Due casi esemplari sui problemi dell’Italia

crisi sistema ItaliaNo, non è l’art 18 il problema. È, piuttosto, un dettaglio che ha senso in un quadro generale. Sì bisogna proprio dire che i problemi, quelli veri, sono ben altri.

Per elencarli tutti sono più adatti i libri e i dossier, ma alcune “perle” spuntano qua e là nelle cronache. Prendiamo il caso dei fondi europei.

L’Italia ha bisogno di soldi? L’Europa ci obbliga ad uno stupido rigore che ci impedisce di spendere quanto sarebbe necessario? Sì e ancora sì. Tutto chiaro? No.

Chi spende e come spende? Se prendiamo il caso dei fondi che l’Europa mette a disposizione del nostro paese la richiesta di poter spendere di più appare infondata e non credibile perché da anni l’Italia non riesce nemmeno ad utilizzare i finanziamenti europei. Certo non servono per pagare stipendi e pensioni, ma per fare quegli investimenti di cui tutti invocano l’estrema necessità.

Ebbene, dei 28 miliardi di euro stanziati da Bruxelles per l’Italia, per il periodo 2007-2013 per la realizzazione degli obiettivi di occupazione, competitività ed eliminazione del divario sociale, sono stati spesi appena la metà. SPESI LA META’ cioè 14 miliardi e 390 milioni di euro non sono stati finora neanche impegnati e saranno persi se non saranno utilizzati entro il 31 dicembre 2015. E non solo, perché c’è anche il rischio che saranno riviste (cioè abbassate) le stime delle somme necessarie all’Italia per le manovre strutturali fondamentali quali appunto investimenti, occupazione, infrastrutture per il periodo 2014-2020.

utilizzo fondi europeiDunque le regioni meridionali, alle quali sono destinate la maggior parte di quei fondi, non hanno saputo spenderli. Eppure specialmente al Sud c’è fame di lavoro e di investimenti e non passa giorno che non si invochi l’intervento pubblico. Ma per fare che se poi quando i soldi ci sono non si riesce a spenderli o li si spende nei mille rivoli del clientelismo?

Cosa è questo se non il fallimento di un intero sistema che sceglie i dirigenti che amministrano e i politici che governano con meccanismi di selezione nei quali il nepotismo e la corruzione si rivelano sempre presenti e vincenti? E questi sarebbero quelli ai quali consegnare una maggiore capacità di spesa in deficit e il potere di aumentare il debito pubblico? Ma se con il debito che ci troviamo non hanno nemmeno pagato i fornitori delle pubbliche amministrazioni che devono ancora ricevere decine di miliardi dallo Stato!

Si potrebbe dire che loro, questa classe dirigente fatta di migliaia di eletti e di migliaia di dirigenti e manager di aziende pubbliche, loro sono il problema. Sbagliato: il problema sono anche i cittadini. Dal Rapporto sull’evasione fiscale presentato in questi giorni emerge il dato incredibile (ma vero) che l’evasione fiscale ha sottratto alle casse dello Stato nel 2013, 91 miliardi di euro. Una montagna di soldi con i quali, nonostante le ruberie e gli sprechi della spesa pubblica, sarebbe azzerato il deficit e avanzerebbe anche qualcosa da investire.

no evasioneOra, che l’evasione fiscale sia un peso intollerabile che costringe da decenni lo Stato ad indebitarsi è cosa ovvia. Che i governi di ogni parte politica abbiano proclamato di voler lottare contro questa sottrazione di risorse è risaputo. Ebbene siamo ancora qui a meravigliarci di quanto pesi sul bilancio pubblico. Nessuno chiede miracoli anche perché l’evasione fiscale è una cosa complicata, radicata e diffusa ad una miriade di casi particolari (anche molto piccoli). Ma, insomma, dopo tanti anni di proclami sulla lotta all’evasione, quei 91 miliardi sono troppi.

Due esempi che forse non fanno nemmeno più notizia tanto appartengono al modo di essere del “modello” italiano. Ci rendiamo tutti conto che questi sono ostacoli veri allo sviluppo, non simboli e dovremmo anche renderci conto che o li rimuoviamo o non ci salverà nemmeno la flessibilità che stiamo chiedendo all’Europa. E non ci salveremmo nemmeno se avessimo la lira perché il mondo è cambiato e lo sviluppo buono per noi non è più quello che ha funzionato negli anni ’50 e ‘60 quando bastava una svalutazione per rimediare ad un momento critico. Forse è arrivato il tempo di non sperare più sulla fortuna

Claudio Lombardi

Consigli al governo: rinunciare ai Fondi europei

soldi fondi europeiIl governo è a caccia di soldi, lo sappiamo, e sembra che sia difficilissimo trovarli. Un articolo di Roberto Perotti sul Sole 24 Ore fa suggerisce un modo apparentemente semplice per trovarli. Ecco di cosa si tratta. “Nel 2012 l’Italia ha pagato 16 miliardi all’ Unione europea e ne ha ricevuti 11, in maggioranza fondi per la coesione e per l’agricoltura. …
Il problema è che molti dei soldi che riceviamo dalla Ue non servono a niente, anzi sono dannosi; faremmo molto meglio a rinunziarvi e chiedere uno sconto equivalente sui contributi che versiamo alla Ue. Potremmo usare questi risparmi per ridurre il cuneo fiscale di almeno 5-6 miliardi all’anno”.

Semplice, no? Ma perché Perotti vuole cancellare questi fondi? Ecco qualche spiegazione.

“Questo fiume di denaro porta con sé una gigantesca macchina amministrativa” e poi “un qualunque assessore regionale un po’ capace può far passare qualsiasi iniziativa sotto l’etichetta di “innovazione e competitività” oppure “occupazione”. Questo spiega le migliaia di bandi, programmi, iniziative, corsi di formazione spesso per pochi milioni o poche centinaia di migliaia di euro; e le decine di migliaia di beneficiari, dal parrucchiere che “forma” una estetista al cinema che prende sovvenzioni per digitalizzarsi”.

fondi europei in regioneAnche nelle amministrazioni pubbliche però molti sono impegnati intorno a questi programmi, infatti “vengono coinvolti parecchi ministeri e molte direzioni all’interno di ogni ministero. Almeno la metà degli assessorati regionali ha a che fare in qualche modo con i fondi europei. Poi vi sono le migliaia di enti e agenzie nazionali e regionali per la formazione, il lavoro, l’internazionalizzazione delle imprese, e via dicendo”.

Molto interessante, sembra che questi fondi servano soprattutto a far lavorare chi li gestisce. D’altra parte “vi sono regioni con decine di agenzie o aziende per lo sviluppo, una struttura di partecipazioni incrociate così aggrovigliata che è praticamente impossibile da dipanare”.

E quindi “migliaia di persone campano nel sottobosco creato da questo fiume di denaro e queste migliaia di enti. E purtroppo ci campano anche la corruzione e la malavita. Nessuno ha più il controllo di questo meccanismo”.

trovare soldi pubbliciSorge spontanea la domanda: “abbiamo bisogno di tutti questi soldi? Se fossero così urgenti e necessari, sapremmo come spenderli subito. E invece sappiamo bene che non è così. In questi mesi le regioni si stanno arrovellando per inventare i bandi e i programmi più fantasiosi e inverosimili, ma anche più inutili, pur di spendere i fondi del settennio 2007-2013 rimasti inutilizzati”.

Ed ecco la conclusione logica: “non c’è nessun bisogno di dare i soldi alla Ue per poi farseli ridare con lacci e lacciuoli (per quanto facilmente aggirabili) e quindi rigirarli alle regioni, che spesso non sanno cosa farsene. Dei 10 miliardi all’anno che complessivamente ci verrebbe a costare questa macchina infernale, potremmo utilizzarne diciamo una media di 4 e risparmiarne 6, da utilizzare per contribuire a ridurre il cuneo fiscale”.

Si tratta, in sostanza, di “dire alla Ue: grazie, rinunciamo ai soldi, in cambio ci fate uno sconto corrispondente sul nostro contributo”. E con quei soldi ci facciamo qualcosa di utile sul serio.

Tratto da un articolo di Roberto Perotti (Il Sole 24 Ore del 27 febbraio 2014)

Oltre gli scandali: lavoriamo per un Lazio regione d’Europa (di Paolo Acunzo)

Roma è la città in cui nel 1957 fu firmato il Trattato che istituì la Comunità Europea, è una delle principali capitali europee e può contribuire a fare del Lazio una delle più importanti Regioni d’Europa.

La creazione dell’area metropolitana, infatti, impone una seria riorganizzazione della macchina amministrativa non solo capitolina, ma di tutto l’ampio contesto territoriale, in connessione con l’intera funzione pubblica regionale e nazionale. Bisogna ridefinire la modalità d’intervento sul territorio, guardando non più a singole porzioni, ma ad intere aree omogenee, impiegando così meno risorse per ottenere maggiori risultati. Occorre un nuovo Patto di Cooperazione, che permetta a Comune e Regione di lavorare insieme per gestire la programmazione locale, a partire da un efficiente utilizzo dei fondi comunitari, in modo da razionalizzare le risorse e rendere gli interventi più efficaci.

In definitiva solo la Regione può svolgere efficacemente questa intenso ruolo di coordinamento e di indirizzo, ma la particolare condizione in cui si trova la Regione Lazio, nel pieno di un’emergenza democratica, alle prese con una profonda riforma costituzionale che coinvolge anche la creazione dell’area metropolitana e la soppressione di due province, impongono un serio nuovo assetto della macchina regionale.

Occorre rivedere il ruolo stesso della Regione, rafforzando le funzioni di programmazione e controllo, demandando il più possibile quella della gestione alle province e alle aree metropolitane. In questa direzione bisogna stabilire un rinnovato rapporto di confronto e collaborazione con i 378 comuni che possono dare, a partire da Roma, un grande contributo per il governo della Regione. Le strade da seguire per migliorare l’amministrazione regionale sono la razionalizzazione e la riorganizzazione della macchina amministrativa, riducendo gli incarichi dirigenziali esterni ed i relativi stipendi. Accorpare le direzioni regionali, riducendo il numero dei dirigenti ove possibile ed applicare una seria valutazione degli obiettivi, sono punti irrinunciabili, perché non è più pensabile che tutti i dirigenti raggiungano i loro obiettivi, quando le cose non vanno bene per tutti gli altri cittadini.

Tanto per cominciare è urgente una riduzione delle spese di funzionamento della Regione e dei suoi gruppi consiliari, come la comunicazione istituzionale, le spese di rappresentanza, gli stipendi apicali ed i vari benefit. Le risorse risparmiate vanno destinate al settore sociale, riattivando ad esempio la legge regionale 20 marzo 2009 n. 4 “Reddito minimo di cittadinanza”, seguendo i migliori modelli già utilizzati in Europa. Infatti solo puntando l’attenzione su quelle fasce sociali che più sentono il disagio nella crisi si potrà ridare credibilità popolare all’Istituto regionale.

Inoltre è essenziale il pieno utilizzo dei fondi comunitari per aiutare la ripresa e creare nuova occupazione, incentivando le esperienze professionali a tal fine, armonizzando le necessità delle imprese e degli enti locali e tenendo ben presente la specifica vocazione dei territori. Per molto tempo si sono cercate soluzioni per singole unità produttive, mentre la risposta può arrivare da una complessiva opera di interazioni tra le diverse attività e le istituzioni. Bisogna inoltre sfruttare al meglio le opportunità date dalle policies comunitarie, come quelle per la coesione dell’Europa delle Regioni. In questo modo si potrebbero sfruttare al massimo gli incentivi europei per lo sviluppo economico territoriale a partire dai settori dei trasporti e del turismo, puntando a investimenti mirati in Ricerca e innovazione. A questo proposito diventa necessario aprire un tavolo permanente di confronto con le categorie imprenditoriali, le parti sociali e la società civile, ma anche con le Università e i centri di ricerca che la Regione Lazio deve ancora valorizzare a pieno, essendo queste secondo le priorità europee il volano attraverso cui far partire la ripresa.

Un’altro dei settori che può creare nuova occupazione è quello della cosi detta industria culturale, a partire da un rilancio della funzione di Cinecittà, in particolare grazie allo sfruttamento dei beni culturali che rappresentano un patrimonio di grande prestigio mondiale, ma ancora poco valorizzato per produrre ricchezza nel nostro territorio, a differenza di ciò che avviene all’estero.

Anche traffico, inquinamento, tempi d’attesa e qualità della vita dipendono dall’organizzazione regionale dei trasporti. La riduzione degli spostamenti delle persone, grazie alla diffusione del telelavoro, l’utilizzo di mezzi a basso inquinamento, lo sviluppo del car-sharing, insieme ad altre iniziative come l’incremento delle nuove tecnologie per l’informazione e una riorganizzazione degli orari delle grandi città, possono aiutare a migliorare la difficile situazione. Per gli spostamenti sicuramente è necessario aumentare l’offerta dei treni per i pendolari. Ma per fare tutto ciò serve una visione d’insieme di ampia scala che permetta uno sviluppo dell’interconnessione, reale e virtuale, e dello scambio tra piccoli e grandi centri dell’intero territorio regionale. Solo con una integrazione complessiva delle diverse realtà regionali al proprio interno e verso l’esterno, si riuscirà ad avere uno sviluppo, sostenibile e tecnologico, dell’intera regione secondo il modello adottato in altre realtà del vecchio continente, contribuendo al miglioramento reale della qualità della vita di tutti noi.

Per l’energia, infine, servono soluzioni innovative ed ecologicamente compatibili per abbassarne il costo e creare nuova occupazione, secondo i dettami internazionali della Green Economy. Mentre per la raccolta dei rifiuti si deve puntare sul cambiamento: riciclaggio, porta a porta e prima fase dello smaltimento nei condomini sono alcune ipotesi anche per aggredire l’emergenza di Roma, attraverso un attivo ruolo di coordinamento della Regione con tutte le realtà limitrofe alla capitale e confrontandosi con il Ministero dell’Ambiente e soprattutto direttamente con i cittadini.

Ma per fare tutto ciò occorre un immediato rinnovamento nella mentalità e della rappresentanza nella Regione Lazio, in grado di guardare oltre alla consueta ottica provinciale, sfruttando al meglio le enormi potenzialità laziali e facendo tesoro delle migliori esperienze non solo italiane. Solo così ci si potrà porre l’ambizioso obiettivo di rendere, sotto vari aspetti, il Lazio una Regione all’avanguardia in Europa.

Paolo Acunzo

La sanità nelle regioni: intervista a Tonino D’Angelo segretario Cittadinanzattiva Puglia

Civicolab vuole capire cosa accade nel campo della sanità alla vigilia del cosiddetto federalismo. Già oggi tutte le competenze in materia spettano alle Regioni, ma in un quadro molto diverso da quello che si immagina per il futuro. Il nodo è quello della compatibilità dell’universalità delle prestazioni (e della loro efficacia) con costi che si intende riportare a standard omogenei nel quadro di una riduzione dei finanziamenti pubblici che viene data per certa. Ciò implica che sprechi, inefficienze ( e ruberie) si tradurranno automaticamente in riduzione delle prestazioni o in maggiori oneri per i cittadini. Alla vigilia di questi cambiamenti vogliamo conoscere il punto di vista di Cittadinanzattiva che, con la sua rete dedicata alla sanità – il Tribunale dei diritti del malato – segue l’evolversi della situazione in costante contatto con i cittadini.

1. La prima domanda non può che riguardare i tagli di bilancio che sono diventati il punto di partenza di ogni ragionamento sulle politiche dei servizi. Nel rapporto fra sostenibilità e universalità dove pende la bilancia? Le difficoltà dei servizi di pronto soccorso esemplificano bene il dilemma: tagliare o riformare con servizi alternativi ?  

E’ un dilemma generato, ”viziato” dall’ “Ospedalocentrismo” e dalla  centralità dell’apparato medico-industriale che non premia la Salute, bensì si foraggia con le patologie curate per lo più in modo inappropriato. Bisogna non meramente  tagliare, bensì investire su servizi territoriali, domiciliari, di contesto e sulla prevenzione . Così capiremmo che l’appropriatezza per la Salute significa che universalità è uguale a sostenibilità. 

2. La seconda domanda riguarda i Livelli Essenziali di Assistenza e, in particolare, i farmaci e i presidi. C’è oppure no una spinta delle regioni a ridurre le prestazioni e ci sono strade alternative? esempio: quanto può incidere la prevenzione e quanto l’uso razionale e consapevole dei farmaci per una riduzione di spesa che non faccia mancare ciò che veramente serve? E ancora: quali standard dovrebbe garantire una rete di emergenza (118, pronto soccorso, ) per poter soddisfare i bisogni di un determinato territorio, senza generare sprechi di risorse? 

La parte consistente della spesa farmaceutica è “a valle” ovvero è sul piano epidemiologico causata da patologie, complicanze etc. generate da fattori ambientali , stili di vita, iatrogenicità all’interno di percorsi di salute quanto meno inappropriati.
Se si vuole approfondire c’è una vasta letteratura di riferimento.
I servizi di emergenza devono in primis assicurare tempestività nel raggiungere i pazienti secondo i tempi che  la letteratura in materia insegna; i servizi di trasporto devono essere “medicati”, ovvero con mezzi e personale adeguato, avere in ogni provincia riferimenti certi per le cure urgenti, per evitare tempi lunghi e rischi connessi col ritardo di intervento.

3. Ultima domanda: cosa possono fare i cittadini? Forse non lo sanno tutti, ma Cittadinanzattiva ha condotto campagne per il monitoraggio civico e da anni si concentra sull’audit civico che ne rappresenta la concreta realizzazione già sperimentata in molte ASL. È sufficiente proseguire così o si può pensare ad altre azioni? Per esempio: i cittadini potrebbero avere un ruolo attivo nel segnalare e denunciare gli sprechi delle risorse? in che modo?

Di seguito riporto, per sommi capi, alcuni aspetti che ritengo essenziali per rompere non a parole l’autoreferenzialità del sistema sanitario e dei suoi “attori” , veri corresponsabili della situazione attuale, per trasferire finalmente ruolo e funzioni al territorio e ai soggetti,cittadini attivi in primis, in grado di coniugare prevenzione, accessibilità, assistenza qualificata, inclusione e Giustizia sociale, ecosostenibilità.

1)- attuare in Sanità il Comma 461 legge 244/2007 e l’art.118 u.c. Costituzione italiana: l’obbligatorietà della partecipazione, la valutazione civica in Sanità unica via di uscita dall’autoreferenzialità e dalla inappropriatezza, con inserimento di Cittadinanzattiva e delle altre organizzazioni civiche in tutte le Commissioni e nei nuclei di valutazione, a livello regionale e locale, con particolare cura per la programmazione strategica e la valutazione civica;

2)- dal Distretto alle Case della Salute, dall’Ospedale al territorio, al domicilio: come rompere l’autoreferenzialità, i “corpi separati in sanità” per un percorso che faccia dei cittadini “Cittadini Attivi per la Prevenzione, la Promozione della salute, la Partecipazione, la Protezione dei soggetti fragili”, per la tutela dei beni comuni, per un forte impegno sulle politiche sanitarie e ambientali, per il ripristino della legalità, investendo su cabine di regia regionale e territoriali ;

3)- verso un vero bilancio sociale  in Sanità e nelle ASL, costruito sulla base della implementazione partecipata, condivisa, nell’esercizio di diritti,doveri e responsabilità di ogni “attore” , sulla base di un nuovo DNA nel lavoro comune per la Salute fondato

4)- Programma strategico su questioni strutturali,per il recupero di legalità  e di investimento su “Salute e riappropriazione dei territori”, attraverso: programmi di investimento su immobili e terreni di proprietà delle ASL, da finalizzare a servizi da individuare, con le Associazioni dei cittadini, sulla base di priorità nei territori; programma integrato di utilizzo dei Fondi strategici europei al fine di  “infrastrutturare” il nostro territorio, dal punto di vista dei cittadini  e non di meri interessi corporativi, anche sul versante socio-sanitario e dei percorsi di prevenzione, promozione della salute, tutela ambientale, sicurezza e protezione dei soggetti deboli; programma condiviso di utilizzo dei beni confiscati alla mafia e nel corso di processi di corruzione, affinché i territori sperimentino sempre più che la lotta alla criminalità “paga” , sottraendo alla stessa spazi e mezzi, riconvertendoli al servizio dei cittadini,con particolare attenzione ai migranti, ai detenuti,alla salute delle donne, ai bambini, agli anziani.

Tonino D’Angelo segretario Cittadinanzattiva Puglia