Dalla manovra al mondo: buon 2019!

Per il nuovo anno cominciano ad arrivare gli auguri. Il primo è stato Putin che li ha inviati con l’Avangard il missile ipersonico che viaggia a 24 mila km l’ora ed è in grado di colpire in tutto il mondo. Putin ha tenuto a sottolineare che è impossibile intercettarlo. Non si sa quale sarà la risposta degli Usa, ma è ovvio che arriverà. Di sicuro sta cominciando una nuova corsa agli armamenti nucleari nel segno dell’accorciamento dei tempi di azione e reazione. Cioè diventa difficile gestire eventuali incidenti senza scatenare una guerra nucleare vera.

Ma perché la Russia gioca questa carta? Nano economico e finto gigante militare la Russia di Putin è riuscita a diventare un protagonista in Medio Oriente, ma non ha la possibilità di ricreare l’area di influenza che aveva l’Urss. Dunque dove vuole andare? Non lo si capirebbe se non si guardasse alla Cina che è il vero avversario globale degli Usa. Sembra che si stia formando un’area euroasiatica unita dall’avversione alla superpotenza leader dell’Occidente e ostile al consolidamento di un’Europa che sia anche un’entità politica e militare. Già, perché se l’Europa da gigante economico lo diventa anche sul piano politico e militare restando alleata con gli Usa per la Cina diventa impossibile prevalere.

Ciò fa capire il perché del sostegno russo alle forze disgregatrici dell’Unione Europea (sostegno esibito e attuato in tutti i modi possibili che però non suscita scandalo nella nostra opinione pubblica), ma aiuta anche ad inquadrare la figura di Trump. Al di là del potere di ricatto che Putin detiene sul presidente Usa (si è letto di riciclaggio di denaro della malavita russa in operazioni immobiliari negli Stati Uniti) l’intervento massiccio attraverso i social a favore dell’elezione di Trump e per screditare Hillary Clinton si spiega in un solo modo: Trump è un nazionalista che spinge per un ridimensionamento della leadership mondiale degli Usa. “America first” è un passo indietro che non può non piacere a chi punta alla competizione con gli Usa su scala globale.

È abbastanza realistico che la disgregazione dell’ Occidente sia l’obiettivo strategico che si pongono nei prossimo decenni le potenze emergenti. La competizione si svolge su tutti i piani e sostenere forze politiche che spingono per il nazionalismo rientra perfettamente in questo schema.

Di fatto l’Unione Europea è la preda più ambita e l’avversario più facile da battere. Economie ricche e mancanza di una unione politica comune insieme ai postumi di una lunga crisi che ha lasciato un profondo scontento nelle opinioni pubbliche nonché crepe nell’alleanza con gli Usa sono gli ingredienti che descrivono la debolezza dell’Europa.

Questo è il contesto nel quale crescono le forze cosiddette sovraniste. In Italia hanno conquistato il governo e godono del sostegno della maggioranza degli italiani. Lega e M5S fino a prima delle elezioni facevano della loro avversione alle regole europee e all’euro il tratto distintivo della loro identità. Oggi che sono al comando hanno molto attenuato il loro antieuropeismo, ma solo perché pensano che nelle prossime elezioni europee loro e i loro alleati conquisteranno una valanga di consensi. La loro cultura resta quella della chiusura territoriale e sociale. Sia Lega che M5S hanno l’orizzonte dei territori e dei gruppi sociali nei quali si è consolidata la loro esperienza politica. Vorrebbero essere nazionalisti, ma non ci riescono. Nessuno dei due ha un’idea per lo sviluppo dell’Italia come realtà unitaria. Al contrario, il loro governo e la manovra di bilancio che hanno approvato rappresenta la somma di due metà ed è priva di una sintesi nazionale unitaria. I 5 stelle portano in dote al Sud il cosiddetto reddito di cittadinanza; la Lega porta al Nord quota 100. Due misure assistenzialistiche sbagliate e dannose in un mare di commi (oltre 1150) dell’unico articolo della legge di bilancio. Come ha affermato l’Ufficio Parlamentare di Bilancio si tratta di una manovra recessiva che porterà un aumento della pressione fiscale e una decrescita del Pil. E si tratta di una manovra che sancisce la divisione tra due Italie: quella del lavoro e produttiva e quella che chiede assistenza. E’ una divisione innanzitutto territoriale che divide il Centro- Nord dal Sud ed è una divisione tra gruppi sociali. Da un lato c’è chi riesce a trovare un proprio spazio per affermarsi nel lavoro e dall’altro chi non ha più speranze e punta solo sul lavoro nero e sui sussidi pubblici. La manovra non porta nessun cambiamento, ma distribuirà risorse non prodotte bensì prese in prestito. E’ la rassegnazione e il tirare a campare tradotti in legge.

Approvata in aperta violazione delle norme costituzionali e delle procedure parlamentari la manovra non darà alcuna spinta all’economia che l’anno prossimo non crescerà, non porterà nuova occupazione, metterà in crisi le finanze pubbliche aumentando il debito e lascerà per il 2020 l’eredità di un buco di bilancio di decine di miliardi.

E gli italiani che dicono? Sono divisi tra fiducia nelle promesse simile a quella che hanno i passeggeri di un aereo verso i piloti (“mica vorranno farci schiantare?”) e sfiducia che non trova ancora riferimenti politici nelle opposizioni. Molti si identificano con Salvini che recita benissimo la parte dell’uomo comune che vive la sua vita dalla colazione del mattino fino alla buonanotte dicendo sempre quello che pensa in un tripudio di spontaneismo furbo e accattivante. Pochi si domandano se il politico di vertice messo alla guida di una nazione complessa come l’Italia debba esibire i vizi e le debolezze dell’uomo comune. È la stessa inconsapevolezza che porta gli elettori a decidere questioni cruciali come la Brexit con la leggerezza e superficialità che mettono nella gestione del loro tempo libero.

Gli elettori vanno sempre educati al ragionamento, informati e formati, perché la democrazia che si basa sull’ignoranza e sull’irresponsabilità apre sempre le porte alla sua fine. Ma il ragionamento da solo non basta mai quando si tratta di motivare milioni di persone. Bisogna che siano affascinate da spiegazioni e visioni convincenti. Anche solo l’appello agli interessi individuali non basta. Reddito di cittadinanza e quota 100 hanno innanzitutto parlato agli elettori spiegando loro di essere stati vittime di un’ingiustizia e poi li hanno convinti. È una lezione da imparare per il maggior partito di opposizione, il Pd.

Claudio Lombardi

Perché la flat tax è sbagliata (1)

  • Flat tax e tagli delle imposte sui redditi più alti

In tutti i paesi progrediti il sistema fiscale è guidato da criteri di progressività, ovvero le imposte pagate crescono al crescere del reddito e più in generale dalla capacità contributiva. Nei paesi occidentali la progressività delle imposte è garantita da aliquote crescenti sul reddito delle persone fisiche. Le altre due principali imposte, l’imposta sui redditi delle società e dove esiste l’imposta sul valore aggiunto non hanno invece un sistema di aliquote che crescono al crescere della base imponibile. Quando si parla di flat tax, ovvero di imposta piatta, si fa riferimento all’imposta sui redditi delle persone fisiche con una sola aliquota. Oggi tale imposta è adottata quasi esclusivamente da paesi postcomunisti, alcuni dei quali ricchi di risorse naturali e da piccolissimi paesi, in gran parte paradisi fiscali. Il più grande dei paesi del flat club è la Russia.

Il primo a parlare imposta piatta fu Milton Friedman, in estrema sintesi l’economista americano sosteneva la necessità di ridurre in modo consistente le imposte sui redditi più elevati, tagliare i servizi pubblici e introdurre un’imposta negativa (una sorta di reddito di cittadinanza) per i meno abbienti. L’idea di fondo che ispira il taglio delle imposte sui redditi più elevati è il trickle down, ovvero che più soldi per i più abbienti portano ad investimenti, maggior occupazione e maggior benessere per tutti.

L’economia non è una disciplina scientifica e i suoi modelli risultano meno affidabili di quelli della fisica. Non è nemmeno una disciplina filosofica in cui è possibile dividere con un coltello il bene dal male. L’economia è una disciplina empirica, lo studio delle evidenze ci aiuta a capire cosa in passato ha funzionato e cosa tra ciò che ha funzionato potrebbe funzionare oggi. Tutte le evidenze ci portano alla conclusione che la flat tax non funziona

  • Esperienze simili alla flat tax

Nel dopoguerra l’aliquota più elevata sui redditi delle persone fisiche raggiungeva il 95% negli Stati Uniti ed il 75% in molti paesi europei. Dagli anni sessanta ad oggi si è assistito ad un drastico taglio delle aliquote sui redditi più elevati. Oggi l’aliquota più elevata è pari al 37% negli Stati Uniti (sopra i 500.000 dollari), al 50% circa in Gran Bretagna e Germania (nel secondo caso incluso contributo di solidarietà), al 45% in Francia e Spagna al 43% in Italia.

Reagan stimolò l’economia con significativi tagli fiscali a cui furono abbinati tagli della spesa sociale per oltre 20 miliardi di dollari. Gli effetti sui conti pubblici furono negativi in parte per l’aumento delle spese militari, in parte perché le previsioni sugli stimoli dell’economia figli della riduzione della pressione fiscale si rivelarono errate. Durante le presidenze di Reagan e Bush senior il deficit del governo federale restò sempre tra il 4 ed il 7%, era attorno al 2-3% con Carter, Clinton riportò il bilancio federale in pari nel 2000.

Di certo pochi oggi proporrebbero di introdurre un’aliquota marginale del 95% sui redditi sopra 75.000 euro o 100.000 euro, tuttavia oggi molte istituzioni internazionali hanno rivisto le loro posizioni in merito ai tagli fiscali per i più abbienti. L’OCSE afferma che paesi molto indebitati non possono pensare di rilanciare il PIL a colpi di riduzioni della pressione fiscale a debito e suggerisce di spostare il carico fiscale dai redditi ad altri presupposti d’imposta quali il patrimonio ed i consumi. Il Fondo Monetario Internazionale che a partire dagli anni ottanta sostenne l’idea di tagliare le detrazioni per abbassare le aliquote d’imposta ha negli ultimi anni suggerito una maggiore attenzione alle disuguaglianze e con il Fiscal Monitor dell’ottobre 2017 ha affermato che occorre tassare di più i redditi più elevati. Il FMI arriva in ritardo di diversi anni rispetto alla Commissione Europea che almeno dal 2013 sostiene che paesi molto indebitati non possono rilanciare la crescita con scriteriati tagli della pressione fiscale.

  • Il laboratorio dell’Europa dell’est

Dal 1989 al 2007 molti paesi dell’Europa orientale crebbero a tassi molto elevati che spesso raggiungevano le due cifre, mentre i paesi occidentali festeggiavano quando ottenevano una crescita del 3%; in quegli anni l’ovest e l’est del vecchio continente vivevano in due “ere geologiche” diverse; gli anni che vanno dalla caduta del muro a Lehman Brothers per l’Europa orientale equivalgono ai trent’anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale per l’Italia e la Francia. I tassi di crescita dei 15 -18 anni post 1989 dei paesi dell’est oggi non sono replicabili né in Europa orientale né in Europa occidentale. Per molti paesi dell’Europa orientale dopo Lehman Brothers il tasso di crescita annuale massimo si è abbassato di 3 o 4 punti percentuali e la flessione sta continuando. Per i paesi che nel primo decennio del millennio avevano raggiunto e superato tassi di crescita del 10% oggi Bloomberg stima una crescita tra il 2 ed il 4%.

Nei paesi dell’Europa dell’est il modello sociale europeo non esiste e le disuguaglianze sono elevatissime. Elemento colpevolmente omesso nel dibattito è che la dilaniata Ucraina, la Repubblica Ceca, l’Albania e la Slovacchia hanno abbandonato la flat tax e sono ritornate alla tassazione progressiva. Tutte le previsioni ci dicono che nei prossimi 5 anni la Slovacchia avrà tassi di crescita più alti dei paesi del flat club. La Russia, con la sua flat tax al 13% nei prossimi anni dovrebbe crescere al 2%, un disastro per un paese emergente.

I teorici della flat tax affermano che la sua introduzione nella federazione russa fece crescere il gettito, ma in realtà la crescita delle entrate fiscali di Mosca fu legata alla crescita del prezzo delle materie prime. La Russia fa il bilancio di previsione in funzione del prezzo del petrolio, che dall’introduzione dell’imposta piatta al 2008 passò da poco più di 20 a 140 dollari al barile. Oggi con un prezzo di 60 dollari al barile lo Stato è stato costretto a tagliare moltissimi servizi. Secondo Carlo Cottarelli, già commissario per la spending review, l’unico caso in cui la flat tax ha comportato un aumento del gettito fiscale è quello della Bulgaria.

  • Le riduzioni delle imposte sui redditi elevati in Europa Occidentale

In Germania il socialdemocratico Schröder nei primi anni duemila tagliò le imposte alle persone fisiche riducendo di 15 punti percentuali le imposte al ceto medio e di pochi punti quelle sui redditi più elevati. Gli stessi padri del pacchetto di riforme varato dai tedeschi all’inizio del nuovo millennio si resero presto conto che i tagli alle imposte stimolarono i consumi meno del previsto. I tagli delle imposte ai milionari furono il primo elemento di agenda 2010 rottamato. La grossa coalizione 2009-2013 portò di fatto l’aliquota sui redditi oltre i 250.000 euro poco sopra il 50%. La Gran Bretagna assai aggressiva sul fronte tasse alle imprese con un’aliquota sulle società del 21% con la crisi ha portato l’aliquota più elevata sui redditi delle persone fisiche al 50%. Quindi sia la locomotiva tedesca che la liberista Gran Bretagna prelevano ben più del nostro 43% sui redditi di diverse centinaia di migliaia di euro.

Salvatore Sinagra

(primo di due articoli)

Europa e Stati Uniti di fronte alla crisi

Un interessante articolo sul Sole 24 Ore a firma di Alberto Quadrio Curzio mette in luce le grandi differenze nella risposta alle crisi finanziarie e bancarie tra Europa e Stati Uniti. Di seguito ampi stralci. “Le Istituzioni della Ue e della Uem … progettano per la crescita, ma operano per il rigore. Gli Usa hanno fatto l’opposto operando in velocità con interventi pubblici dalle grandi conseguenze economiche……

crisi EuropaRecessione e ripresa
La ripresa degli Usa è nata dalla rapidità e dall’entità del contrasto alla crisi con due interventi associati al quantitative easing. Il primo,varato già il 3 ottobre 2008 dal Governo Usa, è il Tarp (Troubled Asset Relief Program) per acquistare i titoli “spazzatura” dalle banche ripulendone i bilanci. Il programma di iniziali 700 miliardi di dollari consentì al sistema bancario Usa di riprendersi presto e di erogare credito. Al contrario nella Uem, i salvataggi e le pulizie bancarie sono state frammentate nazionalmente (talvolta occultamente tramite salvataggi a Stati come Irlanda, Portogallo e Grecia anche per soccorrere banche tedesche e anche francesi) e lentamente. I Paesi grandi più fragili sia pure per ragioni diverse (la Spagna per la bolla immobiliare, l’Italia per il debito pubblico) si sono trovati di fronte ad una scelta: entrare in un programma di risanamento bancario finanziato dal fondo europeo Esm a condizione di essere vigilati dalla cosiddetta ”troika”(scelta, giusta, della Spagna); cavarsela per conto proprio (scelta, sbagliata, dell’Italia). Ciò accadeva nel 2012-13 (cioè quattro anni dopo il Tarp Usa) quando la crisi aveva già colpito l’economia reale fiaccando molte imprese e quindi banche che le avevano affidate. Quando l’Unione Bancaria ha cominciato a funzionare nel novembre 2014 (cioè due anni dopo l’annuncio datone nel Consiglio del giugno 2012!) per sciogliere il legame banche-debiti sovrani, la situazione del sistema bancario europeo era diventata molto disomogenea svantaggiando nettamente soprattutto l’Italia ma anche tutta la Uem le cui banche andavano ripulite e ricapitalizzate in modo equilibrato.

recovery act UsaIl secondo intervento per contrastare la crisi americana è il “Recovery Act” adottato dal Governo nel 2009 con 850 miliardi di dollari investiti in infrastrutture materiali e immateriali e per sgravi fiscali a cui è seguito un altro piano da 500 miliardi di dollari per opere pubbliche lanciato nel 2015. Non è dunque solo il mercato del lavoro più snello e la maggiore flessibilità della economia Usa che ha facilitato l’uscita dalla crisi ma anche un potente intervento pubblico (Tarp e Recovery) che ha portato il debito sul Pil dal 64% del 2007 al 104,8% del 2015 ma anche la disoccupazione che dal 4,6% del 2007 è balzata al 9,6% del 2010 ma è già ridiscesa al 5,2% nel 2015

Nella Ue il Piano Juncker per gli investimenti ,annunciato più di un anno fa, incomincia a muoversi adesso. Parte sei anni dopo il “Recovey” Usa con cifre minime e cioè 21 miliardi di euro che a regime dovrebbero mobilitare 315 miliardi di investimenti delle imprese e nelle infrastrutture …… Intanto la Uem non si può rallegrare per un debito sul Pil che dal 65% del 2007 è salito solo al 93,6% del 2015 perché i 10 punti in meno rispetto a quello Usa sono pagati dalla disoccupazione che dal 7,5% del 2007 è salita all’11% del 2015.

Il Governo europeo
La democrazia europea ……… è diversa da quella americana …. ma non può reggere senza un Governo dell’Eurozona. A questo mira il progetto dei “quattro presidenti” (del Consiglio e della Commissione europea, dell’Eurogruppo e della Bce ai quali si è aggiunto ora il Presidente del Parlamento) per «Completare l’Unione economica e monetaria». Il progetto, presentato nel giugno del 2012, è stato revisionato in molti Consigli Europei. Qualche parte è stata attuata. Il più rimane da fare per una governance economica e di bilancio più efficace per stimolare la competitività, la convergenza e la sostenibilità; per la rappresentanza esterna della zona euro per rispecchiare meglio il suo peso nell’economia mondiale; per l’Unione bancaria per aumentare la stabilità finanziaria nella zona euro”.

Tratto dal Sole 24 Ore del 20 dicembre 2015