L’uscita dall’euro e le sue conseguenze

Fra  i tanti interventi sulla questione dell’uscita dall’euro che rischia di diventare di stretta attualità nel prossimo futuro pubblichiamo alcuni stralci di un articolo di Giampaolo Galli e Lorenzo Codogno (Sole 24 Ore del 28 febbraio) che ha il pregio della sinteticità e della chiarezza.

“Si afferma spesso che i problemi dell’Italia dipendono dall’euro. Malgrado le indubbie difficoltà, l’Eurozona cresce da oltre vent’anni quasi come gli Stati Uniti in termini di Pil procapite, anche se l’Italia è da lungo tempo il fanalino di coda. Molti fenomeni sono accaduti quasi simultaneamente all’avvio dell’euro, dall’ingresso della Cina nella Wto alla rivoluzione digitale. Sembra dunque più corretto dire che l’Italia non ha saputo cogliere le opportunità offerte da questi cambiamenti, nel quadro dell’integrazione europea.

inflazioneUn’altra affermazione frequente dei partiti no-euro è che sarebbe meglio svalutare il tasso di cambio anziché i salari. … I possibili benefici della svalutazione vanno messi a confronto con i costi di uscita dalla moneta unica e non vanno sopravalutati. In particolare, non è vero che la svalutazione sia un’alternativa rispetto alla riduzione dei salari. La verità è che la svalutazione è un modo per ridurre il potere d’acquisto dei salari, peraltro in maniera iniqua. …. I partiti no-euro fanno invece balenare la possibilità di fare le nozze con i fichi secchi, cioè una svalutazione con effetti benefici e nessun costo. Invece, se i vantaggi sono dubbi, i costi di fuoriuscita dall’euro sono elevatissimi e certi. In primis vi è il debito pubblico.

Con una ipotetica svalutazione del 30%, il rapporto debito/Pil registrerebbe un balzo fino al 190% dal livello attuale di circa 133%. I partiti no-euro pensano di risolvere questo problema ridenominando il debito nella nuova valuta. Ma la ridenominazione sarebbe considerata alla stregua di un default dalle agenzie di rating e, ciò che più conta, dai mercati finanziari. Il giorno dopo e per molti anni a venire nessuno comprerebbe più titoli del tesoro italiano. L’intero debito in scadenza, oltre al nuovo fabbisogno, (circa 440 miliardi nel 2017) dovrebbe essere quindi finanziato dalla banca centrale, per ammontari che sarebbero un multiplo del totale della base monetaria in circolazione, il che innescherebbe una fiammata inflazionistica, alla stregua di quelle sperimentate dopo guerre o cambi di regime. In secondo luogo, vi è il problema del debito privato verso l’estero che è circa il 165% del Pil. Qui si pone lo stesso problema che per il settore pubblico. Banche, imprese e anche famiglie potrebbero trovarsi con passività in euro e attivi o redditi in valuta domestica svalutata e ciò potrebbe dare luogo a fallimenti a catena e a tensioni sociali, analoghe ma molto più intense di quelle sperimentate nel 1992 dalle famiglie che avevano contratto mutui in Ecu. Anche in questo caso non ci sarebbe un’alternativa rispetto a un uso massiccio della base monetaria. I salvataggi, in particolare delle banche, consentirebbero forse di preservare il valore facciale del risparmio, ma il suo valore reale verrebbe ulteriormente falcidiato dall’inflazione.

debito pubblicoInfine, vi è il dilemma legato a una vera e propria “trappola delle aspettative”. I preparativi per la messa in circolazione di una nuova moneta e l’adeguamento dei sistemi di pagamento richiederebbero vari mesi. Molti non potrebbero essere avviati se non dopo un voto del Parlamento. Nel periodo precedente l’uscita, l’aspettativa, o la quasi certezza, di una svalutazione indurrebbe gli investitori, ma anche i comuni cittadini, a prelevare il denaro dalle banche e a portarlo all’estero. …. Per quanti “piani B” possano essere inventati per chiudere la banche, vietare le esportazioni di capitale e mantenere la segretezza dei preparativi, non sembra siano disponibili delle soluzioni credibili per ovviare a questo drammatico problema. Le conseguenze, in termini di distruzione del risparmio dei cittadini e maggiore disoccupazione, sarebbero quindi enormi e i loro effetti nefasti durerebbero per molti anni a venire. Sarebbe assai più utile e meno costoso affrontare con decisione i problemi di fondo che affliggono l’Italia, in modo da consentirle di sfruttare al meglio le opportunità derivanti dall’integrazione europea all’interno della valuta comune”.

Populismo e nazionalismo o politica e democrazia?

Bella situazione. Sempre più populismo e nazionalismo entrano in rotta di collisione con la politica e la democrazia. Dopo la Brexit, l’elezione di Trump e poi la Le Pen che si prepara a diventare Presidente della Repubblica francese con in programma l’uscita dalla Ue e dalla Nato. In ogni paese europeo movimenti o governi ostili che vedono l’Unione europea come un odioso limite alla loro sovranità. Ognuno che vuole andare per la sua strada.Europa egoismi nazionali Da noi Grillo e Salvini puntano sul referendum anti euro per farsi dire un bel NO dal popolo inviperito e inconsapevole delle conseguenze come se inondare l’Italia di una nuova lira senza valore potesse essere una risposta praticabile. Manco fossimo la Cina! Il popolo che i populisti immaginano immediatamente capace di scelte complesse, ma popolo “naturalmente” ignorante perché composto da una miriade di punti di vista particolari la somma dei quali non può comporre una scelta generale. Questa può venire solo dalla politica e dalla democrazia che hanno bisogno di sedi nelle quali l’opinione si possa filtrare, educare, formare, mediare, riconducendo la molteplicità a poche scelte di valore generale.

Sarebbe la funzione dei partiti, ma questi sono ridotti al lumicino per l’incapacità di fare pulizia al loro interno e per quella di rinnovarsi trasformandosi in strumenti di formazione dell’opinione nell’epoca di internet. Proprio quest’ultima li ha invece messi nell’angolo mettendo a disposizione di tutti un’enorme mole di informazioni e l’illusione di poterle facilmente interpretare. Se nel passato “lo ha detto la televisione” conferiva a qualunque messaggio il crisma dell’indiscutibilità oggi accade che lo si dica per la rete con l’aggravante che la televisione è sempre stata sotto il controllo di organismi pubblici o privati accreditati, mentre la rete è nelle mani di chiunque riesca a farsi ascoltare (e magari lo si ascolta proprio per l’assurdità di ciò che sostiene). Ulteriore aggravante è che internet manipolazionela rete si presta alla manipolazione del pensiero e del consenso perché permette un controllo centralizzato nelle mani di piccoli gruppi. È il caso del M5S, secondo partito nazionale gestito dai server di una piccola società privata di comunicazione e dal blog di Beppe Grillo. Niente congressi, niente primarie, giusto un po’ di gruppi locali liberi di discutere fino a che non vengono toccati i temi rilevanti che spettano solo al Capo e al suo staff.

È una trasformazione della formazione del consenso che si accompagna e si completa con un rapporto tra leader e popolo sempre più esclusivo senza nulla che si frapponga nel mezzo. Iniziato come leaderismo molti anni fa oggi populismo è sicuramente la definizione giusta. Dai nuovi movimenti viene però soprattutto una spinta nazionalista contraria ad ogni tipo di organismo sovranazionale. La somma dell’uno e dell’altro ricorda tanto ciò che accadde in Europa a cavallo delle due guerre mondiali. L’impressione è che un ciclo storico iniziato con il secondo dopoguerra si stia fermando e stia invertendo la sua direzione. Fare qualcosa per bloccare questo sviluppo non può consistere nell’invocazione dei “sacri ideali” dell’internazionalismo e dell’europeismo. partito e antipartitoPer troppi anni questi sono stati utilizzati per avocare ogni scelta alle élite politiche e tecnocratiche che hanno fatto gli interessi dei grandi organismi finanziari e imprenditoriali nonché di un ceto ristretto di privilegiati del potere e non certo dei ceti medi e bassi della società. Gli ideali adesso devono essere messi sulle gambe della concretezza e dell’utilità. Bisogna cioè dimostrare che scegliere l’unione invece della divisione conviene e bisogna dimostrare che anche le élite sono chiamate a pagare i conti della crisi.

Altrimenti la tentazione sarà quella di rinchiudersi dentro i propri confini e siccome ciò non porterà i benefici attesi il passo successivo sarà l’inasprimento delle tensioni tra gli stati. Nemmeno Trump potrà realizzare i miracoli promessi in campagna elettorale e, passato il primo periodo, probabilmente dovrà fare i conti con la realtà che l’interdipendenza tra le economie non si può piegare più agli interessi di una sola potenza. D’altra parte non ci si è riusciti nel passato quando la guerra era uno strumento ordinario di risoluzione delle controversie internazionali e non c’era alcuno scrupolo a ricorrervi, figuriamoci se ci si può riuscire adesso con il mondo pieno di armi atomiche.

Claudio Lombardi

Europa o no? Meglio stare coi piedi per terra

Miti e mode influiscono sull’umore dei popoli oltre che sulle scelte individuali. Anni e anni di politiche sbagliate hanno creato sull’Europa un mito negativo che è anche diventato una moda. Quando si nomina l’Europa spesso sembra di nominare una disgrazia, un peso, qualcosa di cui sarebbe meglio fare a meno. E così anche il cittadino comune prende con leggerezza l’eventualità di una uscita dall’Europa o, quantomeno, dall’euro.

instabilità EuropaFa bene, quindi, Mario Sechi a dedicare un articolo al “peggiorismo” ossia a quell’umore che fa considerare sempre gli aspetti peggiori di una situazione dimenticando i migliori.

Scrive Sechi che il peggiorismo “E’ diffuso in tutto il Vecchio continente, ne sono posseduti quelli che non hanno memoria, quelli che hanno dimenticato come e cosa (non) eravamo. Quelli che hanno acquistato la casa al tasso d’interesse più basso della storia economica, quelli che hanno quasi tutti (oltre l’80 per cento) la casa di proprietà, quelli che l’euro è la nostra rovina mentre vanno a letto in quell’abitazione che nel frattempo ha raddoppiato il suo valore, quelli che fanno parte di una nazione, l’Italia, che nel 1995 vantava una ricchezza netta delle famiglie pari a 4.180 miliardi di euro (correnti) e nel 2013 (sì, negli anni della grande crisi) è passata alla modica cifra di 8.730 miliardi, quelli che hanno oggetti di valore per un totale di 108 miliardi, quelli che sono proprietari di terreni che oggi valgono 206 miliardi e nel 1995 erano 57 miliardi, quelli che prima dell’euro avevano depositi bancari per 534 miliardi e toh!, oggi quei miliardi sono 714, quelli che il risparmio postale era pari a 106,9 miliardi e oggi sono 357,4 miliardi, quel popolo che nel 1995 investiva 252,9 miliardi in titoli di società di capitali e oggi, nonostante la crisi, la Borsa che va su e giù, sono là con un gruzzolo di oltre 645 miliardi, quelli che prima della moneta unica avevano 103 miliardi piazzati in fondi di investimento e oggi sono 376 miliardi, quelli che odiano le banche, i banchieri, questi filibustieri, queste istituzioni da patrimonio degli italianichiudere e nel 1995 avevano contratto prestiti per 172 miliardi e oggi, con tutto il disprezzo possibile, ne hanno per 683 miliardi, quelli che il credito al consumo no, fa schifo perché è chiaro che sono tutti dei cravattari, ma sai poi c’è da acquistare il frigo bombato, lo smartphone, il viaggio nel resort all inclusive, ecco quelli avevano firmato impegni per 8,3 miliardi nel 1995 e poi nel 2013, poco dopo lo spread alle stelle, hanno continuato a vivere con 111 miliardi erogati a tassi rasoterra da restituire a quel cassiere che mi guarda torvo, deve avere sotto controllo il mio tenore di vita, si faccia gli affari suoi e sganci il contante, quelli che l’Ue ci costa troppo ma non sanno che viviamo nel blocco commerciale più grande del mondo e il maggior esportatore di merci (sì, più della Cina: il 15,4 per cento di tutte le esportazioni contro il 13,4 per cento), quelli che non sanno che solo il 6 per cento del bilancio dell’Ue (142) miliardi è destinato a coprire i costi dell’istituzione e tutto il resto torna indietro in investimenti, quelli che alzano l’indice ma che hanno archiviato l’Erasmus del figlio (1,5 miliardi), quelli che accendi il navigatore dell’auto, anvedi la tecnologia, ora ci dice qual è la strada per la casa della famiglia dei Biscotti Boriosi e non hanno idea dei miliardi investiti (1,3 nel 2014) per i sistemi satellitari Galileo e Egnos, quelli che fondi europeiusano i Fondi strutturali (38 miliardi) e fanno finta che piovano da Marte, quelli che gli 8 miliardi dei Fondi di coesione pensano che crescano sotto i cavoli, quelli che se domani spariscono i 43 miliardi del Fondo europeo per l’agricoltura chiudono l’azienda, quelli che toh! ci sono anche 13 miliardi per lo sviluppo rurale, proviamoci, quelli che vanno in mare a gettare le reti e aspettano pesci e fondi europei per la pesca (1 miliardo), quelli che è tutta colpa della Germania ma ignorano che il volume dell’interscambio bilaterale con l’Italia è pari a 103 miliardi di euro e che per fare la stessa cifra bisogna sommare l’interscambio di Regno Unito e Francia con Berlino.

E poi quelli che Dio strafulmini la Merkel e ignorano il fatto che i tedeschi, questi padroni dell’Europa che bisogna ripudiare e lasciare al suo destino, in Italia hanno investito in oltre 1.800 imprese, hanno creato 128 mila posti di lavoro e circa 58 miliardi di euro di fatturato, quelli che non hanno mai conversato con gli italiani che in Germania hanno creato oltre 2.100 aziende, 81 mila posti di lavoro e generato un fatturato di 48 miliardi, quelli che Mario Draghi ha lavorato a Goldman Sachs e la Bce è un luogo di cospiratori, sciagurati, la loro vita è attaccata al forziere di questo italiano di eccezionale tempra e intelligenza. Dicono: c’è la crisi. Perbacco, che scoperta. Soluzione? Facciamo un bel falò e viva la sovranità. Di grazia, quale sovranità? Quella che avevamo con la lira di cui George Soros fece strage nel 1992? Governava Giuliano Amato, la Banca d’Italia fu costretta a vendere 48 miliardi di dollari di riserve per riallineare il cambio della lira, la nostra moneta fu svalutata del 30 per cento e uscì dal sistema monetario europeo. Erano i tempi del prelievo forzoso del 6 per mille sui conti correnti. Che delizia. Rifacciamolo, dai. E’ successo il 9 e 10 luglio del 1992. Tutto dimenticato. Come la realtà di oggi”.

Morale della favola: cerchiamo di avere memoria perché la storia non  progredisce sempre, a volte porta anche indietro a una condizione peggiore di quella in cui viviamo. Per cui lottiamo per politiche europee più giuste, ma stiamo ben saldi con i piedi per terra cioè in Europa

C. L.

Grecia: e adesso cambiamo strada

Il dopo referendum

Il referendum in Grecia è finito come c’era da aspettarsi. Ha vinto il no alle condizioni che la Troika e le cancellerie europee volevano imporre come corrispettivo di un programma di aiuti che, in realtà, non è più sul tavolo dal 30 giugno. Ma il significato è abbastanza chiaro. Il popolo greco ha detto no a condizioni che ha ritenuto ingiuste e devastanti per accedere a un programma di aiuti nuovo. Senza il quale la strada per il default è aperta e, ancor prima, è spalancata quella della sospensione di qualsiasi fornitura di liquidità da parte della Bce alle banche greche. Dopodiché, la Banca centrale greca sarebbe costretta a stampare qualcosa da dare agli istituti di credito e allo Stato per mantenere in piedi i pagamenti e i rifornimenti in piena stagione turistica. crisi grecaGrexit? Chissà. Non c’è alcuna procedura codificata per l’uscita dall’euro. Nessuno può “cacciare” un paese dalla moneta unica. Potrebbe anche cominciare un lunghissimo contenzioso con ricorsi alla suprema Corte europea, alle corti costituzionali nazionali per quello che la Banca centrale europea avrà fatto o non avrà fatto. Per non parlare del collasso dell’economia greca, con costi sociali e umanitari altissimi, nel cuore di Europa. Una responsabilità troppo grande anche per una classe politica europea (Grecia ovviamente compresa) finora dimostratasi molto al di sotto dei compiti posti dalla drammaticità della storia.

L’Europa riprenda in mano la trattativa

C’è da augurarsi quindi che a un accordo, o almeno a un memorandum di intesa, si arrivi al più presto, cioè in pochissimi giorni. Da cosa si dovrebbe partire? Certamente dal debito e, in particolare, dalle scadenze dei prossimi anni. Tra queste spiccano per urgenza e dimensione quelle col Fondo monetario internazionale e quelle con la Bce. Proprio nei confronti di quest’ultima ci sono scadenze ravvicinatissime: 3,5 miliardi il 20 luglio, altri 3,2 il 20 agosto; mentre il 30 giugno è scaduta una rata di rimborso all’Fmi per 1,5 miliardi e 455 milioni scadranno il 13 luglio e altri 304 il 4 settembre.

scadenze GreciaCon queste scadenze e quelle successive occorre che il nuovo piano di aiuti, che andrà negoziato nei prossimi giorni, preveda un impegno dei partner europei a farsi carico della restituzione dei debiti del governo greco nei confronti di Fmi e della Bce, attraverso il fondo europeo Esm – European Stability Mechanism. Il credito così acquisito dall’Esm verso la Grecia dovrebbe avere scadenza molto lunga e tassi di interesse molto bassi; o potrebbe addirittura essere trasformato in perpetuities, in modo da prevedere la restituzione solo degli interessi. Lo stesso Fmi, in un recente documento, ammette che il livello attuale del debito greco è sostanzialmente insostenibile e che si rende necessario un alleggerimento al fine di evitare il default. La soluzione che proponiamo renderebbe chiaro che il salvataggio della Grecia non è il salvataggio di un paese estero ma una questione politica interna all’Unione Europea. Avrebbe il vantaggio di togliere dalla trattativa l’Fmi, che agisce con la logica di una banca, e la Bce, che si trova nella scomoda posizione di dovere prendere decisioni politiche pur essendo un organismo tecnico. Come suggerito da Lucrezia Reichlin, “la UE deve appropriarsi del negoziato futuro ed emanciparsi da questa strana partnership coll’Fmi”.

Impegni seri per un programma serio

condizioni aiuti GreciaNaturalmente, andrebbero previste alcune condizioni affinché i partner europei si facciano effettivamente carico delle rate di debito del governo greco verso Fmi e Bce. Il piano di rimborso a carico dell’Esm verrebbe interrotto in caso di mancato rispetto degli impegni da parte del governo greco. Ma la condizionalità non può essere basata sull’austerity. Quella – ancor prima che dal popolo greco nelle urne referendarie – è stata bocciata dai disastrosi risultati ottenuti. Per usare ancora le parole di Lucrezia Reichlin, “non ha senso concentrarsi sul gap fiscale e discutere di aumenti di tasse o diminuzione delle pensioni in un paese in cui l’economia è al collasso e la società civile in disintegrazione. Un terzo programma di assistenza economica e finanziaria va costruito su nuovi criteri che partano dalla consapevolezza che i problemi dell’economia greca sono strutturali”. E che la cura imposta dal 2010 ha peggiorato di molto la situazione, come dimostra il fatto che il Pil pro capite greco, salito dal 72 all’83 per cento di quello tedesco tra il 1981 e il 2007, è caduto al 58 per cento nel 2014. Ma il governo greco deve subito impegnarsi in un programma pluriennale, con tappe definite e monitorabili, di modernizzazione dell’economia e dello Stato, anche attraverso l’investimento di una parte delle risorse rivenienti da eventuali ulteriori prestiti europei. Tutti devono sapere che di programma di lungo periodo si tratta (diciamo un periodo nell’ordine dei dieci anni), perché la modernizzazione di un’economia a partire dalla presente situazione di prostrazione assoluta non può certo realizzarsi in pochi anni. Ma tutti devono anche sapere che, questa volta, l’impegno di Alexis Tsipras e del successore di Yanis Varoufakis è serio e può esserlo perché ragionevole e concordato, e non estorto sotto minaccia. Naturalmente, sta anche ai greci dimostrare che questa volta fanno sul serio.

Andrea Baglioni e Andrea Boitani tratto da http://www.lavoce.info

Le responsabilità di tutti nella crisi greca

Sulla crisi greca non ci sono grandi novità da scoprire. L’unica via d’uscita era ed è mettere da parte il debito e trattare sul rilancio dell’economia rinunciando ognuno a qualcosa. Molte riflessioni vanno fatte sull’intreccio di responsabilità che coinvolge tutti. Gli unici che hanno meno responsabilità o, forse, ne sono del tutto esenti, sono quegli elettori che domenica saranno chiamati a decidere col referendum indetto da Tsipras quel che il loro governo con tutta la forza delle conoscenze di cui dispone non è stato in grado di decidere pur essendo stato eletto per questo. Si chiama democrazia ed è bene che la riflessione parta da qui.

responsabilità elettoriDovranno decidere gli elettori se accettare o no le condizioni dei creditori. Sembra meraviglioso, ma siamo sicuri che è questa la vera democrazia e non una presa in giro per far decidere ad un popolo stremato quel che non si osa dire e cioè l’uscita dall’euro?

Ma la crisi greca stimola ad interrogarsi sui meccanismi della democrazia rappresentativa. Cosa decide realmente un popolo? E come lo fa? La vera decisione è la delega ad una élite che prende su di sé il compito di guidare una nazione a prescindere dai programmi con i quali ha ottenuto il voto. È persino banale ricordarlo, ma quasi sempre l’azione di governo si discosta dalle proposte sulle quali è stato chiesto il voto. Per malafede dei delegati? Anche, ma soprattutto perché all’elettorato si propone un indirizzo politico di massima tradotto in programmi che esemplificano una sua possibile attuazione. Gli elettori credono di votare un programma, ma stanno traducendo in voti l’orientamento politico (o l’umore) che prevale nelle loro teste.

Significa che le consultazioni elettorali sono finzioni? No sono momenti di presa di coscienza collettiva indispensabili, ma non sufficienti per costruire una società democratica. Per farlo occorre che ci sia un sistema di formazione delle opinioni indirizzato alle decisioni politiche a tutti i livelli basato sulla circolazione delle informazioni e sul confronto tra opzioni diverse nel quale ci si distacchi dal proprio interesse personale. In una parola occorre un sistema improntato alla partecipazione cioè un metodo di responsabilizzazione individuale rispetto alle decisioni di interesse collettivo.

responsabilità éliteC’è poi un altro problema. Le élite decidono governando e mediano con la società la distribuzione di oneri e vantaggi che non si traduce soltanto in norme da rispettare, ma anche in comportamenti permessi o tollerati o indotti che, a volte, sono anche più importanti.

Per esempio si sa che la spesa pensionistica non può espandersi all’infinito perché si alimenta della ricchezza prodotta da chi lavora (= tasse e contributi). Ma se chi governa da’ la possibilità ai cittadini di andare in pensione a 40 anni di età il singolo, usufruendo di questa possibilità, compirà un atto di grande impatto sulle finanze pubbliche presenti e future del quale non si renderà conto. Lo stesso dicasi per l’evasione fiscale che è un vero e proprio parassitismo e per tanti altri comportamenti che creano realtà diverse da quelle razionalmente auspicabili. I cittadini scelgono di fatto quali politiche attuare anche utilizzando le possibilità attive o omissive che chi gestisce le istituzioni mette a disposizione dei singoli. In tutti questi casi inutile aspettarsi un comportamento individuale conscio delle conseguenze delle proprie scelte: si sceglierà sempre in base alla propria convenienza a prescindere dall’interesse collettivo. Tutto ciò vuol dire che un pezzetto di responsabilità ce l’hanno (anzi, ce l’abbiamo) sempre in tanti.

crisi EuropaNel caso della Grecia c’è un gioco delle parti che prescinde dai comportamenti razionali per cui non si capisce cosa debbano decidere i greci col referendum e come possano farlo meglio del loro governo. Una parte dei greci è quasi alla fame e logica avrebbe voluto che non si chiedesse a loro di pagare il prezzo più alto per uscire dalla crisi, ma che si partisse dagli evasori e da chi ha di piùSoprattutto occorreva che si modificasse l’orientamento della spesa pubblica magari cominciando dal taglio delle spese militari. Si è seguita una strada diversa e alle dichiarazioni formali non seguivano i fatti (nemmeno le baby pensioni sono state toccate).

E’ evidente che il governo greco ha tentato per anni di navigare sulla crisi seguendo l’unica rotta di non toccare gli interessi dei gruppi sociali più forti o delle lobby che rappresentano la “costituzione materiale” del modello Grecia e lasciando che il lavoro “sporco” fosse imposto dall’esterno.

debito grecoD’altra parte l’Europa e il FMI hanno fatto finta che la Grecia non fosse un sistema economico e si sono fissati sulla richiesta di restituzione dei prestiti e su ricette per risanare il bilancio greco basate su criteri puramente contabili. Un taglio qui e un taglio là (guarda caso sulla parte più numerosa della popolazione) e a prescindere dagli effetti di sistema come se il crollo dell’economia non contasse nulla. Soltanto ottusità o anche un piano deliberato di restringere un’area dell’euro troppo disomogenea?

Comunque si è ancora in tempo per rimediare se l’Europa vuole continuare ad esistere come progetto politico. Mettere da parte la questione del debito greco e concentrarsi su interventi per lo sviluppo dell’economia. Ci costerà qualcosa subito, ma in futuro i vantaggi sarebbero per tutti. Se si fosse fatto così nel 2010 non staremmo qui a parlarne

Claudio Lombardi

Miti illusioni realtà

ritorno alla liraTorniamo alla lira, la svalutiamo come vogliamo e diventiamo competitivi sui mercati così si creerà più lavoro.

Facile no? Basta crederci e se poi va male si può sempre trovare qualche speculatore cui dare la colpa. Chi ci crede fa finta di poter tornare agli anni ’60 quando la Cina d’Europa era qui in Italia e milioni di lavoratori producevano merci ad alta componente di lavoro con salari di fame e senza diritti. Oggi quelle produzioni sono tutte spostate ad oriente con costi di produzione ed economie di scala inarrivabili per noi. Tornare ad una nuova lira per poi svalutarla significherebbe una drastica riduzione dei salari dei lavoratori e dei risparmi di decine di milioni di italiani. Ma si recupererebbe in poco tempo? Falso perchè i prodotti importati costerebbero di più e così il credito sui mercati internazionali e, quindi, quello interno.
Ma nel passato stavamo meglio e abbiamo avuto periodi di boom economico e poi potremmo sempre stampare tutta la moneta che vogliamo. Vero, ma la nostra moneta sarebbe carta straccia se non fosse sostenuta da una forte economia. L’Italia del boom economico stava in un mondo diverso che non esiste più. L’Italia di oggi ha un calo di produttività che dura da vent’anni, ha perso interi settori nei quali era all’avanguardia dalla meccanica alla chimica. Come si presenterebbe nella competizione internazionale? Vogliamo scatenare una guerra commerciale contro la Cina, l’India e l’intero Oriente? La verità è che senza Unione europea Francia, Spagna, Germania ecc ecc sarebbero i primi nostri acerrimi concorrenti. Se l’Europa è mal gestita va cambiata la gestione non distrutta l’Europa.

lavoro precarioIl lavoro è un diritto tutelato dalla Costituzione

Basta leggere la Costituzione per capire che il riconoscimento del diritto al lavoro si traduce in promozione delle condizioni che rendano effettivo il diritto cioè in politiche pubbliche che favoriscano l’occupazione. Ma non sta scritto da nessuna parte che lo stato possa imporre ai privati di dare lavoro. L’interminabile discussione sui contratti di lavoro rischia, infatti, di nascondere la semplice verità che nessuna legge può obbligare qualcuno a dare lavoro nè a mantenere un rapporto di lavoro che non serve più. Sarebbe meglio, quindi, spostare il discorso sulle condizioni per creare lavoro e per tutelare i lavoratori magari abbandonando l’idea che i contributi pubblici possano fare miracoli. Decenni di uso del denaro pubblico distorto dai favoritismi e guidato dalle pressioni corporative dovrebbero essere sufficienti. Per tanti anni un fiume di denaro pubblico è andato a sostenere attività impreditoriali che, forse, non se lo meritavano ed ha aiutato a mantenere in attività imprese che dovevano essere chiuse. Insomma la ricchezza era privata e i debiti pubblici. Oggi tutto ciò non deve più essere possibile e la creazione di un sussidio di disoccupazione generale che sostituisca alcuni degli attuali ammortizzatori sociali (che nascondono la realtà di aziende finite) è la cosa più sensata che si possa fare. Lo sarebbe anche chiudere la storia dei finanziamenti pubblici alle imprese hanno senso se aiutano le start up e non se tengono in vita aziende in fin di vita o per scopi politici. I 4 miliardi buttati per mantenere italiana Alitalia dovrebbero pur insegnare qualcosa…..

Ha senso intervenire sui contratti a tempo determinato per renderli più costosi di quelli stabili semplicemente perchè l’incertezza e la temporaneità si devono pagare. Ma finchè si discute solo di contratti non si va lontano. Ciò che si può fare di più va oltre e sta in primo luogo nel creare le condizioni che rendano più facile offrire lavoro eliminando innanzitutto quelle inefficienze di sistema che penalizzano l’Italia nel confronto internazionale (giustizia civile, infrastrutture, servizi, burocrazia, criminalità organizzata). D’altra parte basta girare un pò in Europa per rendersi conto del divario che c’è tra noi ed altri e che è fatto innanzitutto di un approccio culturale diverso che chiama in causa milioni di cittadini e non solo chi sta al vertice.
Far finta che non sia così significa cullarsi in un’ulteriore illusione e nel mito che i responsabili del declino siano sempre altri e non anche noi stessi.

spesa pubblicaBasta aumentare la spesa pubblica e l’economia andrà meglio.

Falso, la spesa pubblica può creare sviluppo su grandi progetti come l’elettrificazione, le autostrade, i collegamenti ferroviari oppure indirettamente attraverso i servizi che hanno effetti di sistema (istruzione, sanità, welfare), ma pensare che la distribuzione di soldi a pioggia possa aumentare la ricchezza è un tragico equivoco che nasconde clientelismo, sprechi, corruzione, puri e semplici interessi corporativi. Per capirlo basta aprire i giornali che ogni settimana ci mostrano un caso di cattivo uso del potere e della spesa pubblica. Pensiamo che si possa tornare a ripetere il passato senza cambiare nulla? Non si può e chi lo pensa sta imboccando un vicolo cieco. Meglio capirlo prima che dopo

 

Claudio Lombardi

Lo scenario triste di un’uscita dall’euro (di Marcello Esposito)

Uscire dall’euro non sarebbe certo una passeggiata. La riconversione comporterebbe enormi problemi, con gravi ripercussioni sulla vita quotidiana di tutti noi. Soprattutto, però, determinerebbe un impoverimento significativo della popolazione italiana. Cosa ci insegna il confronto con il 1992.

uscita dall'euroACCADE NEL 1992

Ragionare sulle conseguenze di un eventuale ritorno alla lira come se si trattasse semplicemente di una svalutazione è fuorviante. Ma proviamo comunque a immaginare che cosa potrebbe accadere se l’Italia facesse questa scelta, pur lasciando da parte, per il momento, le considerazioni relative a sostenibilità del debito e sopravvivenza dell’euro.

Nell’ultima grande crisi valutaria che ci ha visto protagonisti, quella del settembre 1992, il cambio lira/marco passò dal livello di 765,4 lire (venerdì 11 settembre 1992) a 983,7 lire (24 febbraio 1993), per poi stabilizzarsi nella fascia 900-1.000 lire nei mesi successivi. Nel giro di quattro mesi la nostra moneta si svalutò del 30 per cento. Il picco fu raggiunto nel marzo del 1995, con il marco a 1.274 lire: + 66 per cento rispetto al settembre 1992. E lo scenario del 1992 è da considerarsi ottimistico rispetto a quello che potrebbe accadere oggi: il panico e le reazioni a catena nel sistema finanziario italiano che deriverebbero da una uscita dall’euro potrebbero determinare una crisi economica e una svalutazione ben superiore a quelle sperimentate in passato, perché una cosa è uscire da un sistema di cambi fissi e un’altra è uscire da una unione monetaria. Tra l’altro, il sistema economico allora era “abituato” a frequenti crisi valutarie e a un’inflazione elevata. I risparmiatori erano, almeno in parte, preparati ad assorbire i colpi di una svalutazione e i produttori erano pronti a sfruttarla, prima che l’inflazione si rimangiasse il vantaggio competitivo.

Oggi, se la nuova lira si svalutasse anche “solo” del 30-50 per cento rispetto all’euro, il debito pubblico sarebbe insostenibile e bisognerebbe immediatamente ridenominarlo in lire. Lo stesso vale per i debiti privati. Nel momento in cui l’Italia dovesse decidere di ritornare alla lira, il Parlamento italiano dovrebbe ridenominare in lire tutti i contratti e gli strumenti finanziari: non solo titoli di Stato (Btp, Bot, e altro), ma anche buoni postali, conti correnti, obbligazioni private, polizze assicurative, mutui, e via elencando. Ovviamente, questo varrebbe solo per gli strumenti finanziari e i contratti sottoposti alla legge italiana. Se invece un’azienda avesse emesso un’obbligazione internazionale o contratto un debito in un paese estero, la valuta di denominazione non potrebbe cambiare e rimarrà in euro. E gli investitori dovrebbero verificare se quella azienda italiana sarà in grado di ripagare un debito ora in valuta estera.

crisi mercati finanziariMERCATI CHIUSI

In definitiva, chi avrà acquistato strumenti finanziari italiani perderà potere d’acquisto, se misurato in euro (e anche in lire se, come presumibile, la forte svalutazione genererà una fiammata inflazionistica). Chi invece avrà diversificato per tempo il proprio portafoglio, acquistando titoli in euro di emittenti esteri e di diritto estero (ad esempio Bund), manterrà inalterato il potere d’acquisto dei propri investimenti.

Ma le autorità italiane non potranno lasciare il tempo agli operatori privati di diversificare il portafoglio e causare così il collasso del sistema finanziario italiano per l’inevitabile fuga di capitali o l’altrettanto inevitabile aumento dello spread. Perciò, non appena la possibilità di abbandonare l’euro diventerà una ipotesi concreta, è plausibile ritenere che verrà decretata la chiusura dell’Italia ai movimenti di capitale e la sospensione delle contrattazioni in Borsa e questo stato di cose durerà per tutto il tempo necessario a completare la transizione dall’euro alla lira. Anche le esperienze del passato confermano che tenere aperti i mercati è impossibile. Nel settembre del 1992, proprio per cercare di fermare i movimenti di capitale in uscita, i tassi interbancari toccarono il livello del 40 per cento nell’ultima disperata difesa del cambio. Ovviamente, oggi (come allora) il sistema finanziario italiano non è in grado di tollerare tassi così elevati, se non per pochissimi giorni.

Il ritorno alla lira, con il rialzo dell’inflazione e dei tassi d’interesse nominali favorirà chi ha un debito a tasso fisso e a lungo termine. Pensiamo invece a chi ha un debito a tasso variabile: in quale situazione verranno a trovarsi le famiglie che hanno contratto un mutuo indicizzato all’Euribor? Al confronto di quello che potrebbe succedere, il ricordo della vicenda dei mutui in Ecu impallidisce.

Rimane da verificare l’azione della Banca d’Italia a sostegno del mercato dei titoli di Stato e quella del legislatore per impedire che gli aggiustamenti di portafoglio possano determinare conseguenze sistemiche. La struttura del mercato finanziario italiano prima del 1992 era completamente diversa rispetto a oggi. Quando il rischio di default e di inflazione è concreto, infatti, prevalgono scadenze brevi (Bot), titoli indicizzati (Cct) e, se il legislatore lo consente, titoli in valuta forte. Quando l’Italia emise il suo primo Btp decennale nel marzo del 1991, la cedola era del 12,5 per cento. Questo significa che, anche senza considerare la reazione (di vendita) degli operatori esteri, la ricomposizione dei portafogli degli stessi investitori domestici rischierebbe di provocare un terremoto sulle scadenze medio-lunghe dei titoli di Stato.

conseguenze ritorno liraParadossalmente, se l’obiettivo è quello di abbattere il debito con la tassa d’inflazione, una struttura del debito come l’attuale è (quasi) perfetta: circa un terzo del nostro debito (663 miliardi) ha vita residua inferiore a un anno o è a tasso variabile, ma per due terzi è a tasso fisso con scadenza a lungo termine. Il problema è che il vantaggio per lo Stato-emittente si tradurrebbe in un impoverimento tale della popolazione da rendere difficilmente valutabili le conseguenze sulla vita sociale e democratica del paese.

In questo scenario, anche la struttura finanziaria probabilmente dovrebbe essere totalmente ripensata. Le perdite in conto capitale sugli investimenti delle banche e delle assicurazioni dovrebbero essere sterilizzate contabilmente, come peraltro già fatto nel 2012. Ma l’intervento sulle regole contabili potrebbe non essere sufficiente. Per entrambe le categorie di operatori finanziari, la sopravvivenza dipenderebbe dal comportamento dei clienti e dalla capacità di chiudere il sistema finanziario domestico in compartimenti stagni. Se, ad esempio, le banche fossero costrette ad aumentare i tassi sui conti correnti per trattenere i clienti, le perdite da contabili diventerebbero reali. Lo stesso accadrebbe se le assicurazioni dovessero subire significativi deflussi dalle vecchie polizze con bassi rendimenti garantiti. Non si dovrebbero quindi bloccare solo i movimenti di capitale con l’estero, ma si dovrebbe anche limitare la circolazione dei capitali all’interno, facendo marcia indietro rispetto all’idea di mercati competitivi e reintroducendo elementi di frizione (ad esempio costi fissi elevati per lo spostamento dei rapporti bancari o la chiusura anticipata dei contratti assicurativi) e di blocco perché l’estremo tentativo di proteggere il potere d’acquisto dei propri risparmi consisterà nel prelevare i contanti dal conto corrente prima che avvenga la ridenominazione. Anche senza considerare i timori più che concreti di una imposta patrimoniale, si avrebbe una corsa agli sportelli che, se non contrastata, potrebbe determinare il crollo del sistema bancario nazionale. E allora, come è già successo a Cipro o in Argentina, fintanto che la situazione non si fosse stabilizzata, i prelievi di contante dal conto corrente e dal bancomat dovrebbero essere contingentati al minimo indispensabile. In un contesto come questo, riuscire a evitare il fallimento del sistema bancario e assicurativo sarebbe un miracolo. Più probabile assistere a una sua parziale nazionalizzazione, con il ritorno alla situazione di venticinque anni fa.

chiusura bancomatLA TRANSIZIONE

Per un’economia di trasformazione e votata al commercio internazionale come l’Italia, una situazione del genere non potrà durare a lungo. Purtroppo, però, anche sulla “durata” della fase di transizione non è possibile fornire una risposta certa e men che meno tranquillizzante. Il “corralito” in Argentina e il limite giornaliero ai prelievi di contante (300 euro) a Cipro sono durati circa un anno. Nel caso dell’abbandono dell’euro, anche solo il tempo necessario a stampare le nuove lire e riconvertire tutti i sistemi di pagamento introduce un ulteriore elemento di rischio di difficile ponderazione. Una volta decisa l’uscita dall’euro e adottata la nuova valuta, si porrebbero i problemi “tecnici” legati alla transizione alla nuova lira. In linea teorica, tutta la moneta elettronica (carte di credito, bancomat) potrebbe essere immediatamente convertita nella nuova valuta, ma l’operazione andrebbe “fisicamente” preparata con le istituzioni che poi dovrebbero programmare e girare la famigerata “chiavetta”. La conversione dalle valute nazionali all’euro è avvenuta in tre anni, dal 1999 al 2002. Con le nuove tecnologie e con l’esperienza maturata, i tempi possono essere sicuramente accorciati. Ma di quanto? La “chiavetta” può essere girata in un weekend, ma la preparazione richiederebbe settimane, se non mesi.

passaggio euro liraVeniamo infine ai problemi della vita quotidiana, legati alle transazioni commerciali di minore entità. Forse, questo della produzione di nuovo circolante è l’aspetto più “folcloristico” di una operazione di conversione valutaria, ma non per questo meno rischioso e meno costoso per l’economia “reale”. Solo per avere un’idea dei numeri in gioco, quando ci fu il passaggio dalle valute nazionali all’euro, per i 300 milioni di cittadini dei paesi interessati furono stampati in tre anni quasi 15 miliardi di banconote e coniati 52 miliardi di monete. Dal 1° gennaio al 1° marzo 2002 furono ritirati dalla circolazione 6 miliardi di banconote e 30 miliardi di monete. Ma se si dovesse decidere di tornare alla lira, bisognerebbe sostituire immediatamente gli euro in circolazione. Mentre la Banca d’Italia inizierà a stampare le nuove banconote, si potrebbe ricorrere alla soluzione di “punzonare” o marcare gli euro cartacei per trasformarli in nuove lire, convertibili “uno a uno”. Per le monete metalliche la procedura sarebbe estremamente complessa e, quindi, si potrebbe assistere alla ripetizione del fenomeno dei mini-assegni già visto con l’inflazione degli anni Settanta. Uno scenario divertente per i collezionisti, ma da incubo per tutti gli utenti che ogni giorno si servono delle macchinette per pagare parcheggi, biglietti, pedaggi. In ogni caso, la riconversione forzosa all’uso degli assegni e della moneta elettronica, avrebbe un impatto maggiore sul piccolo commercio di prossimità, sui mercati rionali, sul terzo settore, dove la moneta fisica è ancora il mezzo di pagamento più diffuso. E poi ci sarebbe il problema dell’adeguamento dei listini. Insomma, i costi di aggiustamento alla nuova lira ricadrebbero maggiormente sui piccoli commercianti e sui loro clienti, spesso i consumatori meno abbienti. Se questi sono i rischi, vale la pena pensare di uscire dall’euro? L’Europa è una comunità a cui noi apparteniamo e che possiamo contribuire a cambiare, ma dobbiamo rispettare le regole di convivenza. Come hanno capito i greci e i portoghesi, le vie semplici non esistono. E l’abbandono dell’euro, che sembra la più semplice di tutte, rappresenterebbe il ritorno a un mondo che i ricordi di gioventù per molti colorano di rosa, ma i dati mostrano essere incompatibile con i livelli di benessere che abbiamo raggiunto e a cui teniamo.

Marcello Esposito da www.lavoce.info

Tornare alla lira? (di Tullio Marra)

Da qualche tempo si moltiplicano le voci di chi auspica l’abbandono dell’euro e il ritorno alla vecchia lira. I sostenitori di questa proposta ritengono che sia una strategia efficace per rialzare la nostra economia, con la conseguente svalutazione che darebbe nuova competitività ai nostri prodotti Made in Italy. Il contesto è quello di una crisi economica innescata quattro anni fa dalla crisi finanziaria internazionale che è ancora ben lontana dal concludersi. Il quadro congiunturale delle economie avanzate e di quelle dell’area euro in particolare, è ancora pesantemente segnato dalla recessione e dalla contrazione dell’attività produttiva. La riduzione della domanda aggregata, conseguenza dei rigorosi processi di ridimensionamento del debito pubblico attuate attraverso misure di contenimento della spesa e di aumento della pressione fiscale, influisce negativamente su consumi e investimenti contribuendo, così, a deprimere ulteriormente le prospettive di ripresa.

In questo contesto l’idea di attuare da soli misure efficaci per una ripresa economica dell’Italia è completamente distaccata dalla realtà.

Sulla questione del ritorno alla lira è opportuno partire dai trattati che definiscono l’Unione Europea nei quali non sono previste norme per chi vuole abbandonare l’euro, ma solo per chi vuole lasciare l’UE. Di conseguenza, chi vuole ritornare alla lira dovrà uscire dall’UE.

Vediamo concretamente con quali passaggi e con quali conseguenze.

  1. Tutti i titoli di debito pubblico (i famosi BOT, BTP etc.) sono oggi denominati in Euro. Un abbandono della moneta unica porrebbe lo Stato di fronte a due scelte. Prima opzione: rinominare d’imperio tutti i titoli di debito nella nuova moneta. Questo equivale, né più né meno, che a un “default” ( in pratica “bancarotta”, cioè impossibilità di far fronte ai propri debiti), con relativa fuga degli investitori e impossibilità di trovare, per anni e anni, ulteriori finanziamenti sui mercati. Rinominare i debiti contratti in una valuta forte (l’euro) in una più debole ( la nuova lira) significa non pagarne una parte e infrangere i patti e i contratti con gli investitori. Ricordiamoci che poco meno del 50% del debito pubblico italiano è in mano a investitori esteri. Perché questo disastro? Almeno secondo le stime degli analisti, la nuova moneta, nel caso dell’Italia, si svaluterebbe subito dal 30% al 50% rispetto all’ euro e ciò a causa della crisi economica che precederebbe (e motiverebbe) l’uscita.
  2. Per le imprese si riproporrebbe, in forma addirittura più grave, il problema dei debiti contratti in Euro, specialmente con le Banche straniere. La conversione e successiva svalutazione della nuova lira renderebbe insostenibile ripagare i debiti in valuta “forte” (cioè l’euro) con conseguenze facilmente immaginabili. Quindi non solo il ritorno alla lira non favorirebbe ( almeno nel breve termine) la competitività delle imprese, ma provocherebbe fallimenti di massa.
  3. Grossi guai anche per le famiglie. Non appena si avesse il sospetto di una conversione forzata dei depositi da euro in nuove lire, ci sarebbe una corsa agli sportelli delle banche per ritirare i propri risparmi in euro, metterli dentro una valigia e precipitarsi verso il più vicino paese ancora dell’area euro per versarli su un conto corrente. Ovviamente questa scelta “razionale” del risparmiatore sarebbe impedita dalle autorità con controlli molto stretti e severi alle frontiere. Risultato: tracollo del potere di acquisto dell’italiano medio in una misura che oscilla fra il 30% e il 50%. È appena il caso di osservare poi che la “corsa agli sportelli” in massa, è la tecnica migliore per far fallire le banche.
  4. Col 30-50% di svalutazione della nuova lira dovrebbe, però, essere più competitivo il nostro sistema industriale. Così si dice, ma non se ne può avere la certezza. Infatti, l’abbandono dell’Unione Europea porterebbe all’abbandono anche di tutti i trattati sul Mercato Unico che garantiscono la libera circolazione delle merci, dei capitali e delle persone. E non si capisce perché i paesi ancora nell’euro dovrebbero accettare, di buon grado, una simile concorrenza da parte di uno Stato secessionista. Non è un’ ipotesi molto lontana dalla realtà immaginare l’imposizione di tariffe doganali, cioè pesanti dazi, alle merci in arrivo del paese “secessionista”, per compensare i prezzi più bassi dovuti alla svalutazione.
  5. Ma non si vive di sole esportazioni. È prevedibile che svalutazioni di quella portata innescherebbero un’ iperinflazione generata dalle importazioni dalle quali dipendiamo a cominciare dai carburanti e dal gas che rincarerebbero in maniera più che proporzionale innescando una spaventosa crescita dei prezzi con conseguenze sociali drammatiche. Fra queste anche i mutui contratti in euro che potrebbero rincarare fino al doppio della rata attuale.
  6. Che fine farebbero le istituzioni democratiche responsabili dell’uscita dall’euro e della crisi che ne sarebbe all’origine? È facile immaginare che potrebbero essere travolte dai conflitti sociali e dalla drastica caduta del tenore di vita di decine di milioni di persone.

È logico, quindi, cercare di non uscire dall’euro affrontando la crisi europea. Un economista USA, Jacob Funk Kirkegaard, vi scorge novità positive sulle quali dovremmo far leva o, almeno, riflettere.
1) La Banca Centrale Europea si sta comportando sempre più come una vera Banca Centrale, sia fornendo liquidità alle Banche sia comprando ( sul mercato secondario e quindi non direttamente) i Titoli di Stato dei paesi in difficoltà come Spagna e Italia. Un Istituto ormai capace di imporre austerità fiscali e riforme ai paesi più recalcitranti. Insomma una visione più ampia della stabilità finanziaria che va oltre il mandato di tenere sotto controllo l’inflazione.

2) Un cammino ormai delineato (ed accettato) verso quell’ integrazione fiscale (regole comuni sul Bilancio degli Stati e controlli centralizzati a livello europeo ) necessaria a rendere più omogenee le economie dell’area euro e quindi più compatibili con la moneta unica. Un cammino non facile e che sarà lungo, ma alcuni passi come l’istituzione di un fondo per venire incontro agli Stati e/o Banche in difficoltà ( EFSF , European Financial Stability Forum) sono stati compiuti.

3) Una serie di riforme in corso d’opera per aumentare la concorrenza, la competitività, l’apertura di mercati prima chiusi, ridurre il ruolo dello Stato, nei paesi Mediterranei. Un fatto inconcepibile prima di questa crisi e che aiuterà l’Europa, nel suo insieme, ad affrontare le crisi del futuro ( in particolare quella demografica, cioè l’invecchiamento della popolazione).

4) Un riallineamento dei Partiti del centro sinistra dei paesi mediterranei verso posizioni meno ideologiche e più socialdemocratiche, alla Tony Blair anni ’90 (o socialdemocrazie nordiche anni ’70 e ’80). Quindi un cambiamento culturale che pone al centro la sostenibilità finanziaria delle politiche fiscali, economiche e del welfare.
5) Una ridefinizione dei confini del welfare che non consiste di soli tagli e sulla quale si sta creando un ampio consenso popolare e una visione che va oltre la pura protesta e la demagogia.

E, come conclude il suo articolo Jacob Kirkegaard, “ L’Europa ha molta strada da fare, ma sta usando bene la crisi”.

Tullio Marra

La Grecia e noi: crisi, manovre economiche e cittadini (di Claudio Lombardi)

Il caso della Grecia sta assumendo le sembianze di un microcosmo nel quale i problemi e i limiti del governo di una democrazia stretta fra classi dirigenti inadeguate, forze economiche esterne più forti dello Stato, vincoli europei puramente contabili e una moneta comune che si percepisce come una trappola, si manifestano sulla scala di un piccolo Paese, ma si scatenano con una drammaticità che non può lasciare indifferenti e che sconvolge la vita di milioni di persone.

Dire: “solidarietà con il popolo greco” non basta e significa ben poco. Dire: “l’Europa affama i greci per depredare il loro Paese e consegnarlo alle banche” ha un valore consolatorio perché ci solleva dal porci interrogativi ben più difficili da affrontare. Come al solito si rivela illusoria la ricerca di una spiegazione unica, semplice e facile a fenomeni complessi che chiamano in causa tante responsabilità.

Quali? Facciamo un elenco: i governi greci, i partiti  greci, la classe dirigente greca, i cittadini greci, i governi europei, l’opinione pubblica europea, le burocrazie comunitarie e i relativi vertici, dalla Commissione alla Bce. Fra i governi europei spiccano Germania e Francia ai quali va il “merito” di non aver voluto un sistema di controlli sui bilanci quando a loro faceva comodo, ma di imporre adesso il cappio di misure rigidissime a un Paese dissanguato e, per di più, con la pretesa che l’adeguamento sia immediato.

Scrive Romano Prodi: “Per capire bene le cose bisogna andare indietro nel tempo quando, per non essere soggetti al controllo delle autorità europee, Francia e Germania hanno respinto le proposte della Commissione Europea volte a sottoporre a continuo monitoraggio i conti dei paesi dell’Euro. Il governo greco ha approfittato di questa mancanza di sorveglianza per mettere in atto una politica incontrollata ed incosciente di deficit di bilancio, persino falsificando i conti.”

Se questo monitoraggio ci fosse stato e se ci fosse stata la decisione di far convergere le politiche fiscali e di bilancio dei Paesi europei forse, le magagne sarebbero emerse prima e non ci sarebbe stato il disastro delle finanze greche.

Ora l’unica soluzione sensata è un piano di sostegno che diluisca in molti anni i debiti della Grecia e che faccia procedere i necessari tagli alla spesa pubblica di pari passo con gli investimenti necessari per il rilancio dell’economia. Altrimenti non rimane che il fallimento e quell’uscita dall’euro evocata dai molti che ritengono una grande vittoria non ripagare i debiti verso le banche e che di questo si contentano. Si illudono e non calcolano che tornare alla dracma con un’economia ridotta al collasso e totalmente dipendente dalle importazioni significherebbe la fame per il popolo greco, certa e immediata.

Detto questo, il caso della Grecia ci parla di uno dei problemi più controversi dei sistemi democratici: quello della sovranità popolare. Il popolo ne è depositario, ma la deve esercitare con le leggi che la regolano e che comportano, inevitabilmente, un sistema istituzionale rappresentativo, decisionale e di governo gestito dai partiti.

Il voto che mette in movimento tutto il sistema è un atto di grande responsabilità, ma quasi mai corrisponde ad una decisione dell’elettore basata sulla conoscenza delle informazioni indispensabili per giudicare e indirizzare. Il voto non basta, occorre molto di più.

Ciò che la Grecia ci dice è che i nodi venuti al pettine non nascono oggi e non sono il prodotto di un complotto per depredare un Paese, ma sono dentro i meccanismi, i comportamenti e la cultura civica che costituiscono il software che fa funzionare una società e lo Stato.

Già in tanti hanno sottolineato che in Grecia ha fallito la politica perché non ha saputo pensare e realizzare un progetto di sviluppo, ma solo vivere alla giornata all’insegna dell’accaparramento di poteri e risorse a spese del debito pubblico. In pratica si sono impegnati il futuro del Paese per non costruire nulla.

Che questo lo abbia fatto un sistema democratico suscita enormi preoccupazioni perché errori e deviazioni sono sempre possibili, ma arrivare al fallimento perché ci si è affidati a chi dispensa illusioni e imbrogli mette a nudo le fragilità della democrazia.

Si diceva che il voto non basta perché è fin troppo facile per le elite eludere i controlli, confondere le verifiche, corrompere i protagonisti in modo da far apparire le cose in maniera molto diversa da come sono realmente ed ottenere una delega che, in questo modo, è sempre una delega in bianco.

No, così non va, occorre cambiare sistema. La risposta giusta è la cittadinanza attiva cioè un sistema che includa la partecipazione come modalità ordinaria di funzionamento della democrazia. Partecipazione organizzata fondata sul doppio binomio del cittadino: poteri-responsabilità, diritti-doveri. Il tutto accompagnato dalla trasparenza e da penetranti poteri di controllo affidati ad organismi pubblici con la condivisione dei cittadini.

Se si guarda alle democrazie europee più stabili e avanzate si può constatare che la situazione dei servizi pubblici e la produttività dell’economia e il benessere che ne consegue si accompagnano sempre ad una superiore coscienza civile e ad una posizione del cittadino che ne fa il protagonista dell’ordinamento sociale e politico.

Quando si parla di partecipazione non bisogna pensare a città solcate in permanenza da cortei di manifestanti o a cittadini che affollano le sedi di partito. La partecipazione riguarda il rapporto dei cittadini con lo Stato e le sue istituzioni ed è questo il più essenziale rapporto politico cui occorre mirare.

Un sistema democratico aperto, trasparente, monitorato e partecipato è la migliore risposta al “dramma” delle democrazie contemporanee che non possono fare a meno dei cittadini, ma in cui forze potenti li vogliono solo elettori plaudenti e manipolabili simili ai sudditi del passato.

Claudio Lombardi