Il piano B per l’uscita dall’euro

Pubblichiamo alcune delle slide tratte dallo studio del 2015 realizzato con la partecipazione del prof. Paolo Savona che toccano i punti principali legati al piano B di uscita dall’euro.  E’ giusto che ognuno si faccia un’idea della concretezza del piano e che ne valuti i punti principali senza pregiudizi e con freddezza.

La versione completa è su www.scenarieconomici.it

Tratto da www.scenarieconomici.it

 

Il bluff di Salvini e Di Maio

Ripubblichiamo un articolo di Mario Seminerio tratto dal suo blog Phastidio.net

Quando ieri mattina ho scritto questo post, a metà tra la satira e l’ucronia, avevo espresso l’auspicio che il capo dello Stato accogliesse tutti i nomi della squadra di governo gialloverde, incluso quello per l’Economia, perché ritengo che solo la realtà possa occuparsi degli italiani. Così non è andata, Mattarella ha esercitato le proprie prerogative costituzionali, in quello che tutti sappiamo era, è e sarà un gigantesco gioco a somma negativa per questo disgraziato paese. E ora?

L’idea di Matteo Salvini, con a ruota gli inconsapevoli grillini, era semplice e geniale, nella sua coerenza: presentare una lista della spesa di costo stratosferico, finanziarla a deficit con creazione di circolazione monetaria parallela, vedere se la Bce accettava il diktat di comprarsi a piè di lista il nuovo debito italiano. In alternativa, decreto legge d’urgenza notturno, blocco della circolazione dei capitali, forze dell’ordine, esercito e qualche corpo paramilitare costituito alla bisogna per le strade. Questo a voler credere ad un Salvini disposto e deciso ad arrivare alle estreme conseguenze.

In alternativa, che poi è quello che è accaduto, Salvini poteva presentarsi come difensore della democrazia popolare, e condurre una nuova campagna elettorale all’attacco, per drenare non solo porzioni di elettorati di Forza Italia ma anche del M5S, che è il vero sconfitto di tutte queste manovre. Unica criticità, ora Salvini ed i suoi dovranno prendere da subito chiara posizione pro o contro l’uscita dalla moneta unica, e quanto  più risulteranno credibili, tanto più ci saranno reazioni dolorose sui mercati che porranno il capo leghista davanti alla scelta se proseguire o fermarsi prima, e quindi capitolare.

Giunti sin qui, proviamo ad analizzare persone, paesi e circostanze che hanno costruito questo psicodramma o che con esso possono avere attinenza.

Paolo Savona – Il vero deus ex machina nero della pièce teatrale. Ridicolo lo stupore di quanti si sono detti sconcertati per i veti a quello che, a loro giudizio, sarebbe solo una pregiata, stagionata e rassicurante riserva della Repubblica. Mai, e sottolineo mai, sottovalutare l’ego ed il mondo psichico di un economista, soprattutto di quelli in là con gli anni. A volte possono finire a convincersi di essere dei veri demiurghi, in grado di plasmare la realtà ai propri voleri (alcuni di loro lo fanno ampiamente anche da giovani). Nel caso di Savona, queste caratteristiche ci sono tutte, da molti anni, incluso il passo marziale (da “figlio di militare”) ai giardinetti di Villa Borghese ed i piani per destituire nottetempo tutti i dipendenti dello Stato resisi colpevoli di intelligenza col nemico nazi-europeo. Massima coerenza con la tesi leghista della inutilità di un referendum consultivo sull’euro, tanto caro invece agli sprovveduti grillini.

Alleanze europee – Quello di Savona, che nel marziale e reticente comunicato di ieri pomeriggio era soprattutto preoccupato di non spoilerare il suo editore e le sue memorie, mai è stato un piano A, ma sempre e solo uno scoperto piano B. In Europa, infatti, non c’è proprio nessuno in grado di schierarsi con questa Italia e queste richieste. Neppure Emmanuel Macron, che per rendersi credibile agli occhi di Berlino ed estrarre concessioni sta tentando di attuare riforme dal lato dell’offerta e non stimoli dal lato della domanda, che invece sono l’unico menù che gli italiani vogliono leggere, in ogni schieramento. Né alleato di questa Italia potrebbe essere il nuovo Shangri-la della nostra destra geneticamente mutata, il Gruppo di Visegrad, ormai esteso sino al Brennero. Ieri il cancelliere austriaco Sebastian Kurz ha espresso chiara e netta preoccupazione che il suo paese possa finire a pagare il conto del nuovo debito italiano. Sono “alleati”, che volete farci?

Euro e lepenismo – Un’altra leggenda metropolitana che sarebbe tempo di smontare è quella secondo cui Marine Le Pen sarebbe stata battuta dallo charme energetico di Emmanuel Macron e dai suoi simbolismi ibridi tra Marsigliese e Inno alla Gioia. No: Marine Le Pen è stata in primo luogo sconfitta dalla paura dei francesi di perdere i propri risparmi, denominati in euro. Tutto è cominciato col balbettio della Le Pen su improbabili doppie circolazioni franco-euro, ritorno allo Sme e consimili idiozie. Il problema, o meglio la tragedia, è che i francesi a maggioranza hanno capito l’antifona, votando col portafoglio. Dubito che gli italiani possano fare lo stesso, stante la loro abissale ignoranza. Meglio, molto meglio, sentire le farneticazioni di qualche giovanotto senza arte né parte, che delira di complotto delle agenzie di rating contro la Patria. Ecco la differenza, esiziale, tra noi e la Francia. Una crassa, incoercibile ignoranza.

Che c’è di nuovo, quindi? Forse, il fatto che ormai il genio è uscito dalla bottiglia, ed il premio al rischio Italia è qui per restare. Se Mattarella avesse dato via libera al governo Savona (con prestanome Conte), in poche settimane o giorni saremmo arrivati al redde rationem con la realtà. Ma forse l’esito non è tutto da gettare: da oggi in avanti, non ci sarà più modo di chiedere fantascientifiche modifiche ai trattati europei né fingere di voler attuare costosi programmi di spesa tacendo delle inesistenti coperture. Unica via, la messa alla prova del tessuto economico e sociale italiano di fronte ad aumenti del costo del debito ed alla fuga di investitori internazionali ma anche domestici (inclusa la base elettorale leghista di imprenditori del Nord), che voterebbero col portafoglio e con i piedi (per lo spallonaggio) o con tastiera e mouse per esprimere il proprio giudizio sul programma elettorale. Lì serve arrivare, lì arriveremo.

Mario Seminerio tratto da www.phastidio.net

Il governo, il contratto e il rischio

Dopo 80 giorni di discussioni, trattative e tergiversazioni per la formazione di un governo oggi 23 maggio sembra che un Presidente del Consiglio incaricato uscirà dal Quirinale. Sarà il prof Giuseppe Conte sul quale già molto è stato detto ed è difficile aggiungere altro. Alla sua prima esperienza politica vedremo se sarà un mero esecutore di un patto di governo deciso dai responsabili politici di M5S e Lega o un Capo del governo che rientra nella definizione dell’articolo 95 della Costituzione (“Il Presidente del Consiglio dei ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile”). Dovrà comunque rappresentare l’Italia in tutte le sedi internazionali e negli organismi sovranazionali dei quali facciamo parte ed è difficile pensare che debba/possa essere guidato passo passo dalla diarchia Salvini – Di Maio che ha firmato il contratto di governo (con tanto di autenticazione delle firme come si usa nei compromessi immobiliari!).

Ma quale è il senso del governo che sta per nascere? Se ci si rifà al contratto faticosamente scritto in molti giorni di lavoro non lo si percepisce chiaramente. Il testo sembra fatto apposta per un’attuazione dilazionata e annacquata, adattabile ai mutamenti dei contesti nei quali vuole intervenire. Anche sui punti cruciali dei programmi elettorali di M5S e Lega (flat tax e reddito di cittadinanza per esempio) la nettezza e l’intransigenza con la quale sono stati proposti all’opinione pubblica lasciano il posto ad un approccio più “morbido” che lascia nel vago tempi e modalità di realizzazione. Si percepisce la prudenza di chi si lascia aperte varie strade. Nel vago è la questione fondamentale dei mezzi finanziari per realizzare un programma la cui quantificazione (effettuata da Carlo Cottarelli e non dai suoi estensori) oscilla tra 108 e 125 miliardi di euro a fronte di un incremento di entrate per 500 milioni di euro. Anche per i rapporti con l’Europa si ricorre a formule generiche (revisione dei trattati) che appaiono più come intenzioni che come decisioni irremovibili. Lo stesso si può dire della questione del deficit (“Per quanto riguarda le politiche sul deficit si prevede, attraverso la ridiscussione dei Trattati dell’UE e del quadro normativo principale a livello europeo, una programmazione pluriennale volta ad assicurare il finanziamento delle proposte oggetto del presente contratto attraverso il recupero di risorse derivanti dal taglio agli sprechi, la gestione del debito e un appropriato e limitato ricorso al deficit”). Con formulazioni così si può andare avanti per anni dicendo che si persegue un obiettivo, ma, di fatto, rinviandolo sempre un poco più in là. E poiché a questa formulazione un po’ fumosa è legata l’attuazione di tutto il contratto si capisce che si lascia aperta la porta ad una politica dei piccoli passi ben diversa da quella aggressiva, intransigente e roboante con la quale Lega e 5 Stelle si sono proposti all’elettorato.

Che governo nascerà dunque? Prevedibilmente sarà un governo con molte facce. Una sarà sicuramente quella della prudenza per durare più dello spazio di pochi mesi che molti gli assegnano. Un’altra sarà quella dell’intransigenza per tenersi pronti non appena apparisse una prospettiva elettorale. Un’altra ancora sarà quella dell’antieuropeismo perché è un facile capro espiatorio per ritardi, inefficienze e fallimenti sempre possibili nell’attuazione di un programma vasto e senza basi solide.

Il senso di questo governo sembra essere quello di un (estremo?) tentativo di aggirare i limiti strutturali del sistema Italia attraverso un’espansione della spesa pubblica e un giro di vite sui reati. La frattura tra Nord e Sud, la pubblica amministrazione che non funziona, la convivenza civile resa difficile da politiche pubbliche inefficaci, le attività produttive di beni e servizi che non trovano infrastrutture efficienti, la formazione che non prepara i giovani ad inserirsi nel mondo del lavoro. Sono tanti i problemi e poco il tempo a disposizione perché M5S e Lega hanno raccontato agli italiani che loro avevano la soluzione e che gli altri (i governi a guida Pd) erano collusi con tutti quelli che vogliono approfittarsi dell’Italia. La tentazione di indicare al malcontento il “nemico” Europa c’è è inutile nasconderlo. Così come è costitutivo della Lega l’obiettivo di uscire dall’euro. Oggi si pigia sul freno perché c’è la consapevolezza dello sfracello che si provocherebbe imboccando questa strada. Ma la preferenza resta. Se passasse troppo tempo senza risultati i nuovi governanti o dovrebbero ammettere che l’unica strada percorribile nel contesto interno ed internazionale è quella dei piccoli passi (cioè quella seguita dai governi a guida Pd negli ultimi anni) o sarebbero tentati da forzature e rotture pericolose. L’immediata crescita dello spread all’annuncio del nuovo governo dimostra che questo rischio è avvertito da chi decide di “metterci i soldi”. Dobbiamo solo sperare che al dunque prevalga il buon senso, sennò il prezzo che pagheremo come italiani stavolta sarà il più alto di sempre

Claudio Lombardi

Dopo le elezioni una domanda sull’Europa

Le elezioni ci hanno consegnato due possibili candidati alla presidenza del Consiglio: Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Ma finora entrambi hanno lasciato irrisolta una questione centrale: il ruolo dell’Italia in Europa e nella moneta unica.

Di Maio e Salvini aspiranti premier

Le elezioni hanno portato al centro-destra la maggioranza relativa dei seggi tra le coalizioni: 265 seggi su 630, pari al 42 per cento del totale alla Camera, e 137 seggi su 315, il 43,5 per cento del totale al Senato. Tra i partiti, la maggioranza relativa dei seggi è andata al Movimento 5 stelle, con 227 seggi alla Camera (il 36 per cento del totale) e 112 seggi al Senato (il 36 per cento del totale). È dunque probabile che il presidente Mattarella attribuisca un incarico – esplorativo o pieno – per la formazione del governo a un rappresentante di questi gruppi politici, presumibilmente a Matteo Salvini (il leader della Lega, il partito con la maggioranza dei consensi nel centro-destra) o a Luigi Di Maio.

Leggendone i programmi, ci si accorge che, alla fine di una campagna elettorale piena di proposte molto ambiziose o inverosimili, i partiti hanno in realtà lasciato irrisolte alcune domande fondamentali. Una di queste riguarda il ruolo dell’Italia in Europa e nella moneta unica. Vale la pena di tornarci sopra.

L’euro, una valuta cattiva per Salvini

Nella sua prima conferenza stampa dopo le elezioni, Salvini ha parlato dell’euro come di una “valuta cattiva”. Ora, nessuno può negare che l’architettura istituzionale dell’euro – un esperimento privo di precedenti – debba ancora essere completata. Ma l’euro c’è, è oggi in buona salute e, anzi, i lavori in corso sono in vista del suo consolidamento. In Europa si parla (e ci si divide) su temi come l’assicurazione europea sui depositi, le regole di vigilanza bancaria e l’introduzione di vincoli alla quantità di titoli pubblici detenuta nei bilanci bancari. Si ragiona cioè in modo operativo su come completare l’unione bancaria (ad esempio, ne ha discusso su questo sito Angelo Baglioni). In modo meno operativo, si parla anche dell’adozione di un bilancio comune a sostegno dell’euro – un meccanismo che svolga più pienamente la funzione assicurativa giocata da un governo centrale in una nazione – o almeno di uno schema europeo di indennità di disoccupazione (ha recentemente ripreso l’idea Andrea Boitani) per dare ai disoccupati europei un supporto di reddito svincolato dalle condizioni del loro paese di provenienza.

Sono tutte misure di perfezionamento dell’architettura dell’euro, visto come una valuta che è qui per rimanere: semplificando, chi prova a migliorarne il funzionamento pensa all’euro come a una valuta “buona”, non a una valuta cattiva di cui sbarazzarsi.
Se dunque l’Europa e i paesi europei diversi dall’Italia si stanno attrezzando per continuare a convivere nell’euro, sarebbe utile avere qualche chiarimento al riguardo dagli aspiranti premier italiani.

Ci sono due possibilità. La prima è che anche l’Italia attraverso il suo prossimo governo partecipi alla predisposizione delle nuove regole, cercando di influire sul risultato, ma sapendo fin dall’inizio che gli esiti potrebbero non essere del tutto favorevoli ai nostri interessi nazionali. Nei negoziati si porta a casa qualcosa ma non tutto. Oppure si può concludere che, essendo l’euro una valuta cattiva e constatata l’impossibilità di ottenere la “revisione dei trattati europei” auspicata al punto 3 nel cosiddetto “programma del centro-destra”, l’Italia farà i preparativi per andarsene dalla moneta unica. Sapendo che “andarsene” vuol dire andarsene da soli, con le conseguenze e le difficoltà di attuazione che ciò comporta, sia nella transizione che a regime.

Anche Di Maio è ambiguo sull’euro

Da parte sua, il M5s sembra aver abbandonato la prospettiva dell’uscita dall’euro, ma in passato le dichiarazioni del candidato presidente del Consiglio Luigi Di Maio erano state ondivaghe sul punto. Di recente, nella trasmissione Porta a Porta, la conclusione è stata che “Ora non è più il momento di uscire dall’euro”. Intendendo che, finiti i tempi dell’asse privilegiato franco-tedesco, in Europa si sarebbero aperti margini per una gestione più collegiale e quindi anche per una revisione dei trattati europei come il Fiscal Compact e – chissà – gli altri trattati fondativi della moneta unica. Il che però lascia aperta la stessa questione che si pone per la Lega: e se l’asse franco-tedesco si rinsalda (qualcosa di più di una congettura accademica) e l’Europa risponde picche alle richieste di revisione dei trattati, cosa si fa? Si esce in solitaria? Se sì, come?

A ben vedere, dunque, ambedue gli aspiranti presidenti del Consiglio hanno finora lasciato irrisolta – con un po’ di voluta ambiguità strategica – una questione di grande importanza. In fondo, la vera domanda è se su questi temi ci sia spazio per le ambiguità, soprattutto per un paese con il 133 per cento di rapporto debito-Pil. Un’alternativa semplice all’ambiguità c’è: il governo italiano potrebbe dichiarare che, pur concorrendo alla discussione per cambiarle, si impegna a rispettare le regole esistenti, in particolare quelle relative agli obblighi derivanti dalla permanenza nella moneta unica, a cominciare dal Fiscal Compact. Ma non è quello che Di Maio e Salvini hanno promesso ai loro elettori in campagna elettorale.

Francesco Daveri tratto da www.lavoce.info

L’uscita dall’euro e le sue conseguenze

Fra  i tanti interventi sulla questione dell’uscita dall’euro che rischia di diventare di stretta attualità nel prossimo futuro pubblichiamo alcuni stralci di un articolo di Giampaolo Galli e Lorenzo Codogno (Sole 24 Ore del 28 febbraio) che ha il pregio della sinteticità e della chiarezza.

“Si afferma spesso che i problemi dell’Italia dipendono dall’euro. Malgrado le indubbie difficoltà, l’Eurozona cresce da oltre vent’anni quasi come gli Stati Uniti in termini di Pil procapite, anche se l’Italia è da lungo tempo il fanalino di coda. Molti fenomeni sono accaduti quasi simultaneamente all’avvio dell’euro, dall’ingresso della Cina nella Wto alla rivoluzione digitale. Sembra dunque più corretto dire che l’Italia non ha saputo cogliere le opportunità offerte da questi cambiamenti, nel quadro dell’integrazione europea.

inflazioneUn’altra affermazione frequente dei partiti no-euro è che sarebbe meglio svalutare il tasso di cambio anziché i salari. … I possibili benefici della svalutazione vanno messi a confronto con i costi di uscita dalla moneta unica e non vanno sopravalutati. In particolare, non è vero che la svalutazione sia un’alternativa rispetto alla riduzione dei salari. La verità è che la svalutazione è un modo per ridurre il potere d’acquisto dei salari, peraltro in maniera iniqua. …. I partiti no-euro fanno invece balenare la possibilità di fare le nozze con i fichi secchi, cioè una svalutazione con effetti benefici e nessun costo. Invece, se i vantaggi sono dubbi, i costi di fuoriuscita dall’euro sono elevatissimi e certi. In primis vi è il debito pubblico.

Con una ipotetica svalutazione del 30%, il rapporto debito/Pil registrerebbe un balzo fino al 190% dal livello attuale di circa 133%. I partiti no-euro pensano di risolvere questo problema ridenominando il debito nella nuova valuta. Ma la ridenominazione sarebbe considerata alla stregua di un default dalle agenzie di rating e, ciò che più conta, dai mercati finanziari. Il giorno dopo e per molti anni a venire nessuno comprerebbe più titoli del tesoro italiano. L’intero debito in scadenza, oltre al nuovo fabbisogno, (circa 440 miliardi nel 2017) dovrebbe essere quindi finanziato dalla banca centrale, per ammontari che sarebbero un multiplo del totale della base monetaria in circolazione, il che innescherebbe una fiammata inflazionistica, alla stregua di quelle sperimentate dopo guerre o cambi di regime. In secondo luogo, vi è il problema del debito privato verso l’estero che è circa il 165% del Pil. Qui si pone lo stesso problema che per il settore pubblico. Banche, imprese e anche famiglie potrebbero trovarsi con passività in euro e attivi o redditi in valuta domestica svalutata e ciò potrebbe dare luogo a fallimenti a catena e a tensioni sociali, analoghe ma molto più intense di quelle sperimentate nel 1992 dalle famiglie che avevano contratto mutui in Ecu. Anche in questo caso non ci sarebbe un’alternativa rispetto a un uso massiccio della base monetaria. I salvataggi, in particolare delle banche, consentirebbero forse di preservare il valore facciale del risparmio, ma il suo valore reale verrebbe ulteriormente falcidiato dall’inflazione.

debito pubblicoInfine, vi è il dilemma legato a una vera e propria “trappola delle aspettative”. I preparativi per la messa in circolazione di una nuova moneta e l’adeguamento dei sistemi di pagamento richiederebbero vari mesi. Molti non potrebbero essere avviati se non dopo un voto del Parlamento. Nel periodo precedente l’uscita, l’aspettativa, o la quasi certezza, di una svalutazione indurrebbe gli investitori, ma anche i comuni cittadini, a prelevare il denaro dalle banche e a portarlo all’estero. …. Per quanti “piani B” possano essere inventati per chiudere la banche, vietare le esportazioni di capitale e mantenere la segretezza dei preparativi, non sembra siano disponibili delle soluzioni credibili per ovviare a questo drammatico problema. Le conseguenze, in termini di distruzione del risparmio dei cittadini e maggiore disoccupazione, sarebbero quindi enormi e i loro effetti nefasti durerebbero per molti anni a venire. Sarebbe assai più utile e meno costoso affrontare con decisione i problemi di fondo che affliggono l’Italia, in modo da consentirle di sfruttare al meglio le opportunità derivanti dall’integrazione europea all’interno della valuta comune”.

Populismo e nazionalismo o politica e democrazia?

Bella situazione. Sempre più populismo e nazionalismo entrano in rotta di collisione con la politica e la democrazia. Dopo la Brexit, l’elezione di Trump e poi la Le Pen che si prepara a diventare Presidente della Repubblica francese con in programma l’uscita dalla Ue e dalla Nato. In ogni paese europeo movimenti o governi ostili che vedono l’Unione europea come un odioso limite alla loro sovranità. Ognuno che vuole andare per la sua strada.Europa egoismi nazionali Da noi Grillo e Salvini puntano sul referendum anti euro per farsi dire un bel NO dal popolo inviperito e inconsapevole delle conseguenze come se inondare l’Italia di una nuova lira senza valore potesse essere una risposta praticabile. Manco fossimo la Cina! Il popolo che i populisti immaginano immediatamente capace di scelte complesse, ma popolo “naturalmente” ignorante perché composto da una miriade di punti di vista particolari la somma dei quali non può comporre una scelta generale. Questa può venire solo dalla politica e dalla democrazia che hanno bisogno di sedi nelle quali l’opinione si possa filtrare, educare, formare, mediare, riconducendo la molteplicità a poche scelte di valore generale.

Sarebbe la funzione dei partiti, ma questi sono ridotti al lumicino per l’incapacità di fare pulizia al loro interno e per quella di rinnovarsi trasformandosi in strumenti di formazione dell’opinione nell’epoca di internet. Proprio quest’ultima li ha invece messi nell’angolo mettendo a disposizione di tutti un’enorme mole di informazioni e l’illusione di poterle facilmente interpretare. Se nel passato “lo ha detto la televisione” conferiva a qualunque messaggio il crisma dell’indiscutibilità oggi accade che lo si dica per la rete con l’aggravante che la televisione è sempre stata sotto il controllo di organismi pubblici o privati accreditati, mentre la rete è nelle mani di chiunque riesca a farsi ascoltare (e magari lo si ascolta proprio per l’assurdità di ciò che sostiene). Ulteriore aggravante è che internet manipolazionela rete si presta alla manipolazione del pensiero e del consenso perché permette un controllo centralizzato nelle mani di piccoli gruppi. È il caso del M5S, secondo partito nazionale gestito dai server di una piccola società privata di comunicazione e dal blog di Beppe Grillo. Niente congressi, niente primarie, giusto un po’ di gruppi locali liberi di discutere fino a che non vengono toccati i temi rilevanti che spettano solo al Capo e al suo staff.

È una trasformazione della formazione del consenso che si accompagna e si completa con un rapporto tra leader e popolo sempre più esclusivo senza nulla che si frapponga nel mezzo. Iniziato come leaderismo molti anni fa oggi populismo è sicuramente la definizione giusta. Dai nuovi movimenti viene però soprattutto una spinta nazionalista contraria ad ogni tipo di organismo sovranazionale. La somma dell’uno e dell’altro ricorda tanto ciò che accadde in Europa a cavallo delle due guerre mondiali. L’impressione è che un ciclo storico iniziato con il secondo dopoguerra si stia fermando e stia invertendo la sua direzione. Fare qualcosa per bloccare questo sviluppo non può consistere nell’invocazione dei “sacri ideali” dell’internazionalismo e dell’europeismo. partito e antipartitoPer troppi anni questi sono stati utilizzati per avocare ogni scelta alle élite politiche e tecnocratiche che hanno fatto gli interessi dei grandi organismi finanziari e imprenditoriali nonché di un ceto ristretto di privilegiati del potere e non certo dei ceti medi e bassi della società. Gli ideali adesso devono essere messi sulle gambe della concretezza e dell’utilità. Bisogna cioè dimostrare che scegliere l’unione invece della divisione conviene e bisogna dimostrare che anche le élite sono chiamate a pagare i conti della crisi.

Altrimenti la tentazione sarà quella di rinchiudersi dentro i propri confini e siccome ciò non porterà i benefici attesi il passo successivo sarà l’inasprimento delle tensioni tra gli stati. Nemmeno Trump potrà realizzare i miracoli promessi in campagna elettorale e, passato il primo periodo, probabilmente dovrà fare i conti con la realtà che l’interdipendenza tra le economie non si può piegare più agli interessi di una sola potenza. D’altra parte non ci si è riusciti nel passato quando la guerra era uno strumento ordinario di risoluzione delle controversie internazionali e non c’era alcuno scrupolo a ricorrervi, figuriamoci se ci si può riuscire adesso con il mondo pieno di armi atomiche.

Claudio Lombardi

Europa o no? Meglio stare coi piedi per terra

Miti e mode influiscono sull’umore dei popoli oltre che sulle scelte individuali. Anni e anni di politiche sbagliate hanno creato sull’Europa un mito negativo che è anche diventato una moda. Quando si nomina l’Europa spesso sembra di nominare una disgrazia, un peso, qualcosa di cui sarebbe meglio fare a meno. E così anche il cittadino comune prende con leggerezza l’eventualità di una uscita dall’Europa o, quantomeno, dall’euro.

instabilità EuropaFa bene, quindi, Mario Sechi a dedicare un articolo al “peggiorismo” ossia a quell’umore che fa considerare sempre gli aspetti peggiori di una situazione dimenticando i migliori.

Scrive Sechi che il peggiorismo “E’ diffuso in tutto il Vecchio continente, ne sono posseduti quelli che non hanno memoria, quelli che hanno dimenticato come e cosa (non) eravamo. Quelli che hanno acquistato la casa al tasso d’interesse più basso della storia economica, quelli che hanno quasi tutti (oltre l’80 per cento) la casa di proprietà, quelli che l’euro è la nostra rovina mentre vanno a letto in quell’abitazione che nel frattempo ha raddoppiato il suo valore, quelli che fanno parte di una nazione, l’Italia, che nel 1995 vantava una ricchezza netta delle famiglie pari a 4.180 miliardi di euro (correnti) e nel 2013 (sì, negli anni della grande crisi) è passata alla modica cifra di 8.730 miliardi, quelli che hanno oggetti di valore per un totale di 108 miliardi, quelli che sono proprietari di terreni che oggi valgono 206 miliardi e nel 1995 erano 57 miliardi, quelli che prima dell’euro avevano depositi bancari per 534 miliardi e toh!, oggi quei miliardi sono 714, quelli che il risparmio postale era pari a 106,9 miliardi e oggi sono 357,4 miliardi, quel popolo che nel 1995 investiva 252,9 miliardi in titoli di società di capitali e oggi, nonostante la crisi, la Borsa che va su e giù, sono là con un gruzzolo di oltre 645 miliardi, quelli che prima della moneta unica avevano 103 miliardi piazzati in fondi di investimento e oggi sono 376 miliardi, quelli che odiano le banche, i banchieri, questi filibustieri, queste istituzioni da patrimonio degli italianichiudere e nel 1995 avevano contratto prestiti per 172 miliardi e oggi, con tutto il disprezzo possibile, ne hanno per 683 miliardi, quelli che il credito al consumo no, fa schifo perché è chiaro che sono tutti dei cravattari, ma sai poi c’è da acquistare il frigo bombato, lo smartphone, il viaggio nel resort all inclusive, ecco quelli avevano firmato impegni per 8,3 miliardi nel 1995 e poi nel 2013, poco dopo lo spread alle stelle, hanno continuato a vivere con 111 miliardi erogati a tassi rasoterra da restituire a quel cassiere che mi guarda torvo, deve avere sotto controllo il mio tenore di vita, si faccia gli affari suoi e sganci il contante, quelli che l’Ue ci costa troppo ma non sanno che viviamo nel blocco commerciale più grande del mondo e il maggior esportatore di merci (sì, più della Cina: il 15,4 per cento di tutte le esportazioni contro il 13,4 per cento), quelli che non sanno che solo il 6 per cento del bilancio dell’Ue (142) miliardi è destinato a coprire i costi dell’istituzione e tutto il resto torna indietro in investimenti, quelli che alzano l’indice ma che hanno archiviato l’Erasmus del figlio (1,5 miliardi), quelli che accendi il navigatore dell’auto, anvedi la tecnologia, ora ci dice qual è la strada per la casa della famiglia dei Biscotti Boriosi e non hanno idea dei miliardi investiti (1,3 nel 2014) per i sistemi satellitari Galileo e Egnos, quelli che fondi europeiusano i Fondi strutturali (38 miliardi) e fanno finta che piovano da Marte, quelli che gli 8 miliardi dei Fondi di coesione pensano che crescano sotto i cavoli, quelli che se domani spariscono i 43 miliardi del Fondo europeo per l’agricoltura chiudono l’azienda, quelli che toh! ci sono anche 13 miliardi per lo sviluppo rurale, proviamoci, quelli che vanno in mare a gettare le reti e aspettano pesci e fondi europei per la pesca (1 miliardo), quelli che è tutta colpa della Germania ma ignorano che il volume dell’interscambio bilaterale con l’Italia è pari a 103 miliardi di euro e che per fare la stessa cifra bisogna sommare l’interscambio di Regno Unito e Francia con Berlino.

E poi quelli che Dio strafulmini la Merkel e ignorano il fatto che i tedeschi, questi padroni dell’Europa che bisogna ripudiare e lasciare al suo destino, in Italia hanno investito in oltre 1.800 imprese, hanno creato 128 mila posti di lavoro e circa 58 miliardi di euro di fatturato, quelli che non hanno mai conversato con gli italiani che in Germania hanno creato oltre 2.100 aziende, 81 mila posti di lavoro e generato un fatturato di 48 miliardi, quelli che Mario Draghi ha lavorato a Goldman Sachs e la Bce è un luogo di cospiratori, sciagurati, la loro vita è attaccata al forziere di questo italiano di eccezionale tempra e intelligenza. Dicono: c’è la crisi. Perbacco, che scoperta. Soluzione? Facciamo un bel falò e viva la sovranità. Di grazia, quale sovranità? Quella che avevamo con la lira di cui George Soros fece strage nel 1992? Governava Giuliano Amato, la Banca d’Italia fu costretta a vendere 48 miliardi di dollari di riserve per riallineare il cambio della lira, la nostra moneta fu svalutata del 30 per cento e uscì dal sistema monetario europeo. Erano i tempi del prelievo forzoso del 6 per mille sui conti correnti. Che delizia. Rifacciamolo, dai. E’ successo il 9 e 10 luglio del 1992. Tutto dimenticato. Come la realtà di oggi”.

Morale della favola: cerchiamo di avere memoria perché la storia non  progredisce sempre, a volte porta anche indietro a una condizione peggiore di quella in cui viviamo. Per cui lottiamo per politiche europee più giuste, ma stiamo ben saldi con i piedi per terra cioè in Europa

C. L.

Grecia: e adesso cambiamo strada

Il dopo referendum

Il referendum in Grecia è finito come c’era da aspettarsi. Ha vinto il no alle condizioni che la Troika e le cancellerie europee volevano imporre come corrispettivo di un programma di aiuti che, in realtà, non è più sul tavolo dal 30 giugno. Ma il significato è abbastanza chiaro. Il popolo greco ha detto no a condizioni che ha ritenuto ingiuste e devastanti per accedere a un programma di aiuti nuovo. Senza il quale la strada per il default è aperta e, ancor prima, è spalancata quella della sospensione di qualsiasi fornitura di liquidità da parte della Bce alle banche greche. Dopodiché, la Banca centrale greca sarebbe costretta a stampare qualcosa da dare agli istituti di credito e allo Stato per mantenere in piedi i pagamenti e i rifornimenti in piena stagione turistica. crisi grecaGrexit? Chissà. Non c’è alcuna procedura codificata per l’uscita dall’euro. Nessuno può “cacciare” un paese dalla moneta unica. Potrebbe anche cominciare un lunghissimo contenzioso con ricorsi alla suprema Corte europea, alle corti costituzionali nazionali per quello che la Banca centrale europea avrà fatto o non avrà fatto. Per non parlare del collasso dell’economia greca, con costi sociali e umanitari altissimi, nel cuore di Europa. Una responsabilità troppo grande anche per una classe politica europea (Grecia ovviamente compresa) finora dimostratasi molto al di sotto dei compiti posti dalla drammaticità della storia.

L’Europa riprenda in mano la trattativa

C’è da augurarsi quindi che a un accordo, o almeno a un memorandum di intesa, si arrivi al più presto, cioè in pochissimi giorni. Da cosa si dovrebbe partire? Certamente dal debito e, in particolare, dalle scadenze dei prossimi anni. Tra queste spiccano per urgenza e dimensione quelle col Fondo monetario internazionale e quelle con la Bce. Proprio nei confronti di quest’ultima ci sono scadenze ravvicinatissime: 3,5 miliardi il 20 luglio, altri 3,2 il 20 agosto; mentre il 30 giugno è scaduta una rata di rimborso all’Fmi per 1,5 miliardi e 455 milioni scadranno il 13 luglio e altri 304 il 4 settembre.

scadenze GreciaCon queste scadenze e quelle successive occorre che il nuovo piano di aiuti, che andrà negoziato nei prossimi giorni, preveda un impegno dei partner europei a farsi carico della restituzione dei debiti del governo greco nei confronti di Fmi e della Bce, attraverso il fondo europeo Esm – European Stability Mechanism. Il credito così acquisito dall’Esm verso la Grecia dovrebbe avere scadenza molto lunga e tassi di interesse molto bassi; o potrebbe addirittura essere trasformato in perpetuities, in modo da prevedere la restituzione solo degli interessi. Lo stesso Fmi, in un recente documento, ammette che il livello attuale del debito greco è sostanzialmente insostenibile e che si rende necessario un alleggerimento al fine di evitare il default. La soluzione che proponiamo renderebbe chiaro che il salvataggio della Grecia non è il salvataggio di un paese estero ma una questione politica interna all’Unione Europea. Avrebbe il vantaggio di togliere dalla trattativa l’Fmi, che agisce con la logica di una banca, e la Bce, che si trova nella scomoda posizione di dovere prendere decisioni politiche pur essendo un organismo tecnico. Come suggerito da Lucrezia Reichlin, “la UE deve appropriarsi del negoziato futuro ed emanciparsi da questa strana partnership coll’Fmi”.

Impegni seri per un programma serio

condizioni aiuti GreciaNaturalmente, andrebbero previste alcune condizioni affinché i partner europei si facciano effettivamente carico delle rate di debito del governo greco verso Fmi e Bce. Il piano di rimborso a carico dell’Esm verrebbe interrotto in caso di mancato rispetto degli impegni da parte del governo greco. Ma la condizionalità non può essere basata sull’austerity. Quella – ancor prima che dal popolo greco nelle urne referendarie – è stata bocciata dai disastrosi risultati ottenuti. Per usare ancora le parole di Lucrezia Reichlin, “non ha senso concentrarsi sul gap fiscale e discutere di aumenti di tasse o diminuzione delle pensioni in un paese in cui l’economia è al collasso e la società civile in disintegrazione. Un terzo programma di assistenza economica e finanziaria va costruito su nuovi criteri che partano dalla consapevolezza che i problemi dell’economia greca sono strutturali”. E che la cura imposta dal 2010 ha peggiorato di molto la situazione, come dimostra il fatto che il Pil pro capite greco, salito dal 72 all’83 per cento di quello tedesco tra il 1981 e il 2007, è caduto al 58 per cento nel 2014. Ma il governo greco deve subito impegnarsi in un programma pluriennale, con tappe definite e monitorabili, di modernizzazione dell’economia e dello Stato, anche attraverso l’investimento di una parte delle risorse rivenienti da eventuali ulteriori prestiti europei. Tutti devono sapere che di programma di lungo periodo si tratta (diciamo un periodo nell’ordine dei dieci anni), perché la modernizzazione di un’economia a partire dalla presente situazione di prostrazione assoluta non può certo realizzarsi in pochi anni. Ma tutti devono anche sapere che, questa volta, l’impegno di Alexis Tsipras e del successore di Yanis Varoufakis è serio e può esserlo perché ragionevole e concordato, e non estorto sotto minaccia. Naturalmente, sta anche ai greci dimostrare che questa volta fanno sul serio.

Andrea Baglioni e Andrea Boitani tratto da http://www.lavoce.info

Le responsabilità di tutti nella crisi greca

Sulla crisi greca non ci sono grandi novità da scoprire. L’unica via d’uscita era ed è mettere da parte il debito e trattare sul rilancio dell’economia rinunciando ognuno a qualcosa. Molte riflessioni vanno fatte sull’intreccio di responsabilità che coinvolge tutti. Gli unici che hanno meno responsabilità o, forse, ne sono del tutto esenti, sono quegli elettori che domenica saranno chiamati a decidere col referendum indetto da Tsipras quel che il loro governo con tutta la forza delle conoscenze di cui dispone non è stato in grado di decidere pur essendo stato eletto per questo. Si chiama democrazia ed è bene che la riflessione parta da qui.

responsabilità elettoriDovranno decidere gli elettori se accettare o no le condizioni dei creditori. Sembra meraviglioso, ma siamo sicuri che è questa la vera democrazia e non una presa in giro per far decidere ad un popolo stremato quel che non si osa dire e cioè l’uscita dall’euro?

Ma la crisi greca stimola ad interrogarsi sui meccanismi della democrazia rappresentativa. Cosa decide realmente un popolo? E come lo fa? La vera decisione è la delega ad una élite che prende su di sé il compito di guidare una nazione a prescindere dai programmi con i quali ha ottenuto il voto. È persino banale ricordarlo, ma quasi sempre l’azione di governo si discosta dalle proposte sulle quali è stato chiesto il voto. Per malafede dei delegati? Anche, ma soprattutto perché all’elettorato si propone un indirizzo politico di massima tradotto in programmi che esemplificano una sua possibile attuazione. Gli elettori credono di votare un programma, ma stanno traducendo in voti l’orientamento politico (o l’umore) che prevale nelle loro teste.

Significa che le consultazioni elettorali sono finzioni? No sono momenti di presa di coscienza collettiva indispensabili, ma non sufficienti per costruire una società democratica. Per farlo occorre che ci sia un sistema di formazione delle opinioni indirizzato alle decisioni politiche a tutti i livelli basato sulla circolazione delle informazioni e sul confronto tra opzioni diverse nel quale ci si distacchi dal proprio interesse personale. In una parola occorre un sistema improntato alla partecipazione cioè un metodo di responsabilizzazione individuale rispetto alle decisioni di interesse collettivo.

responsabilità éliteC’è poi un altro problema. Le élite decidono governando e mediano con la società la distribuzione di oneri e vantaggi che non si traduce soltanto in norme da rispettare, ma anche in comportamenti permessi o tollerati o indotti che, a volte, sono anche più importanti.

Per esempio si sa che la spesa pensionistica non può espandersi all’infinito perché si alimenta della ricchezza prodotta da chi lavora (= tasse e contributi). Ma se chi governa da’ la possibilità ai cittadini di andare in pensione a 40 anni di età il singolo, usufruendo di questa possibilità, compirà un atto di grande impatto sulle finanze pubbliche presenti e future del quale non si renderà conto. Lo stesso dicasi per l’evasione fiscale che è un vero e proprio parassitismo e per tanti altri comportamenti che creano realtà diverse da quelle razionalmente auspicabili. I cittadini scelgono di fatto quali politiche attuare anche utilizzando le possibilità attive o omissive che chi gestisce le istituzioni mette a disposizione dei singoli. In tutti questi casi inutile aspettarsi un comportamento individuale conscio delle conseguenze delle proprie scelte: si sceglierà sempre in base alla propria convenienza a prescindere dall’interesse collettivo. Tutto ciò vuol dire che un pezzetto di responsabilità ce l’hanno (anzi, ce l’abbiamo) sempre in tanti.

crisi EuropaNel caso della Grecia c’è un gioco delle parti che prescinde dai comportamenti razionali per cui non si capisce cosa debbano decidere i greci col referendum e come possano farlo meglio del loro governo. Una parte dei greci è quasi alla fame e logica avrebbe voluto che non si chiedesse a loro di pagare il prezzo più alto per uscire dalla crisi, ma che si partisse dagli evasori e da chi ha di piùSoprattutto occorreva che si modificasse l’orientamento della spesa pubblica magari cominciando dal taglio delle spese militari. Si è seguita una strada diversa e alle dichiarazioni formali non seguivano i fatti (nemmeno le baby pensioni sono state toccate).

E’ evidente che il governo greco ha tentato per anni di navigare sulla crisi seguendo l’unica rotta di non toccare gli interessi dei gruppi sociali più forti o delle lobby che rappresentano la “costituzione materiale” del modello Grecia e lasciando che il lavoro “sporco” fosse imposto dall’esterno.

debito grecoD’altra parte l’Europa e il FMI hanno fatto finta che la Grecia non fosse un sistema economico e si sono fissati sulla richiesta di restituzione dei prestiti e su ricette per risanare il bilancio greco basate su criteri puramente contabili. Un taglio qui e un taglio là (guarda caso sulla parte più numerosa della popolazione) e a prescindere dagli effetti di sistema come se il crollo dell’economia non contasse nulla. Soltanto ottusità o anche un piano deliberato di restringere un’area dell’euro troppo disomogenea?

Comunque si è ancora in tempo per rimediare se l’Europa vuole continuare ad esistere come progetto politico. Mettere da parte la questione del debito greco e concentrarsi su interventi per lo sviluppo dell’economia. Ci costerà qualcosa subito, ma in futuro i vantaggi sarebbero per tutti. Se si fosse fatto così nel 2010 non staremmo qui a parlarne

Claudio Lombardi

Miti illusioni realtà

ritorno alla liraTorniamo alla lira, la svalutiamo come vogliamo e diventiamo competitivi sui mercati così si creerà più lavoro.

Facile no? Basta crederci e se poi va male si può sempre trovare qualche speculatore cui dare la colpa. Chi ci crede fa finta di poter tornare agli anni ’60 quando la Cina d’Europa era qui in Italia e milioni di lavoratori producevano merci ad alta componente di lavoro con salari di fame e senza diritti. Oggi quelle produzioni sono tutte spostate ad oriente con costi di produzione ed economie di scala inarrivabili per noi. Tornare ad una nuova lira per poi svalutarla significherebbe una drastica riduzione dei salari dei lavoratori e dei risparmi di decine di milioni di italiani. Ma si recupererebbe in poco tempo? Falso perchè i prodotti importati costerebbero di più e così il credito sui mercati internazionali e, quindi, quello interno.
Ma nel passato stavamo meglio e abbiamo avuto periodi di boom economico e poi potremmo sempre stampare tutta la moneta che vogliamo. Vero, ma la nostra moneta sarebbe carta straccia se non fosse sostenuta da una forte economia. L’Italia del boom economico stava in un mondo diverso che non esiste più. L’Italia di oggi ha un calo di produttività che dura da vent’anni, ha perso interi settori nei quali era all’avanguardia dalla meccanica alla chimica. Come si presenterebbe nella competizione internazionale? Vogliamo scatenare una guerra commerciale contro la Cina, l’India e l’intero Oriente? La verità è che senza Unione europea Francia, Spagna, Germania ecc ecc sarebbero i primi nostri acerrimi concorrenti. Se l’Europa è mal gestita va cambiata la gestione non distrutta l’Europa.

lavoro precarioIl lavoro è un diritto tutelato dalla Costituzione

Basta leggere la Costituzione per capire che il riconoscimento del diritto al lavoro si traduce in promozione delle condizioni che rendano effettivo il diritto cioè in politiche pubbliche che favoriscano l’occupazione. Ma non sta scritto da nessuna parte che lo stato possa imporre ai privati di dare lavoro. L’interminabile discussione sui contratti di lavoro rischia, infatti, di nascondere la semplice verità che nessuna legge può obbligare qualcuno a dare lavoro nè a mantenere un rapporto di lavoro che non serve più. Sarebbe meglio, quindi, spostare il discorso sulle condizioni per creare lavoro e per tutelare i lavoratori magari abbandonando l’idea che i contributi pubblici possano fare miracoli. Decenni di uso del denaro pubblico distorto dai favoritismi e guidato dalle pressioni corporative dovrebbero essere sufficienti. Per tanti anni un fiume di denaro pubblico è andato a sostenere attività impreditoriali che, forse, non se lo meritavano ed ha aiutato a mantenere in attività imprese che dovevano essere chiuse. Insomma la ricchezza era privata e i debiti pubblici. Oggi tutto ciò non deve più essere possibile e la creazione di un sussidio di disoccupazione generale che sostituisca alcuni degli attuali ammortizzatori sociali (che nascondono la realtà di aziende finite) è la cosa più sensata che si possa fare. Lo sarebbe anche chiudere la storia dei finanziamenti pubblici alle imprese hanno senso se aiutano le start up e non se tengono in vita aziende in fin di vita o per scopi politici. I 4 miliardi buttati per mantenere italiana Alitalia dovrebbero pur insegnare qualcosa…..

Ha senso intervenire sui contratti a tempo determinato per renderli più costosi di quelli stabili semplicemente perchè l’incertezza e la temporaneità si devono pagare. Ma finchè si discute solo di contratti non si va lontano. Ciò che si può fare di più va oltre e sta in primo luogo nel creare le condizioni che rendano più facile offrire lavoro eliminando innanzitutto quelle inefficienze di sistema che penalizzano l’Italia nel confronto internazionale (giustizia civile, infrastrutture, servizi, burocrazia, criminalità organizzata). D’altra parte basta girare un pò in Europa per rendersi conto del divario che c’è tra noi ed altri e che è fatto innanzitutto di un approccio culturale diverso che chiama in causa milioni di cittadini e non solo chi sta al vertice.
Far finta che non sia così significa cullarsi in un’ulteriore illusione e nel mito che i responsabili del declino siano sempre altri e non anche noi stessi.

spesa pubblicaBasta aumentare la spesa pubblica e l’economia andrà meglio.

Falso, la spesa pubblica può creare sviluppo su grandi progetti come l’elettrificazione, le autostrade, i collegamenti ferroviari oppure indirettamente attraverso i servizi che hanno effetti di sistema (istruzione, sanità, welfare), ma pensare che la distribuzione di soldi a pioggia possa aumentare la ricchezza è un tragico equivoco che nasconde clientelismo, sprechi, corruzione, puri e semplici interessi corporativi. Per capirlo basta aprire i giornali che ogni settimana ci mostrano un caso di cattivo uso del potere e della spesa pubblica. Pensiamo che si possa tornare a ripetere il passato senza cambiare nulla? Non si può e chi lo pensa sta imboccando un vicolo cieco. Meglio capirlo prima che dopo

 

Claudio Lombardi

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