Si può essere contro il non profit? (di Francesco Gentili)

non profit veroDa poco presente sugli scaffali delle librerie italiane, “Contro il non profit” è un saggio che garantisce uno spunto alternativo alla visione mainstream del fenomeno del terzo settore. L’autore esce volutamente dallo schema dominante che ha fatto del non profit un magma indistinto, costantemente accompagnato dal fittizio beneplacito dell’opinione pubblica ed offre al lettore una chiave di lettura quanto mai interessante.

Da Giovanni Moro, presidente emerito di Cittadinanzattiva, sarebbe stato difficile aspettarsi un attacco serrato nei confronti di non profit e terzo settore. Le necessità editoriali e di marketing hanno però imposto al lettore un’attenzione impulsiva nei confronti di un titolo che, come nel caso già trattato de “Il lato oscuro della sussidiarietà”, funge solo da calamita ma che poi nasconde un saggio che non condanna ma indaga e, con coraggio, pone al centro dell’attenzione quanto omesso fino ad oggi, da addetti ai lavori e non.

Gli equivoci

La tesi di Moro muove verso quel mondo, quello “spazio protetto di azione in cui un po’ tutto è possibile, dai ristoranti alle palestre, dalle cliniche alle polisportive”. Il non profit mondiale ha goduto negli anni della rendita fornitagli da quell’aurea di benevolenza che ne accompagnava ogni singola azione, dimenticando di compiere le opportune differenziazioni.
contro il non profitIl problema cresce e si diffonde da anni, figlio di una mancata conoscenza di base (che millanta origini medievali del fenomeno, quando si parla di un trend poco più che quarantennale) e di quella estesa convinzione che ne fa un “magma indistinto”, un fascio indifferenziato di erbe, benigne o nocive che siano.

Il non profit gode di quei parametri entro i quali la vita è più semplice, agevolata, cullata tra pressione fiscale ridotta e burocrazia meno oppressiva, e orgogliosi di un pregiudizio consolidato che ne fa un fenomeno, sempre e comunque, positivo.

Ciò che ha condizionato questo trend è stata la confusione con la quale si è gestito un fenomeno che ha assunto sempre più importanza, andando a far lievitare i contributi apportati ai PIL nazionali; una confusione rivelatasi letale quando accanto alle mense per i poveri ed alle cooperative di disabili, sotto il grande e variegato ombrello del non profit sono andati ad aggiungersi, per esempio, associazioni che di non profit hanno veramente poco: parliamo di società del calibro di Real Madrid o Barcellona. E’ andata perdendosi, mai come in questo caso, la mission iniziale, quel nobile principio che faceva del non profit una terza via, incuneatasi prepotentemente tra i pilastri dell’economia moderna che portano i nomi di Stato e Mercato.

Il non profit “economizzato”

L’”economizzazione” del fenomeno è andata invece a minare proprio le fondamenta del terzo settore, snaturando ogni suo proposito benevolo: “il mondo guarda oltre il PIL, ma il non profit è invece considerato rilevante proprio in quanto può accrescerlo”, sostiene l’autore.
E’ un’inusuale sineddoche a caratterizzare il non profit italiano, diffusasi nell’opinione pubblica a causa di quella convinzione accresciutasi che sa caratterizzare il “tutto” grazie ai segnali positivi che giungono dal brillante operato di una “parte”, non importa se infinitesimalmente piccola.

volontariatoE’ l’inconsapevolezza ad accompagnare una perseveranza nell’errore che dura da decenni; l’illusione di un “capitale sociale buono in sé”, sempre e comunque. Che sia dispotico o accogliente, che sia egoista o che punti ad arricchire il senso di un destino comune. All’interno della “Babele del non profit”, i professionisti del terzo settore hanno saputo tracciare astute scorciatoie ed hanno per sempre abbandonato i vincoli imposti a tutte le imprese private.

L’ovvia conseguenza, inevitabile deriva di un andazzo infetto, è stata quella di precipitare in uno scetticismo serrato che ha portato alla critica costante nei confronti di tutto l’operato non profit; un ribaltamento di quella sineddoche che oggi porta ad oscurare e a dubitare del “tutto”, a causa dei vizi e delle magagne della “parte”.

Quale futuro?

Giovanni Moro non offre soluzioni certe né indica sentieri sicuri da percorrere. A lui va il merito di aver sollevato un problema che, a suo dire, “è sulla scrivania di tutti gli addetti ai lavori”; un problema che però questi ultimi continuano a nascondere sotto ad un tappeto diventato ingestibile.

Dalle pagine finali si percepisce il sentimento che spinge l’autore nel portare a malincuore alla luce i difetti di un sistema di cui egli stesso fa parte con passione. Una passione che, come consuetudine in una società alla ricerca dei valori smarriti, non deve dimenticare, secondo Moro, di accompagnarsi ad analisi ed azioni certe e mirate. Comportamenti che sappiano fare del non profit una reale alternativa ad un sistema economico che, piaccia o meno, appare gravemente malato.

Francesco Gentili tratto da www.labsus.org

Il nuovo mondo che non vediamo (di Luigi Corvo)

scoprire terzo settoreLa crisi ci consegna un quadro economico e sociale notevolmente mutato. È come se dal 2008 ad oggi avessimo vissuto una fase di iper accelerazione nelle dinamiche sociali che ha avuto e avrà sempre più dei contraccolpi sulla nostra economia e sul nostro welfare.

Nel mondo pre-2007 eravamo abituati a pensare il sistema economico come un contesto caratterizzato dalla presenza di due attori principali, Stato e Mercato, e un attore residuale, il Terzo Settore (detto anche non profit). In questa tripartizione si concepivano i compiti di salvaguardia di interessi collettivi in capo allo Stato, la responsabilità produttiva in capo al Mercato e ci si riferiva al Terzo Settore per colmare le sacche di inefficienze dei primi due attori, confidando nella sua vocazione solidale e mutualistica.

La domanda che dovremmo tutti porci è se questa impostazione, ancora figlia del secolo breve, è ancora in grado di dare risposte a bisogni sociali sempre più complessi in condizioni di sempre maggiore scarsità di risorse. L’OECD ha usato una espressione sintetica molto efficace per descrivere tale scenario :“to do more and better with less”; fare di più e meglio con meno, produrre/erogare maggiori e migliori beni/servizi utilizzando minori risorse. Questa è, in sintesi, la sfida che si trovano ad affrontare i Governi dei paesi maggiormente colpiti dalla crisi e in questa direzione dovrebbero indirizzarsi le politiche e gli sforzi delle classi dirigenti.

mondo post crisiLa fotografia del sistema economico italiano è stata fornita dal recente Censimento dell’Industria e dei Servizi condotto dall’Istat nel 2011, i cui primi risultati sono stati pubblicati a luglio 2013. Non si riscontra un andamento univoco per i tre settori sopra menzionati, anzi si registrano forti differenziali: se da un lato le forze produttive profit oriented mostrano una certa stagnazione in termini di incremento delle unità economiche attive e della loro capacità di generare occupazione sostenibile, la PA mostra un sensibile arretramento, sia per quanto attiene al numero di istituzioni pubbliche attive (in diminuzione rispetto al 2001) e sia rispetto al numero di lavoratori assorbiti (in diminuzione per circa 350.000 unità). Discorso diverso per il Terzo Settore, che mostra un incremento molto significativo sia per le unità economiche attive (+28%) sia per la forza lavoro (retribuita) impiegata (+360.000 circa).

Per approfondimenti rinvio a http://censimentoindustriaeservizi.istat.it/istatcens/wp-content/uploads/2013/07/Fascicolo_CIS_PrimiRisultati_completo.pdf

Dai dati raccolti si può osservare che i due settori sembrano muoversi in modo speculare (in quanto a numero di occupati) e tale fenomeno potrebbe essere spiegato attraverso tre principali interpretazioni:

1)     la crescita del settore non profit viene determinata in larga parte dall’arretramento del settore pubblico;

2)     la crescita del settore non profit è indipendente dall’arretramento del settore pubblico;

3)     la crescita del settore non profit viene determinata solo parzialmente dall’arretramento del settore pubblico.

grafici economia ItaliaPer poter fornire una risposta rispetto alle tre ipotesi menzionate occorrerà analizzare dati non ancora pubblicati, relativi al trend di fatturato delle unità economiche del settore non profit  comparati al trend della spesa delle istituzioni pubbliche. Tuttavia, ciò che appare evidente è che gli effetti della crisi hanno dato sempre più risalto al concetto di resilienza economica e sociale: gli attori civici, le associazioni, i cittadini si sono mobilitati attraverso forme di aggregazione orizzontale per dare risposte ai bisogni dei territori. Siamo di fronte ad un welfare generativo, in grado di parlare il linguaggio imprenditoriale da un lato, in quanto queste realtà vanno oltre il volontariato e generano occupazione retribuita, e il linguaggio sociale dall’altro, essendo per loro natura organizzazioni a Km 0, non delocalizzabili e non soggette a dumping globale. L’idea di fondo è che i bisogni da cui queste realtà nascono non possono fuggire verso paesi con costi del lavoro più bassi, che le attività legate alla valorizzazione del patrimonio artistico e culturale non possono emigrare, che le organizzazioni di cooperazione sociale sono intrinsecamente ed empaticamente legate al territorio su cui generano welfare e valore aggiunto sociale.

Questo mondo nuovo, che ancora non siamo in grado di vedere e le cui opportunità non siamo in condizioni di cogliere del tutto, sta trasformando il concetto di organizzazione secondo una logica di ibridazione inter-settoriale.

In questi tre settori le relazioni che storicamente intercorrono fra essi, vanno sempre più mutando, portando ad aree di intersezione in cui le organizzazioni ibride trovano spazio. Si tratta di organizzazioni, definite social enterprises nei paesi anglosassoni, che riescono a porre in equilibrio la vocazione sociale che deriva dalla loro mission not for profit oriented e la sostenibilità economico finanziaria che consente loro di durare nel tempo e di innovarsi con la rapidità richiesta dal mutare dei bisogni sociali.

intersezione settori economiciCiascuno dei 3 settori ha ambiti di intersezione con  gli altri 2: PA e Terzo Settore si incontrano nella co-produzione di servizi di welfare da anni; Pa e Imprese danno vita ad esperienze di finanza di progetto dagli anni ’90; Imprese e Terzo settore si avvicinano sempre più, e il fenomeno delle social enterprises ne è la prova.

Laddove i 3 settori si intersecano, come su un territorio in cui ente locale, imprese e associazioni riescono a trovare forme di networking, si può generare innovazione sociale di sistema, ovvero la propagazione dell’innovazione e dei suoi effetti in tutti i settori e che, quindi, fa sì che gli effetti sociali si consolidino strutturalmente.

La sfida da affrontare impone un salto culturale non indifferente, richiedendo ai vari attori di considerarsi non solo stakeholder, ma anche shareholder rispetto a questioni economico-sociali complesse: non siamo solo semplici portatori di interesse, la crisi e la necessità di costruire un nuovo modello di sviluppo ci chiama a considerarci azionisti sociali.

Luigi Corvo

Dall’antipolitica alla partecipazione: intervista ad Andrea Ranieri (seconda parte)

codecisioneNella prima parte di questa intervista hai sottolineato più volte che la partecipazione dei cittadini deve essere diretta cioè non preformata sulla base di decisioni già assunte a monte. Che si tratti di partiti, di associazioni o di sindacati il salto da fare è passare dal livello della consultazione a quello della codecisione. Ora, mi chiedo, i partiti che ruolo hanno in tutto questo?

I partiti hanno una bella verifica su questo terreno, ma soprattutto ce l’ha la sinistra perché ha tutto l’interesse al fatto che i cittadini prendano il più possibile la parola; la destra, invece, ha una matrice culturale diversa e propende verso altre gerarchie decisionali (si va dai tecnici, a gruppi di comando ristretti fino ad arrivare ai furbi che si arrampicano sulla scala gerarchica).

Su questa impostazione ovviamente si discute e ci si divide: io non penso che la funzione del partito politico sia quella di sequestrare a sé la decisione pensando di possedere sempre le conoscenze più avanzate per deliberare. Dico questo perché io sono di sinistra e penso che bisogna rendere sempre più uguale e diffuso il diritto a prendere la parola e sono fermamente convinto che un partito di sinistra non può che ricondurre la propria azione a questi valori. Valori che corrispondono ad ideali, ma anche a linee strategiche che poi si devono tradurre in atti concreti.

dibattito pubblicoIntendiamoci, dò per scontato che gli iscritti a un partito si ritrovino su posizioni simili perché frutto di confronti e discussioni. Ma non credo che ci debba essere una disciplina, un vincolo quando si va al confronto con i cittadini. Se si condivide una cultura politica di sinistra non può che esserci dibattito. Se io militante (o dirigente), invece, penso che la mia funzione essenziale sia quella di conquistare il consenso alle scelte del partito (e se il partito governa, anche alle scelte dell’amministrazione) allora la partecipazione scende e c’è anche una crisi di cultura politica. Io credo, invece, che la funzione essenziale del partito sia quella di sollecitare la presa di parola anche quando può risultare sgradevole.

Il pericolo più grande che corre la politica oggi è l’exit non la voice. Quando facevo l’assessore e alle assemblee del dibattito pubblico venivano persone a parlare e urlavano e si incazzavano ero contento perché se la gente ha voglia di venire alle assemblee, di parlare e anche di urlarti contro ebbene è sempre meglio dell’exit. Oggi il vero pericolo per la politica è che la gente se ne vada in silenzio, è il fatto che la gente non vada più a votare; laddove c’è voice c’è anche meno astensionismo.

democrazia dei cittadiniStai dicendo che la sinistra dovrebbe fare della partecipazione diretta dei cittadini una sua bandiera?

Sì dovrebbe farne una sua bandiera e anche un carattere identitario per arrivare però ad atti concreti. Per questo dico che ci vorrebbe una legge che renda la partecipazione obbligatoria come nel débat public, anzi, meglio che nel modello francese, per esempio con l’uso delle nuove tecnologie che, però, da sole non servono a molto. Sarà che sono un vecchio sindacalista abituato a fare assemblee su tutto, ma io vedo la tecnologia (parlo della rete ovviamente) che accompagna e non sostituisce il contatto diretto. Qua vedo un’altra discriminante: io non sono perché la gente dica sì o no su un quesito e basta; io voglio che la gente partecipi anche alla formulazione del quesito cioè che possa cambiarle le regole del quesito non subirle. Non credo alla democrazia ridotta ai referendum continui (anche se poi lo strumento referendario ci deve essere) nei quali si può dire solo sì o no su un quesito già strutturato.

Tu allora vedi un partito politico che sia anche  un canale di formazione delle decisioni, una specie di facilitatore del confronto tra cittadini e istituzioni?

parole partecipazioneAssolutamente sì, se io penso al partito del futuro penso a un partito che ha sempre le porte aperte. I meet up mi piacerebbe che li facessero nel Pd (o anche in altri partiti) perché le porte aperte sono sempre meglio delle porte chiuse. L’ho già detto che la cosa che temo di più è l’exit e non la voice e chi ha paura di esser contestato è pazzo, la contestazione è il sale del confronto.

Non bisogna aver paura della partecipazione perchè rappresenta la possibilità di concorrere direttamente al bene pubblico cioè alla risoluzione concreta dei problemi. E non solo a parole, ma con i fatti. Per esempio se i cittadini decidono di gestire direttamente uno spazio pubblico è meraviglioso perché è una mobilitazione di energie fisiche, morali, intellettuali per una cosa giusta. Qua incontriamo la grande questione della sussidiarietà: c’è quella verticale alla Comunione e Liberazione per cui si tratta della pura e semplice sostituzione del pubblico col privato; e c’è un’altra idea di sussidiarietà che è invece connessa all’idea di cittadinanza attiva, una sussidiarietà circolare in cui la presenza attiva dei cittadini cambia anche sostanzialmente il modo di fare amministrazione, il modo di lavorare degli uffici pubblici. Da noi abbiamo un’idea di pubblica amministrazione in cui è lecito quello che è ordinato, non è lecito quello che i cittadini sono in grado di costruirsi da soli. Non dimentichiamo che la Costituzione mette al centro la persona e quindi implica anche il valore della cittadinanza attiva. E ricordiamoci del grande valore del volontariato che rafforza ogni campo nel quale agisce la sussidiarietà anche quello, cui tiene molto il Terzo Settore, dell’impresa sociale.

pericoloDue parole sul Pd. Oggi il Pd appare come un laboratorio politico e sembra che la spinta che viene dalla base debba portare a grandi cambiamenti. È così?

Il Pd vive una crisi profonda del suo gruppo dirigente storico; questa spinta dei militanti e degli elettori nasce dall’indignazione per il governo con il Pdl e dal punto a cui ci ha portato il gruppo dirigente attuale. Ma io, come Fabrizio Barca, ho paura del doroteismo cioè di gente che ha sempre avuto un certo stile di direzione e che adesso dice “sono d’accordo con Barca” e lo dice perché poi tutto venga ricondotto all’interno di dialettiche ben conosciute e che non han portato da nessun parte. Per cui il Pd appare adesso un grande laboratorio come dici tu, ma poi al congresso ci deve essere un rinnovamento radicale perché se poi tutta questa spinta viene ricondotta ad una divisione tra quelli che sono per D’Alema quelli che sono per Renzi  allora esplode il laboratorio.

(intervista a cura di Claudio Lombardi)

Intervista sulla cittadinanza attiva a Giuseppe Cotturri

libro cotturriOgni fìcatu ‘i mùsca è sustanza”. Il detto popolare, in uso fra Calabria e Sicilia, potrebbe indicare in modo appropriato quanto siano rilevanti, nella crisi, le iniziative che singoli cittadini, associazioni del terzo settore e volontariato compiono per i beni comuni. Ne parliamo con Giuseppe Cotturri, professore ordinario all’Università “Aldo Moro” di Bari, ove insegna Sociologia del diritto e Sociologia dei fenomeni politici, già presidente di Cittadinanzattiva ed autore del libro appena edito da Carocci “La forza riformatrice della cittadinanza attiva” (2013, pp.160).

Non ci offendiamo a sentirci fegatuzzi di mosca?

La verità e che non siamo più un Paese retto solo dalla classe politica, oppure, volendo usare una espressione positiva: il futuro è in un altro equilibrio. Per trenta anni i partiti hanno provato a cambiare la Costituzione, ma le sole riforme le hanno fatte i cittadini attivi. Altro che quattro gatti, altro che brave persone che raccolgono cartacce nei cortili o assistono i malati negli ospedali. I cittadini stanno lavorando, da 25 anni a questa parte, per trasformare la nostra democrazia pur agendo nel rispetto della Costituzione. Forze sociali diffuse, ma poco organizzate e indicate come minori, quindi per definizione politicamente deboli, hanno conseguito un effettivo empowerment  e alla lunga appaiono le sole portatrici di una riforma, avendo indotto una lenta ma significativa e non contrastabile trasformazione della nostra democrazia.

Nel libro spieghi che la cittadinanza attiva non solo ha limitato le ferite più profonde alla Costituzione, ma in alcuni casi ha anche operato per uno svolgimento “creativo” della Carta costituzionale coerente al suo disegno originario. In che senso?

La revisione della Carta del 2001 contiene all’art.118 (Cotturri ne è stato fra i promotori, ndr) una norma proposta dalla cittadinanza attiva: si tratta del riconoscimento che i cittadini possono prendere autonome iniziative per realizzare interessi generali e, se lo fanno, vincolano le istituzioni a perseguire tale indicazione. Tale rapporto nuovo tra cittadini e istituzioni si chiama sussidiarietà orizzontale, che svolge quanto già gli art. 2 e 3 indicarono fin dal 1948 e ne porta il significato fino a concretare una sovranità pratica dei cittadini, una possibilità delle forze civiche cioè di assumere ruolo e responsabilità tradizionalmente riservate agli apparati amministrativi. E’ molto di più che limitarsi a proteste e rivendicazioni, e ottiene risultati sorprendenti: le amministrazioni sono “messe in mora” circa il perseguimento e la tutela dei beni comuni. I costituenti, che pure avevano voluto la partecipazione e la autonomia delle forze sociali, non avevano pensato a sviluppi così concreti e stringenti della cittadinanza attiva.

Il titolo del saggio “La forza riformatrice della cittadinanza attiva” è, a mio parere, una chiara critica alle posizioni di Grillo, ossia al Vaffaday, al “mandiamoli tutti a casa”. Parli di riforma, infatti, non di rivoluzione.Grillo rottura

Mi pare che Grillo pensi alla rottura, non a “rivoluzioni”: queste hanno bisogno di un disegno e di una volontà di muovere in tal senso. Può così capitare che il cambio di persone non migliori ma peggiori le cose. C’è ormai da anni uno stato diffuso di malessere dei cittadini, per l’arroganza del ceto politico e i ripetuti episodi di corruzione, spreco abuso delle risorse pubbliche. Indignazioni e protesta sono sacrosante. Ma ottenuto un consenso popolare così rilevante, come quello che s’è raccolto nelle ultime elezioni attorno al M5S, è un peccato che si perda l’occasione per cambiare l’indirizzo politico del paese. Grillo ha la responsabilità non solo di aver respinto più indietro il PD, che pure s’era incamminato su una strada di rinnovamento, ma di aver rimesso il paese alla mercé del potere di Berlusconi, che non a caso appare in rimonta di consensi, quando invece pareva ormai sulla soglia di una sconfitta definitiva.

Ci sono alcuni esempi di leggi o strumenti che i cittadini hanno nelle proprie mani per cambiare il Paese?

Il servizio civile, la costituzione del sistema integrato di assistenza, il 5 per mille. Sono solo tre esempi, che tra l’altro non godono oggi di buona attuazione. Ma sicuramente sono provvedimenti dal cui uso accorto e congiunto potrebbe decollare la politica della sussidiarietà. Ben oltre quanto avviene ora. Dal 2006 al 2011 i volontari del servizio si sono ridotti di un terzo (da 46 mila giovani a 16 mila, nel 2013 un piccolo passo in avanti con un bando per circa 19mila volontari). Sull’attività sociosanitaria e socio assistenziale pesano tagli indiscriminati e disastrosi alla spesa pubblica, che hanno portato i fondi a carattere sociale da oltre i 2 miliardi e mezzo del 2008 ai 271,6 milioni di euro del 2013. Riguardo al 5 per mille, poi, ci sono notevoli incongruenze: numerose le organizzazioni che possono beneficiarne, ma ben risicato il numero di quelle che ottengono un contributo rilevante o comunque significativo.altruismo

Occorrerebbe pensare ad una politica organica e permanente per lo sviluppo del capitale sociale e l’incremento della sussidiarietà orizzontale. Occorrerebbe che si attivasse un circolo virtuoso per cui il 5 per mille fosse destinato a progetti coordinati di più attori, con forti ricadute anche locali e con la possibilità per questo di attirare volontari per il servizio civile fin dalle scuole. A questi riaccorpamenti e ai coordinamenti tra attori che operano nel medesimo ambito dovrebbero lavorare anzitutto gli stessi soggetti del Terzo settore, invece che farsi concorrenza a suon di costosissimi spot pubblicitari in TV e sui giornali.

Insomma, ora più di prima spetta a noi, cittadini attivi, continuare a lavorare per la tenuta della democrazia. In che modo?

Le forze della cittadinanza attiva, le organizzazioni del terzo settore, associazioni, volontariato, cooperative sociali: dovrebbero indicare con più forza di quel che ora non facciano quali sono i beni comuni irrinunciabili e quali le priorità  da rispettare per trarre il paese fuori dalla crisi. Questo vuol dire fare politica al loro modo, non appiattirsi su posizioni di collateralismo a questo o quel partito, questa o quella coalizione. Nostro compito è arricchire una intelligenza diffusa di quel che in un quarto di secolo si è prodotto: la democrazia è stata tutelata e arricchita per la presenza e le iniziative di soggetti civici, e sotto questo profilo la loro alterità al sistema dei partiti non consente che, a ogni turno elettorale, le associazioni siano chiamate solo a “donare il sangue” ai partiti (fornire credibili candidati, portare voti). La forza di questo universo sarebbe tanto maggiore se tenesse ferme le proprie autonome prerogative e interloquisse con determinazione sulle cose da fare, sugli obiettivi di governo, cui di fatto già collabora positivamente.

Pensi a un “Manifesto” della cittadinanza attiva?cittadini attivi

Qualcosa del genere ora serve. Non per guadagnare titoli di preferenza per chi, come il nostro movimento, è più avanti in questa ricerca. Ma per dare a tutti i soggetti del Terzo settore consapevolezza del loro comune ruolo generale, dei titoli di merito già accumulati nei confronti della democrazia del paese, e della necessità e possibilità di una iniziativa comune, larga e inclusiva, per portare al centro degli sforzi di cambiamento le politiche socialmente utili, e non solo il contrasto ai partiti e la riduzione dei costi della politica. Certo, è necessaria la “riforma della politica”, ma la vera differenza tra quella che caratterizza sistemi di interessi organizzati nei partiti, e quella che potrebbe sgorgare assai più copiosa da iniziative non profit diffuse e autonome per beni comuni, sta nei contenuti delle politiche perseguite, non nelle persone elette per deciderle e attuarle.

(intervista a cura di Aurora Avenoso)

Tratto da www.cittadinanzattiva.it

Addio al vecchio modello Roma, è il tempo di un nuovo riformismo urbano (di Roberto Morassut)

Pubblichiamo un interessante articolo di Roberto Morassut che mette al centro il tema di un “riformismo urbano civico e partecipativo” che riteniamo di assoluta centralità non solo per Roma, ma per l’Italia intera. Che sia uno dei protagonisti del vecchio “modello Roma” a parlarne è un fatto positivo che va rimarcato. Sul tema della partecipazione sono presenti a Roma numerose espressioni della cittadinanza attiva. A loro spetta contribuire a delineare i tratti del nuovo governo della città che uscirà dalle elezioni e dire di quanta e quale partecipazione ci sia bisogno.campidoglio

“Nella campagna elettorale per Roma si è parlato molto di candidati e alleanze. Questioni ineludibili e che, tuttavia, se non sono collegate alle cose, ad un discorso verso la città, restano confinate alla sfera del potere, che è solo una parte della politica.

Cerchiamo di parlare ai romani, di percorrere la via di una nuova complicità con la sofferenza che percorre la metropoli. La cura Alemanno e la crisi mondiale hanno fatto molto male e non sarà facile lenire quelle ferite. Nessuno ha una ricetta in tasca. Non possiamo essere generici nei nostri discorsi nè ricorrere agli stilemi ottimistici degli anni del modello romano che viaggiò – fissiamocelo bene in mente – anche sulla spinta di risorse finanziarie pubbliche – legge per Roma Capitale e legge per il Giubileo del 2000 –, di cui Roma non aveva mai goduto e che da tempo sono state brutalmente cancellate.

Quella condizione di base per una nuova stagione riformista non esiste più. Anche se molte delle opere avviate prima del 2008 non sono concluse – e il nuovo sindaco non potrà in cinque anni che inaugurare solo quelle – il vecchio modello romano non funzionerebbe più perché gli mancherebbe il carburante, cioè la leva delle risorse pubbliche come volano degli investimenti privati.discussioni urbane
I cambiamenti in atto a Roma sono assai profondi e nel prossimo futuro sono destinati a restituirci una metropoli dove le diseguaglianze sociali saranno più grandi cosi come i problemi legati alla integrazione fra diverse etnie, culture, religioni. Crescerà il divario fra la domanda sociale e la capacità di replica delle istituzioni. Non basta più un “riformismo istituzionale” guidato dal meglio della politica e dell’economia.

Occorre un nuovo riformismo urbano: “civico e partecipativo”. Una recente ricerca del Politecnico di Milano mette in luce come le grandi aree metropolitane – Roma in particolare – subiscano l’effetto negativo del mutamento di scala che le grandi città hanno vissuto negli ultimi venti anni e come questi fenomeni abbiano diretta influenza sulla minore e qualità dei servizi e della vita quotidiana.

In pochi anni si è generata una quantità e qualità di domande sociali individuali e collettive enormemente più elevata e complessa del passato anche più recente. Roma non è più una città ma una metropoli – soprattutto come spirito pubblico, costume, stili di vita, internazionalizzazione, tempi e orari di vita, opportunità, conflitti, isolamento dei singoli.
cooperazioneUn riformismo civico e partecipativo cos’è? Fare le primarie e fare delle liste civiche? Proporre dei volti meta-politici? No. Questa è prassi elettorale. Necessaria, ma prassi elettorale. Riformismo civico vuol dire favorire, in ogni modo, un protagonismo di cittadini e imprese che in forme civiche partecipano, col sostegno del comune, al governo e alla gestione di alcune funzioni essenziali – abitazione, servizi alla persona, manutenzione e decoro urbano, sicurezza e offerta culturale, scuola e formazione – affiancando e coadiuvando le istituzioni per colmare il vuoto crescente tra domanda sociale e capacità di replica di queste ultime.
La ricerca prima citata segnala che nelle grandi città è sempre maggiore la percezione tra i cittadini del ruolo positivo che il cosiddetto “terzo settore” può svolgere per migliorare i servizi legati alla salute, ai trasporti, alla formazione, alla manutenzione urbana, al verde – a proposito, è maturo il tempo di impegnarci a donare in cinque anni ai romani almeno cinque dei grandi nuovi parchi metropolitani acquisiti senza esproprio dal patrimonio comunale grazie all’approvazione del Piano regolatore: da Mistica a Tormarancia, ad Aguzzano, a Centocelle, agli ambiti della Tenuta dei Massimi e della Valle dei Casali.
L’uso accorto dell’enorme patrimonio immobiliare del comune di Roma – fabbricati e terreni – può essere una leva formidabile per mettere in moto migliaia di attività e posti di lavoro nel campo dei servizi, della cultura e dell’agricoltura, della green economy e aumentare l’offerta dei servizi. Offrendo porzioni di questo patrimonio, a basso fitto e con bandi pubblici, ad attività senza fini di lucro, a condizione che esse aumentino l’offerta di assistenza domiciliare, di sostegno alle persone svantaggiate, di produzione culturale libera e indipendente, di produzione agricola biologica e di valorizzazione dell’ambiente si può cominciare ad immaginare un “riformismo civico e partecipativo”.

aprire le porteRidurre l’aliquota dell’Imu per quei cittadini che consorziandosi decidano di gestire autonomamente e direttamente il verde del proprio quartiere, adottare un sistema di nomine per le aziende comunali che spazzi il campo da ogni clientelismo correntizio, in cui il sindaco si impegni a non fare nomine ma a creare una authority “terza” che selezioni i curricula dei manager per concorso e solo sulla base delle competenze maturate, stabilire lealmente con i romani e con lo stato un patto quinquennale su un massimo di tre infrastrutture da realizzare – assumendo la scarsezza delle risorse e senza fare promesse al vento dunque – una delle quali certamente il viadotto ferroviario di chiusura dell’anello nord di Roma, risolto col Prg ma bloccato da Alemanno, sottoporre tutti gli eletti e i nominati all’anagrafe pubblica dei propri patrimoni e dei propri beni dal momento della nomina a quello della decadenza, affrontare lo stato di salute dei quartieri della periferia di prima generazione – Quarticciolo, San Basilio, Primavalle, Trullo, Gordiani, Pietralata, solo per citarne alcuni – che sono sul piano della sicurezza, del recupero urbano, le priorità nel complesso universo della variegata galassia periferica metropolitana, rispettare il Piano regolatore approvato attuandone le parti di maggiore valenza pubblica e chiedendo ai promotori immobiliari di farsi carico dell’emergenza abitativa e cedere gratuitamente al comune – come il Prg prescrive – quote di edilizia libera per ogni intervento privato autorizzato, incentivare interventi edilizi innovativi ed ecosostenibili per materiali e tecnologie, meno inquinanti, più rapidi e più sicuri scomputando quote di oneri di urbanizzazione.

Cerchiamo di parlare ai romani, dunque, non solo a noi stessi e pensiamo sempre al potere come un mezzo e non come un fine.

Roberto Morassut

Poco spazio per giovani e donne anche nel Terzo settore? (di Angela Masi)

Genere e generazioni: quale sfida per la cittadinanza attiva? Di giovani e di donne si parla molto e sono presenti in quasi tutti i discorsi e fanno bella mostra nei programmi politici. Si tratta di dichiarazioni di principio? Va di moda parlare di giovani, di donne e di nuove sfide oppure effettivamente la società si sta interrogando sul patrimonio rappresentato dalle nuove generazioni e dalle donne in un contesto altamente problematico rappresentato dalla crisi economica e del sistema politico e sociale? E con quali risultati?

giovani europeiCome al solito i dati reali ci aiutano a capire meglio di che si tratta. Uno sguardo ad un’indagine condotta da Cittadinanzattiva nel 2012 ci parla del Terzo Settore, dell’associazionismo e dei centri servizio del volontariato; insomma di tutto il variegato universo di associazioni nelle quali si esprime buona parte del volontariato in Italia. Ciò che accade in questo mondo dovrebbe rappresentare il meglio dell’evoluzione sociale e civile e i dati raccolti in parte confermano questa aspettativa, ma in parte riservano anche alcune sorprese.

Il focus dell’indagine ha riguardato gli organigrammi per scandagliare il tema del rapporto tra generi e generazioni nelle organizzazioni sociali.

Filo conduttore della ricerca sul rapporto tra generazioni sono stati:

  1. il dato demografico: secondo l’ISTAT In 15 anni, dal 1985 al 2010 i giovani tra i 15 e i 29 anni sono passati da 13 milioni a 9 milioni, mentre gli anziani over 65 da 7 milioni a 12 milioni. La popolazione giovanile rischia di trovarsi  costantemente in minoranza nella società contemporanea;
  2. le nuove forme di partecipazione: la percentuale dei giovani che dedicano parte del loro tempo alla solidarietà sta aumentando: si è avuta una lettura distorta a causa del dato demografico. In termini assoluti il numero in 10 anni si è, invece, ridotto (-107 mila), ma proporzionalmente i giovani che fanno volontariato sarebbero addirittura aumentati: se nel ’96 erano sei su 100 i giovani impegnati nel volontario, dieci anni dopo sono saliti a 8,5 . E oggi il Censis ci dice che sono 2.000.000 i giovani tra i 15 e i 29 anni che fanno volontariato. Quindi, non crisi, ma trasformazione della partecipazione, nel senso che quest’ultima si sposta verso organizzazioni meno strutturate e all’interno di associazioni locali, calate nei contesti territoriali, piuttosto che nelle grandi associazioni a carattere nazionale;
  3. il mancato riconoscimento dell’importanza della  partecipazione giovanile. Si sono evidenziati, nel corso della ricerca, stereotipi e modelli secondo cui “I giovani non partecipano, è difficile coinvolgerli, sono più individualisti, cercano qualcosa in cambio…”, nonché una scarsa conoscenza della complessità della realtà e la tendenza ad inibire la possibilità di un protagonismo autentico.

 giovani e donne

L’indagine ha rilevato, in tutte le associazioni intervistate e analizzate che vi è un ricambio “difficile”, nonché una certa imposizione del ruolo dei padri fondatori e delle regole della democrazia interna.

In altre parole, la differenza con il mondo profit, del lavoro è che “l’impegno civico non va in pensione”. In sostanza, tutte o quasi tutte le organizzazioni intervistate contemplavano nei ruoli di maggiore responsabilità i fondatori dell’organizzazione stessa.

Esistono, tuttavia, germi di buone pratiche:  su 99 organizzazioni analizzate, sono circa 30 quelle che fanno riferimento esplicitamente ai giovani sul sito, con diversa “intensità” (servizio civile, sensibilizzazione nelle scuole, settori dedicati, settori con statuti e rappresentanti).

Interessante, per esempio l’iniziativa del CSV-net che ha realizzato un percorso partecipato per realizzare il Manifesto della Promozione del Volontariato Giovanile. Ha lanciato un sondaggio on line (sito internet dedicato, blog aperto ai contributi e delle giornate di incontro per valorizzare l’impegno civile dei giovani e la ricchezza della cultura giovanile) con domande riguardanti l’attivismo giovanile e cosa le nuove generazioni si aspettano dalla partecipazione attiva alla vita di questo Paese.

Quanto alle tematiche di genere,ogni organizzazione ha un organigramma differente.

Laddove è contemplata la carica di presidente, cioè 99 organizzazioni, in 81 casi è affidata agli uomini, solo in 15 casi alle donne. Lo stesso accade per la carica di segretario generale (su 30 organizzazioni in 24 sono uomini, in 6 donne) e persino per quella di vice-presidente (su 62 organizzazioni, 77 uomini e 31 donne).

Nonostante si tratti di dati parziali, la ricerca di Cittadinanzattiva evidenzia che le percentuali di donne in posizioni di responsabilità politica all’interno delle organizzazioni sono ancora basse rispetto alla percentuale di volontarie all’interno delle organizzazioni. Infatti, secondo i dati ISTAT il 46% dei volontari è donna, polarizzato nelle associazioni femminili, in quelle di cura e in quelle per l’educazione.

Una cosa è certa, sui temi relativi alla partecipazione nella comunità di giovani e donne, sopravvivono tuttora numerosi luoghi comuni e stereotipi ed una realtà di fatto che, quasi per inerzia, non permette e non facilita il ricambio. Niente di nuovo verrebbe da dire, il problema del rinnovamento non è cosa che si limita alla politica e alle istituzioni, ma è un problema sociale di grande rilevanza che chiama in causa il modello Italia in tutti i suoi aspetti.

Angela Masi

Dalla protesta alla cittadinanza attiva per ridare alla politica prospettive generali (di Giuseppe Cotturri)

Amministrative, referendum: sembra crollata d’improvviso la capacità di Berlusconi di raccogliere consenso maggioritario. E’ finito il suo ciclo politico? Si vedrà. Ma intanto la spinta che queste tornate elettorali – soprattutto il quorum di partecipazione al referendum – sembrano dare a  una ripresa democratica autorizza a sperare.

Tuttavia è necessario un pensiero più approfondito.

Il voto ha manifestato una insofferenza crescente verso il modo manipolatorio e sostanzialmente elusivo del governo berlusconiano. Manipolazione della realtà, problemi reali nascosti ed elusi: alla fine il “cortocircuito” potere-comunicazione pubblica va in tilt, un numero crescente di persone riprende a ragionare in autonomia sulle prospettive del paese.

Le forze politiche di opposizione naturalmente sono protese nello sforzo di volgere a proprio vantaggio quello che, al momento, è solo un “umore” diffuso, malcontento e disaffezione dal grande affabulatore. Ma che le spinte “anti” possano tradursi in spinte “per” qualcosa, è questione assai più complicata e richiede gran tempo. La stessa definizione di questi moti in termini di “ripresa della partecipazione democratica” deve essere sottoposta a un vaglio più severo. Infatti la natura del fenomeno partecipativo si dispiega nel tempo, e, invece, certe “esplosioni” improvvise di opinione possono risultare fuochi di un attimo.

Anzitutto a cosa si partecipa in questo nuovo secolo? L’Italia per questo aspetto non è diversa da altri paesi capitalisti. Le organizzazioni storiche del Movimento Operaio tra Otto e Novecento prospettavano una partecipazione alla costruzione di solide cittadelle, sistemi di diritti protetti e garanzie collettive negli Stati-nazione. Gli studiosi parlano di fasi iniziali di estraneità e assedio da parte di quei movimenti, ma poi di processi di integrazione delle masse lavoratrici negli Stati borghesi. Questi furono trasformati in Stati sociali, Welfare States. Le costruzioni avevano assunto una fisionomia propria. Profonde furono le ristrutturazioni.

Il punto è che la metafora della solida costruzione indicava una meta, ma anche una cultura della organizzazione, e una capacità di stabilità e durata delle conquiste. L’intera vicenda si svolse su tempi lunghi e questo conferì alla coscienza diffusa la sensazione che si fosse entrati in una nuova “epoca” storica. A fine Novecento lo scenario della “globalizzazione” fa vedere invece Stati sempre più incapaci di proteggere le proprie comunità e universi sempre più “fluidi” in movimento tumultuoso: correnti fortissime trascinano via residui della civiltà “solida” dei protocostruttori, tutto è sospinto verso un mare sconosciuto, nessuno può frenare o sviare la “corrente”. La metafora dei sociologi è ora quella della società fluida. Chi partecipa in queste condizioni non ha un suo mattone da portare, non un muro dietro cui ripararsi: si nuota nella corrente per sopravvivere, non si alzano livelli sovrapposti, si resta in superficie, galleggiando con quel poco che si riesce a trattenere vicino a sé. Queste raffigurazioni riflettono pessimismo, paura , incertezza degli occidentali.

Ma c’è un modo in cui – lasciamo per ora metafore e immaginario collettivo – la domanda “quale partecipazione?” possa essere affrontata con qualche ragionevole filo di speranza? Proviamo a partire da una qualche maggiore determinazione storico-politica.

L’Italia del secondo dopo-guerra nulla sapeva di democrazia e partecipazione: liberato il paese e acquisita la promessa di una “democrazia progressiva” con la Carta del 1948, gli ex-sudditi e la gente cui era stato insegnato a “lavorare, obbedire, combattere” in gran numero si impossessarono anzitutto del libero voto politico. Uomini e donne: una partecipazione elettorale (anche su referendum istituzionale) mai vista, oltre il 90%, rimasta tale per decenni, e poi comunque rimasta tra le più alte nel mondo (perfino nella “seconda Repubblica” il voto politico – benché il corpo elettorale sia stato allargato in modo pasticciato al voto all’estero – resta attorno all’80%).

Milioni poi furono quelli che sperimentarono la partecipazione politico-associativa: si iscrissero ai partiti, che allora ebbero la forma che si dice “di massa” – migliaia di funzionari e dirigenti retribuiti, decine di migliaia di attivisti non retribuiti ma determinanti , milioni di elettori stabili (voto di “appartenenza”).

Qualcosa, però, si incrinò in questa costruzione: si pensa che il colpo venne da poche migliaia di sventati “contestatori”, studenti nutriti di ideologie anti-istituzionali, antiautoritarie, antiamericane. Ma il ’68, come la migliore ricerca sociale ha poi riconosciuto, fu evento mondiale e fenomeno profondamente legato al ricambio generazionale: i nati dopo il secondo conflitto mondiale si affacciarono in tutti i paesi sulla scena politica e ebbero l’ingenuità di credere alle promesse delle democrazie occidentali o a quelle dei paesi del socialismo realizzato. Davano gli uni e gli altri per acquisite le certezze materiali e gli spazi riconosciuti per le loro richieste: volevano andare oltre, volevano più libertà e riforme nei paesi socialisti, e più libertà e beni immateriali in America come in Europa (musica, viaggi, culture solidali; non: posto fisso, reddito individuale garantito, automobile, come i loro genitori lavoratori d’Occidente). E’ questo profondo mutamento sociale che scavò un fossato tra il sistema della rappresentanza politica e le spinte di nuove figure sociali: dopo gli studenti, le donne, gli ambientalisti, i pacifisti, i più recenti no-global…

La crisi dei sistemi di rappresentanza – che sono sistemi di riduzione della pluralità a un conflitto regolato tra due opzioni, e infine consegna del potere all’unico indirizzo fissato dalla maggioranza – lasciava intravedere una dimensione della espressività e della comunicazione, che le istituzioni politiche non potevano soddisfare oltre il gioco limitato che s’è detto (competizioni elettorali, sistemi prevalentemente bipartitici, riduzione dei sistemi più frammentati – come l’Italia – a un imperativo di semplificazione e omologazione al modello occidentale dominante).

La partecipazione attraverso partiti entrò in sofferenza ovunque: durante la guerra del Vietnam in America il 27% della popolazione fu contraria, ma non giunse a fare di questa opposizione una sola spinta politica, molti, piuttosto, si allontanarono dai riti elettorali. In Italia l’art.49 sembrò troppo chiuso, costrittivo: ai partiti che si arroccavano in un loro equilibrio collusivo (consociazione, sistema dei partiti), comitati referendari contrapposero iniziative sempre più destabilizzanti per determinare per oltre un quarto di secolo l’agenda politica del paese. Era altra partecipazione, partecipazione referendaria (con le firme, e col voto in un sol giorno su quesiti puntuali ancorché limitati).

La partecipazione dei cittadini, dunque, sempre più si configurava come stabile contrapposizione ai processi partitico-decisionali. Più tardi, a partire dalla esperienza brasiliana degli anni Novanta di bilanci comunali partecipati, s’è diffusa in Europa una larga sperimentazione similare, ma anche forme diverse di pubblico dibattito, decisioni rimesse a comitati di cittadini debitamente informati, consultazioni ristrette o allargate: insomma un fermento di forme ed esperienze che vengono accomunate con la formula democrazia partecipativa. Come si vede, l’approdo della partecipazione è, per comune intendimento, alla fine del Novecento e in questo inizio di secolo fuori e accanto ai partiti.

Chi vuol salvare la prospettiva della democrazia rappresentativa osserva che, nel significato anglosassone della “democrazia deliberativa” era già ricompressa l’importanza del dibattito pubblico, e che le decisioni delle istituzioni rappresentative sono migliori su quella base. In sostanza, sistema dei partiti e altre forme di partecipazione devono affiancarsi e rendersi complementari, non contrapporsi. La democrazia partecipativa non raggiungerà mai la legittimazione piena e totale delle forme sorrette dal suffragio universale. Il paradosso della partecipazione, infatti, è di mirare a un allargamento rispetto alle chiusure corporative del ceto politico, ma in concreto non riesce mai a coinvolgere tanti cittadini quanti sono quelli che avrebbero diritto e ragione di intervenire.

Una via diversa, e in un certo senso una vera “invenzione” politica, fu la costruzione di un movimento di volontariato dalla metà degli anni Settanta in Italia, per iniziativa di forze cattoliche, ma poi largamente partecipato da persone di altra formazione e orientamento politico. Per sottrarre ai tragici destini degli “anni di piombo” forze preziose della partecipazione civile si indicò il “privato-sociale” come modalità autonoma di fare politica: si opera per la tutela dei soggetti deboli, e pertanto si interviene su un terreno di politica sociale pubblica (mancante o inadeguata); in tal modo si condizionano i governi con la immediatezza dell’agire sociale solidale. Questa invenzione fu affinata, orientò altri soggetti associativi riuniti in un ambito non-profit che, per comodo, fu definito Terzo Settore, cioè non Stato e neppure mercato. E si dette forza infine a una visione del rapporto di reciproco sostegno, ai fini dell’interesse generale e dei “beni comuni” necessari, definito normativamente come regola di sussidiarietà. Discusso negli anni Novanta, il criterio è entrato nella Costituzione nel 2001. Se chiamiamo “cittadinanza attiva” questa specifica modalità dei cittadini di intervenire in proprio per realizzare politiche pubbliche e condizionare quelle che le istituzioni sono tenute ad erogare, vediamo che la partecipazione della cittadinanza attiva (alle politiche sociali appunto) è diversa e più penetrante della partecipazione di altre forme, che appunto si limitano a intervenire nel dibattito o/e nella decisione. Qui l’azione civica autonoma configura esercizio di una sovranità pratica del cittadino, che limita e vincola la sovranità istituita e conferita alle istituzioni pubbliche. Si parla per questo di amministrazione condivisa. La partecipazione alla cittadinanza attiva è dunque partecipazione a un processo, non facile e tuttavia ormai delineato e avviato positivamente, di costruzione di un altro modo di costituire la “sfera pubblica”. Sia la società che lo Stato sono in corso di ridefinizione.

Questo modo di riflettere storico-politico e con ancoraggio a concrete esperienze sociali e istituzionali forse ci può sottrarre alle suggestioni e al pessimismo dei cultori della globalizzazione fluida. Certo, un moto di delusione-protesta antiberlusconi non può essere automaticamente iscritto nelle pratiche di cittadinanza attiva. Ma quel fare attivo, quella capacità di produrre e tutelare condizioni materiali e immateriali di convivenza civile (beni comuni), danno credibilità a questa prospettiva:  secondo i dati multiuso dell’ISTAT sono circa il 20% i cittadini che stabilmente partecipano, almeno due volte l’anno, ad attività di volontariato e associazionismo non-profit. Non bastano certo a salvare il paese, ma non sono poca cosa, è qualcosa su cui vale la pena confidare. Del resto i sondaggi dicono che il volontariato appunto è per gli italiani la galassia sociale che raccoglie il più alto indice di fiducia. A Milano come in Puglia una pratica liberatoria di scelta del leader mediante “primarie”  associa poi al governo territoriale  forze stabili di cittadinanza attiva.

In ogni caso, caduto l’appeal dell’immaginario manipolato dal potere televisivo, appare in tutta la sua evidenza la deriva incontrollata e portatrice di sventure e disgregazione di quella combinazione di interessi economici e politici. La parabola politica di Berlusconi volge al compimento di un ventennio. Ma la società della spettacolarizzazione e dei consumi di massa, promossi da una organizzazione scientifica e monopolistica del marketing, prospera ormai da quarant’anni, prima in Usa, ma anche da noi fin dagli anni Ottanta. Il motore del consumo infinito è nel ferreo presidio degli interessi di marketing nella comunicazione e nella produzione di immaginario collettivo. Il sistema con cui Berlusconi ha fissato un monopolio nella raccolta e distribuzione di pubblicità commerciale a giornali e televisioni è magistrale. La televisione pubblica è stata assediata e poi inglobata, ma non è nel controllo degli organi della Rai il segreto del successo dell’operazione: molto prima dell’ascesa al governo di Forza Italia, il controllo delle risorse commerciali aveva assicurato un condizionamento su tutto il sistema (che impropriamente fu detto duopolio) e segnato per decenni un senso comune di massa.

Ora, è quell’immaginario collettivo, è quell’incremento indiscriminato e apparentemente inarrestabile di desideri individuali (che il capitalismo muove e gestisce con polso ferreo nel mondo), che sono entrati in rotta di collisione con la salvezza stessa del genere umano (energie non rinnovabili, buco dell’ozono, riscaldamento del pianeta). Sono enormi le forze che devono muoversi nel mondo per “governare” un riequilibrio, tra bisogni dell’umanità e risorse planetarie. Anche qui: sono decenni che culture e soggetti dello sviluppo “compatibile” fanno sentire la loro voce. Ma fino a quando anche i cittadini comuni non sentiranno come propria la responsabilità per un mutamento di prospettiva delle economie e delle costruzioni di società, lo sforzo resterà pia intenzione di minoranze illuminate.

Collegare la anonima ma estesa e multiforme pratica di cittadinanza attiva nei tanti paesi in cui queste esperienze si sviluppano a orizzonti generali di questo tipo, per la salvezza del pianeta, non è impossibile. Può sembrare una esagerazione, questo passaggio dalla cittadinanza attiva ai problemi dell’umanità, ma il fatto è che l’esperienza quotidiana ha già messo in diretto contatto le due prospettive: in Italia abbiamo discusso di opere pubbliche come il ponte sullo Stretto, e di nuove centrali nucleari, o di privatizzazione dell’acqua. I referendum hanno mobilitato il paese su queste alternative. Una chiave culturale molto forte d’altronde è già acquisita proprio con la tematizzazione, che la cittadinanza attiva e l’idea sussidiaria hanno fissato in Europa e nella stessa Costituzione italiana. Quella dei beni comuni.

Alcuni beni comuni hanno a che fare con la scarsità (energie, risorse non rinnovabili, ambiente ecologicamente in equilibrio). Ma altri beni, di natura immateriale (conoscenza, capacità creative e comunicative), sono abbondanti: e qui la pretesa di limitarne la crescita e l’impiego pubblico è destinata a sicura sconfitta. Le nuove generazioni sono in contatto in rete. Non solo vogliono contare. Ma già partecipano. E stanno cambiando il mondo. A partire dai paesi africani, che i potenti immaginavano esclusi  dalla storia.

Partecipare dunque è, oggi come non mai, anzitutto comunicare, far crescere saperi, allargare reti, rovesciare luoghi comuni, prospettare soluzioni innovative. E avere il coraggio di praticarle. Quali poi sono le forme organizzative della politica conseguente a queste istanze, è problema che pian piano si sta dipanando.

Giuseppe Cotturri (docente Università di Bari)