli assetti successivi alla sconfitta dell’Is. Come è noto in Medio Oriente c’è un crocevia di strategie tutte interne al mondo arabo e islamico tra di loro in conflitto che impediscono un’azione risolutiva in Siria (dove esiste ancora uno stato legittimato in base al diritto internazionale e sarebbe saggio che rimanesse), in Iraq e in Libia.

Europa egoismi nazionaliIn Europa serve invece un salto di qualità nell’opera di prevenzione e di repressione del terrorismo coordinando e indirizzando l’azione delle polizie europee e lavorando alla creazione di un’unica centrale di intelligence dei paesi UE (o almeno di un nucleo ristretto). L’esempio del PNR per tracciare i passeggeri dei voli aerei del quale si è sottolineata la necessità da oltre un anno e mezzo e che ancora non si è realizzato testimonia di un’incapacità di individuare e far funzionare gli strumenti necessari alla prevenzione su scala europea.

Sarebbero necessarie inoltre una politica estera europea e una politica verso i migranti. Esattamente ciò che l’Europa non riesce a fare perché il progetto europeo si sta ripiegando verso l’esaltazione degli egoismi nazionali a cominciare da quei paesi dell’est risollevati dallo sfascio post sovietico grazie agli aiuti europei e oggi aspramente ostili a ogni condivisione di responsabilità. Forse sarebbe meglio pensare ad un nucleo forte di paesi nell’ambito dell’eurozona determinati a portare avanti l’idea di Europa, lasciando gli altri sullo sfondo a meditare e maturare una più convinta adesione.

migrazioni umaneUltimo tema quello delle migrazioni. Anche qui non giova mischiare piani diversi chiamando ad una chiusura delle frontiere che mai è riuscita a contenere le migrazioni o esaltando l’assoluto diritto degli umani ad andare dove vogliono e ad essere accolti. In entrambi i casi si tratta di posizioni ideologiche senza i piedi per terra; due forme di idealismo inutili ad affrontare problemi drammaticamente concreti. Meglio sarebbe avere una politica cioè un insieme coordinato di azioni ispirato da una visione ideale e fondato su obiettivi e strumenti ben calibrati perchè le migrazioni vanno gestite e non subite e questo un continente di 500 milioni di persone lo può fare. Peccato che le classi dirigenti europee preferiscono far finta di essere travolte, anno dopo anno, dall’emergenza pur di non assumere le loro responsabilità. Bisogna dire che l’Italia e la Germania sono state capaci di dare un buon esempio sia con le parole che con i fatti, ma non sono state seguite abbastanza. Gli altri paesi non hanno avuto il coraggio e la lucidità di farlo e si sta scivolando indietro

Claudio Lombardi

I terroristi in casa nostra

Martedì mattina ci siamo svegliati e abbiamo scoperto – drammaticamente, tragicamente – che il terrorismo è in casa nostra. Non è solo laggiù, in Afghanistan, in Iraq, in Libia, in Siria, dove volano i droni di Obama. È vicino a noi. In Europa. Nel cuore delle nostre città. Ed è qui che dobbiamo combatterlo. Abbiamo cominciato a farlo davvero? Non ancora. Dobbiamo saperlo, capire, agire. La sicurezza di tutti è in pericolo.

attentati di BruxellesI morti di Bruxelles ci dicono molte cose. La prima, e per paradosso la più grave, è il clamoroso fallimento – finora – della intelligence europea. Nessun coordinamento, nessuna guida sicura, nessuna strategia. Ognuno si muove per suo conto, e spesso in modo del tutto insufficiente. Come ha mostrato il caso Salah, non riescono a comunicare tra loro e ad agire di concerto nemmeno il servizio segreto francese e quello belga. È mancata soprattutto la capacità di lavorare in quella terra di mezzo che separa la società civile dai militanti dell’Isis, spezzare le linee di rifornimento, interrompere le catene di collegamento: l’arma usata in tutte le guerre al terrorismo e che risultò vincente in Italia contro le Brigate rosse.

Il secondo, inquietante insegnamento è, per così dire, la parcellizzazione del gesto terroristico. Chi ha armato e organizzato i dinamitardi di Zaventem? Chi ha dato l’ordine? Un Grande Vecchio, una direzione strategica, una cellula eterodiretta o a muoversi è ormai l’individualismo dell’esasperazione bellica? Se, come sembra, fosse più probabile l’ultima risposta, nessuno potrebbe dire chi, dove, come e quando colpirà ancora. Impossibile cercare di saperlo e prevederlo, se non caricando le armi dell’intelligence.

terroristi IsisProbabilmente gli attentati di ieri erano programmati da tempo e ad accelerarli è stato l’arresto di Salah, la primula nera del Bataclan che ha attraversato tranquillamente le frontiere ed è rimasto per quattro mesi indisturbato a casa sua, a Bruxelles. Come a dire, non avete affatto vinto, siamo ancora qui più forti di prima. Già, Bruxelles. Ancora una volta la valenza simbolica degli atti terroristici è altissima. E di nuovo metropolitane e aeroporti, luoghi frequentatissimi della nostra vita quotidiana. Ci vogliono immobili e impauriti, costretti a rinunciare a ogni libertà di movimento.

Bruxelles è anche la città del quartiere di Molenbeek, nido e covo di tanti estremisti islamici – «l’elenco delle persone che sono transitate da qui prima di essere coinvolte in attività terroristiche è impressionante», ha scritto “Le Monde” –, luogo dal quale si sono mossi gli uomini del “Bataclan” e dove Salah si è rifugiato per mesi dopo gli attentati di Parigi e prima del blitz della polizia belga. Un dettaglio che ci offre un terzo insegnamento: al di là delle necessarie distinzioni politiche e strategiche tra Islam estremista e Islam moderato, ora sappiamo che i terroristi possono contare su una vasta rete di protezione, sia che nasca da sincera solidarietà, sia da paura di vendette e ritorsioni. C’è, e garantisce una grande copertura. Rendendo ancora più difficile il lavoro delle forze dell’ordine.
Europa egoismi nazionaliE naturalmente Bruxelles, oltre che sede della Nato nel Vecchio Continente, è la capitale di un’Europa finora imbelle e inconcludente che da anni insegue una nuova identità dopo essere stata messa in ginocchio dai grandi choc degli anni Duemila: crisi economica; immigrazione incontrollata; esplosione del terrorismo islamico.

Le bombe e il sangue vogliono ricordarci la pochezza e i limiti di una unità europea che non è mai stata tale. Bruxelles, infine, è anche la città dove i giovani corrono a studiare e a lavorare cercando qualcosa che non hanno nel proprio Paese o ansiosi di aiutare nelle istituzioni una rinascita europea che è la sola risposta possibile all’avanzare dell’Isis e delle sue filiazioni. Per una sinistra coincidenza, di quelle capaci di legare fenomeni lontani e diversi, le vittime di Bruxelles arrivano subito dopo le ragazze dell’Erasmus morte in Spagna. Come se il fato e il terrore organizzato si dessero la mano per spezzare un sogno e infrangere ogni speranza. Anche per loro non bisogna arrendersi.

Bruno Manfellotto tratto da facebook

Terroristi non ci avrete mai

Maledetti terroristi, sono Chaimaa Fatihi, ho 22 anni, sono italiana musulmana ed europea. Vi scrivo perché possiate comprendere che non ci avrete mai, che non farete dell’Islam ciò che non è, non farete dell’Europa un luogo di massacri e non avrà efficacia il vostro progetto di terrore.

terrorismo isisVi scrivo come musulmana per dirvi che la mia fede è l’Islam, una religione che predica pace, che insegna valori e principi fondamentali, come la gentilezza, l’educazione, la libertà e la giustizia. Voi siete ciò che l’Islam ha contrastato per secoli, voi siete nemici, voi siete coloro che spargono sangue di innocenti, di giovani, anziani, uomini e donne, bambini e neonati. Non ho paura dei vostri kalashnikov, dei vostri coltelli e armi, perché da musulmana vi rinnego, vi combatto con la parola, con l’informazione, con la voce di chi vive quotidianamente la propria fede, dando esempio dei suoi insegnamenti.

Vi scrivo anche da italiana musulmana, perché possiate capire che il mio paese non sarà mai messo in ginocchio da una banda di criminali, che cercano di terrorizzare e creare caos. Io non ho paura di voi, se malauguratamente doveste arrivare qui, sarò la prima a scendere in campo per salvare la mia patria, i miei concittadini e a dirvi che non avrete mai la nostra terra. Se qualcuno di voi sta cercando già di deviare la mente di qualche giovane, mio coetaneo, per commettere crimini contro l’umanità, sappiate che ce ne sono altre migliaia che sono pronti a riprendersi quella umanità che tenete in ostaggio, per ridarla al mondo intero. Non ci fermeranno mai i vostri messaggi intimidatori. Chi calpesta la nostra Costituzione, la nostra dignità umana, la nostra libertà non è altro che uno scellerato.

islam di paceVi scrivo anche da europea, ma questa volta il mio messaggio va a quegli stati che vi finanziano, vi danno armi con le quali poi uccidete e spargete sangue di vittime innocenti e create timori indegni. A te assassino, che con sangue freddo hai reciso fiori, hai calpestato l’anima a uomini, donne, bambini ed anziani, a te che scorrazzi qua e là alla ricerca di nuovi scenari in cui ripetere le tue malefatte, sappi che noi, giovani e meno giovani, faremo sì che i nostri stati europei prima o poi la smettano di darti la benzina per carburare la tua macchina di ferocia e disumanità, perché noi non accettiamo in alcun modo che per politiche estere indegne e vili, si mettano in pericolo le vite di cittadini, di esseri umani, che non hanno alcuna colpa.
Vi faremo vedere quanto è potente, unita, grandiosa la cittadinanza europea, uomini e donne liberi. Siete alleati del demonio, non appartenete al mondo, siete esseri vigliacchi e non avrete mai nulla da noi.

Un ultimo messaggio vorrei che vi rimanesse chiaro: non vi daremo mai la soddisfazione di chiamarvi Stato, neppure islamico, perché io da musulmana difenderò in prima persona i miei amici e concittadini non musulmani e il mio bel paese, che non cadrà nelle vostre grinfie, mai!

L’autrice di questa lettera è una studentessa musulmana italiana e ha 22 anni

Il terrorismo, le nuove guerre e noi europei (di Salvatore Sinagra)

le nuove guerre d'EuropaLa storia non è finita

Il 1989 fu l’anno delle grandi illusioni. Con la caduta del muro di Berlino il mondo diviso in blocchi non fu rimpiazzato da un’alternativa pragmatica e sostenibile. Ben presto la pace liberale sponsorizzata da un unico egemone, gli Stati Uniti, si rivelò insostenibile. Già con la tragedia dei Balcani ci accorgemmo che le cose non stavano andando come fantasticavano dall’altra parte dell’oceano e a Srebrenica noi europei venimmo meno alla promessa fatta nel 1945 che mai più nessuno sarebbe morto per il suo credo religioso.

Con l’11 settembre anche i più ottimisti hanno dovuto prendere atto che non solo la storia non è finita, ma diversamente da ciò che affermava Francis Fukuyama, continua ed è pure una brutta storia. Prima di Charlie Hebdo i fondamentalisti islamici avevano già insanguinato l’Europa diverse volte: nel 2004 191 persone persero la vita a Madrid a causa di un attentato ai treni locali; nel 2005 furono uccisi 52 innocenti nell’attacco alla metropolitana di Londra. E questi sono solo quelli più importanti.

Non tutti i terroristi sono di matrice islamica però. Nel 2011 il terrorista di estrema destra Anders Breivik, nemico giurato dell’Islam, annientò 77 innocenti nei pressi di Oslo.

Non si contano poi attacchi a moschee, sinagoghe o a centri urbani, che da Lione a Stoccolma, passando per Bruxelles, hanno colpito la vecchia Europa

I sentimenti xenofobi sono divenuti sempre più forti anche in paesi molto avanzati sotto il profilo della convivenza come la Svezia, la Francia e la Germania. 7.000 ebrei francesi l’anno scorso si sono trasferiti in Israele  a causa di un nuovo antisemitismo, che fa proseliti sia tra l’estrema destra nostalgica, che tra i sostenitori della causa palestinese e tra gli immigrati di seconda e terza generazione di origini arabe. Nemmeno gli ebrei progressisti, favorevoli allo Stato Palestinese,  appaiono immuni da attacchi antisemiti

guerra contro civiliLe nuove guerre

Dopo il 1989 non solo il numero dei conflitti è drammaticamente cresciuto, ma le guerre hanno cambiato pelle. Sono sempre meno combattute da due o più Stati e sempre più sono conflitti civili, che non colpiscono più in prevalenza militari. Al fianco o in sostituzione dei soldati combattono paramilitari e gruppi criminali. Quindi non solo gruppi islamisti, ma anche le triadi e organizzazioni di narcotrafficanti.

Le nuove guerre sono allo stesso tempo moderne ed antiche. Sono moderne perché sono poste in essere da reti multinazionali se non addirittura globali, utilizzando sistemi di finanziamento avanzati e sistemi di reclutamento che non potrebbero prescindere da internet e dai social network; sono antiche perché puntano al massacro indiscriminato.

Il neologismo glocalizzazione, coniato da Zygmunt Baumann, rappresenta bene le agenzie dei disordini globali che riescono a creare una miscela esplosiva fondendo differenti disagi in ambito locale. Si pensi per esempio ai giovani francesi e tedeschi figli di immigrati provenienti da paesi arabi che vivono un profondo senso di esclusione nel loro paese, che sono fortemente contrariati per le vicissitudini dello Stato palestinese e decidono di abbracciare la causa dell’ISIS andando a combattere in Siria.

disordine globaleIl nuovo disordine globale

La situazione internazionale è complicata anche dal progressivo deteriorasi dei rapporti con la Russia.  Le organizzazioni internazionali che dovrebbero governare la globalizzazione quali l’Onu o il Fondo Monetario Internazionale sono impotenti o delegittimate.

Gli approcci tipici della guerra fredda, che spesso gli Stati occidentali sembrano sposare sono assolutamente superati. Il conflitto con l’Unione Sovietica non si trasformò in una guerra nucleare poiché entrambe le parti erano pienamente consapevoli del rischio della reciproca distruzione. Le testate nucleari e gli arsenali venivano accumulati per acquisire lo status di superpotenza ma nella piena convinzione che non sarebbero mai potute essere utilizzate da nessuna delle due parti in causa. Il collasso dell’Unione Sovietica ha portato ad una maggiore disponibilità di armi di distruzione di massa da parte di stati molto più instabili dei protagonisti della guerra fredda. Si pensi per esempio al Pakistan, paese in possesso di un arsenale nucleare, ma perennemente esposto al rischio di un colpo di Stato. E certamente la deterrenza tipica della guerra fredda non funziona nei confronti del terrorismo.

ruolo europa nel mondoCosa possono fare gli Europei?

Oggi siamo giustamente scossi da un attentato che ha colpito al cuore l’Europa, tuttavia, a causa delle caratteristiche “glocali” della violenza organizzata, anche i morti che fa Boko Haram in Nigeria o i bambini uccisi a Pashawar sono una minaccia alla nostra sicurezza.

Va senza dubbio accolta positivamente la proposta di creare un’intelligence europea, ma occorre fare molto di più.

L’Unione Europea deve compiere un grosso sforzo in politica estera, imponendo uno Stato per i palestinesi e contribuendo in modo attivo a smantellare lo Stato Islamico. Sotto questo profilo non basta certo l’azione militare, occorre isolare i fondamentalisti soprattutto sul piano finanziario. A tal proposito occorrerebbe pretendere azioni concrete dalle monarchie del Golfo e dai sauditi, importanti alleati degli Stati Uniti nel confronto con Mosca almeno dai tempi di Reagan ma sospettati di intrattenere rapporti con l’ISIS.

Un importante campo di azione deve essere poi la lotta alle diseguaglianze, in Europa come nel mondo arabo. I giornali francesi e tedeschi hanno raccontato le storie di molti immigrati di seconda, terza se non addirittura quarta generazione che hanno deciso di abbracciare la guerra del fondamentalismo islamico e di andare a combattere in medio oriente; le vite di molti di loro sono storie di esclusione di giovani che passano il loro tempo tra facebook, palestra e moschea e che spesso si sentono meno europei dei loro genitori nati in Algeria, Turchia o Medio Oriente. Inoltre, come sottolinea l’economista francese Thomas Piketty, in un articolo pubblicato su Libération dal titolo diseguaglianze esplosive, la insostenibile situazione politica di Iraq e Siria è figlia di una  iniqua ripartizione dei proventi delle materie prime, che va a vantaggio di poche petro-dinastie.  Se per rispondere alle diseguaglianze di casa nostra serve un New Deal europeo che crei una crescita che sia messa la servizio della lotta alla povertà, per rispondere alle diseguaglianze ed agli squilibri a sud e ad est dell’Europa serve un’ambiziosa riforma delle istituzioni internazionali a partire da ONU, FMI e WTO

Salvatore Sinagra

Non in mio nome (di Igiaba Scego)

liberté égalité fraternitéOggi mi hanno dichiarato guerra. Decimando militarmente la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo mi hanno dichiarato guerra. Hanno usato il nome di dio e del profeta per giustificare l’ingiustificabile. Da afroeuropea e da musulmana io non ci sto.

“Not in my name”, dice un famoso slogan, e oggi questo slogan lo sento mio come non mai. Sono stufa di essere associata a gente che uccide, massacra, stupra, decapita e piscia sui valori democratici in cui credo e lo fa per di più usando il nome della mia religione. Basta! Non dobbiamo più permettere (lo dico a me stessa, ai musulmani e a tutti) che usino il nome dell’islam per i loro loschi e schifosi traffici.

Vorrei che ogni imam in ogni moschea d’Europa lo dicesse forte e chiaro. Sono stufa di veder così sporcato il nome di una religione. Non è giusto. Come non è giusto veder vilipesi quei valori di convivenza e pace su cui è fondata l’Unione europea di cui sono cittadina. Sono stufa di chi non rispetta il diritto di ridere del prossimo. Stufa di vedere ogni giorno, da Parigi a Peshawar, scorrere sangue innocente. E ho già il voltastomaco per i vari xenofobi che aspettano al varco. So già che ci sarà qualcuno che userà questo attentato contro migranti e figli di migranti per qualche voto in più. C’è sempre qualche avvoltoio che si bea delle tragedie. È così a ogni attentato.

matita per Charlie HebdoA ogni disgrazia cresce il mio senso di ansia e di frustrazione. A ogni attentato vorrei urlare e far capire alla gente che l’islam non è roba di quei tizi con le barbe lunghe e con quei vestiti ridicoli. L’islam non è roba loro, l’islam è nostro, di noi che crediamo nella pace. Quelli sono solo caricature, vorrei dire. Si vestono così apposta per farvi paura. È tutto un piano, svegliamoci.

Per questo dico che mi hanno dichiarato guerra. Anzi, ci hanno dichiarato guerra.

Questo attentato non è solo un attacco alla libertà di espressione, ma è un attacco ai valori democratici che ci tengono insieme. L’Europa è formata da cittadini ebrei, cristiani, musulmani, buddisti, atei e così via. Siamo in tanti e conviviamo. Certo il continente zoppica, la crisi è dura, ma siamo insieme ed è questo che conta. I killer professionisti e ben addestrati che hanno colpito Charlie Hebdo vogliono il caos. Vogliono un’Europa piena di paura, dove il cittadino sia nemico del suo prossimo. E in questo vanno a braccetto con l’estrema destra xenofoba. Tra nazisti si capiscono. Di fatto vogliono isolare i musulmani dal resto degli europei. Vogliono vederci soli e vulnerabili. Vogliono distruggere la convivenza che stiamo faticosamente costruendo insieme.

fraternità religioniTrovo bellissimo che alla moschea di Roma alla fine del Ramadan, per l’Eid, ci siano a festeggiare con noi tanti cristiani ed ebrei. Ed è bello per me augurare agli amici cristiani buon Natale e agli amici ebrei happy Hanukkah. È bello farsi due risate con gli amici atei e ridere di tutto. Si può ridere di tutto, si deve. Ecco perché questo attentato di oggi è così pauroso. Fa male sapere che degli esseri umani siano stati uccisi da una mano vigliacca perché volevano solo far ridere, ma fa male anche capire il disegno che c’è dietro, ovvero una volontà di distruzione totale. Una distruzione che sapeva chi e cosa colpire.

Niente è stato casuale. Sono stati spesi molti soldi da chi ha organizzato il massacro. Sono stati scelti uomini addestrati. È stato scelto un target, la redazione di un giornale satirico, che era sì un target simbolico, ma anche facile da attaccare. Tutto è stato studiato nei minimi dettagli. D’altronde una dichiarazione di guerra lo è sempre. Chi ha compiuto questo attentato sa cosa produrrà. Sa il delirio che si sta preparando. Allora se siamo in guerra si deve cominciare a pensare come combatterla. In questi anni la teoria della guerra preventiva, dell’odio preventivo, delle disastrose campagne di Iraq e Afghanistan hanno creato solo più fondamentalismo.

Forse se si vuole vincere questa guerra contro il terrorismo l’Europa si dovrà affidare a quello che ha di più forte, ovvero i suoi valori. Chi ha ucciso sa che si scatenerà l’odio. Ora dovremmo non cascare in questa trappola. Ribadire quello che siamo: democratici. Ha ragione la scrittrice Helena Janeczek quando dice che liberté, égalité, fraternité è ancora il motto migliore per vincere la battaglia. E i musulmani europei ribadendo il “Not in my name” potranno essere l’asso nella manica della partita. L’Europa potrà fermare la barbarie solo se i suoi cittadini saranno uniti in quest’ora difficile.

Igiaba Scego tratto da www.internazionale.it

La follia che divide l’umanità

Non c’è giorno che passi senza il suo attentato terroristico. Oggi in Pakistan, ieri a Sydney le notizie sui massacratori fanno parte dello scenario quotidiano che ci mette davanti agli occhi l’informazione globalizzata. Sembra che tutto accada lontano, ma poi succede che un pazzo fa strage di giovani in Norvegia e altri ammazzano decine di persone con le armi che detengono legalmente negli Stati Uniti ed ecco che tutto si avvicina rapidamente. Sempre di follia si tratta, ma non ce n’è una sola per spiegare atti così diversi.

La strage in Pakistan è solo l’ultimo anello di una catena che viene da lontano. Il fatto che lì ci sia una guerra tra stato pakistano e talebani può illuderci che il pericolo e la follia siano lontani da noi. Ma poi succede che un tizio pensi di combattere la sua guerra personale in un centro commerciale di una grande città australiana; succede che altri mettano bombe sulla metropolitana di Londra e sui treni a Madrid. Il fatto è che, se non possiamo correre a risolvere ogni conflitto in giro per il mondo, almeno dovremmo cercare di curare le tensioni che possono indurre qualcuno a scatenarne uno a casa nostra.

C’è però anche una follia autoctona che nasce dall’isolamento e dall’ignoranza e che porta a sentirsi circondati da nemici e in guerra. C’è la follia che porta a distruggere tutto ciò che viene avvertito come un ostacolo e un peso da trascinare nella vita anche se si tratta della propria stessa famiglia, dei propri figli. Queste sono le follie difficili da prevenire.

Dove si può intervenire, invece, è nello smorzare le tensioni tra culture diverse impegnandosi a dare più valore a ciò che veramente vale. Per esempio, ci siamo mai chiesti se dovremmo spiegare qualcosa di questo nostro modo di vivere ai tanti che vengono in questa Europa per trovare un futuro migliore? Forse no, perché convinti che il rispetto tra culture imponga il silenzio e che ogni opera di diffusione dei nostri valori contenga anche una prevaricazione.

Sbagliato. Abbiamo un patrimonio prezioso che trattiamo come se non valesse niente. Chi viene qui in occidente, invece, ci tiene a distinguersi da noi e a mantenere ben salda la propria cultura. Esibire la diversità accomuna tante comunità di immigrati, ma, a volte, nell’esibizione si avverte un rifiuto dell’integrazione che implica un rifiuto di valori dei quali si gode al pari degli altri perché tradotti in scelte e in politiche pubbliche.

La libertà, l’uguaglianza, l’assistenza, una base di servizi pubblici a disposizione di tutti, la tolleranza per le diversità. Questi sono i caratteri su cui si basano le società nell’Europa occidentale. Se prendessimo sul serio la difesa di questo patrimonio culturale forse farebbe bene anche a noi stessi

In democrazia deve vincere lo Stato (di Claudio Lombardi)

L’ aggressione di gruppi di teppisti pseudo politicizzati alla grande manifestazione di protesta del 15 ottobre impone alcune riflessioni.
La prima riguarda l’azione di prevenzione e di repressione delle forze di polizia. Come sottolineato da molti osservatori e da tanti che hanno preso parte alla manifestazione l’azione della polizia è apparsa decisamente carente, stranamente carente. Infatti, non era difficile percepire nei giorni precedenti i molti segnali che facevano immaginare una partecipazione violenta da parte di gruppi classificati come anarco-insurrezionalisti. I timori circolavano fra gli stessi organizzatori e se ne parlava apertamente su internet. È difficile pensare che queste preoccupazioni e i segnali che le motivavano fossero sconosciuti a chi ha il compito istituzionale di assicurare l’ordine pubblico e dispone di mezzi ben più potenti di quelli del comune cittadino. Anzi, è proprio sicuro che i rischi fossero ben presenti anche ad alti livelli insieme, si presume e si spera, ad informazioni più precise. Se non fosse così dovremmo chiedere se chi dirige le forze di polizia è in grado di continuare ad assolvere ai suoi compiti.
Allora, se i responsabili dell’ordine pubblico sapevano più di quello che si diceva su internet adesso dovrebbero spiegare i motivi per i quali la prevenzione evidentemente non c’è stata e la repressione ha fatto cilecca. Pochi mezzi? Pochi uomini? I tagli di bilancio? Errori di valutazione? Insomma qualche motivo ci sarà se poche centinaia di teppisti danno l’assalto ad una grande e pacifica manifestazione e mettono a fuoco interi quartieri della capitale. Vogliamo dire che la polizia ha limitato i danni? Va bene, resta però il fatto che Roma può essere presa d’assalto e lo Stato si limita a limitare i danni. Ne prendiamo atto.
Seconda riflessione. I movimenti di protesta vivono da decenni sotto il ricatto di gruppi che sembrano appartenere alla stessa corrente di pensiero – la sinistra in questo caso – ma si comportano come nemici puntando a distruggere ogni possibilità di crescita e di vittoria di chi rivendica un rinnovamento del sistema.
Fin dal ’68 si è manifestata questa contraddizione che ha pesantemente condizionato la vita politica del Paese. Infatti, ad ogni comparsa della componente insurrezionalista (chiamiamola così per semplificare) ha fatto seguito un arretramento del movimento operaio, studentesco, di partecipazione politica e di rinnovamento sociale. Le manifestazioni di questa parte sono state diverse (brigatismo, squadrismo, terrorismo, lotta armata ecc), ma sempre hanno oggettivamente mirato a sabotare le svolte democratiche e progressiste in Italia.
Quando il brigatismo si è affievolito sono comparsi quelli che tentavano di imprimere un carattere violento a movimenti giovanili che, per conto loro, non lo avrebbero avuto. I movimenti crescevano e, puntualmente, arrivava la provocazione che scatenava la guerriglia urbana. Ricordiamo tutti che, a un certo punto, l’uso delle armi da fuoco era diventata una presenza costante di certe manifestazioni studentesche.
Di fronte a quei fatti quali furono le reazioni dei movimenti? Timide, confuse, devianti. Oscillavano fra la comprensione e lo stupore con sempre tante difficoltà a passare alla condanna e a capire la vera natura, diciamo così bipartisan (estremismo farneticante e teppista e fascismo di apparato infedeli dello Stato), del fenomeno. Così da allora (chissà in base a quale valutazione culturale e politica), quella parte continua ad essere considerata di sinistra. E continua a rappresentare la negazione di ogni pensiero democratico e di sinistra. Il meglio che si può dire è che alcuni suscitano comprensione perchè si presentano in veste di sbandati che sbraitano contro tutto, ma non hanno un’idea costruttiva in testa.
Terza riflessione. Il ruolo del governo. Durante gli anni di piombo, gli anni ’70, è sinteticamente e chiaramente descritto da Francesco Cossiga in una intervista dell’ottobre 2008. Cossiga dichiara candidamente di aver adottato una strategia di incentivazione delle violenze anche con l’intervento di agenti provocatori “disposti a tutto” allo scopo di colpire i movimenti di protesta e di renderli impopolari.
È esattamente quello che molti avevano sospettato in quegli anni e che fu affermato (e suffragato dalle indagini della magistratura) a proposito delle stragi che da allora sono passate alla storia come “stragi di Stato”. Il ruolo degli apparati deviati dello Stato fu esattamente quello di non contrastare gli attentati, ma anzi di aiutarli, coprire esecutori e mandanti, nascondere le tracce per arrivare alla verità. Si manifestò allora la natura criminale di certi gruppi che gestivano il potere e che erano, in realtà, traditori della democrazia, della Costituzione e della patria.
Il fatto che non si sia mai arrivati a conoscere la verità sulle vicende più sanguinose che hanno segnato la storia d’Italia negli ultimi decenni la dice lunga sul livello di inquinamento degli apparati dello Stato dotati del più grande potere: quello che permette l’uso della forza e delle armi.
Purtroppo la storia si è ripetuta negli anni fino ad arrivare all’invenzione dei tempi moderni prontamente raccolta negli apparati di sicurezza: i black blok.
Riedizione contemporanea dell’autonomia che portava le pistole nei cortei studenteschi questa componente a cavallo fra ideologia, politica e criminalità dotata persino di agganci sul territorio visto che spesso si presenta in piazza con i famosi “centri sociali” dai quali non è espulsa, è un’invenzione perfetta per sabotare i movimenti di protesta “destrutturati” di questi anni di crisi della militanza politica vera e dei partiti organizzati.
Questa componente “insurrezionalista” come viene definita, accoglie tanti che hanno la vocazione della violenza e nessun progetto costruttivo da realizzare. Quindi non ha niente a che vedere con gli ideali che muovono i movimenti di protesta di oggi. Eppure riesce facilmente a penetrarne le deboli difese dei e a sabotarne le iniziative. È un problema serio che tutti i movimenti si devono porre a pena di sconfitta certa.
Ultima riflessione. Le battaglie di strada sembrano svolgersi fra parti in lotta: polizia e bande di teppisti. Spesso li si confonde come se fossero sullo stesso piano. Non è così, non deve assolutamente essere così. Se fossero due parti in lotta avremmo perso tutti. Se fosse ammissibile scendere in piazza organizzati per l’assalto alla polizia e alle città sarebbe la fine della democrazia e della convivenza civile. Bisogna essere chiari. In un sistema democratico nessuno può usare la violenza per imporre le sue ragioni. Nessuna rabbia giustifica l’uso della violenza da parte di singoli e, meno che mai, da parte di gruppi organizzati. Ne va della nostra libertà di cittadini. Noi non possiamo essere alla mercè di chi decide di usare la violenza. Per questo in una democrazia zoppa, imperfetta, ma ancora in piedi non ci possono essere dubbi: la polizia deve garantire l’ordine pubblico e la libertà di manifestazione e lo Stato deve vincere sempre. Perchè lo Stato per noi è la Repubblica e la Costituzione.
Claudio Lombardi

La crisi politica, i teppisti e i problemi degli italiani (di Claudio Lombardi)

“Presidente  Cossiga, pensa che minacciando l`uso della forza pubblica contro gli studenti Berlusconi abbia esagerato?

«Dipende, se ritiene d`essere il presidente del Consiglio di uno Stato forte, no, ha fatto benissimo.
Ma poiché l`Italia è uno Stato debole, e all`opposizione non c`è il granitico Pci ma l`evanescente Pd, temo che alle parole non seguiranno i fatti e che quindi Berlusconi farà una figuraccia».

Quali fatti dovrebbero seguire?

«Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand`ero ministro dell`Interno».

Ossia?

«In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito…».

Gli universitari, invece?

«Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città».

Dopo di che?

«Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».

Dall’intervista a Francesco Cossiga del 23 ottobre 2008 rilasciata a GIORNO/RESTO/NAZIONE

Non rientra fra i compiti che civicolab si è assunto intervenire sulle vicende che riguardano i partiti. Ma una crisi di Governo e le azioni che compiono le istituzioni che tutte insieme si chiamano “politica” sì che ci riguardano. In primo luogo perché ci toccano come cittadini e poi perché non vi è separazione o, meglio, non vi dovrebbe essere separazione fra Stato in tutte le sue articolazioni e società in tutte le sue espressioni. Nessuno può dire “non mi riguarda” “sono cose dei politici, io non le voglio sapere” perché la politica condiziona direttamente le nostre vite.

Abbiamo voluto premettere brani di una delle ultime interviste di Cossiga perché ciò che è accaduto ieri a Roma era già accaduto nel passato. Con un tempismo illuminante ogni volta che si scatena una crisi politica che minaccia di mettere in discussione la conservazione degli assetti di potere esistenti e ogni volta che a questa si accompagna la debolezza di proposte alternative o la confusione di chi o fra chi si oppone, ogni volta si scatena la violenza teppistica o terroristica che trascina movimenti di protesta nati per ragioni vere, ma disorientati.

È una constatazione che avvilisce chi ancora crede che la democrazia possa e debba sopportare crisi e tensioni, ma senza superare il limite che mette in discussione il principio stesso sul quale si basa: la ricerca e l’organizzazione del consenso. Se lo si fa ci si mette fuori dalle regole della democrazia e, ammesso e non concesso che si sia in buona fede e non agenti provocatori come quelli evocati da Cossiga, si tenta semplicemente di imporsi con la violenza a tutti gli altri. Metodo praticato da qualunque genere di teppisti.

Detto questo ciò che preoccupa è la capacità di un Governo che ha perso gran parte della sua maggioranza, ridotta ormai a pochi voti di scarto, a far fronte ai problemi del Paese.

La ricostruzione de L’Aquila, il rilancio delle attività economiche basandosi di più sulla ricerca di nuovi prodotti e tecnologie, lo sviluppo dei settori culturale e paesaggistico che sono alla base del turismo (dall’estero e interno) risorsa inesauribile dell’Italia, il rafforzamento della formazione, da quella scolastica a quella universitaria e specialistica aperte a tutti e basate sul sistema pubblico, l’efficienza degli apparati dello Stato (e regionali e locali), l’efficienza dei servizi pubblici indispensabili alla vita della società (rifiuti, acqua, mobilità ecc), un servizio sanitario e un’assistenza sociali dopo sprechi e ruberie siano sconfitti in nome di prestazioni efficaci e di qualità, una giustizia che risolva rapidamente ogni tipo di controversia e che sia alla base della legalità, la lotta alle mafie a partire da quelle che operano nei settori economico-finanziari, il contrasto alla corruzione e a chi sfascia lo Stato rubandone le risorse.

Questi e altri sarebbero i punti di un programma di governo che governi nell’interesse dei cittadini. Quest’interesse non si chiama destra, sinistra, centro, ma rimanda al rapporto tra Stato e società che non può non essere basato sul rispetto di regole e sulla costruzione di condizioni migliori di vita per tutti. Se, invece, si vuole privilegiare una parte a scapito dell’altra o fare l’interesse di pochi a spese di quello degli altri, allora si usa lo Stato per i propri affari e lo si indebolisce.

Se tutti i cittadini sapessero valutare, giudicare e agire in base a questi principi non ci sarebbe spazio per leggi elettorali che non consentono di scegliere le persone, per la compravendita di parlamentari, per i corrotti, per i ladri e i malfattori che alloggiano tranquillamente in troppe stanze del potere e con le loro azioni sgretolano le istituzioni e impoveriscono il Paese.

La risposta giusta si chiama cittadinanza attiva che si organizza in associazioni, comitati, gruppi e che assume su di sé la cura degli interessi generali. Se poi anche qualche organizzazione di partito volesse farlo distogliendosi un po’ dalla lotta per il potere sarebbe la benvenuta.

Claudio Lombardi