La strategia di Salvini e Di Maio: un’ Italia a marcia indietro

Nel teatrino quotidiano della politica italiana siamo sommersi da pettegolezzi, chiacchiere e propaganda. Ben poco si parla della sostanza dei nostri interessi nazionali, del nostro futuro e del contesto mondiale che ci circonda. Battute, esibizionismi, smargiassate quante ne vogliamo. Ragionamenti seri e razionali no. Proviamo a farlo da soli partendo da una notizia.

In Africa è nata l’area di libera circolazione di merci e persone maggiore al mondo. Riguarderà 1,2 miliardi di persone e un Pil di oltre 2 mila miliardi di dollari. Si chiama AfCFTA (African Continental Free Trade Area) l’accordo commerciale firmato da quasi tutti gli stati africani. Con questo accordo si arriverà ad eliminare i dazi sul 90% delle merci scambiate fra gli stati contraenti. Si tratta di una rivoluzione che avrà ripercussioni sul commercio globale e, in particolare, su Europa e Cina. È legittimo pensare che, nel lungo periodo, avrà anche effetti benefici sullo sviluppo degli stati africani e, quindi, indirettamente sui flussi migratori.

Dal punto di vista dei paesi africani l’accordo mira a unificare un mercato interno che è tuttora molto frazionato e gravato da una fiscalità troppo elevata, mancanza di infrastrutture, burocrazia. L’impianto del commercio intrafricano, inoltre, è ancora quello di derivazione coloniale che prevedeva uno scambio obbligatorio o preferenziale verso i paesi europei. Per molto tempo le merci prodotte in Africa prendevano la via dell’Europa e da lì, in alcuni casi, venivano riportate sui mercati africani.

Nel mondo non c’è dunque solo Trump che vuole far valere i diritti del più forte (peraltro puntando ad un comprensibile riequilibrio degli scambi che, per anni, ha visto un bilancio fortemente negativo per gli Usa). E non ci sono solo Salvini e gli altri sovranisti d’Europa che tornerebbero volentieri alla situazione antecedente alla creazione dell’Unione europea facendo saltare l’euro. In Africa, con tutti i suoi guai e le sue arretratezze hanno capito che unirsi è meglio che stare divisi e, in Italia, una campagna rabbiosa vuole spingerci in direzione contraria.

Qualunque persona ragionevole può capire che sono due strade ben diverse quelle che si presentano davanti al governo italiano. Una porta ad impegnarsi per modificare ciò che non va nell’assetto dell’Unione europea e dell’Eurozona. Dalle istituzioni, alle regole, alle politiche i possibili cambiamenti sono molti e tutti possono portare benefici ad un Paese come l’Italia, poco dotato di materie prime, ma naturalmente votato ai commerci. Le soluzioni ai problemi dell’Europa e della moneta comune esistono e si basano tutte sul superamento degli egoismi nazionali in nome di una maggiore convenienza ad unirsi. Troppe volte ci si è riferiti all’Europa come se fosse una creatura dei “burocrati di Bruxelles” dimenticando che nella UE esiste una sola istituzione che rappresenta i cittadini europei ed è il Parlamento europeo. Ed esiste un solo organismo che non risponde alle decisioni governative: la BCE. Tutto il resto ricade sotto gli equilibri dettati dai rapporti intergovernativi. Dire “prima gli italiani” dunque non ha alcun senso se si appartiene ad una unione che è composta da molti stati ognuno dei quali può dire “prima io”. In questo modo non si conclude nulla. Invece, facendo politica verso gli altri stati e privilegiando la dimensione comunitaria si possono ottenere risultati importanti. La propaganda dello scontento è riuscita ad oscurare quasi completamente i vantaggi che l’adesione all’Unione europea e all’euro ha portato all’Italia (e a molti altri stati). Togliere la protezione dell’Europa consegnerebbe ogni paese ad una competizione internazionale che si è fatta molto più insidiosa e pericolosa del passato.

L’altra strada è quella che sembra aver imboccato il governo e che porta allo scontro con la Commissione europea e, dunque, con gli altri stati europei. Sia quelli che condividono l’euro, sia quelli che non l’hanno adottato. In nome di cosa? Salvini e i NO EURO leghisti (innanzitutto Borghi e Bagnai gli economisti di riferimento della Lega) dicono che l’Italia è stata mortificata per anni dai limiti imposti alla sua economia per rispettare parametri di finanza pubblica privi di senso. Detto in poche parole i problemi dell’Italia sarebbero solo una questione di soldi o, meglio, di debito. Per Salvini e Di Maio i soldi risolvono tutto. Senza aggredire i nodi strutturali italiani dell’evasione fiscale (anzi, premiandola con i condoni), della farraginosità del sistema giudiziario, della burocrazia, degli sprechi, delle infrastrutture carenti, dell’estrema frammentazione della struttura produttiva, della scarsa ricerca tecnologica, di una frattura tra nord e sud, della strapotenza della criminalità di tipo mafioso, dell’inefficienza degli apparati pubblici, della distorsione nella spesa pubblica orientata a distribuire mance e sussidi. Per avere più soldi bisogna fare più debito oppure stampare più moneta. Quest’ultima possibilità è preclusa dall’euro e più debito significa pagare più interessi e violare le regole comuni.

Questa è la sostanza e, per questo, Salvini e Di Maio stanno andando allo scontro con l’Europa mettendo in conto anche di provocare l’estromissione dell’Italia dalla zona euro. Dicono che non è vero? Pura finzione. Atti, parole, comportamenti vanno in questa direzione e sono inequivocabili. Si fermerebbero soltanto se gli altri paesi europei acconsentissero a finanziare l’Italia facendosi carico di una parte dell’aumento del debito. In pratica se la BCE (come richiesto nell’unico documento strategico del governo elaborato dal prof Savona pochi mesi fa) diventasse il prestatore di ultima istanza dello stato italiano. Per farci cosa? Per tornare alla finanza allegra degli anni ’70-’80 quando ogni desiderio poteva diventare realtà sfondando i bilanci pubblici. Mettono sotto ricatto l’Unione europea minacciando l’uscita dell’Italia che provocherebbe uno sconquasso generale. Questo è il disegno e, intanto lanciano provocazioni e segnali sia verso l’interno che verso l’esterno.

I minibot sono una provocazione e una truffa. I continui riferimenti alla ricchezza patrimoniale degli italiani sono un segnale chiaro di cosa succederà se si andrà verso la resa dei conti. Che è molto vicina. Gli italiani sembrano non capire che stavolta la possibilità di un disastro è reale. Avremo luglio e agosto da passare inseguendo le chiacchiere e le sbruffonate di Salvini e Di Maio poi a settembre si dovrà per forza fare sul serio

Claudio Lombardi

La sovranità che conta è quella dell’Unione europea

Sarà stato l’esempio della Brexit, sempre più incagliata nella confusione seguita al voto sciagurato di elettori inconsapevoli e truffati dalla propaganda dei falsificatori tipo Nigel Farage, sarà che è stato percepito il timore degli italiani di perdere i propri i risparmi, sta di fatto che in Italia nessuna forza politica importante ha proposto nella campagna elettorale finita ieri l’uscita dall’euro e l’abbandono dell’Unione europea.

Strano. Lega e M5s per anni hanno fatto dell’adesione alla moneta unica il loro principale bersaglio. Euro, élite, burocrazia e banche sono stati indicati come i responsabili del declino dell’Italia. Demagoghi vecchi e nuovi hanno battuto sistematicamente su questo tasto per suscitare l’odio degli italiani contro tutto ciò che proveniva dalle istituzioni europee. Oggi che sono andati al governo e che hanno conquistato il potere (occupando tutte le cariche, posti e poltrone disponibili), hanno cambiato registro. Se prima il messaggio era “vogliamo uscire” , quello di adesso è “restiamo alle nostre condizioni”.

Sarebbe già un passo avanti se non fosse che per tutti e due il cuore del problema sono i soldi. L’Italia va male perché non spende abbastanza dato che è la spesa pubblica a far alzare il Pil. E chi le impedisce di spendere? L’Europa. Ecco quindi che la sostanza del messaggio sovranista ritorna e porta diritti ad una nuova conclusione: “ci siamo impegnati, ma non ce lo hanno fatto fare”. Sembra quasi la precostituzione di un alibi.

Perché un alibi? La situazione dei conti pubblici italiani è pessima e l’economia va male. Quando si dovrà decidere il bilancio per il 2020 il governo dovrà trovare decine di miliardi per colmare i buchi creati quest’anno. Buchi creati per nulla perché, dopo un anno di governo Lega – M5s non uno dei problemi dell’Italia è stato affrontato con serietà. Tutto è stato fatto all’insegna della propaganda e nessuna attenzione si è posta sulla sfiducia che veniva seminata dovunque. Se gli elettori meno attenti si possono ammaestrare con la propaganda non così i soggetti che comprano il nostro debito. Lo spread ha segnato il livello della sfiducia che i soci del governo hanno suscitato. Uno spread che si paga caro e non solo rispetto alla Germania, ma persino rispetto alla Spagna e al Portogallo.

Il problema cruciale dell’Italia era ed è come creare sviluppo e quindi lavoro. L’Italia è rimasta indietro da molti anni e non per colpa dell’euro o per le limitazioni alla sua sovranità. Se su 27 paesi dell’Unione europea l’Italia è l’ultimo per crescita del Pil come si fa a pensare che farebbe meglio se restasse da sola? Perché questo è il sogno dei sovranisti: restare da soli. Oggi la Lega non lo dice più apertamente (forse in attesa di un disastro esattamente come si consigliava di fare nel piano B),  ma il retro pensiero è sempre quello: con la lira avremmo fatto meglio di quello che abbiamo fatto con l’euro. Ma davvero? E noi dovremmo credere a questa favola che non ha alcun fondamento economico e che è stata smentita dalla nostra stessa storia?

Bisogna che gli italiani lo abbiano ben chiaro: la grande illusione della sovranità monetaria è quella di poter svalutare e stampare moneta cioè fare deficit e debito senza limiti. Appunto, una favola smentita già tante volte nella storia dell’umanità.

Per noi basta ripensare agli anni ’70 e ’80 per sbattere il muso con la realtà: l’Italia della lira non era più libera di quella di oggi, ma il contrario. Avere una propria moneta non significa poter fare ciò che si vuole perché ciò che conta non è il possesso di una moneta, ma il valore che le viene attribuito e riconosciuto. E questo dipende dall’economia, dai servizi, dal tenore di vita, dall’affidabilità, dalla fiducia. Come si fa a credere che uno stato possa stampare moneta a volontà e che possa usarla per i propri commerci prescindendo dal suo valore?

Ai tempi della lira l’inflazione era la tassa occulta che si mangiava reddito e risparmi degli italiani, ma non era ancora arrivata la globalizzazione e l’Italia poteva puntare sul basso costo del lavoro e sui prezzi delle esportazioni resi concorrenziali a colpi di svalutazioni (che significava inflazione sul fronte interno). Non solo questo però perché c’erano settori industriali innovativi che competevano a livello internazionale (chimica, meccanica, elettronica).

Oggi quelle industrie di punta non ci sono più e non sarebbe più possibile seguire la strada delle produzioni a basso valore aggiunto dove il costo del lavoro e il fattore prezzo sono determinanti perché il mondo ne è pieno. Dunque non è questo che oggi serve all’Italia. Servono invece tanti investimenti e tanta innovazione, ma non va più bene il modello produttivo del “piccolo è bello”. Oggi contano le catene della ricerca e del valore che portano a prodotti nuovi e a tanta tecnologia.

Oggi tutto ciò che ha valore deve essere fatto a livello continentale perché i nostri concorrenti sono inseriti in sistemi produttivi di quel livello. Puntare sulla chiusura è una scelta suicida. Il vero investimento che gli italiani dovrebbero fare è su un’Europa integrata e competitiva nella quale l’Italia sia un protagonista.

Domani si vota. Non lasciatevi incantare da chi rivendica con orgoglio la sovranità dell’Italia o da chi dice “prima gli italiani”. Sono i premi di consolazione degli sconfitti che fanno la voce grossa per non piangere. Votate chi punta sull’Unione europea perché è lì che c’è il futuro.

Claudio Lombardi

Perché bisogna votare alle elezioni europee

Gli ultimi due articoli di Claudio Lombardi ci dicono che cos’è il Parlamento Europeo che tra qualche giorno andremo a rieleggere e quali vantaggi ricaviamo noi tutti dall’essere dentro l’Europa. Ci parlano anche dei limiti attuali dell’Europa: il Parlamento è molto debole rispetto al Consiglio. E la Commissione Europea, che riceve insulti ogni giorno da parte dei componenti del nostro governo attuale, come se fosse un’accolita di burocrati sganciata dai singoli Stati, è composta invece da membri indicati dai governi nazionali, ed ha prevalentemente il compito di vigilare sulle decisioni dei singoli Stati e del Parlamento UE.

Bisogna aggiungere che la Banca Centrale Europea non ha l’autonomia ed i poteri che negli Stati Uniti ha la Federal Reserve: la BCE è il perno del sistema delle banche centrali degli stati europei. Il suo compito principale è quello di mantenere la stabilità dei prezzi e regolare il tasso d’inflazione, mentre la Federal Reserve americana, organo di uno Stato Federale come gli USA, dove sulla scelta Federazione/Confederazione si è consumata una guerra civile verso la metà dell’ottocento, ha il compito di promuovere la stabilità dei prezzi, di regolare l’inflazione, ma anche garantire la piena occupazione.

Tutta questa costruzione sembra essere ancora troppo squilibrata, come ogni costruzione in corso d’opera. Non è del tutto Confederazione perchè c’è già un Parlamento eletto direttamente dai cittadini, non è ancora Federazione perchè gli Stati nazionali hanno un peso preponderante rispetto a quello del Parlamento, e sulle materie fondamentali possono persino esercitare il potere di veto. E la Commissione non è un Governo, ma un organo di verifica e controllo con soli poteri sanzionatori.

Così non può durare perchè intanto il mondo continua a cambiare rapidamente. Non ha una politica estera e della difesa comuni, politiche ambientali, fiscali, di welfare e sull’immigrazione comuni. E’ quindi un nano politico dentro i processi di globalizzazione, a confronto con i giganti rappresentati, per fare solo qualche esempio, dagli USA, dalla Russia, dalla Cina, dai quali rischia ogni giorno di essere stritolata e sbriciolata nei molti Stati che la compongono. E’ ricchissima sul piano economico, commerciale e culturale, ma politicamente debole. E fa gola ai lupi del mondo, che non hanno bisogno di nuove guerre per ridurci in macerie non solo metaforiche.

E’ su questo che si vota nelle prossime elezioni.

Ci sono i partiti europeisti, che appartengono alle tradizionali famiglie politiche che, sia pure in maniera diversa, vogliono un rafforzamento dell’Unione sviluppandone rapidamente le caratteristiche Federali (Popolari, Socialdemocratici, Liberali, Verdi) per rendere l’Europa un sicuro e solido protagonista a livello mondiale.

E ci sono i cosiddetti sovranisti, i nazionalisti, le destre estreme, che vogliono riportare indietro l’orologio della Storia, ritornando ai tempi in cui l’Europa era solo un’espressione geografica, o al massimo un’area di libero scambio. Imboccando questa strada, quella del gambero, i Paesi Europei nel loro insieme diventerebbero in poco tempo, come ho già detto, delle colonie delle grandi potenze.

Dice bene Lombardi quindi quando scrive dei vantaggi dello stare dentro l’Europa e dentro l’Euro e di quali sarebbero gli svantaggi ad abbandonarli, che di solito i sovranisti, espertissimi  in fake news, tacciono confidando nella buona fede della gente, non so se per furbizia o per ignoranza. Ma l’Europa che abbiamo non basta: bisogna aumentare i processi di coesione e di integrazione. Soprattutto bisogna rafforzare le funzioni del Parlamento e trasformare la Commissione in un organo di Governo.

Per questo guardo con interesse alla proposta di Carlo Calenda, capolista PD nel Nord Est, di lavorare alla costituzione, subito dopo le elezioni, di un gruppo di lavoro composto dai rappresentanti autorevoli dei Paesi fondatori dell’Europa, per aprire una nuova fase costituente. Potrebbe riunirsi a Roma, dove vennero firmati i famosi Trattati del lontano 1957 per la Costituzione della Comunità Economica Europea.

Accennando alle forze che compongono oggi il nostro Governo, che litigano disordinatamente ogni giorno su tutto frenando l’economia, e intossicano la vita sociale aumentandone il rancore, l’odio, l’invidia e lo spirito di rivalsa, in più facendo perdere credibilità internazionale al Paese intero, Lombardi scrive di una loro intenzione più volte sbandierata di ridimensionare l’Europa, o addirittura di uscirne. Voglio ricordare a tutti gli esiti caotici della Brexit, che gli inglesi stanno pagando a caro prezzo senza ancora sapere quale sarà il loro futuro. Ma voglio anche sottolineare che le nostre forze di governo avevano un piano B, più volte finito sui giornali: non uscire spontaneamente dall’Europa, ma farsi cacciar fuori per l’ostinazione di non rispettarne le regole decise insieme. Non so se siamo già al piano B, ma quello che accade mi induce a pensare che è in quella direzione che stiamo andando.

Ecco perchè voglio dire con forza che bisogna andare tutti a votare domenica prossima. Se votiamo per rafforzare l’Europa rafforziamo anche l’Italia. Viceversa il nostro destino sarà quello di lustrare le scarpe ai potenti del mondo.

Lanfranco Scalvenzi

L’Europa unita garanzia di sovranità

Pubblichiamo le conclusioni del discorso tenuto nei giorni scorsi da Mario Draghi all’università di Bologna

Nel mondo di oggi le interconnessioni tecnologiche, finanziarie, commerciali sono così potenti che solo gli Stati più grandi riescono a essere indipendenti e sovrani al tempo stesso, e neppure interamente. Per la maggior parte degli altri Stati nazionali, fra cui i paesi europei, indipendenza e sovranità non coincidono. L’Unione europea è la costruzione istituzionale che in molte aree ha permesso agli Stati membri di essere sovrani. È una sovranità condivisa, preferibile a una inesistente. È una sovranità complementare a quella esercitata dai singoli Stati nazionali in altre aree. È una sovranità che piace agli Europei.

L’Unione europea è stata un successo politico costruito all’interno dell’ordine internazionale emerso alla fine della seconda guerra mondiale. Dei valori di libertà, pace, prosperità, su cui quest’ordine si fondava, l’Unione europea è stata l’interprete fedele.

L’Unione europea è stata un successo economico perché ha offerto l’ambiente in cui le energie dei suoi cittadini hanno prodotto una prosperità diffusa e durevole fondata sul mercato unico e protetta dalla moneta unica. Gli ultimi dieci anni hanno messo drammaticamente in luce carenze delle politiche nazionali e necessità di evoluzione nella cooperazione all’interno dell’Unione europea e al suo esterno.

Una lunga crisi economica mondiale, movimenti migratori senza precedenti, disuguaglianze accentuate dalle grandi accumulazioni di ricchezze prodotte dal progresso tecnologico hanno fatto emergere faglie in un ordine politico ed economico che si credeva definitivo.

Il cambiamento è necessario, ma vi sono strade diverse per attuarlo. Da un lato, si riscoprono antiche idee che hanno plasmato gran parte della storia, per cui la prosperità degli uni non può essere raggiunta senza la miseria di altri; organizzazioni internazionali o sovranazionali perdono di interesse come luoghi di negoziato e di indirizzo per soluzioni di compromesso; l’affermazione dell’io, dell’identità, diviene il primo requisito di ogni politica. In questo modo la libertà e la pace divengono accessori dispensabili all’occorrenza.

Ma se si vuole che questi valori restino essenziali, fondanti, la strada è un’altra: adattare le istituzioni esistenti al cambiamento. Un adattamento a cui si è finora opposta resistenza perché le inevitabili difficoltà politiche nazionali sembravano sempre essere superiori alla sua necessità. Una riluttanza che ha generato incertezza sulle capacità delle istituzioni di rispondere agli eventi e ha nutrito la voce di coloro che queste istituzioni vogliono abbattere. Non ci devono essere equivoci: questo adattamento dovrà essere profondo, quanto lo sono i fenomeni che hanno rivelato la fragilità dell’ordine esistente e vasto quanto lo sono le dimensioni di un ordine geopolitico che va cambiando in senso non favorevole all’Europa.

L’Unione europea ha voluto creare un sovrano dove non ne esisteva uno. Non è sorprendente che in un mondo in cui tra le grandi potenze ogni punto di contatto è sempre più un punto di frizione, le sfide esterne all’esistenza dell’Unione europea si facciano sempre più minacciose. Non c’è che una risposta: recuperare quell’unità di visione e di azione che da sola può tenere insieme Stati così diversi. Non è solo un auspicio, ma un’aspirazione fondata sulla convenienza politica ed economica. Ma esistono anche sfide interne che vanno affrontate, non meno importanti per il futuro dell’Unione europea. Bisogna rispondere alla percezione che questa manchi di equità: tra paesi e classi sociali. Occorre sentire, prima di tutto, poi agire e spiegare.

Quindi, unità, equità e soprattutto un metodo di far politica in Europa. Voglio ricordare in chiusura le parole del Papa Emerito Benedetto XVI in un suo famoso discorso di 38 anni fa: “Essere sobri ed attuare ciò che è possibile, e non reclamare con il cuore in fiamme l’impossibile, è sempre stato difficile; la voce della ragione non è mai così forte come il grido irrazionale… Ma la verità è che la morale politica consiste precisamente nella resistenza alla seduzione delle grandi parole… Non è morale il moralismo dell’avventura… Non l’assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica

Le pene del QE di Draghi

Povero Draghi. Non sa più che fare. La BCE continua con il suo quantitative easing, il famoso QE, cioè continua a comprare titoli di debito pubblici ed equipollenti. E continua ad abbassare la remunerazione per i depositi delle banche, anzi, poiché si tratta di un tasso negativo, bisogna dire che aumenta il costo che le banche pagano per lasciare i propri fondi in deposito alla BCE che, però, continua generosamente ad elargirli agli istituti di credito. Proprio quel che si dice un circolo vizioso.

abbondanza di capitaliInsomma anche il profano (come è chi scrive) capisce che di soldi in giro ce ne sono veramente tanti, ma che non conviene utilizzarli in altro modo che lasciandoli depositati presso la BCE (e pagando invece di guadagnare) o “investirli” a tassi prossimi allo zero o sotto zero in titoli degli stati europei. Altre possibilità sono quelle di spargerli un po’ per il mondo, ma sempre preferendo titoli di debito che assicurano rendimenti minimi. Poi, ovviamente, ci sono tanti altri modi di tipo speculativo per tentare di far rendere il denaro però, forse, le banche, rimaste un po’ scottate dalle esperienze passate, ci staranno più attente.

Ciò che conta è che di investire soldi nell’economia cioè in attività che producano ricchezza reale e lavoro non se ne parla. Il problema è serio perché chi possiede capitali tende ad utilizzarli per ricavare un utile e se non ritiene di investirli o di prestarli per finanziare attività economiche vuol dire che non conviene.

banche e speculazioneBrutti, sporchi e cattivi quelli che maneggiano i grandi capitali e le banche forse sì, ma sicuramente non fessi. D’altra parte che l’economia reale comporti dei rischi è dimostrato dai circa 200 miliardi di crediti cosiddetti deteriorati o inesigibili che le banche italiane difficilmente riusciranno a recuperare. Tanto che da mesi si sta provando a costituire una bad bank garantita dallo Stato nella quale mettere tutti i crediti dati per persi.

È ovvio criticare le banche perché non erogano tutto il credito di cui ci sarebbe bisogno. Sì, giusto, ma vediamo l’altra faccia della medaglia perché spesso chi prende i soldi in prestito poi non li restituisce e si crea sfiducia e un buco di bilancio da riempire.

Allora non c’è soluzione? Molti esperti dicono di no e anche al profano sembra che siamo arrivati al punto di poterci drogare di soldi senza cambiare la stagnazione dell’economia. Non c’è nulla da fare almeno fino a che si resta nel circolo vizioso BCE che compra titoli pubblici e presta soldi alle banche che poi se li tengono e non si fidano a darli in prestito.

D’altra parte l’obiettivo della BCE è raggiungere un tasso di inflazione prossimo al 2%, ma non è certo quello dello sviluppo economico nè della piena occupazione. Dunque non è alla BCE che si può chiedere altro.

Ci vorrebbe qualcuno che prendesse questi benedetti soldi e li investisse direttamente in opere o attività scelte nel quadro di politiche industriali, della ricerca, della formazione e delle infrastrutture. Insomma ci vorrebbe che gli stati o, meglio, l’Unione europea prendessero loro in mano l’iniziativa e cominciassero a indirizzare i soldi dove servono davvero.

intervento pubblico economiaE allora perché non si fa? Perché hanno creato una banca centrale che non può prestare soldi agli stati. Perché hanno costruito un’Europa che funziona solo per frenare, ma non per promuovere. Perché hanno messo da parte le politiche industriali. Perché hanno pensato che lo sviluppo potesse venire da solo facendo circolare i soldi. Perché si sono fissati sui parametri di bilancio. Perché le classi dirigenti non riescono più a concepire progetti, ma si sono specializzate nella gestione dell’esistente. Perché, a volte, chi dirige gli stati è corrotto o è amico degli speculatori.

Insomma il povero Draghi non ce la può fare da solo e lo ha detto già molte volte. Ma i suoi interlocutori fanno finta di non capire. Che aspettano a muoversi?

Claudio Lombardi

Riflessioni di mezza estate

Come al solito la pausa estiva non è stata proprio una pausa per tutti. La crisi greca, il dramma dei migranti, gli attentati in varie parti del mondo, le guerre più o meno striscianti in corso, l’altalena dell’economia, gli affari di casa nostra. Tutto ci ha trasmesso il messaggio che noi possiamo pensare di essere in pausa, ma i problemi aperti e le scelte politiche per affrontarli in ogni contesto non si fermano mai.

insegnanti buona scuolaLe questioni possono essere grandi o piccole; dipende da quanto impattino sulla vita di ciascuno e da come siano impostate da chi poi ha il potere/dovere di decidere. Cominciamo dall’assunzione degli insegnanti decisa con legge un mese fa. In tanti hanno fatto domanda accettando di poter essere spostati in sedi lontane da quelle abituali. Tanti altri hanno detto di no. Chi ha ragione? Tutti. In questi casi bisogna usare il buonsenso e rassegnarsi ai tempi lunghi. Non si può dire che è un’ingiustizia offrire lavoro là dove c’è e non si può dire che è un ingrato chi non se la sente di cambiare la sua vita per accettarlo. La situazione della scuola è così ingarbugliata che ci vorranno anni per renderla più chiara, più ordinata, più soddisfacente per tutti. Inutile sperare nella soluzione immediata che faccia contenti tutti. (Tra l’altro nei “tutti” bisognerebbe mettere al primo posto il servizio che la scuola deve svolgere e i risultati che deve raggiungere. Proprio quello che non si fa). Il punto è domandarsi perchè si è arrivati a questo punto di rinvio in rinvio.

immigrati in ItaliaAltra questione, i migranti. Ormai sono una presenza costante sulle prime pagine dei notiziari. Qualcuno può ancora avere dei dubbi sul fenomeno epocale che si sta verificando? Milioni di persone si spostano dall’Africa all’Europa per fuggire dalle guerre, dalla fame, da vite senza speranza. Chi dice che bisogna respingerli (Salvini per esempio) in realtà non dice nulla di utile e se ne lava le mani. Una migrazione va gestita e l’unico modo per contrastarla e frenarla è andare alla radice dei motivi per i quali si fugge. Non sono cose che si risolvono in fretta, ma certo un’azione comune di tutta l’Europa (almeno) può fare la differenza e non solo per pattugliare il Mediterraneo. Bisogna stare coi piedi per terra. Né si può soltanto fare appello ad un’accoglienza totale incolpando proprio i paesi che mandano le loro navi a soccorrere i naufraghi (come sembra fare il Papa che però è un’autorità morale e non politica), né si può illudere che basti fare la voce grossa per bloccare le partenze (come fanno tanti politici). Sembra strano, ma proprio tra questi due estremi, entrambi irrealistici, oscilla il dibattito pubblico mentre i governi e gli organismi internazionali che dovrebbero trovare le soluzioni sembra non sappiano che fare. Ancora una volta chi può/deve decidere fa finta che il problema si possa risolvere da solo e rinvia.

3 per cento EuropaLa crisi greca ha dimostrato l’estrema debolezza dell’Unione Europea e dell’eurozona in particolare appesa ad una moneta, ma priva di una unità politica di fondo. I rapporti di forza tra i singoli paesi dominano la scena e non sembra che andare oltre sia una cosa così facile come appare in tante invocazioni di federalismo e di democrazia. Intanto sarebbe buona cosa che le élites dirigenti nei singoli paesi si impegnassero ad adeguare i sistemi di governo ad uno standard di onestà e di dedizione all’interesse generale che indirizzi i popoli verso culture e comportamenti di rifiuto della corruzione, del clientelismo, del malaffare, dell’illegalità, di sfruttamento privato delle risorse pubbliche nel nome di una comune identità europea. Concentrarsi su questo invece che sul 3%, o sul pareggio di bilancio sarebbe una bella svolta per l’Europa perché metterebbe le basi di una cultura civile condivisa. Ma è l’ultima cosa di cui si discute.

Tre esempi molto diversi tra loro. Tre casi nei quali il troppo tempo trascorso non volendo vedere la realtà per tirare a campare il più a lungo possibile per non dover scegliere ha creato i problemi invece di risolverli

C. L.

Un’ Europa troppo grande e poco politica

Nell’UE c’è qualcosa che non funziona. L’integrazione è andata avanti in modo poco lineare, si sono persi l’entusiasmo e la visione dei padri fondatori e manca una direzione politica dell’Unione.

Un esempio è il trattato di Schengen che ha fissato una frontiera comune con ridicole linee guida in tema di immigrazione e senza una politica di accoglienza comune. I paesi frontalieri nel sistema Schengen presidiano la frontiera comune con beneficio di tutti i paesi dell’area, ma poi vengono lasciati soli a gestire fenomeni epocali come le migrazioni.

euro equilibrioQualcosa di simile è capitato all’Euro. La moneta unica fu imposta da Mitterrand alla Germania perché il presidente francese temeva che in una Germania unificata sarebbe diventata troppo grande e, disponendo della forza del marco, avrebbero acquistato in saldo le società migliori degli altri paesi europei. L’idea di Mitterrand piacque ai politici dell’Europa meridionale forse perché condividevano le paure del presidente francese, ma soprattutto perché ritenevano di poter ottenere grossi risparmi sui tassi di interesse sul debito pubblico e privato come effettivamente è avvenuto. Si pensi ai vantaggi per l’Italia, che all’inizio degli anni novanta aveva rischiato un default. Il problema è che le unioni monetarie funzionano se hanno un bilancio comune che redistribuisca risorse dai paesi più ricchi a quelli più poveri in modo da evitare squilibri eccessivi tra gli aderenti. Però di bilancio comune non se ne parla.

europa allargata a estAnaloghi dubbi suscitano gli allargamenti ad est. A partire dall’inizio degli anni 2000 sono entrati nell’Unione Europea praticamente tutti gli stati postcomunisti. La velocità degli allargamenti ad Est fa ritenere che sia stata fatta una valutazione complessiva e geopolitica, che ha portato nell’Unione Europea paesi con condizioni economiche veramente eterogenee e non sia stata fatta una valutazione Stato per Stato come le stesse istituzioni UE avevano stabilito. Qualcuno ha accusato Prodi di aver accelerato l’adesione per passare alla storia come il presidente della Commissione che ha dato l’ultima picconata al muro di Berlino. Altri sostengono che vi erano valide motivazioni: erano passati pochi anni dagli orrori dei Balcani, che si sarebbero potuti evitare se l’UE avesse fatto politica poco oltre i suoi confini. E poi negli anni novanta le condizioni della democrazia nei paesi che si erano avvicinati all’UE erano migliorate e si sentiva la pressione di una Russia sempre più aggressiva con Putin e di un’America di Bush vogliosa di occidentalizzare l’est europeo a modo suo.

Purtroppo oggi si mostrano i limiti di quella fretta e alcuni di quei paesi hanno problemi anche di rigetto dell’Unione Europea.

contraddizioni EuropaLe contraddizioni dell’allargamento dell’UE sono le stesse degli allargamenti dell’Unione Monetaria. Dapprima è entrata nell’area euro la Grecia, con evidenti limiti e con buchi nei conti pubblici che si fa fatica a credere non fossero noti durante le trattative. Poi è entrata Cipro, la cui banca centrale che doveva vigilare le banche locali non faceva rispettare neanche le norme sull’antiriciclaggio. Infine sono arrivati i paesi baltici nel bel mezzo della crisi dell’Euro. La sensazione è che gli allargamenti a sud siano stati frutto della guerra dei tubi con la Russia di Putin e quelli ad est volevano essere una dimostrazione del fatto che il progetto della moneta comune non fosse morto. Oggi i paesi baltici, che hanno un tenore di vita più basso rispetto a quello della Grecia lacerata dalla crisi, sono tra i più restii ad aiuti e sconti alla Grecia e tra i più possibilisti in merito alla Grexit.

I compromessi con cui è cresciuta la casa comune europea sono diventati paradossi. Si sono allargate l’UE e l’area euro a paesi i cui limiti erano noti a tutti per finalità geopolitiche, ed adesso nessuno vuole pagare il conto. Essere un attore internazionale come gli Stati Uniti o la Cina o provare ad esserlo come la Russia costa ed è assurdo predicare l’irreversibilità dell’area euro minacciando però di cacciare i paesi disobbedienti. Certo Angela Merkel è lontanissima dai padri fondatori e da Kohl, e persino da Prodi e Delors, sembra un allenatore alle prese con un organico di giocatori che non avrebbe mai acquistato, oggi tuttavia bisogna smetterla con i segnali e con la mezza geopolitica e fare tutto ciò che non è mai stato fatto: una federazione nell’area euro.

Salvatore Sinagra

L’ idea di Europa nella nebbia

Ora che le acque si sono un po’ calmate (fino a domenica) possiamo chiederci: cosa abbiamo capito e cosa ci sta insegnando la “tragedia” greca? Forse l’unico merito del referendum indetto da Tsipras è stato di riportare l’attenzione di un’opinione pubblica un po’ stanca e un po’ distratta sull’eccezionalità della situazione europea rimasta appesa ad una moneta unica, ma priva di istituzioni in grado di governare la zona euro. Lo sapevamo anche prima, ma stavolta la paura di uno sbandamento c’è stata sul serio.

referendum grecoFra i demeriti del referendum metterei l’appello al popolo formalmente a votare su un quesito inesistente, ma sostanzialmente a schierarsi contro gli altri stati dell’eurozona. Far leva sull’orgoglio nazionale è stata una mossa, forse dettata dalla disperazione, ma che, se fosse imitata da altri leader in altre nazioni, innescherebbe una spirale di nazionalismi difficilmente controllabile nella quale ogni popolo individuerebbe in altri popoli la causa dei suoi problemi. Come giustamente è stato sottolineato in questi giorni ogni popolo ha la sua sovranità e pensare di piegare quella degli altri con la propria è un disastro innanzitutto concettuale e culturale.

Speriamo che la cosa finisca con un accordo nel quale Tsipras, forte della sua nuova autorevolezza sul piano interno, trovi la strada di un compromesso.

Referendum e rischio Grexit sono serviti per una drammatizzazione che, forse, può risvegliare le coscienze sullo stato dell’Europa. Da anni ci siamo abituati a veder scivolare l’idea di Europa nella consuetudine di incontri, convegni, vertici, decisioni, regole gestite da un esercito di burocrati, consulenti, politici nella più assoluta opacità degli obiettivi strategici e nell’assenza di un progetto chiaro. Dire “Europa” è diventato un po’ come dire “Buon Natale” qualcosa di scontato e di banale che si deve dire a prescindere dal suo significato.

GrexitI primi che hanno smarrito il senso e le finalità dell’ idea di Europa sono i partiti e le correnti politico culturali che sono stati i protagonisti della sua affermazione. La retorica alla quale ci hanno abituati ha fatto velo ad una prassi frammentata in migliaia di regole e con l’unico faro dei parametri di finanza pubblica. Non che non sia stato fatto nulla di buono, anzi, ma lo si è fatto con l’incapacità di comunicare e di coinvolgere i cittadini dei paesi europei che in piccola parte hanno avvertito di far parte di una dimensione sovranazionale.

Se togliamo i giovani che hanno fatto i programmi Erasmus e chi ha sperimentato la facilità e il piacere di viaggiare in tanti paesi senza passaporto e con la stessa moneta in tasca quanti dei circa 500 milioni di abitanti hanno potuto apprezzare il fatto di trovarsi nell’Unione Europea?

globalizzazioneLa crisi e la globalizzazione hanno agito da catalizzatore. I vecchi equilibri sono saltati, le compatibilità di prima non sono state più possibili, l’ideologia delle disuguaglianze ha favorito la concentrazione di ricchezze e di poteri nei vertici che controllano i gangli vitali (economici, amministrativi, culturali,) delle nostre società e la politica è diventata un mondo a parte fatto di caste e di interessi personali. Logica conseguenza è stata la sfiducia nella democrazia e la ricerca di una vecchia-nuova identità nazionale all’inseguimento della perduta autonomia trasformata in mito. Chi più chi meno tutti i paesi europei hanno dovuto fare i conti con questi cambiamenti. E come ha risposto l’Europa? Con il tentativo di dar vita ad una costituzione europea naufragata nelle urne francesi e dei Paesi Bassi. E con l’euro che di quel disegno faceva parte e che è rimasto appeso ad un processo incompiuto e del quale non si è più ripreso il filo.

Oggi abbiamo due entità che si intrecciano e delle quali non è ben chiara la missione: l’Unione e l’eurozona. La prima ha organismi di governo e di rappresentanza (Parlamento, Commissione, Consiglio) già sperimentati, dotati di poteri e autorevolezza benché espressione essi stessi di un’approssimazione rimasta a metà. Ma i paesi euro che hanno? Chi gestisce le politiche che dovrebbero accompagnare una moneta unica?

futuro EuropaQui c’è il grande punto interrogativo che fa dell’Europa e dell’euro in particolare un gigantesco caso di “vorrei, ma non posso”. Inevitabile che in situazioni di crisi ci sia chi si erge a rivendicare l’autonomia e la dignità dei popoli che vedono la propria sovranità limitata da un vincolo monetario. Facile vedere il vincolo se nessuno riesce a comunicare i vantaggi che l’appartenenza all’Unione e all’euro comporta. Basti pensare all’effetto calmieratore che l’area euro ha avuto sui tassi di interesse pagati sui debiti pubblici. Dove sono finiti tutti quei soldi risparmiati? Se poi non sono seguite le politiche di sviluppo è colpa degli egoismi nazionali perché è facile evocarle e invocarle, difficile è accettarle poiché legano le mani a chi le vorrebbe libere.

Bisogna fare uno sforzo per uscire fuori dalle retoriche e dalle narrazioni contrapposte e tornare a parlare il linguaggio della concretezza. Ci conviene l’Europa? Ci conviene l’euro? Se sì cosa dobbiamo fare per essere una comunità di stati che tendono a federarsi? Oppure pensiamo di andare nella globalizzazione ognuno col suo staterello?

Non scherziamo col fuoco, torniamo a mettere i piedi per terra e facciamo appello al popolo non per difendere astratte dignità, ma per costruire la nuova dimensione europea. Ecco un bel compito a casa per i governi europei.

Claudio Lombardi

Come finirà il braccio di ferro tra Grecia e UE?

euro rotturaCome finirà il braccio di ferro tra la Grecia di Tsipras e il resto dell’Europa? Purtroppo ciò che sta accadendo ci riguarda da vicino e non solo per i 40 o 50 miliardi di euro che abbiamo “prestato” al governo greco e che molto difficilmente ci saranno restituiti.

Le vicende della Grecia sono una prova difficile e drammatica su molti fronti. Innanzitutto la possibilità che esista una unione europea oltre la moneta unica. L’idea di un’Europa unita è nata dopo la seconda guerra mondiale per prevenire le tensioni e le rivalità tra gli stati che avevano portano in pochi decenni a due conflitti mondiali. Si è rafforzata con la globalizzazione perché i singoli stati non avevano più la possibilità di competere da soli né verso occidente né vero oriente. L’introduzione dell’euro doveva essere il punto di arrivo e di ripartenza per qualcosa di più solido e duraturo che puntasse ad una confederazione di stati.

Così non è stato e la crisi greca dimostra che l’Europa resta un’idea, ma non una realtà. Se una unione politica ci fosse stata la Grecia sarebbe stata costretta ad affrontare i problemi che oggi l’hanno messa in ginocchio: evasione fiscale, privilegi, sprechi, corruzione, clientelismo. Utopia? Forse, ma allora perché si è creata una moneta unica senza un’autorità politica sovranazionale?

Anche noi italiani ci siamo barcamenati tra artifici contabili e rinvii al debito futuro pur di non toccare i nodi del sistema di potere e della caduta di produttività dell’economia. Per questo siamo nella crisi più nera della storia repubblicana.

baratro crisi grecaComunque, la ragione dice che, quali che siano le responsabilità dei precedenti governi greci, o gli stati europei concedono una possibilità di recupero al nuovo governo o si aprirà una pagina ancora più drammatica e pericolosa e dagli sviluppi imprevedibili.

Per questo la proposta di Tsipras di allungare le scadenze del debito può essere una base di negoziato. Non c’è niente da fare, se vogliamo evitare guai peggiori il popolo greco deve vivere e deve essere aiutato. E per farlo c’è bisogno di soldi e di tempo. O pensiamo che nel giro di qualche settimana rinasca una nuova Grecia da quella fallita ormai da cinque anni? È chiaro che questa via d’uscita costerà e non poco, ma l’alternativa non c’è.

Ormai bisognerebbe mettersi l’anima in pace e dirsi che questo sacrificio (anche nostro) deve servire a qualcosa e portare a un cambiamento vero. Non basta dare fiducia a Tsipras, anzi serve a poco: bisogna che l’Europa faccia un passo avanti stringendo un patto ancora più vincolante sulle politiche e non solo sulla moneta che andrebbe usata come strumento e non come fine. Se ci riuscirà darà un aiuto a tutti gli stati e non solo alla Grecia perchè metterà le basi di una uscita dalla crisi dell’Europa intera.

Altrimenti bisogna che la Grecia esca dall’euro, ma in quel caso il costo sarà probabilmente più alto anche per noi

Claudio Lombardi

L’Europa quotidiana che migliora la vita di molti (di Liliana Ciccarelli)

europa unitaA dodici anni dall’introduzione dell’euro, che segna nel bene e nel male un momento alto di integrazione, viviamo uno stato di delusione collettiva purtroppo legittimato dalla reazione ad una crisi economica che invece di unire ha diviso i Paesi dell’Unione Europea.

Il progetto iniziale di comunità europea era coraggioso, quasi impossibile, eppure era anche l’unica via d’uscita dai disastri della prima e della seconda guerra mondiale. Se, dopo la prima guerra mondiale, l’idea europeista era un “programma” di élite di intellettuali politicamente impegnati, dopo la seconda diventa un obiettivo di politica internazionale concreto per evitare che gli stati europei creassero le condizioni per un nuovo conflitto.

Per Spinelli e per i federalisti europei, l’Europa federata non era solo la fine dello Stato nazione, ma la condizione per la nascita di una nuova democrazia, di un nuovo patto sociale (cfr. Storia e politica dell’Unione Europea, G. Mammarella – P.Cacace, ed. Laterza.). Obiettivo audace e che, a tutt’oggi, è ben lontano dall’essere realizzato.

Oggi l’Europa appare un dato scontato, abbiamo con la moneta unica “l’Europa in tasca”, giriamo senza alcun bisogno di passaporto, abbiamo la possibilità di scegliere direttamente i parlamentari europei che siederanno in un Parlamento con maggiori poteri, il prossimo presidente della Commissione europea sarà anche espressione della maggioranza politica che scaturirà dalle elezioni. Eppure tutto questo non basta a farci sentire davvero cittadini europei perché l’unione europea è rimasta a metà.

generazione erasmusQuelli che, forse, si sentono veramente cittadini europei sono i giovani della cosiddetta “generazione Erasmus”. Gli studenti Erasmus nel 2013 sono stati quasi 250mila in tutta Europa. Dal 2014 al 2020 sono stati stanziati 16 miliardi per 4 milioni di borse e si stima che nel 2020 gli ex Erasmus saranno 7 milioni. É un tassello importante di esperienze concrete di partecipazione attiva dei cittadini e dei giovani alla creazione di uno spazio politico, sociale e culturale dell’Unione Europea.

C’è tuttavia un livello di quotidianità, alla portata di tutti, che dovrebbe riconsegnarci ad una appartenenza alla cittadinanza europea, del quale forse non siamo pienamente consapevoli e che rappresenta uno degli elementi di forza e uno dei pilastri dell’Unione Europea: siamo cittadini consumatori e utenti che operano in un mercato unico utilizzando non solo la stessa moneta, ma godendo delle stesse tutele e garanzie.

A chiedere o garantire tutela per 3 milioni di pendolari italiani non è il nostro Governo di turno, ma la Commissione Europea che pochi giorni fa ha deferito l’Italia alla Corte di Giustizia europea per non aver recepito la normativa comunitaria in materia di diritti dei passeggeri nel trasporto ferroviario (parità di accesso al trasporto per evitare discriminazioni, diritto di avere informazioni in tutte le fasi del viaggio, diritto al rimborso del prezzo del biglietto in caso di soppressione o ritardi prolungati, diritto a un servizio di trasporto alternativo in caso di ritardi prolungati o soppressione del servizio, diritto a un livello minimo di assistenza nelle stazioni e a bordo dei treni). Insomma tutte cose concrete, non chiacchiere.

diritti consumatoreE ancora, è grazie al recepimento della direttiva europea sui consumatori che, a partire dal prossimo 14 giugno, entrerà in vigore il nuovo codice del consumo con importanti migliorie per il consumatore (in caso di servizi o beni non richiesti sarà possibile non pagare la prestazione e in caso di acquisti a distanza passano da 10 a 14 i giorni per esercitare il diritto di recesso). I nuovi diritti dei consumatori riguardano anche la consegna del bene in quanto in caso di merce danneggiata risponderà direttamente il venditore.

Dal 2015 inoltre, sempre in attuazione di direttive comunitarie, saranno ulteriormente agevolate le procedure di risoluzione delle controversie per i consumatori con l’intento di evitare cause giudiziarie lunghe e costose.

Il Parlamento europeo inoltre, attraverso l’ordine di protezione europeo, interviene anche in tema di protezione delle vittime di reati. Il Parlamento ha approvato nuove norme, in vigore dal 2015, volte ad assicurare che chiunque goda di protezione in un paese dell’UE ottenga una protezione simile se si trasferisce in un altro paese dell’Unione (oggi la protezione cessa alle frontiere). La copertura di tali tutele riguarderà tutte le vittime di reati tra cui molestie, rapimento, stalking e tentato omicidio, oltre alla violenza di genere.

E ancora in tema di salute la Direttiva 2011/24/Ue ha definito regole chiare per facilitare l’accesso a servizi sanitari sicuri e di elevata qualità nell’Unione Europea, assicurando la mobilità dei pazienti che cercano servizi sanitari in un altro Stato Membro.

L’Europa quindi non chiede solo rigore, ma si occupa anche di tutela dei diritti.

È bene sapere che al momento sono pendenti 114 procedure di infrazione nei confronti dell’Italia per mancato recepimento di direttive comunitarie che riguardano settori più disparati con notevole impatto sulla vita quotidiana (consultabili http://eurinfra.politichecomunitarie.it/ElencoAreaLibera.aspx).

Gli esempi di quanto l’Europa incida nel nostro quotidiano potrebbero essere davvero molti altri eppure l’Europa rischia di restare sempre e “solo” quella del mercato unico o quella del rigore ottuso. Prima di dire Europa sì o Europa no bisogna sapere bene di cosa veramente si parla e non farsi abbagliare da slogan che trasformano una crisi di guida politica europea in un male assoluto. A sfasciare si fa presto, a costruire no, ci vuole tempo e intelligenza e molti cercano soluzioni semplici, drastiche  e immediate. La migliore garanzia per disastri sicuri

Liliana Ciccarelli

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