Il peso del debito pubblico che frena l’Italia

Gianni Toniolo sul Sole 24 Ore del 27 gennaio ci fornisce alcune chiavi di lettura utili a comprendere alcuni motivi di fondo della fragilità italiana. Il tema è quello del debito pubblico mai così elevato nella nostra storia recente. Il 135% del Pil toccato nel 2015 occupa il secondo posto in un arco di oltre un secolo venendo dopo il 159% del 1922 (ma c’erano i debiti contratti con gli alleati durante la prima guerra mondiale).

crisi economicaNessuna guerra mondiale in questa epoca invece, bensì una crisi iniziata nel 2008 cui si è risposto con l’espansione della spesa pubblica in disavanzo pressoché ovunque, anche se in misura diversa da paese a paese. L’Italia, che partiva da un debito già molto elevato (102% del Pil nel 2007), l’ha visto crescere di un terzo “tanto da costituire oggi forse il principale problema economico del Paese”. Infatti “la montagna del debito accumulato frena la crescita del reddito e dell’occupazione, favorisce la rendita, si accumula nei bilanci delle banche, con effetti negativi sulla loro capacità di sostenere le imprese, sottrae al bilancio pubblico, con il pagamento degli interessi, risorse che sarebbero preziose per gli investimenti pubblici e per rendere lo stato sociale più amico della crescita oltre che per l’uguaglianza”.

Un aspetto piuttosto trascurato è che un debito tanto elevato ha bisogno di essere costantemente rinnovato e ciò assegna un peso elevato alla volatilità dei mercati finanziari. “Infine, e non è cosa da poco, un indebitamento al limite della sostenibilità toglie alla politica fiscale la flessibilità necessaria per smussare gli andamenti ciclici. Se ci fosse un’altra crisi avremmo minore spazio di manovra che in quella recente”.

crescita pilE che il problema sia quello di contrastare il ciclo è dimostrato dalla storia. Sottolinea Toniolo che “la strada maestra per la riduzione del peso del debito è stata quella della crescita accompagnata da credibili impegni a contenere il disavanzo pubblico. Così l’Inghilterra abbatté a poco a poco sia il debito (oltre il 200% del Pil) accumulato per sconfiggere Napoleone sia quello creato nella guerra al nazismo. Così fece l’Italia tra il 1894 e il 1911, nei primi anni Venti e, con maggiore timidezza, tra il 1994 e il 2007”.

Il problema però è che la crescita italiana è troppo debole e l’inflazione è prossima a zero. È ovvio, dunque che, nel prossimo futuro “la riduzione del rapporto debito/Pil non potrà che essere lenta”. Ciò significa maggiore vulnerabilità del Paese e delle sue banche in particolare (peraltro gravate da una massa enorme di crediti incagliati).

Come si affronta questa situazione? Per Toniolo “i rischi legati a un elevato indebitamento si riducono, anzitutto, mostrando nei fatti che la riduzione del rapporto tra debito e reddito è una priorità strategica nazionale”. Nel passato ciò è stato fatto e ha consentito di superare momenti critici perché “tutta la classe dirigente del Paese aveva compreso che si trattava di un primario interesse nazionale”. Diversa la situazione attuale nella quale “l’insistenza per sforamenti del disavanzo pubblico per piccole frazioni di punto, riducono l’avanzo primario mentre contribuiscono in modo trascurabile alla crescita”. L’effetto è quello di mandare segnali ambigui ai mercati e di indebolire la posizione contrattuale del Governo nei confronti della Ue.

europa unitaSecondo Toniolo “per aumentare la crescita e ridurre i rischi sistemici, bisogna attenersi a un percorso di lungo periodo di riduzione del debito e rendere più attraente l’Italia agli investitori con le cosiddette riforme”. Tuttavia ciò non basta se non “diciamo chiaramente agli italiani che queste cose si fanno nell’interesse del Paese, non perché le chieda l’Europa. Riconosciamo piuttosto, anche nel discorso pubblico, che l‘Europa – perfino questa Europa tanto difettosa – è quanto di meglio un paese più fragile di altri possa avere per ridurre i rischi che vengono dalla geopolitica e dall’economia globali”.

L’articolo si conclude con la considerazione che “è per noi molto più importante ottenere una maggiore condivisione europea dei rischi che nuove piccole flessibilità di bilancio”. Perché “mostrando un credibile impegno alla riduzione, seppure lenta, del debito, l’Italia può contribuire a ridurre il gap di fiducia tra gli stati membri, avrà più peso e carte migliori nel negoziato sull’Unione Bancaria, a cominciare dal Single Resolution Fund, la cosa più importante di cui oggi abbiamo bisogno”.

C. L.

Europa e Stati Uniti di fronte alla crisi

Un interessante articolo sul Sole 24 Ore a firma di Alberto Quadrio Curzio mette in luce le grandi differenze nella risposta alle crisi finanziarie e bancarie tra Europa e Stati Uniti. Di seguito ampi stralci. “Le Istituzioni della Ue e della Uem … progettano per la crescita, ma operano per il rigore. Gli Usa hanno fatto l’opposto operando in velocità con interventi pubblici dalle grandi conseguenze economiche……

crisi EuropaRecessione e ripresa
La ripresa degli Usa è nata dalla rapidità e dall’entità del contrasto alla crisi con due interventi associati al quantitative easing. Il primo,varato già il 3 ottobre 2008 dal Governo Usa, è il Tarp (Troubled Asset Relief Program) per acquistare i titoli “spazzatura” dalle banche ripulendone i bilanci. Il programma di iniziali 700 miliardi di dollari consentì al sistema bancario Usa di riprendersi presto e di erogare credito. Al contrario nella Uem, i salvataggi e le pulizie bancarie sono state frammentate nazionalmente (talvolta occultamente tramite salvataggi a Stati come Irlanda, Portogallo e Grecia anche per soccorrere banche tedesche e anche francesi) e lentamente. I Paesi grandi più fragili sia pure per ragioni diverse (la Spagna per la bolla immobiliare, l’Italia per il debito pubblico) si sono trovati di fronte ad una scelta: entrare in un programma di risanamento bancario finanziato dal fondo europeo Esm a condizione di essere vigilati dalla cosiddetta ”troika”(scelta, giusta, della Spagna); cavarsela per conto proprio (scelta, sbagliata, dell’Italia). Ciò accadeva nel 2012-13 (cioè quattro anni dopo il Tarp Usa) quando la crisi aveva già colpito l’economia reale fiaccando molte imprese e quindi banche che le avevano affidate. Quando l’Unione Bancaria ha cominciato a funzionare nel novembre 2014 (cioè due anni dopo l’annuncio datone nel Consiglio del giugno 2012!) per sciogliere il legame banche-debiti sovrani, la situazione del sistema bancario europeo era diventata molto disomogenea svantaggiando nettamente soprattutto l’Italia ma anche tutta la Uem le cui banche andavano ripulite e ricapitalizzate in modo equilibrato.

recovery act UsaIl secondo intervento per contrastare la crisi americana è il “Recovery Act” adottato dal Governo nel 2009 con 850 miliardi di dollari investiti in infrastrutture materiali e immateriali e per sgravi fiscali a cui è seguito un altro piano da 500 miliardi di dollari per opere pubbliche lanciato nel 2015. Non è dunque solo il mercato del lavoro più snello e la maggiore flessibilità della economia Usa che ha facilitato l’uscita dalla crisi ma anche un potente intervento pubblico (Tarp e Recovery) che ha portato il debito sul Pil dal 64% del 2007 al 104,8% del 2015 ma anche la disoccupazione che dal 4,6% del 2007 è balzata al 9,6% del 2010 ma è già ridiscesa al 5,2% nel 2015

Nella Ue il Piano Juncker per gli investimenti ,annunciato più di un anno fa, incomincia a muoversi adesso. Parte sei anni dopo il “Recovey” Usa con cifre minime e cioè 21 miliardi di euro che a regime dovrebbero mobilitare 315 miliardi di investimenti delle imprese e nelle infrastrutture …… Intanto la Uem non si può rallegrare per un debito sul Pil che dal 65% del 2007 è salito solo al 93,6% del 2015 perché i 10 punti in meno rispetto a quello Usa sono pagati dalla disoccupazione che dal 7,5% del 2007 è salita all’11% del 2015.

Il Governo europeo
La democrazia europea ……… è diversa da quella americana …. ma non può reggere senza un Governo dell’Eurozona. A questo mira il progetto dei “quattro presidenti” (del Consiglio e della Commissione europea, dell’Eurogruppo e della Bce ai quali si è aggiunto ora il Presidente del Parlamento) per «Completare l’Unione economica e monetaria». Il progetto, presentato nel giugno del 2012, è stato revisionato in molti Consigli Europei. Qualche parte è stata attuata. Il più rimane da fare per una governance economica e di bilancio più efficace per stimolare la competitività, la convergenza e la sostenibilità; per la rappresentanza esterna della zona euro per rispecchiare meglio il suo peso nell’economia mondiale; per l’Unione bancaria per aumentare la stabilità finanziaria nella zona euro”.

Tratto dal Sole 24 Ore del 20 dicembre 2015

Voci di Bruxelles: dall’Europa dei bisogni all’Europa che bisogna (di Salvatore Sinagra)

Persino nel luogo dei federalisti più convinti, lo Spinelli Forum (gruppo che si ispira al pensiero e all’opera del maggior federalista europeo del ‘900 Altiero Spinelli, animato principalmente da alcuni parlamentari verdi e liberali e a cui aderisce anche qualche socialista) che si è svolto il 25 Marzo a Bruxelles si è dovuto prendere atto di una profonda crisi dell’Unione Europea.crisi Europa

Fra i vari punti di crisi tre sono emersi attraverso il nome di paesi nei quali l’Europa ha fallito la sua missione: Cipro (collasso del sistema bancario); Ungheria (collasso del sistema democratico con la trasformazione della costituzione); Siria (irrilevanza della politica estera dell’Unione) in politica estera.

Questi tre “punti” di emersione della crisi europea si manifestano in un contesto di crisi finanziaria ed economica che fotografa una spaccatura tra i paesi che hanno aderito all’euro. Già un anno fa, lo Spinelli forum, in piena crisi greca, lanciò l’idea di creare una federazione, che includesse almeno gli Stati dell’area euro, di mettere in comune una parte del debito pubblico degli Stati e di istituire un reddito minimo europeo, ovvero un sussidio per tutti i cittadini dell’Unione Europea senza lavoro. Niente di fatto, anzi, se possibile, i fatti sono andati in direzione ostinata e contraria.

Purtroppo non esiste un governo dell’Unione Europea e il Consiglio, sembra più un’ occasione per fare “foto di famiglia” che il luogo dove si gestisce una politica comune. Ma non è nemmeno questo il punto perché ci vorrebbe una rivoluzione democratica che mettesse al centro nel dibattito europeo la volontà dei cittadini che si esprime nel voto ai partiti. Invece, tutte le campagne elettorali per le elezioni europee, dal 1979 in avanti, nei diversi paesi si sono ridotte a meri sondaggi sui governi in carica. Non vi è  stata una sola campagna elettorale veramente europea.

Ecco il punto: occorre che i partiti europei esistano ed operino effettivamente per rappresentare idee e progetti politici europei e non solo proiezioni europee di posizioni nazionali. Certo, non è cosa facile in una Unione dove si parlano 23 lingue diverse. Partiti europei? Programmi comuni? Un bell’impegno sì, ma un obiettivo strategico soprattutto che si costruisce giorno per giorno. Se ci si crede.giovani europei

L’opinione pubblica, questa presenza reale, ma inafferrabile indica che le forze euroscettiche crescono, e ciò significa che sono sempre di più quelli che credono nel declino dell’Unione Europea. Purtroppo i riscontri sono piuttosto facili e alla portata di chiunque. Una sera a Bruxelles ho chiesto come andassero le cose a un ristoratore di origini siciliane; la sua risposta è stata chiara, lapidaria ed efficace, “ormai tutta l’Europa è malata”, e mi ha parlato delle migliaia di licenziamenti in un paese che un tempo era nel cuore del mondo benestante.

Anche l’ostilità per chi è straniero cresce. Mi ha lasciato di stucco il fatto che un barista di origini napoletane  che lavora a Bruxelles si lamentasse che ci fossero troppi “marocchini” e di uno Stato che non governa le migrazioni. Come se non fosse immigrato anche lui!

A queste paure deve rispondere l’Europa. Ma l’idea stessa di unire l’Europa nasce dalla paura. Paura che non si sanasse la frattura fra il mondo tedesco (Prussia, Impero austro-ungarico, Germania) e gli altri paesi europei che in circa 70 anni, dal 1870 al 1945, ha portato allo scoppio di tre guerre, due delle quali mondiali. Questa paura è il vero atto di nascita della spinta ad unirsi che è partita di slancio al termine della seconda guerra mondiale e che ha portato alla Comunità Economica Europea e all’Unione Europea.

economia socialeMa la nuova Europa nel suo cammino non è vissuta di paura. Il welfare europeo è un modello che sta all’avanguardia in tutto il mondo ed oggi, che è minacciato, appare in tutta la sua grandezza. L’economia sociale di mercato a cui molti ancora aspirano e origine di stabilità e di benessere non poteva che nascere in un contesto di pace europea e di libertà. Attenzione, non si tratta di concetti astratti, ma di concrete condizioni di funzionamento dell’economia e della società: mercati dinamici ed efficienti, sostenibilità ambientale, sostenibilità economica di lungo periodo, sostenibilità sociale fondata sulla lotta all’esclusione declinata in termini di istruzione e di mercato del lavoro.

E’ possibile pensare che l’economia sociale di mercato diventi il sistema che caratterizza il modello europeo? Sarebbe una base forte per pensare ad altri passi in avanti.

Fa parte del modello Europa anche un sussidio di disoccupazione generalizzato o reddito minimo europeo; non sarebbe assurdo pensare ad una direttiva che renda obbligatorio tale intervento. Oggi le diversità sono enormi: c’è la Svezia dove tutti i disoccupati sono assistiti per tutto il tempo necessario e altri paesi nei quali tre lavoratori su quattro se perdono il lavoro sono abbandonati a loro stessi. Il reddito minimo è una grande sfida soprattutto per i paesi mediterranei, ove tra l’altro è concentrata una consistente porzione dei disoccupati europei.

Guy Verhofstadt, premier belga dal 1999 al 2008, afferma che occorre garantire anche una pensione minima per tutti, che per il leader liberale non può essere inferiore al 45% dell’ultima retribuzione, una soglia che oggi in molti paesi, e tra questi anche la ricca Olanda, rappresenta un progresso benché possa apparire abbastanza bassa.

Altro capitolo, il bilancio.  E’ stato detto che l’Unione Europea, o l’Eurozona, devono avere un bilancio alimentato anche da tasse europee come per esempio una carbon tax o una tobin tax e che gli Stati membri devono armonizzare i loro sistemi fiscali, almeno per quanto riguarda le banche e le grandi imprese.

Quindi non solo unione monetaria, commerciale e bancaria, ma anche fiscale e sociale.

Soprattutto bisogna riprendere l’obiettivo di una Costituzione europea fallito pochi anni fa perché l’Europa non può continuare ad essere un gioco di equilibri fra governi. Gli equilibri prima o poi si rompono e ciò che si è messo in piedi crolla. Noi cittadini europei, invece, abbiamo bisogno di stabilità e di progresso.

Salvatore Sinagra

Ma serve proprio una Unione bancaria?

Pubblichiamo il commento di Guido Grossi all’articolo di Salvatore Sinagra che potete leggere qui (http://www.civicolab.it/?p=3876) e la risposta dell’autore.

Guido Grossi scrive:

“Siamo sicuri che l’interesse pubblico prioritario dell’intera Europa, attaccata dalla crisi economica, politica, di credibilità.. sia quello di concedere alla BCE il controllo sull’intero sistema bancario ?

Posso capire in che modo si ravvede l’interesse pubblico nel dare ulteriore potere ad una istituzione che – per legge – non risponde agli altri organi dell’Unione Europea ? E che gli altri organi ed individui appartenenti ad organi hanno il divieto esplicito di “cercare di influenzare” ..(art 130) ?

Ma non sarà il caso, invece, di mettere tutto il sistema bancario e finanziario ( a partire proprio dalla BCE ) ben al di sotto ed al servizio del Parlamento europeo?

Non ne abbiamo forse abbastanza degli errori di questo sistema che assorbe tutte (e anche oltre) le risorse disponibili, sottraendole all’economia reale (ed al controllo democratico) ?

Ma forse ho della democrazia un’idea poco moderna… poco competitiva”

Salvatore Sinagra replica:

“Le banche centrali tradizionali hanno due funzioni: la politica monetaria e la politica di vigilanza sulle banche. L’Unione bancaria concerne la seconda.

Mettiamola in questo modo: la vigilanza sulle banche è come se fosse una magistratura contabile. Sarebbe auspicabile avere una Consob, una authority, un’autorità antitrust che risponde alla politica? Sarebbe auspicabile avere una magistratura sotto il parlamento?
Oggi non fare l’unione bancaria significa dire alla Spagna: o esci dall’euro e stampi moneta a più non posso o ti accolli un prestito sindacato dalla Troika come quello della Grecia.
Il discorso della deresponsabilizzazione politica regge poco, perchè tutte le banche centrali dell’Unione Europea (con parziale eccezione di quella ungherese, eccezione in frode ai trattati) non rispondono alla politica.

E poi, cosa vuol dire democrazia? Che decide il Parlamento o il Governo quali banche salvare e con i soldi di chi? Che il parlamento stabilisce cosa comportano gli aiuti ad una banca e quali amministratori delegati debbano rimanere in sella o andare a casa?

La mia posizione comunque è semplice. L’Unione Bancaria è un meccanismo di garanzia dei depositi bancari, di gestione delle crisi e di ricapitalizzazione delle banche.
Che si passi ad un meccanismo europeo è necessario per due motivi: (1) perchè è giusto che tutte le banche (comprese quelle tedesche) rispettino i requisiti di vigilanza prudenziale e stabilità finanziaria più elevati (2) perchè i paesi in difficoltà e che hanno un sistema bancario traballante (Spagna in questo momento) non sono chiaramente in grado di ricapitalizzare le banche.
Si può ritenere che sia interesse dell’Europa far fallire le banche non sane, oppure che l’Europa non si può permettere una Lehmann Brothers a casa sua. Io ritengo che bisogna percorrere la seconda strada.

Sottolineo poi che anche le banche centrali dei singoli paesi dell’area UE, così come quelle degli Stati Uniti e del Giappone sono indipendenti (almeno formalmente ) dalla politica.
Secondo me, l’obiettivo dell’Unione bancaria (che poi non è una vera unione, non ha nulla di politico, è solo un’authority comune) è fondamentale per dividere il rischio sovrano dal rischio bancario e per ridistribuire costi che forse è giusto non gravino solo sui cittadini del paese in cui la banca è incorporata.

Andate a vedere cos’è successo in Irlanda con le ricapitalizzazioni della banche, la Spagna non potrebbe sopportare uno sforzo analogo. Tra l’altro aggiungo che mi pare assurdo che ci sia un mercato unico con regole frammentate; comunque per ulteriori dettagli rimando all’articolo sull’unione bancaria che ho scritto qualche mese fa (http://www.civicolab.it/?p=3012).

L’affermazione che il sistema bancario assorbe troppe risorse poi mi pare un poco generica, semmai vi sono paesi che, privi di politica industriale, hanno risposto alla globalizzazione spostandosi sui servizi e in prevalenza su quelli finanziari e questo, evidentemente, ha comportato una maggiore volatilità delle economie.

Temo infine che le aspettative riposte nelle banche centrali siano eccessive, è vero che le banche centrali potrebbero fare molto per il problema del debito (e Draghi ha dichiarato che farà tutto il possibile), ma è vero pure che lo farebbero a costo di un’elevata inflazione. Le politiche della BCE per esempio hanno comportato un’inflazione nell’ordine del 4% nel 2011 e giusto un pelino più bassa nel 2012. Io, francamente, non sono allineato a Berlusconi nell’affermare che erano più belli gli anni settanta con l’inflazione al 20%. Oggi questo tipo di scelte politiche sarebbero, a mio avviso, insostenibili.

Monti torna a Bruxelles, ma con quali prospettive? (di Salvatore Sinagra)

Nonostante sia più facile e faccia più impressione condannare i vertici europei come comitati esecutivi degli interessi della finanza speculativa e lavarsene le mani in attesa di una palingenesi globale, la vita reale (anche delle persone comuni) è molto più condizionata dall’azione quotidiana dei governi e delle istituzioni europee di quanto si possa immaginare.

Così è necessario non perdere di vista ciò che accade a quel livello e non ignorare che la realtà è fatta di confronti e trattative fra posizioni diverse. Così il prossimo Consiglio Europeo, in preparazione da mesi, doveva essere il momento in cui si sarebbe posto il problema di passare ad una fase nuova delle politiche europee.

Per l’Italia Monti avrebbe voluto dire alla signora Merkel che, con manovre di lacrime e sangue la credibilità era stata recuperata a costo però di far cadere il paese in una profonda recessione e adesso occorreva cambiare marcia; avrebbe voluto dirle che la politica di sola austerità stava diventando un finanziamento occulto alla campagna elettorale dei populisti; avrebbe voluto dirle che il rigore per gli stati senza cambiamenti sostanziali (come per esempio l’Unione Bancaria) non può più funzionare.

Di fatto , finora, sono stati i “guardiani del rigore” a prendere tempo, a pretendere che prima di dare aiuto ai paesi in difficoltà questi ultimi si dimostrassero credibili, ad affermare che prima di tendere una mano a chi fa fatica si dovessero modificare i trattati. Questa volta sarà forse Monti a temporeggiare, magari anche lui tirerà in ballo i trattati,  la cui modifica è chiaramente necessaria, ma non può essere usata come scusa per rimandare decisioni relative alla vigilanza bancaria che poco hanno a che vedere con “problemi costituzionali” o per indugiare su eventuali misure d’urgenza a favore dei paesi in difficoltà.

Purtroppo la situazione che si è creata in Italia darà la possibilità alla signora Merkel di dire a Monti che aspetterà con pazienza che il Parlamento italiano ritorni a proporre qualcosa (e intanto è inteso non prenderà alcun impegno). D’altra parte è troppo facile per la Merkel e per tutti i partigiani del rigore assoluto dire che suscita molti dubbi la svolta dell’Italia con un governo di fatto dimissionario e con dubbi personaggi che si ripresentano in pista urlando che “se ne fregano dello spread”. Certo la signora dimenticherà di dire che anche lei, come Berlusconi, ha sempre messo le sue scadenze elettorali davanti alla necessità di rispondere alla crisi, ma Monti e l’Italia non avranno l’autorevolezza per fare una gara di responsabilità con la “cancelliera”.

La mia forse è fantapolitica e sabato mattina sapremo ben poco di come è andata, perché purtroppo, i lavori del consiglio a differenza di quelli del Parlamento europeo non sono pubblici, però una cosa è evidente: Monti a giugno è stato considerato il vincitore assoluto del vertice, questa volta realisticamente non potrà essere così e questo è rischioso per l’Italia.

Nel concreto, il Parlamento europeo negli ultimi giorni ha incalzato il Consiglio chiedendo che la supervisione bancaria unica si applicasse non solo ai grandi istituti, ma all’intero sistema bancario. In Consiglio sicuramente si scateneranno le resistenze di Germania, Gran Bretagna e Svezia e un’Italia rappresentata da un governo nel pieno della sua autorevolezza avrebbe potuto ottenere risultati reali. Sarebbe dovuta essere un’Italia magari già in campagna elettorale, ma con le idee ben chiare nei principali partiti su cosa occorre fare in Europa. La situazione che si è creata, invece, con l’antieuropeismo che si propaga è quella più dannosa per noi e per un cambiamento delle politiche europee. Bisogna rendersi conto che la vigilanza bancaria europea non è un dettaglio di poco conto e il mio timore è che i falchi del rigore prenderanno il pretesto della campagna elettorale italiana per rinviare ancora la decisione sull’Unione Bancaria. Quindi non resta altro che aspettare e sperare di aver totalmente sbagliato le previsioni e che i capi di Stato e di governo riuniti decidano finalmente di non fare propaganda ma politica.

Salvatore Sinagra

L’Unione, la crisi e i tentativi di regolamentare economia e finanza (di Salvatore Sinagra)

Almeno dal 2007 tra gli operatori finanziari è diffusa la consapevolezza di una profonda crisi, dal 2008 la crisi è conclamata e dal 2010 si parla della tragedia greca e dei rischi che corre l’Euro. Che piaccia o no, solo l’amministrazione Obama ha fatto qualcosa di concreto, con il Dodd Frank Act. In America la legge che pretende di regolare la finanza è stata approvata nel 2010 ed è già a regime da circa tre mesi, in Europa, ormai da molti considerata l’epicentro della crisi, ci sono una serie di proposte sul tavolo, per certi versi più organiche di quelle approvate dall’amministrazione Obama, ma nulla è stato ancora fatto (con l’eccezione dei meccanismi d’intervento a favore degli stati a rischio default) e non c’è certezza alcuna sulle scelte future.

L’intervento più pubblicizzato è la tobin tax, una tassa sulle transazioni finanziarie, che avrebbe almeno diversi vantaggi: dare autonomia finanziaria all’Unione Europea e di conseguenza darle legittimazione e dare un segnale ai mercati. Il dibattito è articolato, sia perché paesi che vantano piazze finanziarie importanti come la Gran Bretagna, l’Olanda e la Svezia è certo che almeno inizialmente non introdurranno la tassa (il gettito originariamente stimato dalla Commissione europea in circa 60 miliardi di euro l’anno sarà quindi inferiore), sia perché alcuni economisti paventano il rischio della fuga dei capitali dal vecchio continente, sia perché non c’è accordo su importanti dettagli (alcuni Stati vorrebbero riscuotere la tassa tagliando fuori la Commissione). Oltre alle divergenze, però, tale tassa ha creato anche importanti convergenze: ha unito in  Italia due quotidiani di diversa estrazione come l’Unità e l’Avvenire, ha messo insieme il tecnico liberista Monti, la democristiana Merkel e il socialista Hollande, e, per la prima volta, ha unito est ed ovest: infatti due piccole repubbliche di quella che una volta veniva definita Europa Orientale, la Slovacchia e l’Estonia, note per una legislazione fiscale dogmatico-liberista hanno dichiarato il loro intento di adottare il provvedimento.

La tobin tax potrebbe contribuire a sfatare il mito di una Bruxelles schiava della finanza apolide e potrebbe rilanciare l’idea di una dimensione sociale dell’Europa voluta fortemente dal presidente della commissione Delors a cavallo tra anni gli ottanta e gli anni novanta.

Altre proposte interessanti sono quelle del rapporto Liikanen, che tra le altre cose propone, sulla scia dell’esempio americano, di limitare la possibilità per le banche di deposito di fare investment banking e attività di speculazione. Sorprende che i giornali italiani abbiano coperto di più il dibattito americano su tali questioni nel 2010 di quanto stiano facendo oggi con il dibattito europeo. Si attendono in proposito le posizioni dei leader nazionali.

Infine c’è il tentativo di attribuire alla Banca Centrale Europea il compito di vigilare sugli istituti di credito europei, ovvero la così detta Unione Bancaria, fondamentale, come ha detto il vicepresidente del parlamento europeo Pittella per spezzare il legame tra rischio sovrano e rischio bancario.

Le mie critiche ai regulators europei sono essenzialmente tre: in primis hanno perso troppo tempo per decidere (ma forse sarebbe a proposito utile ricordare che a trattati vigenti in Europa nemmeno superman avrebbe potuto essere celere come Obama); poi temo che sia la tobin tax che le misure del rapporto Liikanen non siano abbastanza accurate nel distinguere tra attività con ordinario rischio e speculativo (il governo Monti è pronto a varare una tobin tax che, per esempio, non prevede un’aliquota più alta di quella ordinaria sulle transazioni su derivati acquistati con intento speculativo); mi chiedo, inoltre, se non sia opportuno iniziare a regolamentare in modo più concreto comparti dell’economia diversi dalla finanza (si pensi ai provvedimenti contro l’evasione fiscale, alla sicurezza sul lavoro e all’ambiente, ad interventi volti a limitare le bolle speculative sugli immobili).

Infine c’è un tema che mi preme, quello delle agenzie di rating. Quando, per i titoli italiani a dieci anni il mercato chiedeva il 7%, nel vecchio continente non si faceva altro che parlare di agenzie di rating e qualcuno si spingeva ad ipotizzare anche un’agenzia europea, le istituzioni UE facevano la voce grossa e la signora Merkel gridava contro i giudizi insensati di Moody’s, Fitch e Standard and Poor’s. Sono passati tre o quattro mesi, il rendimento dei titoli di Stato italiani è sceso di qualche punto e nessuno parla più di riforma delle agenzie di rating. Governanti e regulators hanno forse dimenticato della loro esistenza?

Salvatore Sinagra

E se non bastasse regolamentare la finanza? (di Salvatore Sinagra)

Da qualche tempo a Bruxelles non si fa altro che parlare di regolamentazione della finanza, si parla di vigilanza europea del settore bancario (la così detta Unione Bancaria), di segregazione dell’attività di banca di deposito dall’attività di speculazione, si parla Tobin tax, si spera si torni presto a parlare di agenzie di rating; tutti provvedimenti che se ben fatti potrebbero dare un grande contributo e probabilmente anche se varati con qualche aspetto da limare potrebbero dare un segnale ai mercati, eppure bisogna chiedersi se basta regolare la finanza per guarire un’economia malata.

Dice l’ecologista ed ex leader del maggio francese Cohn Bendit la crisi attuale è economica, finanziaria ed ecologica, dice l’economista liberista Zingales non tutta la finanza è marcia e non tutta l’industria è sana, però General Motors che non è una banca a lungo è stata una delle imprese peggio gestite al mondo. La considerazione che non solo la finanza, ma tutta l’economia necessita di nuove regole unisce quindi esponenti di primissimo rilievo del mondo politico e accademico anche se con posizioni politiche distanti e inconciliabili.

E’ tempo di chiedersi se l’Unione Europea possa ancora tollerare (o meglio se è stato giusto tollerare) fabbriche che inquinano come l’Ilva, governi dell’Europa mediterranea come di qualche paese dell’est che hanno deciso di convivere con la corruzione e con la criminalità o il fenomeno delle morti bianche.

Forse non solo nel mondo della finanza è opportuno ritornare a chiamare gli imbroglioni con il loro nome e non furbi. Inoltre le riforme necessarie non si limitano alla repressione dei reati.

Forse l’Unione Europea ha sbagliato a non spingere verso l’armonizzazione delle imposte dirette e a non condannare senza se e senza ma sia i singoli, sia le istituzioni che hanno tollerato l’evasione fiscale, il risultato è stato una profonda distorsione del mercato interno. Si è cercato di impedire difformità sulle accise sull’alcool di mezzo punto percentuale  e si sono tollerate differenze di venti punti sull’imposta sul reddito delle società, che di certo caratterizza un sistema fiscale più di un’accisa. Questo avevo concluso cinque anni fa, quando nessuno pensava alla Grecia e allo spread e stavo scrivendo la mia tesi di laurea sui sistemi  dei paesi dell’Europa orientale; a questo ho ripensato quando ho letto dei tanti greci che stanno portando le loro imprese in Bulgaria, ove gli utili sono tassati al 12%.

Mi colpisce poi il fatto che si parla molto di Tobin tax, ma a nessuno sia venuto in mente di ragionare sulle ampie esenzioni che godono in taluni stati membri le plusvalenze su titoli, partecipazioni e immobili e sul trattamento forse troppo favorevole dei redditi di capitale.

Il vero tema è che le imposte dirette incidono notevolmente sulle politiche redistributive e sociali degli stati membri, e fissare il numero degli scaglioni dell’imposta sui redditi delle persone fisiche è una scelta molto più politica dell’aliquota Iva, però se si vuole un mercato unico equo e competitivo i governi devono accettare di condividere anche le leve puramente politiche. Devono capire che l’economia non è solo finanza e che l’Europa non è solo economia.

Salvatore Sinagra

Cos’è l’Unione Bancaria e perché serve subito (di Salvatore Sinagra)

Ormai da diversi mesi, almeno  dal Consiglio Europeo di giugno, si parla di Unione Bancaria; qualche commentatore soprattutto di estrazione federalista ha affermato che tutto sommato gli unici passi avanti del vertice di giugno sono avvenuti convergendo verso un accordo sulla regolamentazione delle banche; al contrario, qualche irriducibile euroscettico ha cercato di urlare contro l’Unione Europea che ancora una volta salva le banche e non il popolo europeo. Ma cosa sta succedendo effettivamente?

La mia premessa è che a me non piace il termine Unione bancaria, io preferirei si parlasse di costituzione di un’Autorità Europea per la vigilanza sul settore bancario.

Con l’espressione Unione Bancaria si identifica un sistema che poggia su tre pilastri: (i) l’istituzione di un’autorità di vigilanza europea sulle banche; (ii) una procedura europea di gestione delle crisi bancarie; (iii) un sistema di garanzia europeo sui depositi bancari. Il significativo impegno delle istituzioni comunitarie su tale fronte è forse anche frutto delle crescenti difficoltà delle banche spagnole e della circostanza che difficilmente il governo  spagnolo riuscirà  a ricapitalizzarle.  Con il Consiglio Europeo di giugno i  leader europei affermano la necessità di varare l’Unione Bancaria, poi informalmente i governi indicano nella BCE il soggetto che assurgerà alla supervisione del sistema bancario europeo ed infine il Parlamento europeo si dichiara favorevole all’investitura della BCE  a condizione che sia esercitato il controllo democratico da parte del Parlamento stesso.

Possiamo sintetizzare che l’Unione Bancaria è quindi un meccanismo di gestione sia della fisiologia (come  prevenire le crisi del sistema bancario) sia della patologia (come ci comportiamo se un istituto di credito è prossimo al default). L’Unione Bancaria non è quindi un regalo alle banche, ma un insieme di regole.

A prima vista l’Unione Bancaria potrebbe quindi sembrare una risposta (più o meno precisa e opportuna) all’ultima bomba ad orologeria posta sotto l’Unione Europea, ma così non è poiché le autorità dell’Unione Europea nel 2008 e nel 2009 si sono attivate ed hanno istituito, prima un comitato (comitato europeo per il rischio sistemico), poi un’agenzia per il controllo del sistema bancario (nota con l’acronimo inglese di Eba) e infine un gruppo di studio (il gruppo Liikanen) con la finalità di produrre un rapporto sulle possibili riforme di lungo periodo del settore bancario. Parlare di Unione Bancaria oggi necessita di molte premesse e la regina di queste premesse è che la proposta deve essere analizzata nel più ampio tentativo di modificare la regolamentazione della finanza rispetto alla quale vi sono differenti punti di vista. Vi è chi afferma che l’Unione Bancaria è la riforma più importante; altri dicono che, se nel 2007 ci fosse stata la regola della separazione tra banche di deposito e banche di investimento, il caso Lehman Brothers non si sarebbe verificato; altri, infine, vedono nella tobin tax il migliore intervento per domare la finanza perché la speculazione ha significativi costi sociali e una tassa sulle transazioni finanziarie potrebbe esser lo strumento per far fronte almeno in  parte a tali costi. Forse ha poco senso  scegliere il migliore tra tutti questi punti di vista perché con molta probabilità sono tra loro compatibili e forse anche complementari.

Altra premessa è che a livello di G20 esiste una regolamentazione comune dell’attività bancaria riguardo alle dotazioni di capitale che le banche devono avere: si tratta degli accordi di Basilea, che sono oggetto di molteplici controversie. Accordi che non sono rimessi in discussione dall’Unione Bancaria perché, comunque, la BCE vigilerà sul loro rispetto.

La posizione del Parlamento europeo può suscitare dubbi sui singoli dettagli, ma è assolutamente necessario che in breve tempo sia tradotta in provvedimenti vincolanti. Oggi serve un’ Unione Bancaria perché noi europei non possiamo permetterci una “Lehman Brothers a casa nostra” e perché l’Unione Bancaria potrebbe essere fondamentale per la tenuta dell’euro.

L’Unione bancaria è prima di tutto un meccanismo di prevenzione e risoluzione delle crisi bancarie  e di ricapitalizzazione delle banche. E’ chiaro che i paesi che sono costretti a rincorrere lo spread, qualora si trovassero di fronte ad una crisi bancaria di significativa portata, non sarebbero in grado di ricapitalizzare le banche (il caso spagnolo è sotto gli occhi di tutti). L’Unione Bancaria, quindi,  potrebbe essere  “un sistema di mutualizzazione dei rischi del settore bancario” e se per la mutualizzazione del debito i cittadini dei paesi più virtuosi possono eccepire che per loro non è equità pagare i debiti dei paesi meno efficienti, la situazione è palesemente diversa per quanto riguarda la sostenibilità del sistema bancario. Infatti, i debiti sono ancora nazionali mentre l’operatività delle banche trascende i confini degli Stati nazionali.

E’ palese che l’efficacia dei controlli delle autorità di vigilanza sul settore bancario nell’Unione Europea è abbastanza difforme. Se, per esempio, in  Italia gli istituti di credito non corrono fino a prova contraria, i rischi delle banche spagnole o irlandesi è perché sono stati “vigilati” meglio. Occorre, quindi, un organo unico che vigili sul rispetto di una regolamentazione comune e lo faccia utilizzando le prassi migliori (cioè quelle più rigorose), perché scrivere regole comuni non basta, ma serve che ovunque vi sia lo stesso impegno affinché possano essere rispettate.

Accentrare i controlli sulla BCE, tra l’altro, garantirebbe maggiore terzietà. Oggi i grandi istituti bancari hanno un significativo peso nelle scelte delle autorità che li vigilano mentre, affidare i controlli alla BCE, diluirebbe il potere dei singoli istituti vigilati. Infine, sottoporre tutte le banche alle medesima autorità, alle medesime regole ed alle medesime prassi sarebbe un elemento di completamento del mercato interno e quindi garantirebbe una più equa concorrenza tra i diversi istituti di credito, evitando anche il rischio che vi sia una competizione al ribasso tra le diverse autorità nazionali di vigilanza ovvero il rischio che queste adottino prassi non troppo rigorose per paura di porre in situazioni di svantaggio competitivo le proprie banche.

È palese che i singoli Stati non sono in grado di regolamentare autonomamente banche e finanza. Deve, infatti, far riflettere che almeno da due decenni (quindi prima della vicenda Lehman Brothers) si tenti di convergere su una regolamentazione condivisa a livello internazionale; un sistema bancario unico potrebbe costituire un passo importante affinché sul tema l’Unione Europea parli con una sola voce  e riesca  a concorrere alla definizione di una governance internazionale.

Certo non mancano critiche all’approccio in questione e non tutte sono infondate. Alcuni si chiedono perché la funzione di vigilanza debba essere attribuita alla Banca Centrale Europea. A mio avviso sarebbe opportuno chiedersi il contrario e cioè per quale motivo di tale incarico dovrebbe essere investito un altro soggetto. La funzione di vigilanza del sistema bancario tradizionalmente è propria dell’istituto che batte moneta, ma le banche nazionali dell’area euro attualmente pur vigilando sui loro sistemi bancari non battono moneta. È allora razionale pensare, che, se si accentra a livello dell’Unione Europea il sistema dei controlli, se ne faccia carico chi batte moneta che poi è lo stesso istituto che la vigila (la BCE).

A questo punto ci si domanda se i destinatari delle misure richieste come contropartita per le operazioni di ricapitalizzazione decise dalla BCE possano essere anche gli stati oltre alle banche. A mio parere è opportuno che siano solo le banche, ma in ogni caso l’ Unione Bancaria potrebbe escludere il Fondo Monetario Internazionale dalla gestione delle crisi bancarie il che consentirebbe ai governi di trattare solo con la BCE e non con la “famigerata” Troika.

Infine c’è il tema del controllo democratico, prerogativa che il Parlamento richiama per sé ed è  questo, forse, il passaggio più arduo da affrontare. Sicuramente il Parlamento Europeo non si intrometterà nelle questioni operative e di vigilanza, ma potrà concorrere a definire il quadro regolamentare in cui si muoverà la BCE e soprattutto imporre alla BCE trasparenza nelle sue decisioni. Inoltre, qualora si accettasse il principio che per procedere ad una ricapitalizzazione si debbano imporre condizioni anche agli Stati, alla definizione di tali condizioni potrebbe prendere parte il Parlamento. Il controllo democratico potrebbe, quindi, essere la strada per mitigare il ruolo della BCE, che, come polemicamente sottolinea qualcuno, potrebbe diventare una banca “troppo” centrale.

In conclusione la proposta che prende il nome di Unione Bancaria appare  una misura che conduce nella direzione  della stabilità ed del buon funzionamento del mercato bancario, i suoi benefici sembrano nettamente superiori ai suoi costi e se qualcuno teme che l’equilibrio dei poteri nell’Unione Europea possa divenire troppo sbilanciato a favore della BCE è bene puntualizzare che oggi la voce dell’istituto di Francoforte si sente troppo forte soprattutto perché le altre istituzioni parlano troppo piano. Gli strumenti esistono per far sì che la disciplina della finanza non sia una partita giocata solo dalla BCE, ma le altre istituzioni devono voler essere della partita.

Salvatore Sinagra