Valutazione civica dei tribunali? Sì, si può (di Angela Masi)

giustizia lentaParlare di giustizia dal punto di vista dei cittadini e non da quello del potente e straricco Berlusconi? Ma veramente è possibile? Sul serio qualcuno ci ha provato? Ebbene sì. Da anni si parla di giustizia, ma se ne parla per i processi di Berlusconi e perché l’Italia ha nel funzionamento della giustizia una palla al piede che scoraggia gli investimenti dall’estero e penalizza i cittadini.

Se di giustizia si vuole parlare sul serio bisogna farlo mettendo da parte Berlusconi e andando a sentire quali sono i problemi dei cittadini e che tipo di aiuto possono dare per metterli a fuoco e risolverli.

Forme concrete di partecipazione alle politiche pubbliche esistono da tempo e sono state sperimentate anche se non sono molto diffuse ed utilizzate da chi governa e amministra. Si tratta di una partecipazione finalizzata a verificare la qualità del servizio pubblico e la tutela dei diritti dei cittadini che non si manifesta in forme spettacolari e, quindi, può essere poco visibile e conosciuta.

cittadini attiviSu questo sito abbiamo già analizzato in precedenti articoli gli strumenti di partecipazione a disposizione dei cittadini e la metodologia della valutazione civica introdotta e sistematizzata da Cittadinanzattiva.

La valutazione civica nel corso degli anni, si è dimostrata un metodo efficace, in grado di fornire risultati preziosi per il miglioramento della qualità dei servizi. La valutazione civica è condotta da cittadini e non da società specializzate o da esperti sulla base di una formazione di base sulla metodologia adottata. Sperimentata nella sanità, nei trasporti, nel trattamento dei rifiuti non è, però, mai stata considerata parte integrante dei processi decisionali. Forse perché è meglio se i cittadini restano semplici spettatori di decisioni prese da altri?

Comunque un’esperienza del tutto nuova è stata la valutazione civica dei Tribunali civili.

valutazione civicaIl progetto, svoltosi in collaborazione con l’Associazione nazionale magistrati e l’Associazione dirigenti della giustizia ha visto il coinvolgimento diretto dei cittadini che sono entrati nei tribunali per valutare la qualità del servizio, attraverso interviste ai dirigenti e osservazione diretta.

Il report (vedi: www.cittadinanzattiva.it) scaturito dalla valutazione civica è stato molto discusso sulla stampa nazionale ed ha segnato già un primo obiettivo raggiunto perché ha dimostrato che del servizio giustizia si può discutere anche se non si è addetti ai lavori.

Anzi, si è dimostrato che i cittadini possono, insieme a chi esercita un ruolo di responsabilità nei tribunali, mettere sotto esame la funzionalità dei servizi e produrre proposte utili.

Il punto di partenza nella valutazione è stata la “carta dei diritti del cittadino nella giustizia”, proclamata nel 2001, presentata a tutte le istituzioni nazionali (Parlamento compreso) e a Strasburgo alla Cepej (Commissione europea per l’efficienza della giustizia).

Si è trattato di un primo esperimento, ma è servito a dimostrare la capacità dei cittadini organizzati di proporsi come attori della politica in un ruolo non alternativo, ma concorrente a quello delle istituzioni democratiche agendo sul governo della società e sull’interesse generale, e non solo sulla soluzione di singoli problemi o sulla mera difesa di interessi privati.  L’esperimento è riuscito e ha dimostrato che anche in Italia è possibile parlare di giustizia attraverso un’analisi concreta del rapporto tra servizio offerto e cittadini che vi accedono e non facendone un’arma di scontro funzionale ai reati e ai processi dell’ex Presidente del Consiglio.

Angela Masi

E-democracy: una strategia, non un gadget (di Angela Masi)

edemocracyLa partecipazione dei cittadini alla vita pubblica non è fatta solo di norme né di semplice espressione di opinioni, critiche o proteste. La partecipazione non è un termometro sociale da tenere in considerazione con l’occhio rivolto alle competizioni elettorali, ma deve essere il fondamento di un sistema. I cittadini organizzati conoscono i problemi che istituzioni e apparati pubblici devono affrontare, contribuiscono a definire le soluzioni, partecipano alla verifica dell’efficacia e ai controlli successivi. Ovviamente non tutte le politiche possono essere affrontate direttamente dai cittadini organizzati perchè partecipazione non è sostituzione, non è negare le competenze di apparati, esperti, tecnici e politici, ma integrazione e trasparenza.

In precedenti articoli (http://www.civicolab.it/category/stato-cittadini/partecipazione-stato-cittadini/) abbiamo parlato di partecipazione sotto vari profili, ma bisogna dire che, oggi, non è pensabile senza quella che viene definita e-democracy. L’uso dell’ICT, a sostegno della partecipazione dei cittadini alla vita delle istituzioni (appunto: e-democracy), è un campo di applicazione delle nuove tecnologie ancora poco sviluppato, ma sul quale negli ultimi anni è fortemente cresciuto l’interesse tanto dei governi nazionali e degli organismi internazionali, quanto delle comunità locali.

democrazia digitaleSiamo ancora in una fase sperimentale. Chi volesse approfondire può farlo a questo indirizzo http://biblioteca.formez.it/webif/media/e-democracyLG.pdf

Componente fondamentale dell’e-democracy è costituito dall’e-government, cioè da un insieme di strumenti e azioni per l’accesso alle informazioni e agli atti di governo via internet.

Sino ad ora, però, la maggior parte di queste esperienze si sono risolte nella diffusione di siti internet istituzionali, con (al limite) dei forum per la pubblica discussione.

Ma l’e-democracy è un concetto più ampio e riguarda tutti quelli che si impegnano in politica. Un esempio d’applicazione radicale di e-democracy è quello attuato dal Partito Pirata Italiano (dicembre 2011) che usa LiquidFeedback, sviluppato per il Partito Pirata Tedesco, come unico strumento deliberativo della comunità.

coinvolgimento cittadiniNel giugno 2013 alcuni parlamentari del Partito Democratico, di Scelta Civica e di Sinistra Ecologia e Libertà hanno aderito a una piattaforma di e-democracy, basata su liquidfeedback, promossa dalla senatrice PD Laura Puppato.

E’ bene precisare che partecipare via Internet alle decisioni della politica non significa dire sì o no a una legge con un clic. Anzi questa è una banalizzazione della Rete che ai cittadini digitali può e deve offrire molto di più.

La diffidenza verso i partiti, infatti, ha diffuso in Italia un increscioso equivoco sul significato della cosiddetta e-democracy. La profonda sfiducia nei politici ha portato molti a pensare che sia possibile affidare le decisioni direttamente ai cittadini attraverso il Web: un clic e si stabilisce se approvare o no una legge, un emendamento, una delibera. Un’ipotesi affascinante, in teoria che si concretizzerebbe una sorta di iperdemocrazia in cui il cittadino torna a casa dall’ufficio e in una mezzoretta approva o boccia la riforma del lavoro, aumenta o diminuisce le pene per gli evasori fiscali, abolisce o raddoppia l’Imu.

partecipazione digitaleSi tratta, però, di un equivoco, anzi di una grossolana banalizzazione che ridurrebbe a un rapido “mi piace” le straordinarie opportunità reali che Internet offre alla crescita e all’ampliamento della democrazia. L’apertura di nuovi spazi di dialogo tra cittadini e amministrazione pubblica che integrano e rafforzano le forme tradizionali di partecipazione è una cosa diversa e più complessa.

L’informazione, la consultazione e la partecipazione attiva forniscono all’amministrazione una migliore base per formulare le politiche pubbliche, ma anche per avere una più efficace attuazione delle decisioni perché i cittadini prendono dimestichezza con le politiche che hanno contribuito ad elaborare con la loro partecipazione e valutano i risultati.

Si tratta in definitiva di meccanismi di apprendimento e di scambio di informazioni tra cittadini, politici e apparati pubblici per individuare soluzioni, per cogliere esigenze e bisogni che magari restano inespressi attraverso i canali classici della democrazia rappresentativa. Se tutto funziona a dovere, grazie all’informazione, alla consultazione ed alla partecipazione attiva, è possibile migliorare la qualità delle politiche pubbliche, aumentare la fiducia nelle amministrazioni e contribuire al rafforzamento della democrazia.

Insomma vale la pena prenderla sul serio l’e-democracy e non considerarla un gadget da esibire ai convegni e alle fiere, ma un vero e proprio obiettivo strategico che coinvolge enti, istituzioni, amministrazioni, associazioni, partiti.

Angela Masi

La riforma strisciante della sanità e il silenzio del Ministero della salute (di Tonino Aceti)

servizio sanitarioDa cittadini, azionisti e utenti del nostro Servizio Sanitario Nazionale,  siamo molto preoccupati per l’assordante silenzio del Ministero della Salute e del Ministero dell’Economia, all’indomani della presentazione del XVI Rapporto PiT Salute del Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanzattiva dal titolo “Meno sanità per tutti, la riforma strisciante”, presentato il 16 luglio a Roma.

Da cittadini, come dobbiamo interpretare questo silenzio? E’ la conferma che abbiamo “colto nel segno” ed è questo il vero disegno politico, quello di una riforma strisciante?
Eppure la fotografia del SSN che emerge dal Rapporto è allarmante: il Servizio Sanitario è sempre più inaccessibile per i cittadini, scarica sulle tasche di quest’ultimi il costo delle cure, per i più fortunati che se lo possono permettere; agli altri, invece, non resta che rinunciarvi o posticiparle nel tempo.

stato socialeDa “azionisti” del SSN abbiamo il diritto di sapere da chi lo “amministra” (per loro dovrebbe essere un dovere) se e quali azioni, con quali tempistiche e modalità, vorrà mettere in campo per il superamento delle criticità che i cittadini incontrano nell’accesso ai servizi sanitari, nonché per la tutela del SSN. In altre parole, crediamo che il “render conto” ai cittadini da parte degli amministratori sia un atto dovuto, soprattutto considerando la rilevanza costituzionale del diritto alla salute che lo stesso SSN dovrebbe garantire.

Come dovrebbero interpretare l’assenza del Ministro della Salute, o di un suo delegato, i tanti volontari che ogni giorno tutelano il diritto alla salute? E soprattutto che messaggio fornisce il Ministro ai tanti cittadini che in queste segnalazioni si ritrovano perché queste situazioni le vivono, o quelle persone che si sono rivolte al Tribunale per i diritti del malato per tutelare i propri diritti? Eppure alcuni funzionari dello stesso Ministero erano presenti, mescolati nel pubblico, attenti, ad ascoltare…e con loro tanti professionisti, cittadini comuni, rappresentanti di associazioni di pazienti. Non si sono invece sottratti al confronto i professionisti della sanità: amministratori, medici, infermieri, farmacisti, sindacati, solo per fare alcuni esempi.

tagli spesa sanitàNon possiamo nascondere di essere preoccupati da questa assenza: è la prima volta nella storia della nostra Organizzazione che il Ministro della Salute non partecipa a questo evento. Ci auguriamo di essere presto smentiti da un atto concreto: una convocazione per discuterne con il Ministro e l’apertura effettiva al dialogo, al confronto e alla condivisione con le associazioni di cittadini e pazienti.

Venendo invece al merito della questione, a chi dice che bisogna ripensare il concetto di universalismo (garantire tutto a tutti), rispondiamo che ciò è già stato realizzato nei fatti attraverso una riforma “non formalizzata”, sulla quale né i cittadini, né gli operatori sanitari e tutti gli altri attori sono stati chiamati a dire la loro: praticamente una vera e propria riforma “strisciante”.
Ci troviamo di fronte ad un Servizio Sanitario sempre più “inaccessibile”, che decide chi curare utilizzando il criterio cronologico (impossibile ammalarsi a fine anno, vale a dire “chi prima arriva meglio alloggia”) e territoriale (al centro-sud il Ministero della salute ci dice che i LEA non sono garantiti e i livelli di ticket e super aliquote sono di gran lunga superiori rispetto al resto d’Italia). Una “selezione” realizzata di fatto attraverso un definanziamento del Fondo Sanitario Nazionale senza precedenti, pari ad oltre 30 miliardi di euro nel periodo 2012-2015 e con effetti peraltro retroattivi, con tutto ciò che questo comporta. Per la prima volta nella storia il finanziamento del FSN nel 2013-2014 è inferiore in valori assoluti a quello del 2012.

spesa sanitariaUn definanziamento “finanziato” direttamente con i soldi dei cittadini obbligati a farsi carico delle cure a costi sempre maggiori o a rinunciarvi, e sostituito dall’assistenza prestata dalle famiglie, vero pilastro del Sistema di welfare, nei confronti delle quali lo Stato ha attuato una vera e propria “delega assistenziale”. Un definanziamento lineare che grava negativamente sui diritti dei cittadini, nelle realtà virtuose e non, lasciando inalterati sprechi, inefficienze e corruzioni. Una riforma che incide negativamente anche sullo stesso Sistema Pubblico, che rischia di non reggere più la concorrenza con il privato, in particolare quello low cost, il quale beneficia davvero di questa manovra strisciante.

L’obiettivo economico “del pareggio di bilancio”, introdotto di recente nella nostra Costituzione, ha sovrastato l’obiettivo principale al quale deve tendere il SSN che è quello di produrre salute, nella sua più ampia riorganizzazione ssnaccezione. E’ indispensabile, oggi più che mai, vista la crisi economica e occupazionale e nell’ottica di garanzia della “coesione sociale” del Paese, rimettere in equilibrio l’asticella tra le due forze – equilibrio economico versus diritti- che sembrano oggi confliggere chiaramente e propendere per il primo.

E’ chiaro che ciò attiene innanzitutto ad una scelta “politica” che sgombri il campo dall’idea dell’insostenibilità del nostro SSN (infatti, produce oltre l’11% del PIL e ne assorbe solo il 7,1%) e che invece concordi nel sostenerlo adeguatamente rispetto al reale fabbisogno.
Ciò che invece ancora manca e che stenta a partire è una riforma/riorganizzazione vera del nostro Servizio Sanitario nazionale a tutela del diritto alla salute dei cittadini e con vantaggi anche per le casse dello stesso.

Una riforma di “sistema” per il diritto alla salute e per la difesa del Servizio Sanitario Pubblico, che, partendo dalla programmazione, metta ad esempio concretamente al centro:

  • una vera politica di prevenzione (l’Italia è oggi fanalino di coda in Europa), considerando come prevenzione anche l’assegnazione del Pediatra di libera scelta (PLS) ai figli dei stranieri irregolari, oltre chescreening, stili di vita,….;
  • lo sviluppo dell’assistenza territoriale (art.1 legge Balduzzi), per evitare o ritardare la necessità di ricoveri ospedalieri, oltre che per garantire ai malati, in particolare quelli più fragili (anziani, malati terminali, cronici, etc.) di essere presi in carico e di non essere dimessi dall’ospedale e lasciati in un vero e proprio “vuoto assistenziale”;
  • restituire all’assistenza ospedaliera non solo la garanzia delle urgenze, ma anche le attività programmabili e programmate, messe in crisi dai budget insufficienti e/o dai tagli con effetto retroattivo;
  • la programmazione integrata socio sanitaria, ormai al palo da più di qualche anno (in particolare anziani, cronici, disabilità..);
  • l’azione sistematica e costante di governo effettivo delle liste di attesa;
  • la garanzia di un SSN equo, attraverso l’uniformità di accesso alle prestazioni su tutto il territorio nazionale, pur rispettando l’architettura costituzionale delle competenze dello Stato e delle Regioni;
  • la trasparenza della pubblica amministrazione;
  • la valutazione civica dei servizi socio-sanitari;
  • la partecipazione civica nella definizione delle politiche pubbliche socio-sanitarie;
  • la competenza come criterio chiave nell’attività di selezione dei vari professionisti che operano all’interno del SSN.

Tonino Aceti coordinatore nazionale Tribunale dei diritti del malato tratto da www.cittadinanzattiva.it

Le vie della partecipazione: analisi e valutazione civica (di Angela Masi)

vie partecipazioneLa partecipazione dei cittadini alla politica non è un concetto astratto, ma è fatta di azioni, strumenti, ambienti, sedi e i temi di cui si occupa sono quelli concreti che fanno parte delle scelte che le politiche pubbliche devono assumere. Ospedali e trasporti, pulizia delle città e trattamento dei rifiuti, assistenza territoriale e medicinali, istruzione e illuminazione pubblica ecc ecc. Non si può pensare, però, che i cittadini intervengano su tutto a casaccio: occorre un’organizzazione e una cultura della partecipazione.

In un precedente articolo (http://www.civicolab.it/le-vie-della-partecipazione-le-reti-civiche-di-angela-masi/) abbiamo parlato delle reti civiche un ambiente che introduce e favorisce la partecipazione. Adesso parliamo di analisi e valutazione civica che sono gli strumenti di partecipazione tipici della cittadinanza attiva; servono per mettere in condizione i cittadini di valutare i servizi pubblici (o, in generale, tutte le pubbliche amministrazioni); sono basati sulla costruzione partecipata di modalità di informazione e di tutela dei cittadini; hanno come effetto il loro coinvolgimento diretto nella valutazione delle politiche pubbliche.

cittadiniPartiamo da alcune definizioni preliminari. Questa la definizione di cittadinanza attiva secondo Giovanni Moro autore del Manuale della cittadinanza attiva (Carocci, 1998) e fondatore del movimento Cittadinanzattiva: “capacità dei cittadini di organizzarsi, mobilitare in modo autonomo risorse umane, tecniche e finanziarie e di agire nelle politiche pubbliche, con modalità e strategie differenziate, per la tutela dei diritti e per prendersi cura dei beni comuni

Secondo Moro si tratta di “una concezione di cittadinanza più ampia di quella tradizionale, che enfatizza l’esercizio di poteri e di responsabilità dei cittadini e trova fondamento nel principio costituzionale della sussidiarietà circolare, che riconosce il diritto dei cittadini ad una partecipazione attiva finalizzata alla realizzazione dell’interesse generale in una dimensione di condivisione di poteri e responsabilità con le istituzioni”.

andare avantiPer valutazione civica, invece, definiamo un processo di analisi critica e sistematica dell’azione delle amministrazioni pubbliche che coinvolge direttamente i cittadini e le associazioni nelle varie fasi di gestione dei servizi. La valutazione si basa sul reperimento di dati oggettivi attraverso i quali viene formulato un giudizio sui servizi, punto di partenza per eventuali miglioramenti degli stessi. Rispetto alla customer satisfaction che si concentra sulla qualità percepita, nella valutazione civica ci si focalizza sugli elementi di qualità tecnica del servizio, cioè sulla qualità effettivamente erogata.

Attraverso la valutazione civica, sono i cittadini stessi, organizzati e dotati di adeguati strumenti e tecniche di valutazione, a produrre informazioni rilevanti su ambiti di analisi ritenuti significativi, quali i servizi resi da soggetti pubblici o privati (es. sanità, trasporti, scuola, telecomunicazioni, utenze, servizi finanziari, etc.) o politiche pubbliche attuate in determinati settori (come welfare, ambiente, giustizia), a livello nazionale o locale.

L’attività di valutazione civica consente così di monitorare e verificare, ad esempio, il rispetto di determinati standard quanti-qualitativi previsti da impegni contrattuali o Carte dei Servizi, il grado di rispondenza di determinate politiche alle attese dei cittadini o, ancora, l’effettivo rispetto di determinati obblighi normativi, talvolta largamente disattesi.cittadino controlla

La valutazione civica è dunque essenzialmente un’attività “tecnica”. I cittadini non si limitano all’espressione di opinioni soggettive, ma sono in grado di formulare giudizi fondati sulla base di dati e informazioni raccolti e elaborati secondo metodi predefiniti e, per quanto possibile, scientificamente validi e rigorosi.

Secondo Alessio Terzi e Angelo Tanese, esponenti dell’associazione Cittadinanzattiva onlus, “gli elementi che differenziano la valutazione civica rispetto ad altre forme di valutazione e di ricerca sociale sono due: il “punto di vista” dal quale la realtà viene osservata, che identifica, formalizza e rende misurabili aspetti propri dell’esperienza del cittadino, che non possono essere ricondotti o interpretati da altri punti di osservazione; il fatto che tale attività sia resa direttamente e in modo autonomo da cittadini organizzati che intendono esercitare un ruolo attivo nella società per il miglioramento delle istituzioni e del policy making.

Nei processi di valutazione civica l’azione di valutazione coesiste necessariamente con la mobilitazione delle persone in merito a un dato problema, la condivisione di informazioni e di un giudizio rispetto al problema e la partecipazione al reperimento e all’attuazione di soluzioni. Il cittadino-valutatore è sempre e comunque un cittadino attivo e interessato al cambiamento della società”.

cittadini3La valutazione civica non è prevista esplicitamente da norme di legge: oltre al già citato art.118 secondo comma della Costituzione questo strumento si ispira al comma 461 art. 2 della legge Finanziaria del 2008 (L. 24-12-2007 N. 244), che prevede un ruolo attivo dei cittadini e delle loro associazioni nel monitoraggio permanente dei servizi pubblici, nonchè momenti di confronto tra enti locali, cittadini e associazioni per la verifica del funzionamento dei servizi.

Già a partire dal 2000, Cittadinanzattiva ha sperimentato e affinato la metodologia dell’audit civico (i primi progetti sperimentali hanno riguardato l’ambito sanitario) sino ad arrivare, nel 2010 alla nascita dell’Agenzia di Valutazione Civica, una struttura interna a Cittadinanzattiva creata per promuovere la cultura della valutazione e sostenere l’empowerment e la partecipazione dei cittadini nei processi di governo e di produzione delle politiche pubbliche.

Esperienze rilevanti sono state già fatte sia all’interno di decine di Asl e di ospedali, che in tante città nei confronti dei servizi pubblici locali. Di particolare significato un progetto dedicato alla qualità urbana che ha riguardato 14 città del Mezzogiorno realizzato col Dipartimento della Funzione Pubblica e con il Formez.

cittadini valutatoriSi è arrivati anche alla valutazione civica dei tribunali civili: un’esperienza condotta da Cittadinanzattiva in collaborazione con l’Associazione nazionale magistrati e l’Associazione dirigenti della giustizia.

Come si vede non mancano le idee e le esperienze fatte rappresentano un già vasto esempio di quale cambiamento qualitativo potrebbe determinare la sistematica partecipazione dei cittadini alla valutazione delle amministrazioni, dei servizi e delle politiche pubblici se fosse praticata da tutti quelli che si sentono cittadini attivi. Bisogna però considerare la politica come una funzione sociale diffusa e non come una professione riservata ad un corpo di specialisti.

Occorre inoltre cambiare un pò il punto di vista e vedere la partecipazione non come un popolo che scende in piazza e urla le sue richieste e la sua protesta, ma come la quotidianità di una democrazia matura che o è partecipata o non è.

Angela Masi

La trasparenza è la base per la tutela dei beni comuni (di Vittorio Ferla)

Si può fare un discorso pubblico serio sulla promozione dei beni comuni nel nostro paese senza affrontare il tema della trasparenza nella vita pubblica? E, contemporaneamente, si può affermare la sussidiarietà senza una riforma che apra le amministrazioni pubbliche al contributo dei cittadini? La risposta è scontata: certamente no.

Il peso della corruzione nel degrado dei beni comuni

Purtroppo, come è noto, nella classifica di Transparency International, l’Italia è retrocessa nel corso degli ultimi anni fino al 72° posto. I casi di malaffare ormai non si contano più: basti pensare all’abuso dei rimborsi ai partiti (con i casi di Lega, IDV e Margherita), all’abuso dei rimborsi ai gruppi consiliari (nel Lazio e in Lombardia), alle truffe nei servizi sanitari regionali, alle denunce che periodicamente si levano dalle relazioni della Corte dei Conti.

Autorevoli studi nazionali e internazionali dimostrano che la corruzione frena lo sviluppo del paese, ha un impatto sulla misura, la produttività, l’efficienza e l’efficacia della spesa pubblica.

Ma, soprattutto, mina alla base l’uguaglianza dei diritti, impedisce la redistribuzione dei redditi (o, meglio, favorisce i ricchi a spese dei poveri), riduce il benessere complessivo della comunità nazionale, erode progressivamente i beni comuni (per esempio salute, istruzione e capabilities in generale dei cittadini). In particolare, la corruzione si traduce in tagli drastici ai servizi socio-sanitari e scolastici. D’altra parte, se si pensa che ogni euro investito corrisponde a 1,7 euro di sviluppo, si capisce che cosa può comportare la sottrazione al paese di 60 miliardi a causa della corruzione.

I tagli al welfare

I dati sulla spesa per il welfare confermano anche empiricamente questi orientamenti scientifici. Nella sanità pubblica, c’è una riduzione della spesa per servizi pari a 23-25 miliardi di euro con la conseguenza che aumenta dell’8 per cento la spesa privata delle famiglie per garantirsi le cure. Secondo il Censis, la spesa pubblica per i farmaci è calata del 3,5 per cento (i cittadini sono costretti a usare il proprio portafoglio con un aggravio del 7 per cento). Nel frattempo, i ticket per i servizi sanitari sono aumentati di 4 miliardi. La scuola pubblica ha perso in tre anni la bellezza di 8 miliardi. In generale, i servizi di pubblica utilità diventano più costosi, ma perdono in qualità.

Sulla base dei dati ufficiali raccolti e rielaborati dalle principali organizzazioni di cittadini impegnate per la tutela dei diritti sociali, le campagne I diritti alzano la voce, Sbilanciamoci!, Cresce l’Italia cresce il Welfare spiegano come gli ultimi governi italiani stiano distruggendo le politiche sociali e azzerando la spesa per i diritti. Il prospetto dei tagli alle politiche sociali è impressionante: tra il 2007 e il 2013 si prevede una riduzione degli stanziamenti a favore dei fondi nazionali (politiche sociali, famiglia, non autosufficienza, integrazione degli immigrati, politiche giovanili, infanzia e adolescenza) da 1.594 a 144 milioni di euro.

I primi timidi passi del Governo

Che cosa fanno le istituzioni per invertire questa tendenza? Ancora poco si direbbe. La legge anticorruzione varata dal Governo Monti è sembrata ai più un pannicello caldo. Il decreto legislativo che la attua è molto interessante, ma – diversamente dalla versione propagandata dalla Presidenza del Consiglio – ancora molto distante dal Freedom of Information Act di ispirazione nordeuropea o statunitense. Qualche passo avanti sul piano dell’Agenda digitale, ma se ne parla da anni e aspettiamo di vedere le norme alla prova dei fatti. Molti convegni – per esempio, quello sull’Open Government Partnership – che rinnova l’impegno degli addetti ai lavori, ma ancora molto lontani dalla vita delle persone comuni.

Le iniziative dei cittadini per l’accountability

Nel frattempo, i cittadini si organizzano con iniziative spesso molto interessanti. Si pensi al raduno bolognese dei civic hackers di Spaghetti open data. Ai progetti di monitoraggio digitale del rendimento della politica come openparlamento e opencomune, lanciati da openpolis. Oppure a L’era della trasparenza, un sito promosso da Agorà digitale per verificare l’uso delle risorse pubbliche da parte dei governi locali. Si pensi, inoltre, alle personalità e alle organizzazioni civiche che promuovono l’adozione di un Freedom of Information Act anche in Italia. E, ancora, alla Campagna Ridateceli! di Cittadinanzattiva o alla petizione Riparte il futuro di Libera e Avviso pubblico. Tutte queste iniziative, così tanto diverse tra loro, condividono l’idea che la trasparenza sia un punto di partenza fondamentale per suscitare la partecipazione civica e aumentare il controllo sull’azione amministrativa. Alla base sta la convinzione che se l’accountability delle istituzioni cresce diventa più facile tutelare i beni comuni.

I 5 ingredienti per la trasparenza

Ma come si declina la trasparenza in concreto? In primo luogo, c’è la trasparenza nei servizi al cittadino (fatta di informazione, comprensibilità, accessibilità, usabilità) e la conseguente semplificazione delle procedure previste dalle amministrazioni pubbliche. Alcuni esempi? Conoscere i tempi d’attesa, spesso ignoti come gli elenchi e le disponibilità delle residenze sanitarie assistenziali, la digitalizzazione e rapidità delle pratiche amministrative, l’abbattimento costi burocratici per imprese e cittadini, la trasparenza totale dei reclami e strumenti di tutela chiari e accessibili. D’altra parte, la trasparenza è ormai per legge un elemento essenziale delle prestazioni delle PA.

In secondo luogo, c’è il tema della liberazione dei dati delle PA, del diritto di accesso dei cittadini e della libertà di informazione. In questo ambito, le sfide sono sostanzialmente due: la strategia degli open data e l’introduzione del Freedom of Information Act. Soltanto così potremo far sì che la trasparenza sia accessibilità totale alle  informazioni come prevede la legge 15/2009.

In terzo luogo, trasparenza significa integrità degli eletti e dei funzionari pubblici. Per esempio, occorre attuare le leggi Brunetta e anticorruzione che prevedono la pubblicazione online di stipendi, curricula, consulenze, ecc., introdurre l’anagrafe degli eletti, garantire la pubblicità dei bilanci dei gruppi consiliari e delle ricevute di spesa, vietare il cumulo di incarichi, attivare un sistema anonimo e sicuro per denunciare truffe, corruttele e  malversazioni (whistleblowing).

Quarto punto è la valutazione indipendente della qualità dei servizi (e dell’azione amministrativa in generale), con il coinvolgimento degli stakeholders (in particolare, i cittadini). In questo ambito, ancora tanto si può fare per la raccolta sistematica delle segnalazioni dei cittadini, per organizzare forme di public review, per rendere abituale le azioni di civic auditing e rendere pubblici i risultati delle valutazioni, per collegare la valutazione dei servizi alla valutazione dei dirigenti.

Infine, c’è la grande sfida del controllo sull’uso risorse pubbliche, sul funzionamento e sui risultati della PA,  nonché sulle attività dei governi regionali e locali. Si comincia con l’indicazione di obiettivi misurabili per le amministrazioni pubbliche e si prosegue, poi, con il collegamento tra la valutazione dei dirigenti e i risultati conseguiti. Per far questo serve integrare gli organismi indipendenti di valutazione con rappresentanti dei cittadini. Dovrebbe divenire obbligo la pubblicazione degli atti di spesa, la pubblicità e comprensibilità dei bilanci, la pubblicità dei lavori delle assemblee legislative e delle giunte. Infine, bisogna chiudere gli enti inutili e i relativi consigli di amministrazione e aumentare la trasparenza negli appalti di forniture, beni e servizi e nella raccolta e spesa dei fondi comunitari.

Un programma di governo?

Insomma: in vista delle elezioni politiche nazionali e del rinnovo dei consigli regionali di Lazio e Lombardia, investire sulla trasparenza per favorire la partecipazione dei cittadini alle politiche pubbliche diventa la via più efficace per tornare a promuovere i beni comuni e far ripartire l’Italia. Un vero e proprio programma di governo.

Vittorio Ferla da www.labsus.org

Tre rivoluzioni per il Lazio: intervista a Teresa Petrangolini

Civicolab nasce nel mondo di Cittadinanzattiva organizzazione di cittadini che ha sempre tenuto un atteggiamento molto critico verso i partiti scegliendo di non partecipare direttamente alle campagne elettorali. Oggi Teresa Petrangolini, uno dei fondatori di Cittadinanzattiva e del tribunale dei diritti del malato di cui è stata segretaria fino a giugno del 2012, ha fatto una scelta diversa accettando di comparire al primo posto nel “listino” a sostegno della candidatura di Nicola Zingaretti alla presidenza della regione Lazio. Inevitabile per Civicolab chiederle i motivi di questa decisione.

D: Teresa chi conosce Cittadinanzattiva e te personalmente e la cura che è stata sempre messa nell’evitare coinvolgimenti diretti in competizioni elettorali immagina che le ragioni della tua scelta debbano essere molto importanti, anzi, se così si può dire, pesanti

R: Sì, puoi dire tranquillamente che sono ragioni “pesanti” come pesante è diventata la condizione dei cittadini in questa regione. Voglio risponderti con le parole del “Manifesto per una Regione aperta, trasparente e digitale” pubblicato da pochi giorni che riassume il senso strategico del programma che con Zingaretti vogliamo realizzare nel Lazio. Non lo faccio certo per fare propaganda, ma perché le parole del “Manifesto” sono le mie parole, quelle che ho pensato, scritto e pronunciato per tanti anni. E oggi non saprei trovarne di migliori.

Innanzitutto noi vogliamo fare una rivoluzione nella Regione, anzi, non una, ma tre rivoluzioni. Oggi la Regione Lazio non è trasparente, non consente ai cittadini di vedere ciò che accade al suo interno, non fa vedere chi comanda, come vengono prese le decisioni, come viene utilizzato il denaro pubblico. Nell’era di Internet abbiamo a disposizione tanti strumenti e la trasparenza può essere totale. Nel caso delle istituzioni democratiche deve esserlo veramente. Quindi la prima rivoluzione deve essere quella della trasparenza.

Basta dirlo? No, ci vuole una legge che imponga la trasparenza. come? L’abbiamo scritto nel “Manifesto”

  • Pubblicità degli atti, delle retribuzioni, delle prestazioni e dei risultati.
  • Sviluppo di piattaforme OpenData su ogni settore, OpenSanità per condividere ogni dato sulla qualità dei servizi e dei percorsi di cura, OpenBilancio per consentire ai cittadini e alle imprese di controllare come vengono spesi i loro soldi.
  • Rendicontazione periodica dell’azione di governo, mediante le Giornate della trasparenza, le Conferenze dei servizi al livello centrale e nei singoli servizi (Asl, ospedali, aziende regionali).
  • Verbali dei Consigli di amministrazione delle società e delle aziende pubbliche on line.
  • Trasparenza, merito e pubblicità in tutte le nomine di dirigenti, manager, direttori generali.
  • Piano Regionale anticorruzione per la trasparenza di gare, appalti, contratti e contributi pubblici
  • Anagrafe degli eletti

Direi che per la prima legge può bastare, anche perché l’attuazione di questa rivoluzione non sarà per niente facile e i cittadini dovranno darci una mano.

D: Vasto programma per questa rivoluzione n. 1 considerando qual è la situazione di oggi. Passiamo alla rivoluzione n. 2

R: Se pensi che sia difficile la rivoluzione della trasparenza allora senti cosa vogliamo fare con la rivoluzione della partecipazione.

La situazione di oggi è semplice: la Regione Lazio non è aperta. Non è possibile per i cittadini e le loro associazioni concorrere ai processi decisionali; non è possibile partecipare alla  valutazione dell’attuazione delle decisioni; a quella del rispetto degli obiettivi assunti; non è possibile contribuire alla cura dei beni comuni attraverso forme di cittadinanza attiva. Insomma una sequenza di “non”. Però, ed ecco il motivo delle due rivoluzioni unite, la trasparenza senza la partecipazione serve a poco perché comunque possono crescere la discrezionalità, l’arbitrio, l’influenza dei gruppi di interesse. Certo i cittadini possono indignarsi, ma non intervenire direttamente. La rivoluzione della partecipazione vuole dare loro proprio questo potere.

D: Sì, ma concretamente come pensate di farlo?

Sai dopo oltre trent’anni a Cittadinanzattiva, sulla partecipazione ho accumulato una tale riserva di idee ed esperienze reali che potrei elencarle per ore. Mi limito soltanto ad indicarti tre punti, tre “piste” di lavoro con le quali si svilupperà il nostro impegno nei primi sei mesi di governo

  • Decisione condivisa cioè definizione di percorsi di consultazione civica sulle principali tematiche di governo e sulle leggi più importanti con la finalità di creare un “dialogo civile permanente” tra amministrazioni, associazionismo e singoli cittadini e sottolineo, singoli cittadini
  • Valutazione civica perché non c’è miglior occhio se non quello del cittadino per verificare il funzionamento dei servizi. Per questo la Regione proporrà ai cittadini di trasformarsi in controllori dei servizi regionali non in astratto e in maniera confusa, bensì mediante cicli di valutazione della qualità del servizio e dell’operato dei dirigenti.
  • Cittadinanza attiva ovvero dare valore alla sussidiarietà orizzontale con il coinvolgimento diretto di cittadini singoli e associazioni nello sviluppo dei servizi di welfare, nell’informazione e nell’educazione civica, nella cura e manutenzione del territorio, nella prevenzione dei rischi ambientali, nella cura degli anziani, nella gestione responsabile del ciclo dei rifiuti, nell’uso sostenibile delle risorse idriche.

Sembra il regno di utopia, no? E invece è quello che Cittadinanzattiva ha pensato, detto e sperimentato per decenni. Io so che è possibile e per questo voglio provarci sul serio a realizzarlo questo programma.

D: Spero che ce la farai sia perché attuare questo programma per la prima volta in un ente come la Regione Lazio che ospita la capitale avrebbe un valore esemplare, sia perché sarebbe il coronamento di un impegno per la cittadinanza attiva che ha segnato tutta la tua vita. Manca qualcosa però. Avevi detto che parte della rivoluzione sarebbe stato l’uso di internet. Cosa vi proponete?

R: Semplice: una rivoluzione digitale. Te l’avevo detto che le rivoluzioni erano tre e questa è la terza quella che deve fornire gli strumenti e facilitare le altre due. Visto che vanno di moda le agende noi l’abbiamo chiamata “L’Agenda Digitale del Lazio” cioè un insieme di interventi con i quali sarà possibile realizzare la trasparenza e la partecipazione. Cito alcuni degli obiettivi dell’Agenda Digitale dal “Manifesto”:

  • un Piano per portare la Banda Larga e la Rete di collegamento gratuito ad internet in modalità Wifi in tutti i comuni (ti ricordo che a Roma una rete minima di accesso gratuito è stata realizzata dalla Provincia proprio su impulso di Zingaretti)
  • lo sviluppo di una Cartografia digitale o “Carta della comunità” per il controllo del territorio
  • la realizzazione di nuovi servizi telematici pubblici per l’accesso alla documentazione sanitaria, l’abbattimento delle file agli sportelli, la semplificazione delle pratiche
  • l’incentivo alla realizzazione di servizi e applicazioni da parte di imprese, associazioni e singoli cittadini grazie all’utilizzo dei dati liberati dalla Pubblica Amministrazione.

Insomma dobbiamo chiudere una stagione opaca, triste, volgare e lontana dai cittadini ed entrare nel futuro che non è un mondo ideale, ma è fatto di partecipazione, di trasparenza, di semplicità nei rapporti fra cittadini e istituzioni e amministrazioni pubbliche. Come vedi una ricetta semplice, con pochi ingredienti, genuini e buoni. Io ci credo.

(intervista a cura di Claudio Lombardi)

Sostituire la partitocrazia? Intervista a Roberto Crea

Roberto Crea è segretario di Cittadinanzattiva Lazio.

La politica è la questione centrale perché si tratta della funzione sociale con la quale la collettività decide su sé stessa, si autogoverna. Il vecchio modello partitocratico ha fatto danni enormi e deve scomparire per sempre. Con cosa lo sostituiamo? Voi cosa potete fare?

La discussione sulla partitocrazia va avanti, senza grandi risultati pratici, da molti anni. Forse è cresciuta la consapevolezza tra i cittadini dei danni che questa determina alla nostra società e più prosaicamente alle nostre vite. Ricordiamo le battaglie solitarie dei radicali e gli appelli di Berlinguer, poi Tangentopoli e Mani Pulite, ormai oltre vent’anni fa, o oggi quello che vediamo, con uno scoramento collettivo.

Lo scandalo della regione Lazio, per esempio, e il rifiuto ripetuto di far votare i cittadini non ha scatenato reazioni significative, non abbiamo visto manifestazioni di massa sotto la sede della Regione. In tutti questi anni, il rifiuto dell’abuso di potere partitocratico (che, ricordiamo, ha anche portato al debito che pesa sulle prossime generazioni di cittadini italiani) è stato in realtà appannaggio di una minoranza perché pesa molto la sottocultura alimentata per decenni che tollera gli abusi della partitocrazia.

Perché questa realtà cambi deve cambiare prima di tutto la cultura civile dei cittadini. Allora il sistema partitocratico, che ancora è tra noi e continua a procurare danni, potrà scomparire. Sembra un luogo comune, ma ancora oggi si vive di raccomandazioni e di abusi di vario tipo: del resto i politici e gli amministratori corrotti hanno ricevuto valanghe di voti, e i comportamenti quotidiani di moltissimi nostri concittadini non sono certo all’insegna del senso civico e del rispetto per lo spazio pubblico e per i beni comuni.

Allora che fare? Le frasi fatte tipo “sono tutti uguali” oppure “è tutto un magna-magna” che sono tanto diffuse servono a poco. Molto più importante è l’impegno nella costruzione di modelli di politica alternativa. Non si tratta solo di impegno diretto sui problemi del territorio perché oggi esiste una forte spinta alla formazione di liste civiche per un impegno diretto dei cittadini nelle istituzioni. Tuttavia le liste civiche sono spesso il paravento dietro cui si ripropongono persone con un passato, anche recente, legato proprio alla partitocrazia e alla politica tradizionale.

Credo, quindi, che molte liste civiche non porteranno alcun cambiamento sostanziale. In parte ciò è dovuto anche alla loro frammentazione e alla cronica incapacità di trovare i punti che uniscono piuttosto che quelli che dividono in funzione della visibilità di aspiranti (piccoli) leader autoreferenziali.

Auspicabile, invece, è l’impegno all’interno di partiti che vogliono rinnovarsi o all’interno di liste civiche organizzate e “evolute” di persone che, impegnate fino ad oggi nella società civile e nell’associazionismo, decidano di dare un proprio contributo all’interno delle istituzioni.

Non mi è chiaro, ancora, a che risultato questo possa portare in termini di cambiamento di modello politico-amministrativo. Comunque si tratta di mutamenti che avvengono nel medio termine e che si vivono anche di piccoli passi esemplari. In questo modo chi rimane “fuori” dai palazzi della politica, i cittadini attivi che operano per la tutela e la partecipazione civica, avrà un vantaggio competitivo in più perché potrà contare su alleati all’interno del sistema politico e amministrativo per spingere verso modelli di partecipazione, trasparenza e controllo più efficaci. Se questo modello funzionerà potremo anche raggiungere quell’evoluzione culturale della nostra società che, come dicevo, è alla base di un vero cambiamento.

Tutto ciò non basta però. Credo anche che sarà importantissimo, per la cosiddetta “società civile”, organizzare delle modalità strutturate e sistemiche di vigilanza, monitoraggio e valutazione dei comportamenti degli amministratori rispetto alle promesse e ai programmi elettorali, per mettere in evidenza pubblicamente coerenze e “tradimenti”, correttezza istituzionale e rispetto delle norme, e chiedere conto di tutto quello che non viene fatto o viene fatto male. Un sistema del genere, molto evoluto e con molte risorse a disposizione, è attivo ed efficace negli Stati Uniti. Stiamo lavorando con altre associazioni per strutturare un sistema simile come concetto e capacità anche di interdizione di politiche e scelte amministrative inaccettabili per l’interesse collettivo.

Credo che il nostro ruolo sia quello di far crescere consapevolezza e partecipazione attraverso azioni, condivisione di buone pratiche, educazione a partire dai problemi che i cittadini si trovano ad affrontare sul territorio tutti i giorni. Occorre mettere insieme risorse e idee per raggiungere massa critica e riuscire a parlare in modo adeguato a quante più persone possibile, ma anche utilizzare strumenti moderni di comunicazione per dare prospettive e la speranza che le cose possano davvero cambiare in meglio.

Infine, sempre in termini di verifica e intervento da parte delle organizzazioni civiche, credo sia giunto il momento di avere una maggiore capacità di intervento di contrasto legale degli atti amministrativi illeciti o apertamente illegali. La situazione è così grave, e sto parlando della nostra regione e dell’amministrazione comunale di Roma e di altre città del Lazio, che credo sia necessario porre un argine ad abusi e violazioni normative di forma e di sostanza che si moltiplicano in modo preoccupante. Stiamo lavorando quindi alla creazione di una sorta di gruppo di azione giuridica intra-associativo che sia in grado di operare a tutela dei cittadini in modo strategico, con un ampio respiro, avviando battaglie legali su temi importanti al fine di indicare nuove strade normative per il futuro.

(intervista a cura di Angela Masi)

Voglia di partecipazione (sì, ma concretamente?) (di Claudio Lombardi)

Voglia di partecipazione. Questa è l’interpretazione più diffusa per descrivere ciò che sta accadendo fra gli italiani. Le primarie per eleggere il leader della coalizione di centro sinistra muovono milioni di persone. Le manifestazioni degli studenti e degli operai fanno scendere nelle strade decine di miglia di persone che chiedono partecipazione. Nuovi movimenti, associazioni, raggruppamenti si formano in continuazione. Partono spesso dalle lotte sociali e del territorio, altre volte si tratta di cittadini che vogliono fare qualcosa per il cambiamento e che si organizzano per partecipate. Ci sono poi i momenti apicali di questo laboratorio politico e sociale e nascono unioni come A.L.B.A. e da ultimo “Cambiare si può”.

La parola d’ordine è sempre “partecipazione”. Anche il M5S dice di esistere per far partecipare i cittadini. Una miriade di gruppi si confrontano su internet, danno vita a programmi e progettano la partecipazione alle elezioni.

Ma un limite c’è a questa spinta di massa verso la partecipazione perché non si capisce come la si possa concretamente attuare. Eleggere in tutte le assemblee elettive persone oneste? Scendere in piazza per protestare e rivendicare? Impegnarsi sui temi locali o in attività di sussidiarietà che realizzino l’interesse generale ? Sono tutti “pezzi” di partecipazione, ma manca un disegno complessivo di rifondazione partecipativa del sistema democratico.

Il ragionamento (e gli interrogativi) partono da uno schema di base che vede nel rapporto fra cittadino e Stato il primo elemento della politica. E, quindi: come può il cittadino far pesare il suo giudizio e il suo punto di vista nello spazio pubblico? Come può sentirsi responsabile delle decisioni politiche ed esercitare questa responsabilità verificandone l’attuazione? Senza questi elementi diventa difficile giudicare le scelte e le azioni politiche e istituzionali perché la questione centrale è quella del potere: come si organizza e si gestisce il potere in un sistema democratico fondato sulla partecipazione dei cittadini? E, all’interno di questa, come vive il rapporto fra cittadini e poteri pubblici? E cosa possono fare le formazioni sociali che danno vita alla partecipazione dei cittadini (associazioni, comitati e anche partiti)?

Meglio non parlarne in astratto, scendiamo su un altro terreno e prendiamo l’esempio di una piccola città, una fra le tante, Ascoli Piceno.

Il 3 dicembre scorso il Comune di Ascoli Piceno e l’Assemblea territoriale di CITTADINANZATTIVA hanno stipulato un protocollo di intesa.

Il fine dichiarato è il miglioramento delle relazioni tra cittadini e istituzioni locali avendo come punti di riferimento: la sussidiarietà; la trasparenza e la credibilità delle amministrazioni pubbliche; la partecipazione dei cittadini; la diffusione della valutazione civica; la diffusione della cultura della legalità nelle istituzioni locali e nella società civile; la prevenzione della corruzione.

Per la realizzazione di queste finalità l’accordo costituisce un impegno a valorizzare: le segnalazioni dei cittadini raccolte da Cittadinanzattiva; le sperimentazioni già fatte sui temi della sussidiarietà orizzontale, della democrazia deliberativa e della valutazione civica dei servizi; le iniziative di partecipazione civica attivate da Cittadinanzattiva.

L’impegno consiste: nel trasferimento di conoscenze sulle tematiche della prevenzione e del contrasto alla corruzione, della trasparenza e dell’etica nella P. A., anche attraverso il confronto con altre esperienze europee e internazionali; nella collaborazione per una maggiore conoscenza della corruzione e di altre forme di illecito presenti nella Pubblica Amministrazione, nonché sul loro impatto nel Paese, sulla vita dei cittadini e sulla libertà delle attività economiche; nella promozione della cittadinanza attiva e della sussidiarietà orizzontale, anche con la collaborazione di altre organizzazioni civiche e con il coinvolgimento dei pubblici dipendenti, attraverso azioni di formazione, sensibilizzazione e di animazione culturale sul territorio; nella sperimentazione nel campo della valutazione civica dei servizi pubblici locali; nella promozione di iniziative di informazione e confronto sulla trasparenza dei bilanci comunali e sulle modalità di rendicontazione ai cittadini dell’operato delle amministrazioni pubbliche.

Al centro quindi c’è lo sviluppo della capacità dei cittadini di monitorare la qualità del governo locale e la messa in atto di pratiche per la trasparenza, a partire dai temi più vicini al vissuto quotidiano (servizi sociali e educativi, verde pubblico, sicurezza, trasporti e igiene urbana, funzionamento degli uffici comunali, accessibilità alle informazioni e partecipazione civica).

Infine il protocollo dura per due anni ed è rinnovato automaticamente potendo, quindi diventare una modalità strutturale di partecipazione al governo locale.

Chi è riuscito a leggere fino a qui si domanderà se questa è la partecipazione che viene richiesta a gran voce in queste settimane. La risposta è no o, almeno, non esattamente perché la partecipazione di cui parla il protocollo di intesa guarda ai tempi lunghi, mira ad una cultura civile che integri la partecipazione come modalità di base della convivenza in una comunità locale. Nel protocollo c’è (anche se non proclamato esplicitamente) un disegno strategico di ricostituzione della “rete” della democrazia. È qualcosa che va oltre i temi più conosciuti e frequentati in questa fase e per questo è più difficile coglierne il valore.

Eppure è questa l’unica strategia che le tante forme della cittadinanza attiva possono darsi per non essere il fenomeno di una sola stagione.

Claudio Lombardi

Chiedere conto, dare conto: ecco la riforma della politica (di Claudio Lombardi)

Agli scandali siamo ormai abituati. Non ci sorprendiamo più che un assessore prenda la mazzetta o che lo faccia un geometra dell’ufficio tecnico o che un direttore generale favorisca una ditta amica o che un presidente di regione sia clamorosamente corrotto facendo guadagnare un suo amico faccendiere a spese dei soldi pubblici. Non ci stupiamo di scoprire che il finanziamento ai partiti abolito con referendum sia ristabilito sotto falso nome e porti nelle casse di queste associazioni non riconosciute e non controllate fiumi di denaro pubblico.

Eppure nel caso della regione Lazio c’è qualcosa di diverso. Forse è la classica goccia che fa traboccare il vaso o forse è la coazione a ripetere che contagia tutti i politici che sembrano subire passivamente un meccanismo che non riescono ad interrompere.

Tutti i politici. Bisogna dirlo e sottolinearlo perché così come per i finti rimborsi delle spese elettorali diventati un finanziamento spropositato e incontrollato, anche nel caso delle ruberie alla regione Lazio tutti i partiti hanno partecipato a costruire un meccanismo truffaldino di saccheggio del denaro pubblico.

Diciamo subito che, se per il Pdl la cosa non stupisce essendo questa una formazione politica che trae le sue origini dalle esigenze di fuga processuale e di dissimulazione dei reati di un pluripregiudicato colluso fin dalle origini con i clan mafiosi e col riciclaggio di denaro sporco (questo sta scritto in atti processuali e quindi è storia provata) come Silvio Berlusconi che dai suoi seguaci non è mai stato smentito e contrastato, per il PD, per l’IDV e per SEL stupisce e addolora.

Questi partiti dovevano essere l’alternativa al sistema di potere delle cricche e dell’illegalità, eppure non sono riusciti a sottrarsi al sistema che nella regione Lazio aveva raggiunto uno dei vertici dell’arbitrio.

Togliere soldi ai servizi per i cittadini, colpiti da tagli di tutti i tipi e da inasprimenti fiscali, per consegnarli nelle mani dei partiti che li hanno usati a loro piacere è stata una carognata che non si può comprendere e giustificare in alcun modo.

Non c’è festa di partito, non ci sono primarie, non ci sono comparsate televisive e relativi discorsi altisonanti che possono far dimenticare questa carognata. Non ha nessuna importanza che i soldi siano stati spesi per lussi privati o per convegni pensosi con relativa distribuzione di compensi a consulenti, professori universitari, studiosi e amici vari. Ciò che conta è il meccanismo che è stato messo in piedi e che sarebbe continuato se non si fosse inciampati nello scandalo.

Di conseguenza, qualche riflessione sui partiti, sulle istituzioni e sui cittadini.

I partiti, i loro dirigenti e i loro esponenti che siedono nelle istituzioni hanno perso il senso della realtà. (Non il Pdl che è un caso a parte, ma gli altri partiti). Abituati al potere, armati di una concezione della politica intesa proprio come esercizio del potere che mette il partito (o la persona che occupa quel posto) al di sopra della legge e dei cittadini comuni non sono riusciti ad imboccare una strada diversa. È evidente che l’ossessione dei soldi li perseguita perché a loro pare che siano i soldi ad aprire la strada del successo politico. E pensano sia giusto che a pagare sia lo Stato perché, dicono, la democrazia lo richiede. Peccato che si dimentichino sempre di mettere un freno alle quantità e di creare un sistema di controlli che stronchi ogni abuso. Solo a scandali scoppiati cercano di correre ai ripari, ma sempre senza sapere bene come conciliare l’arbitrio cui sono abituati con l’esigenza di fare qualcosa di convincente. È questo che chiede la democrazia?

Le istituzioni si sono dimostrate terra di conquista per bande di approfittatori raggruppati sotto sigle di partito per pura convenienza. Parlo del Pdl ovviamente, ma la cosa sembra riguardare anche taluni che hanno intuito le possibilità di carriera all’ombra di altre bandiere. Se un consigliere regionale guadagna oltre 10mila euro al mese e dispone di privilegi che aumentano il peso di questi guadagni come si può pensare che la competizione per conquistare quel posto sia mossa solo da una spinta ideale? Se fosse stato così avremmo assistito alla ribellione degli onesti nelle regioni “carogna” come la Sicilia e il Lazio, ma così non è stato.

Ma la questione è anche di struttura istituzionale perché il tanto decantato federalismo diventato una moda e basato sull’esaltazione delle autonomie regionali non ha fatto altro che moltiplicare le ruberie e gli sprechi disarticolando le politiche pubbliche spezzettate in tanti sistemi regionali autoreferenziali. Anche la riforma del titolo V della Costituzione (fatta in fretta e furia dal centro sinistra per apparire moderno e federalista anch’esso) si è rivelata un disastro. Bisogna tornare ad un’autonomia più limitata che sottoponga tutte le regioni al coordinamento delle politiche nazionali, a controlli penetranti e a regole comuni a cominciare dai sistemi elettorali, dalla composizione dei consigli e dalle spese istituzionali. Tutte le regioni anche quelle a statuto speciale che non hanno più motivo di essere. Il caso della Sicilia dovrebbe bastare e avanzare per capire a cosa è servita l’autonomia regionale speciale: un furto sistematico e legalizzato da parte di una classe dirigente isolana che ha depredato quel territorio senza nemmeno portare benessere e sviluppo. Ma anche nel caso di Bolzano l’ordine, la pulizia, il decoro nascondono privilegi incredibili e indecenti che non hanno più motivo di esistere.

Infine i cittadini, croce e delizia di tutto, inizio e fine di tutti i ragionamenti. Sono i cittadini che si fanno comprare dai favori e dalle illusioni, sono sempre loro che tollerano e si sottomettono al sistema di potere che li rende sudditi e clienti con la mano tesa verso il politico. Ma sono anche loro i protagonisti di una rinascita possibile. Qualunque riforma della politica, qualunque mutamento istituzionale dovrà mettere al centro la partecipazione e la responsabilizzazione del cittadino. Non il politico che riceve e ascolta i suoi elettori che non serve, non basta e non risolve nulla, ma un sistema che proceduralizzi la partecipazione e che la faccia diventare strumento ordinario di governo della collettività.

Impossibile? No, possibile già praticato, ma non riconosciuto abbastanza. Il bilancio partecipato è il primo esempio, poco diffuso e poco incisivo per come è attuato. La valutazione civica “inventata” da Cittadinanzattiva che si basa sulla formazione e sull’attività di valutatori civici (cittadini comuni e non professionisti) e sull’integrazione del loro lavoro con quello delle amministrazioni pubbliche  e delle istituzioni.

Ecco le basi che indicano la strada da percorrere. Bisogna essere convinti che questa è la strada giusta e che ogni forma di partecipazione fondata sulla separatezza fra cittadini e politici non funziona più. I festival di partito, i dibattiti, le manifestazioni di piazza non servono a niente se poi i politici decidono e operano nelle istituzioni in modo non trasparente di fronte a cittadini deresponsabilizzati. Chiedere conto, dare conto questa la sostanza del rinnovamento vero della politica.

Claudio Lombardi

Denaro e informazione, due snodi cruciali della democrazia (di Claudio Lombardi)

I problemi della democrazia sono tanti, ma i maggiori sono quelli dell’informazione e del denaro. Prendiamo la campagna elettorale negli USA. Un articolo di Alexander Stille pubblicato di recente su Repubblica ci ricorda che “dal 2008 l’industria finanziaria, che ha scatenato la crisi, ha speso 343 milioni di dollari per i lobbysti e 211 milioni nelle campagne elettorali per assicurarsi che le riforme per far ripartire l’economia non risultassero troppo onerose. I contributi sono andati sia ai democratici sia ai repubblicani. Il risultato è che abbiamo un partito (quello repubblicano) interamente al servizio di grossi interessi, i cui esponenti hanno votato contro qualsiasi riforma finanziaria. Mentre il partito democratico è colonizzato per metà: ha fatto una riforma finanziaria molto più debole di quanto serviva”

Ecco sintetizzato il paradosso di un regime che, fondato sull’eguaglianza e sulla libertà, in realtà non è in grado di impedire che minoranze aggressive e ricche di denaro lo conquistino e lo usino per accrescere il loro potere e le loro ricchezze distruggendo, di fatto, sia l’eguaglianza che la libertà. Il fatto che le misure contro le attività finanziarie speculative siano state deboli e che si sia preferito usare i soldi pubblici per soccorrere chi aveva causato la crisi senza, peraltro, adottare regole severe per impedire che accadesse di nuovo significa che lo strapotere del denaro ormai in grado di comprare partiti e politici può dettare le sue condizioni e mettere ai margini la stragrande maggioranza dei cittadini. Continua Stille: “i poveri votano molto meno dei ricchi. Circa l’80 per cento delle persone con un reddito di oltre 150.000 dollari votano, mentre solo il 40 per cento di quelli più poveri fanno lo sforzo di andare alle urne”.

Certo, ciò non ha impedito la vittoria di Obama, ma il peso degli interessi privati ha interessato anche lui e il partito democratico sia direttamente sia indirettamente con l’enorme capacità di formare l’opinione pubblica che hanno i detentori degli interessi più forti. Tutto si paga, dai giornalisti, alle televisioni, all’onnipresente propaganda. Un apparato gigantesco capace, per esempio, di inculcare nella testa dei cittadini l’assoluta necessità di ridurre le tasse ai ricchi e di eliminare l’assistenza sanitaria e sociale per i più deboli. Il bianco diventa nero e il nero bianco.

Qualcosa del genere abbiamo sperimentato anche noi in Italia. Il berlusconismo ha rappresentato la discesa in campo del denaro e del potere mediatico con la costruzione di una cultura civile ampiamente diffusa e condivisa fondata sulla prevalenza dei più forti e sullo sdoganamento della disonestà a tutti i livelli nel più assoluto disprezzo degli interessi della collettività a favore di quelli dell’individuo. Una cultura che è diventata, per quasi venti anni, il cemento che ha unito italiani e uomini dei partiti di governo del centro destra. Quanto questo abbia influito sui conti che adesso la maggioranza dei cittadini sta ripagando (ma non i ricchi, sempre esentati) è immaginabile, ma lo dice bene una sola cifra: 460 milioni di euro spesi dalla cricca della Protezione Civile per organizzare il G8 (mai tenuto) alla Maddalena. 460 milioni rubati, buttati, sprecati dissolti.

Come questo non sia stato capito dagli italiani e non abbia suscitato una ribellione capace di rovesciare il governo non è un mistero perché la formazione dell’opinione pubblica è stata il primo compito che hanno affrontato “scientificamente” i fondatori del nuovo ordine. Il possesso dei canali televisivi privati e di molti quotidiani e periodici e il controllo assoluto della TV pubblica hanno supportato la conquista e la gestione del potere. La corruzione con l’uso dissennato del denaro pubblico ha fatto il resto selezionando un personale politico e una burocrazia del tutto asserviti.

Due casi, quindi, nei quali la sostanza di un regime democratico è messa in mora dal potere del denaro e dal monopolio dell’informazione. Cosa possono fare coloro che non dispongono né dell’uno né dell’altra, ma hanno solo il loro diritto di partecipare alle decisioni politiche?

Questo, sempre più, appare il problema cruciale delle democrazie. E non si tratta di una questione formale, ma molto concreta. Gli strumenti classici della partecipazione o sono in crisi o non bastano più. I partiti sono in crisi non perché non abbia più senso l’esistenza di organizzazioni sociali che si occupano della selezione dei programmi politici e dell’organizzazione della partecipazione popolare di cui parla l’art. 49 della Costituzione. I partiti sono in crisi perché sono diventate macchine elettorali o comitati di affari. Non tutti, ma si può dire che i due aspetti sono presenti in misura diversa nelle formazioni politiche che riscuotono la maggioranza dei consensi.

Abbiamo avuto l’esempio di quello che era ritenuto un partito popolare, la Lega, che per molti anni non ha tenuto congressi e nella quale si è tentato di instaurare una successione ereditaria al vertice. Per non parlare del maggior partito di governo, il Pdl, che è stato sempre un partito di proprietà di Silvio Berlusconi.

Le elezioni non rappresentano più il momento solenne delle scelte democratiche perché non poggiano su una struttura sociale-istituzionale fondata sulla partecipazione. Spesso gli elettori votano sulla base di suggestioni, di illusioni e di disinformazione e non sono educati alla valutazione e alla selezione delle opzioni politiche  e programmatiche.

Questo il quadro. Per cambiare qualcosa bisogna partire dalle ultime righe, ma volte in positivo: informazione, educazione alla valutazione delle politiche e dell’attuazione delle scelte. Il fine è costruire una cultura civile condivisa che prescinda dagli schieramenti politici. Un esempio: pagare le tasse e non rubare i soldi pubblici sono valori e principi di base della convivenza civile, non sono scelte politiche che dipendono dagli schieramenti di partito. Su queste basi è realistico pensare di poter dar vita a nuovi partiti o di rinnovare quelli esistenti anche partendo da un ruolo inedito dell’opinione pubblica che utilizza tutti gli strumenti a sua disposizione per conoscere i fatti, far circolare le informazioni, individuare e confrontare le soluzioni ai problemi di governo della società.

Claudio Lombardi

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