Una spending review dei cittadini: intervista a Marco Frey

Marco Frey è direttore dell’Istituto di Management della scuola superiore Sant’Anna di Pisa e presidente di Cittadinanzattiva

D: Insieme allo spread la spending review sta diventando una delle definizioni più usate non solo dai politici e dai giornalisti, ma anche dai cittadini. Il suo significato vero, tuttavia, lo si intuisce, ma resta confuso con l’attuazione concreta fatta col decreto legge del Governo. Facciamo un po’ di chiarezza?

R: Sì volentieri, fare chiarezza sull’uso dei termini è, non solo cosa buona e giusta, ma necessaria per capire e per valutare. E, come dovrebbe ormai essere chiaro, la valutazione dei cittadini è una delle parti più importanti della partecipazione democratica.

Dunque, chiariamo subito che quella che oggi viene definita dal Governo spending review è, in realtà, una manovra finanziaria. La traduzione in italiano di spending review è semplicemente revisione della spesa. Però prima della revisione occorrerebbe fare l’audit ossia un’attività di verifica diretta a scandagliare tutti gli aspetti che stanno a monte ad una decisione di spesa (procedure, obiettivi ecc). Se non faccio l’audit sicuramente non indovino la revisione della spesa perché mi mancano gli elementi per valutare le motivazioni e le finalità della spesa. In realtà Bondi (il Commissario del Governo incaricato di collaborare alla spending review) ha individuato alcuni capitoli di spesa da revisionare e sottolineo alcuni perché la manovra del Governo è molto più ampia. Detto questo la revisione in generale dovrebbe servire a rendere efficiente ed efficace un sistema. Vanno, perciò, individuati obiettivi agendo su organizzazione, processi, risultati. Per farla ci vuole tempo, molto tempo e raramente la politica ha tempo. Senza tempo il processo di revisione risulta, quindi, parziale.

D: Nella risposta sembra implicito un giudizio di inefficacia o di inadeguatezza o anche di inappropriatezza della spending review. È così?

R: Intanto non è la prima volta che si tenta una revisione della spesa. Già nel 2006 era stata creata una commissione dal ministro Padoa Schioppa e all’epoca il risparmio era stato quantificato in 700 milioni che sono ben lontani dai numerosi miliardi di risparmio che si vogliono raggiungere adesso. Già questo dato, insieme con il poco tempo passato dal conferimento dell’incarico al Commissario, dice che qualcosa non quadra.

In effetti, o si iniziava subito il giorno stesso dell’incarico del Governo a mettere sotto revisione la spesa o il tentativo, oggi, è quello di mettere una pezza. Bondi non ha impostato male il lavoro, anzi, ma le cose sono andate più in fretta sospinte dalla necessità di rispettare gli impegni presi con l’Unione Europea e, quindi, di abbassare la spesa pubblica. Ciò ha portato ad una spending review nella quale ci sono anche i “famosi” tagli orizzontali. Nel complesso direi un’operazione debole anche perché il risultato effettivo è semplicemente che si spenda meno non che si spenda meglio. In definitiva un’operazione finanziaria a somma zero se si tiene conto dei previsti incrementi dell’IVA che potranno essere rinviati o annullati del tutto.

D: Veniamo ad una domanda che sono in tanti a farsi: cosa può fare ognuno di noi e cosa può fare un’associazione di cittadini per migliorare le cose? Sappiamo che il Governo ha promosso una consultazione online per ricevere suggerimenti da parte dei cittadini. Probabilmente questo non basta se mancano strumenti di informazione, di riflessione e di formazione di un’opinione matura che non vada oltre le sollecitazioni e le campagne del momento.

R: In effetti il Governo ha consultato online i cittadini a maggio ricevendo 135.000 contributi sugli sprechi da tagliare. I risultati sembrano riflettere i temi più comuni e diffusi di protesta: le auto blu; il funzionamento degli uffici pubblici; la sanità. Dunque, tre macro aree di intervento segnalate dai cittadini. Le altre (pensioni, energia etc) seguono con percentuali più basse. Cosa ci dice questo esperimento? Che manca qualcosa. Se ci fosse un audit collegato e precedente alla revisione potremmo verificare la funzionalità del servizio nel contesto in cui si trova e in relazione alle esigenze dei cittadini. Tutt’altra cosa da quella è stata fatta perché, lo ripeto, l’urgenza di oggi è ricavare numeri di bilancio compatibili con gli impegni europei e non c’è tempo né disponibilità ad una revisione che potrebbe anche portare ad un incremento della spesa in alcuni settori.

E qui veniamo alle possibilità delle associazioni e dei movimenti di partecipazione civica. Da tempo tante di queste realtà hanno superato un atteggiamento puramente rivendicativo e di protesta. Alcune parole chiave sono diventate linee guida per l’azione sociale. Fra tutte l’appropriatezza dei servizi (riconducibile anche all’uso razionale di risorse scarse) sembra quella più rilevante. Quando si mettono sul tavolo esperienze, competenze e riflessioni poi ci si impegna anche a dire dei sì e non solo dei no perché la logica del difendere tutto a prescindere non fa’ più presa quando ci si misura con la realtà e si mira a cambiarla in meglio. Da questo punto di vista Cittadinanzattiva ha imboccato da tempo una via originale per rendere concreta la partecipazione dei cittadini alle politiche pubbliche: la valutazione civica. Non dico per l’attuale spending review perché ormai il decreto legge è diventato legge e sappiamo che il Governo non lasciava margini di modifica, ma per l’immediato futuro (intendo da settembre in poi) ci sarà molto bisogno di una revisione permanente della spesa che parta dall’informazione e dalla consapevolezza dei cittadini. Cittadinanzattiva farà la sua parte e promuoverà una spending review civica mettendo a disposizione di tutti gli strumenti di cui dispone (audit e valutazione civici) perché i primi ad essere interessati ad eliminare gli sprechi e le inefficienze sono i cittadini.

Intervista a cura di C.Lombardi

Cittadinanzattiva: un progetto politico per l’Italia (di Claudio Lombardi)

Si tiene in questi giorni il congresso nazionale di Cittadinanzattiva, l’organizzazione che ha, per prima, scelto di essere un movimento politico per la partecipazione civica. L’atto di nascita risale ad oltre trenta anni fa quando un gruppo di giovani decise di imboccare una strada nuova che coniugasse la politica e l’azione civica. L’evoluzione successiva portò a cambiamenti di nome e di struttura, ma si trattò, comunque, dello svolgimento di un concetto iniziale che segnava una novità sostanziale per l’Italia.

Alla fine degli anni ’70, infatti, i conflitti politici e sociali si concentravano su ideologie contrapposte o sulle rivendicazioni e gli interessi di ceti identificati in base al proprio lavoro e al reddito. L’idea che la base della società e dello Stato fossero i cittadini e che li accomunasse una fitta trama di obiettivi – i diritti declinati in base ai principi costituzionali e realizzati attraverso le politiche pubbliche – e di strumenti istituzionali non era molto popolare. L’azione civica era già conosciuta e praticata grazie alle tante iniziative di base sviluppate nel mondo cattolico più che in quello che si riconosceva nella sinistra sindacale e politica. Alcuni eventi catastrofici come l’alluvione che inondò Firenze e che precedette l’esplosione del ‘68, tuttavia, portarono in primo piano una generazione di giovani che sperimentò concretamente cosa poteva essere fatto con l’azione diretta che aveva la sua base nella solidarietà e nella responsabilità derivanti dalla condizione di cittadini e il suo oggetto nei beni comuni da salvare.

Gli eventi successivi (il 1968, le lotte operaie, la stagione delle bombe e lo stragismo di Stato) non aiutarono chi parlava di coscienza civica e di diritti civili. Furono anche gli anni, però, delle battaglie per il divorzio e per l’aborto che segnarono una prima divaricazione fra i partiti che detenevano la rappresentanza politica e la volontà dei cittadini.

Quell’ispirazione iniziale portò prima alla nascita del Movimento Federativo Democratico, poi al Tribunale dei diritti del malato e, quindi, a Cittadinanzattiva.

Oggi a parlare di cittadinanza attiva e di civismo sono in tanti e gli stessi partiti che hanno goduto di un consenso vastissimo pensano di rifondarsi per assumere le sembianze di movimenti civici, anzi, di liste civiche. Le liste civiche per le prossime scadenze elettorali si moltiplicano e il successo del Cinque stelle di Beppe Grillo indica che c’è un grande consenso in cerca di una rappresentanza.

La crisi radicale che ha colpito gran parte dei partiti che si sono impadroniti delle istituzioni depredandole e che hanno dimostrato il loro fallimento nel governo del Paese si trasforma in una spinta potente a crearsi nuovi canali di rappresentanza che portino ai posti di comando una nuova classe dirigente fatta anche di tanti cittadini comuni.

Il fenomeno strano è che questa spinta punta direttamente alle elezioni e non si basa su un’esperienza di azione civica che si fa politica. Il passaggio dai blog e dai gruppi che si ritrovano in rete alle liste elettorali e alle cariche istituzionali è concepito come una linea diritta. Non per tutti, però. I movimenti e le associazioni che si sono misurate con i referendum e che già praticano la politica dal basso sono molto più prudenti.

Cittadinanzattiva si presenta in questo panorama così diverso dagli anni della sua formazione con una sua caratteristica peculiare – l’azione civica prima di tutto – e riconfermando la scelta di non partecipare in quanto movimento alle elezioni.

Si tratta di un approccio diverso da ogni altro movimento che ha nell’idea della valutazione civica il suo fulcro e nella costante ricerca della convergenza di intenti fra cittadini, istituzioni e amministrazioni pubbliche il suo luogo di azione privilegiato.

Un approccio meno battagliero di quello proposto da liste civiche, movimenti e comitati vari, ma molto più concreto e penetrante. Certo, il momento della protesta e della pubblica indicazione di responsabilità di chi viene meno al suo dovere o si rivela disonesto o incapace non può mai mancare. Ma la scelta di porsi come cittadini che sentono la cosa pubblica come la loro dimensione e, quindi, individuano uno specifico ruolo per partecipare alle scelte e per verificarne l’attuazione riconoscendo ad altri soggetti, politici, istituzionali e amministrativi, i ruoli a loro spettanti (e rivendicando che siano assolti nell’interesse generale) è una scelta di profondo significato che guarda all’oggi prefigurando la società di domani.

La valutazione civica implica la conoscenza, la responsabilità, la consapevolezza e si basa su una partecipazione di elevata qualità. L’orizzonte è quello delle politiche pubbliche assunte e attuate in un contesto istituzionale radicalmente democratico nel quale non hanno diritto di cittadinanza ruberie, slealtà, trame occulte, affarismo, corruzione.

Portare il cittadino comune a questo livello significa impegnarsi in un serio lavoro di costruzione di una classe dirigente diffusa potenzialmente estesa a chiunque voglia parteciparvi.

È auspicabile che il congresso di Cittadinanzattiva precisi meglio questa strategia e che punti alla crescita della propria rete organizzata, del coinvolgimento dei cittadini e del peso politico delle azioni civiche che si fanno politica. L’Italia ha bisogno che questo progetto politico di cambiamento profondo vada avanti e abbia successo.

Claudio Lombardi

Giustizia, corruzione e cittadinanza attiva (di Claudio Lombardi)

Lentamente va avanti in Parlamento l’esame del disegno di legge contro la corruzione. Quella che sarebbe dovuta essere la prima priorità per una classe dirigente responsabile e consapevole della gravità del problema corruzione (secondo la Corte dei Conti peserebbe per circa 60 miliardi di euro sull’economia italiana) per il nostro Paese è diventato invece un treno che avanza alla minima velocità e fermandosi ai molti semafori rossi che incontra sulla sua strada. Chi aziona quei semafori? Semplice, gli stessi che della corruzione hanno goduto sia in termini di potere, che di influenze elettorali che, anche, di concreti vantaggi economici. Ricordiamo bene l’epoca delle cricche e dei ministri a cui veniva pagato l’acquisto della casa a loro insaputa. Tranne quelli che sono stati arrestati gli altri stanno sempre lì.

Il re di questi “gattopardi” è quel Berlusconi che dopo aver fatto il comodo suo con le istituzioni dello Stato usandole come sua riserva di caccia personale (e dei suoi complici), confezionando le leggi a misura dei suoi interessi (ricordiamo solo il dramma della prescrizione accorciata unita alla mancanza di risorse per la giustizia che produce impunità per chi può pagare i migliori avvocati) adesso sembra voglia inventare una lista civica per ripresentarsi come leader politico del popolo. Proprio lui che è fra i maggiori responsabili del declino dell’Italia di cui noi adesso paghiamo le conseguenze.

Cosa c’è che non convince nella legge che si sta delineando? La nuova disciplina della concussione sicuramente. A leggere molti e autorevoli commenti si tratta di un indebolimento della possibilità di colpire quei comportamenti che inducono ad un reato in forza della posizione di forza di una delle parti. Guarda caso sarebbe anche il reato di cui è accusato Berlusconi per il caso della giovane prostituta minorenne che lui fece rilasciare dalla Questura di Milano. Ma sarebbe anche il caso delle accuse mosse all’ex Pd Penati. È lecito pensare che si tenti di aiutare personaggi di questo calibro con la nuova legge? Sì è lecito, ma è scandaloso che questo avvenga oggi, con il Paese e l’Europa intera travolti da una crisi economica che mette a rischio le condizioni di vita di molti milioni di persone. Che qualcuno possa solo pensare di costruire un’altra legge ad personam assume il sapore di una beffa ai danni degli italiani. Anche se così non fosse sarebbero sempre colpevoli di omissione tutti coloro che non si impegnano per una legge severa e immediata, ma tentano di rinviare, smorzare, dirottare per coprire interessi che vanno solo colpiti senza se e senza ma.

Intanto qualcuno lavora su un altro piano e tenta di costruire un approccio nuovo al tema giustizia. In questi giorni sono stati presentati due documenti che magari non occuperanno le prime pagine dei giornali, ma testimoniano che una parte sana c’è nel popolo, negli apparati dello Stato, nelle istituzioni. Si tratta dei Rapporti di Cittadinanzattiva sulla valutazione civica in alcuni tribunali civili e sullo stato della giustizia. Frutto dell’incontro fra cittadini organizzati e dotati di validi strumenti di indagine, avvocati, magistrati, dirigenti della Giustizia e con l’appoggio del Dipartimento organizzazione giudiziaria i due rapporti mettono la giustizia sotto i riflettori per le sue mancanze, per le sue criticità, ma anche per la centralità e insostituibilità del suo ruolo.

Cosa si dice in questi rapporti? Nessuna scoperta clamorosa e niente che già non si sapesse: lunghezza dei processi, scarsità dei mezzi, inadeguatezza delle strutture, carenza di personale, procedure da modificare.

Otto anni e tre mesi la durata media di un processo penale, il doppio rispetto al 2010 e con punte di oltre 15 anni nel 17% dei casi. Ancora peggio in ambito civile dove, ad esempio, il 20% dei procedimenti si protrae dai 16 ai 20 anni.

La crisi economica si riflette sulle cause avviate: nel civile si impennano le controversie in ambito lavorativo e previdenziale (dal 13% nel 2010 al 21,5% nel 2011) e quelle relative ai diritti reali (+6,5%). Nel penale, crescono i reati contro il patrimonio (34% rispetto al 19% del 2010).

Problemi anche per il gratuito patrocinio accessibile a pochi e per la mediazione civile facoltativa (sfruttata solo nel 10% dei casi) e per quella obbligatoria (inefficace nel 65% dei casi).

Chi volesse può approfondire la lettura dei rapporti e delle proposte formulate da Cittadinanzattiva collegandosi al sito www.cittadinanzattiva.it .

La novità, però, è un’altra ed è proprio l’avvio di un lavoro comune fra cittadini, ministero della giustizia e operatori che in quel mondo svolgono la loro attività professionale (avvocati, magistrati, dirigenti).

Dopo anni di attacchi alla Magistratura e di strumentalizzazione della giustizia per condurre una spietata lotta di potere la strada imboccata da Cittadinanzattiva, resa possibile dalla grande partecipazione dell’opinione pubblica che ha sbarrato la strada per anni al dilagare dell’illegalità promossa da chi pensava di avere nelle sue mani lo Stato, è quella che si rivelerà più costruttiva a patto che nelle istituzioni i rappresentanti politici mettano da parte i loro interessi di parte e pensino all’interesse degli italiani e al valore supremo della legalità. Se non lo faranno dovremo chiamarli a rispondere anche di questo e li denunceremo anche se si dovessero riciclare dentro finte liste civiche.

Claudio Lombardi

Il diritto-dovere di “chiedere conto”. Cittadini competenti per istituzioni responsabili (di Angelo Tanese)

Le recenti notizie sull’utilizzo improprio del finanziamento pubblico dei partiti ci ricordano che in una democrazia tutte le istituzioni – e quindi anche gli stessi partiti politici – sono chiamate a “rendere conto” del proprio operato, indipendentemente dalla loro natura giuridica, per la funzione sociale che svolgono, o che sono chiamate a svolgere. Se poi ricevono anche contributi  derivanti dalla fiscalità generale, e quindi finanziati dai cittadini, proprio in ragione del principio che il loro funzionamento è in qualche modo un servizio reso alla collettività, allora la trasparenza e la rendicontazione devono essere un obbligo di legge.

C’é evidentemente molta strada da fare se è possibile immaginare, o addirittura sostenere, come qualcuno ha fatto, che il finanziamento pubblico a un partito politico, una volta erogato, autorizza il beneficiario a farne ciò che vuole, essendo un patrimonio privato. Quanto deficit di senso civico e di rispetto delle istituzioni dietro quelle dichiarazioni! Quanta libertà di agire impunemente, al di fuori di ogni basilare principio di accountability, legittimata dall’assenza di regole e di severi sistemi di controllo e di sanzione.

Questa breve riflessione, derivante da fatti all’ordine del giorno, si collega ad un tema più generale oggetto della nostra attenzione da anni, vale a dire quello della responsabilità “sociale” di cui ogni istituzione è portatrice per gli effetti che la propria azione genera nei confronti dei suoi interlocutori e della comunità di riferimento. E del diritto-dovere che i cittadini hanno di “chiedere conto” del suo operato e di pretendere regole ferme di rendicontazione e trasparenza.

Il principio di accountability riguarda tutti coloro che svolgono un’attività per conto di qualcun altro, a partire dalla famiglia (la responsabilità “sociale” dei genitori nella cura dei figli), alle imprese (la responsabilità “sociale” nella produzione di reddito), alle associazioni di rappresentanza e alle organizzazioni civiche (la responsabilità “sociale” dell’azione politica e di tutela di diritti all’interno di una comunità).

Ma non vi è dubbio che il dovere di rendere conto riguarda in primis le amministrazioni pubbliche, “in quanto titolari di un mandato e della potestà di scegliere e agire come interpreti e garanti della tutela degli interessi e della soddisfazione dei bisogni della comunità”, come si legge nelle Linee Guida al Bilancio sociale per le amministrazioni pubbliche del marzo 2006.

Sappiamo che da alcuni anni molte amministrazioni pubbliche sono impegnate nella redazione di bilanci sociali e che a seguito del Decreto Legislativo 150 del 2009 la trasparenza e la rendicontazione ai cittadini devono diventare una modalità ordinaria di gestione dei rapporti con i cittadini. Almeno sulla carta. Ma tutto ciò non basta, se il rischio è sempre quello di assistere a forme autoreferenziali di comunicazione, dove i cittadini sono meri spettatori e fruitori di informazioni parziali. Dove chi comunica può decidere unilateralmente cosa, quando, come e a chi. E dove, a fronte di molte amministrazioni pubbliche sensibili a questi aspetti, e che cercano nuove forme di relazione con i cittadini, più aperte e partecipate, è ancora possibile tollerare in tante altre – la maggior parte – la totale assenza di trasparenza e ascolto, il mancato rispetto di adempimenti e obblighi di legge, se non addirittura il perpetuarsi di comportamenti illeciti e un uso sostanzialmente privato della cosa pubblica. Esattamente il contrario della funzione pubblica e del servizio alla comunità.

Il deficit di accountability che per tanti anni abbiamo tollerato appare oggi in tutta la sua drammatica gravità. In momenti di crisi come questo, con la sottrazione di risorse disponibili per il mantenimento del nostro sistema di welfare, e l’incapacità della classe dirigente di rendersi affidabile, il rischio di perdita di garanzie per i cittadini è altissimo. E quindi il “buon governo” non è più un’opzione ma una necessità impellente. Nessuno può pensare di affrontare scelte così complesse e responsabilità così grandi, come ad esempio quelle di garantire i livelli essenziali di assistenza con la spesa pubblica senza aumentare l’imposizione fiscale o la compartecipazione alla spesa dei cittadini, senza sentire il peso della funzione ricoperta, senza adeguati percorsi di condivisione delle decisioni, e senza nuove forme di partecipazione dei cittadini stessi alla vita democratica e al governo locale.

Sappiamo bene, infatti, che pur a parità di norme generali e indirizzi stabiliti dal Parlamento e dal Governo, è oramai soprattutto a livello locale che si gioca la sfida del cambiamento e del buon governo. Come spiegare altrimenti il differenziale di performance delle Regioni in ambito sanitario o l’estrema eterogeneità di offerta e di qualità dei servizi pubblici locali tra i Comuni, spesso anche limitrofi? Questa diversità di comportamenti e di capacità di amministrare la cosa pubblica deve essere oggi portata alla ribalta, misurata e resa pubblica, se vogliamo che pur in un sistema di autonomie locali siano garantiti adeguati livelli di equità, universalità e solidarietà.

Diventa quindi fondamentale l’azione dei cittadini e il loro impegno nel prendere parte alle fasi di elaborazione, implementazione e monitoraggio delle decisioni che incidono sulla tutela dei diritti. I cittadini sono i giudici più autorizzati a formulare una valutazione e un giudizio sull’operato di chi li governa, per alcune semplici ragioni spesso dimenticate: sono i destinatari delle politiche e fruitori dei servizi pubblici, sono i finanziatori di tali interventi, sono gli elettori di chi li governa, e sono parte attiva della comunità in cui vivono.

Occorre, insomma, pensare oggi all’azione civica come una leva potente per scardinare dalla base tutte quelle situazioni in cui chi amministra la cosa pubblica non sente il peso della propria responsabilità e la funzione di servizio che è chiamato ad esercitare. Che si tratti del livello nazionale, regionale o locale, svolgere le funzioni di governo con onestà, affidabilità e competenza non può essere il frutto del caso, ma l’esito di un percorso consapevole, senza possibilità di deroga o di inerzia ingiustificata. Ed è anche una responsabilità collettiva, che chiama in causa l’esercizio pieno del diritto di cittadinanza, come dovere di prender parte e contribuire alla produzione del bene comune, superando privilegi e interessi di parte e denunciando soprusi e violazioni.

Una delle strade che qui si propone è dunque quella di rafforzare e sviluppare la valutazione civica come strumento di partecipazione dei cittadini al governo locale. I cittadini devono poter contare e dire la loro, proponendosi come analisti attenti, diffusori di informazione civica e attivatori di un ambiente civico in grado di promuovere il dibattito pubblico e il confronto continuo sui temi che interessano la qualità della vita.

Attraverso un’azione sistematica di valutazione dei servizi pubblici locali, realizzata in modo comparativo in diverse realtà del Paese, i cittadini possono rivendicare delle garanzie nei livelli essenziali dei servizi a salvaguardia del welfare locale, verificare e monitorare il livelli di equità e accessibilità del servizio pubblico, disporre di strumenti per giudicare in modo rigoroso e trasparente la “buona” dalla “cattiva amministrazione”, e promuovere un loro ruolo attivo nel governo locale, in una prospettiva di sussidiarietà orizzontale.

A seguito del decentramento amministrativo e del federalismo fiscale, i sistemi sanitari regionali (Regioni e aziende sanitarie) e gli Enti Locali (in primo luogo i Comuni) sono banchi di prova ad alto rischio per la sostenibilità e la salvaguardia del nostro modello di welfare. E sono proprio questi i principali ambiti di sviluppo per una valutazione civica competente, e per una nuova stagione di impegno e di partecipazione dei cittadini alla costruzione di un Paese più coeso e di istituzioni più responsabili.

 

Angelo Tanese – Agenzia di Valutazione Civica di Cittadinanzattiva

Il servizio giustizia e la valutazione dei cittadini: un progetto di Cittadinanzattiva

Il 15 settembre 2011 si è avviato, per la prima volta, un programma di valutazione civica nei tribunali di 9 città. Valutazione civica significa che i cittadini, per il tramite di una associazione di partecipazione civica, sono entrati in tribunale per valutare la qualità del servizio. Si tratta del percorso di valutazione civica del servizio giustizia, progetto coordinato da Cittadinanzattiva. Ne parliamo con Mimma Modica Alberti, Coordinatrice Nazionale Giustizia per i Diritti (GD) di Cittadinanzattiva.

Perché un progetto da svolgere nei tribunali? Qual’ è il senso del “percorso di valutazione civica del servizio giustizia” ideato da Cittadinanzattiva?

Già il fatto che, per la prima volta nella storia del nostro Paese, i cittadini siano entrati in 9 Tribunali  (Milano, Napoli, Taranto, Modena, Cagliari, Alessandria, Trieste, Lamezia, Enna) non perché parti in causa o testimoni nei processi, ma per valutare la qualità del servizio  indica che qualcosa di nuovo è accaduto; qualcosa che contiene una potenzialità importante per il rapporto fra cittadini e Stato e per il modo stesso di “fare” i cittadini. Si è avviata una valutazione civica basata su una raccolta di dati impostata secondo metodi predefiniti e scientificamente validi e rigorosi e finalizzata alla formazione di un punto di vista civico sul funzionamento del servizio giustizia. È importante sottolineare che la raccolta dei dati è frutto dell’impegno dei dirigenti e degli aderenti locali di Giustizia per i Diritti-Cittadinanzattiva e, quindi, è, innanzitutto, un percorso di partecipazione di cittadini attivi e non una mera attività tecnica di rilevazione dati.

Come vi siete regolati per definire le aree di valutazione e gli indicatori in base ai quali valutare i dati raccolti?

Punto di partenza è stata la “Carta dei diritti del cittadino nella giustizia” proclamata da Giustizia per i Diritti nel 2001, che enuncia i diritti fondamentali (informazione, rispetto, accesso, strutture adeguate, partecipazione, processo celere, qualità) inerenti al rapporto dei cittadini con il servizio giustizia e con i suoi operatori. Coerentemente con i diritti sanciti nella Carta, sono stati selezionati i seguenti  fattori di valutazione: informazione e comunicazione, accesso, rispetto, volumi di attività, risorse e durata dei procedimenti, qualità e processi di miglioramento, partecipazione. Tali fattori sono stati poi raggruppati in tre componenti, quali dimensioni più ampie che individuano ambiti di attenzione ai diritti: l’orientamento ai cittadini, l’impegno nel promuovere la qualità dei servizio e il coinvolgimento dei cittadini.

Quindi ci sarà una fase di elaborazione dei dati che porterà ad evidenziare problemi e criticità, d’altra parte ben noti agli italiani almeno a grandi linee. Cosa succederà dopo?

Le proposte di miglioramento, avanzate dai cittadini che hanno realizzato la valutazione a livello locale, completano il processo e sono presentate e discusse con il Presidente del Tribunale, il dirigente amministrativo e tutti gli interlocutori interessati. Ovviamente i risultati della valutazione civica e il piano di miglioramento di ciascun tribunale vengono resi pubblici secondo modalità definite e condivise città per città.

Circa gli effetti posso dire che i cittadini sino ad oggi non sono stati considerati una risorsa per contribuire a migliorare la qualità del servizio giustizia e non hanno avuto, quindi, la possibilità di confrontarsi su aspetti di costruzione delle politiche o di progettazione del servizio. Questa prima sperimentazione può consentire di vedere finalmente il cittadino come uno degli attori in grado di contribuire a individuare priorità e azioni di miglioramento e, dove ci sono, le criticità, ma anche in grado di valorizzare e riconoscere le esperienze positive. L’importante è attivare un dialogo permanente e un confronto sulla base di dati oggettivamente rilevati e analisi condivise anche per smetterla di parlare di giustizia solo quando qualche “potente” incappa in accuse di reati o in processi. Francamente i problemi veri non hanno niente a che vedere con i desideri di alcuni di sottrarsi al giudizio dei magistrati.

È proprio così. È evidente che una valutazione civica del servizio giustizia significa mettersi su un altro piano rispetto allo scontro di potere di questi anni con il quale si è tentato di mettere sotto controllo l’esercizio dell’azione penale per piegarla agli interessi di chi non voleva riconoscere l’eguaglianza di fronte alle leggi e allo Stato. Il tentativo, per ora, è fallito, ma ha lasciato macerie e divisioni. Se i cittadini entrano in campo e chiedono che la giustizia sia quel servizio essenziale di cui ha bisogno la società quali sviluppi possiamo aspettarci?

Faccio una piccola premessa. Per cittadinanza attiva  intendiamo la capacità dei cittadini di organizzarsi, di mobilitare in modo autonomo risorse umane, tecniche e finanziarie, e di agire nelle politiche pubbliche, con modalità e strategie differenziate, per tutelare diritti e prendersi cura dei beni comuni. Questa concezione enfatizza l’esercizio di poteri e di responsabilità del cittadino nel fronteggiare i problemi della vita pubblica che lo riguardano direttamente. In altri termini, i cittadini organizzati si propongono come un attore della politica: la loro presenza ha a che fare con il governo della società e con l’interesse generale, e non solo con la soluzione di singoli problemi o con la mera espressione di difesa di interessi privati. Le organizzazioni civiche, quindi, agiscono per rendere i cittadini protagonisti della tutela dei loro diritti e della cura dei beni comuni, in un ruolo non alternativo ma concorrente a quello delle istituzioni democratiche. E nel perimetro dei beni comuni va, ad avviso di Cittadinanzattiva, inserito a pieno titolo “il diritto alla giustizia”, secondo le fondamentali definizioni di cui agli artt. 24 e 111 della Costituzione e le ulteriori essenziali esplicitazioni sancite dalla Carta dei diritti del cittadino nella giustizia.

Detto questo, osserviamo che purtroppo, nell’ultimo ventennio nel nostro Paese come in Europa, si assiste ad un ripensamento dei modelli di welfare tradizionali, fondati sulla centralità della pubblica amministrazione, sia sotto il profilo giuridico-istituzionale che sotto il profilo della erogazione e del finanziamento dei servizi. In questo contesto occorre, per noi,  promuovere un nuovo welfare, in cui riaffermare l’universalità dei diritti ed il ruolo delle politiche pubbliche nel definirne le regole ed allocare le risorse, valorizzando, contemporaneamente, il ruolo della società civile ed il coinvolgimento dei cittadini come soggetti attivi, propulsori di politiche sociali in un quadro di condivisione di responsabilità collettive. In conseguenza della emersione di bisogni nuovi e più sofisticati e, al contempo, alla permanenza di sacche di disagio sociale e di nuove povertà, appare necessario superare quindi il perimetro tradizionale dello stato sociale, includendo nella sfera dell’approccio universalistico anche la giustizia e ridefinendo lo status dei cittadini come attori del welfare al fine di garantirne qualità e sostenibilità.

Il federalismo che non migliora nulla (di Claudio Lombardi)

Il federalismo è sotto osservazione. Cittadinanzattiva ha presentato il primo Rapporto dell’Osservatorio civico sul federalismo in sanità e il quadro non è proprio positivo tanto da far dire a Francesca Moccia, coordinatore nazionale del Tdm, che “troppo spesso è utilizzato come un alibi. Le differenze strutturali esistenti tra le Regioni sono state di fatto legittimate, giustificandole come inevitabili” il che non è accettabile poiché “non è giustificabile che in alcuni territori sia data per scontata la violazione sistematica di alcuni diritti fondamentali come l’equità e l’universalità, garantiti invece dalla nostra Costituzione, e in netta controtendenza rispetto alle politiche europee e alla recente Direttiva sui diritti dei pazienti. Di fatto, ogni regione si organizza come vuole e come può”. Inevitabile la conclusione: “è evidente che in questo sistema, del tutto autoreferenziale, le Regioni da sole non ce la facciano”.

Diversi sono gli esempi tratti dal Rapporto. Si va dall’istituzione dei Cup regionali contro le liste d’attesa al numero di prestazioni per le quali sono già stati stabiliti tempi massimi di attesa, alle reti oncologiche, al riordino dei punti nascita.

Si tratta di ambiti importanti per verificare la qualità del servizio e sono tutti riconducibili alla certezza delle prestazioni che in un campo come quello della salute deve essere un obiettivo fondamentale. Nel Rapporto si affrontano i problemi e le disparità relative alle liste di attesa, al fatto che se ci ammaliamo di tumore non siamo, purtroppo, tutti uguali perché prevenzione, lotta al dolore, farmaci e tecnologia sono le aree in cui si registrano le maggiori differenze nelle cure oncologiche garantite dalle Regioni e le difficoltà di accesso a visite specialistiche e esami diagnostici connessi al percorso nascita che sono la garanzia principale per la sicurezza della donna e del bambino.

La sanità nelle regioni non offre, quindi, le stesse prestazioni e il federalismo tende a giustificare le differenze strutturali esistenti, di fatto, legittimandole.

È significativo che non sia uno dei tanti centri studi esistenti a mettere sotto osservazione gli effetti del federalismo, ma un’organizzazione dei cittadini che fa della partecipazione civica la sua missione fondamentale.

Lo scopo principale è quello di impedire che il federalismo significhi divisione degli italiani rispetto alle prestazioni essenziali della sanità tra ricchi e poveri (ma lo stesso discorso vale anche per l’istruzione). A questo si aggiunge anche la finalità di migliorare il sistema di governo della sanità nelle regioni aprendo la porta alla partecipazione civica. Mirare al superamento dell’asimmetria di informazioni tra chi ha in mano la gestione della sanità e i cittadini che si accorgono solo delle conseguenze delle scelte, ma non sanno come e perché ci si è arrivati è una finalità altrettanto importante di questo nuovo punto di osservazione attivato da Cittadinanzattiva.

Il quadro che emerge da questo primo rapporto, comunque, non è rassicurante per i cittadini. Il Tribunale dei diritti del malato – la rete di Cittadinanzattiva dedicata alla sanità – rileva che il federalismo appare cristallizzato e osserva che le difficoltà e i problemi già in passato rilevati sono diventati una realtà stabile e che si ripete nel tempo. Non ci sono facili ricette che risolvano i problemi, ma sicuramente il taglio delle prestazioni e dei servizi ispirato a sole valutazioni economiche è inutile poiché accantona i problemi e non li risolve.

I punti fermi che devono essere mantenuti sono l’universalità del servizio e la sua sostenibilità. Solo tenere insieme questi due obiettivi spinge alla ricerca di soluzioni vere e rafforza la lotta a sprechi e ruberie che affliggono da troppo tempo il servizio sanitario.

Ma questo non lo possono fare le istituzioni da sole. Come afferma Cittadinanzattiva ci vuole un vero e proprio “Patto civico per la salute” tra Regioni, Ministero della salute e organizzazioni dei cittadini che lavori alle decisioni sul futuro del servizio sanitario.

Claudio Lombardi

I diritti e la spesa pubblica: scendano in campo i cittadini (di Claudio Lombardi)

L’Italia declassata, il governo bloccato da anni sui processi di Berlusconi, l’economia e la società lasciate a loro stesse con uno Stato mal gestito e aperto alle incursioni di malfattori, affaristi e imbroglioni. A poco servono gli sforzi dei tanti amministratori locali onesti e dei milioni di italiani che vorrebbero fare il loro lavoro e vedere i risultati tradotti in crescita della qualità della vita. Ciò che condiziona tutto è che le leve del potere politico a livello nazionale e in molte regioni sono nelle mani di forze politiche che si sono trasformate in cricche di potere finalizzate alla sottrazione (comunque camuffata) di risorse pubbliche. Non a caso uno dei temi in primo piano nella lotta politica negli ultimi anni è stato il tentativo di ostacolare l’azione della magistratura, ovviamente in nome del garantismo e della libertà, ma realmente per proteggere interessi criminali.

Interessi criminali, definizione pesante, ma quanto mai adeguata alla situazione che viviamo. Lo Stato ha bisogno di soldi perché è gestito male e per problemi di lunga data assolutamente non affrontati dai politici al potere. Si impone di pagare il conto alle categorie sociali che non possono sottrarsi. Ma quelli che adesso devono fronteggiare la crisi sono gli stessi che hanno governato per anni sprecando le risorse pubbliche e che non hanno saputo o voluto prevedere la degenerazione della situazione finanziaria. Portano per intero la responsabilità di non essere intervenuti e di non aver voluto affrontare i problemi del Paese. Al contrario, come tutti gli scandali scoppiati negli ultimi anni dimostrano (la cricca di Anemone e della Protezione civile, i rifiuti a Napoli, il caso Tarantini) hanno protetto e incentivato l’assalto alle istituzioni guidato da un Presidente del Consiglio che le ha utilizzate per pagare la gente di malaffare di cui si è servito e per sfuggire ai processi nei quali è accusato di gravi reati. La maggioranza che lo sostiene è tutta complice per aver avallato e difeso ciò che non era difendibile. Basta fare sconti ai politici: chi sbaglia paghi.

Detto ciò occorre guardare in faccia la realtà sperando che la politica corrotta e dannosa sia cacciata dallo Stato (e dai comuni, dalle province e dalle regioni) al più presto.

La difesa dei diritti non può più essere condotta se non partendo da una grande operazione di verità, di trasparenza e di pulizia. Chi veramente vuole esercitare la tutela e la promozione dei diritti, sia essa organizzazione della società civile o sindacato o movimento o forza politica, deve sapere che ciò non si può fare in un quadro di conservazione della situazione attuale. Oggi conservazione significa riconoscere una divisione di campi fra la politica che guida le istituzioni e gli apparati e la società civile o i semplici cittadini che chiedono allo Stato prestazioni di tutti i tipi senza entrare nel merito di come vengono trovate le risorse, di come vengono gestite, delle decisioni che vengono prese.

Entrare nel merito significa scegliere e assumersi la responsabilità a tutti i livelli.

Prendiamo la spesa delle regioni. Secondo uno studio recente della Cgia di Mestre la spesa è cresciuta del 75% in 10 anni dal 2000 al 2009. 90 miliardi in più metà dei quali (46 miliardi) nella sola sanità e 26 spesi nelle sole regioni a statuto speciale cioè +89% nel decennio mentre nelle regioni ordinarie la crescita è stata del 71%.

Questi dati non significano immediatamente sprechi o cattiva gestione, ma devono essere valutati per capire se i risultati sono stati all’altezza della spesa perché è vero che c’è stata un’impennata della spesa per l’assistenza sociale o per la scuola, ma andando in profondità nella valutazione degli interventi si possono scoprire inefficienze o spese inutili o clientelari anche in questi settori.

Per la sanità bisogna partire da un dato ormai consolidato: la spesa sanitaria italiana pubblica e privata in rapporto al Pil è più bassa di quella di quasi tutti i paesi occidentali mentre l’aspettativa di vita si colloca ai livelli più alti. Ma anche se la sanità italiana non costa tanto in rapporto agli altri, una domanda si impone: siamo sicuri che tutta la spesa è spesa bene? È una domanda ineludibile per chi difende e promuove i diritti perché il livello della spesa pubblica è tale –  ben oltre i 100 miliardi l’anno – che è impossibile non domandarselo.

È noto che ci sono alcune regioni in deficit che hanno accumulato complessivamente un passivo di decine di miliardi di euro. È altresì noto che in queste regioni (Lazio, Campania, Abruzzo, Molise e Calabria) i livelli di assistenza lasciano spesso molto a desiderare tanto che è stato registrato un impressionante dato sulla mobilità dei pazienti che vanno a cercare altrove ciò che nella propria regione non trovano: ebbene il 45% di questi si sposta dal Mezzogiorno al centro nord. È, infine, noto che proprio in queste regioni si sono verificati i maggiori casi di malasanità ovvero di inefficienza e gli scandali sul saccheggio e sullo spreco delle risorse è comparso più volte nelle cronache dei giornali.

Il problema non è, dunque, di puntare ad un aumento della spesa per avere più prestazioni, ma di verificare se con quel livello di spesa si possano conseguire maggiori risultati. Gli scandali rivelano fatti che sono innanzitutto un saccheggio delle tasche dei cittadini, un attentato alla loro salute che, a volte, si traduce in morti veri. In sostanza chi decide e amministra non deve più sentirsi solo e indisturbato a gestire risorse enormi e non deve pensare che erogando contentini a categorie, ad associazioni o anche agli stessi cittadini non gli si chieda conto di come vengono utilizzati i soldi pubblici o il potere che gli è stato conferito. Le scelte gestionali, i bilanci non sono “affari” della politica e della dirigenza bisogna saperli conoscere e valutare.

In questa situazione bisogna avere il coraggio di “saltare gli steccati”, di tendere a superare cioè la divisione di competenze fra chi decide, chi amministra (e si controlla pure da solo) e i cittadini. Se si lascia tutto in mano alla politica i risultati potranno dipendere dalla buona volontà delle persone. Se si sposta sui cittadini una parte delle funzioni di controllo, se si impone la trasparenza, se si organizza la partecipazione e la stessa valutazione civica (praticata per ora solo da Cittadinanzattiva) va oltre la mera segnalazione di disservizi e diventa un fatto politico su cui si misurano le azioni amministrative e istituzionali allora ci si mette nelle condizioni di utilizzare bene i soldi pubblici e di risparmiarli pure.

Claudio Lombardi

Gaber, la sedia e il referendum sull’acqua (di Alberto Franco)

Pensando ai referendum, al ritorno dei cittadini sulla scena politica e leggendo i commenti di queste ultime settimane mi è venuto in mente un simpatico dialogo scritto da Giorgio Gaber dedicato a un problema che non si riesce a risolvere. Il brano si intitola “ La sedia da spostare” ed è tratto da “E pensare che c’era il pensiero”

A: secondo me quella sedia va spostata

B: anche secondo me quella sedia va spostata

A: facile dirlo, quando l’hanno detto gli altri

B: se è per questo sono anni che lo dico e nessuno mi ascolta

A: da un’approfondita analisi storica e sociologica viene fuori che quella sedia pesa dai nove ai dieci chili

B: non sono d’accordo, dai sondaggi il due per cento degli intervistati dice che pesa dai cinque ai sei chili, il tre per cento dai sei ai sette chili, il 95% non lo sa e me ne frega niente, basta che la spostiate

A: secondo me per spostarla bisognerebbe prenderla con cautela per la spalliera e metterla da una parte

B: eccesso di garantismo, al punto in cui siamo non resta che affidarsi ad una figura autorevole e competente, forse un tecnico di destra appoggiato dalle sinistre

A: un tecnico? no un tecnico non può garantire la stabilità della sedia e poi costituisce un’anomalia antidemocratica e anticostituzionale

B: se è così cambiamo la costituzione

A: non è una cosa che si può fare da un giorno all’altro

B: nel frattempo propongo di indire un referendum

A: non si troveranno mai cinquecentomila firme per spostare una sedia

B: e allora non c’è scelta, elezioni anticipate

A: no, elezioni oggi no, sarebbe troppo grave per il paese! forse domani

B: rimane il problema urgente della sedia da spostare

A: su questo sono d’accordo, può essere un punto d’incontro

B: parliamone….

A: parliamone….

B: parliamone….

E la sedia, ovviamente, rimane lì dov’è. Si tratta di una metafora che ci parla dell’Italia cos’ì com’è da molti anni e della politica che la gestisce. A e B potrebbero essere due partiti, due schieramenti o due ministri del Governo. Quel che è certo è che non risolvono il problema e continuano a parlare senza agire.

Se si parla della politica, in verità, sappiamo che non solo parla, ma agisce per la tutela degli interessi di molti che la praticano per il proprio tornaconto. La sedia da spostare rappresenta le decisioni da prendere e il fatto che la sedia rimanga lì permette ai protagonisti del dialogo di continuare a parlare, al centro della scena con ben saldi in mano i mezzi e il potere di agire, e di stare lì senza permettere che altri entrino in scena e spostino la sedia.

Ecco, questa è la situazione in cui viviamo, non dappertutto e non allo stesso modo, ma è questo equilibrio di poteri di tutti i tipi che non agiscono che ci rovina perché ben pochi pensano che c’è qualcuno interessato solo a spostare la sedia che, però, non ha voce e non può intervenire. Questo qualcuno sono i cittadini che, invece, nei referendum hanno deciso con chiarezza ciò che la politica non riusciva a decidere.

Prendiamo il caso del referendum sull’acqua.

Tanti commenti pre e post insistono sui rischi della gestione pubblica e sulle possibilità che sarebbero state cancellate di intervento del mercato.

Certo, in un mondo ideale, dove tutti agiscono onestamente e compiono il loro dovere rispettando gli interessi collettivi il mercato poteva fare la sua parte anche nella gestione di un monopolio essenziale per la vita delle persone come l’acqua.

Però, se il mondo fosse ideale, anche l’ente pubblico saprebbe come gestire l’acqua a vantaggio di tutti. Anzi, dovrebbe farlo meglio per definizione: è o non è l’espressione della volontà della collettività?

Ma non siamo in mondo ideale. In questo mondo reale ci vuole altro: ci vogliono i cittadini.

Per fare che? Ma diamine, per far conoscere le loro esigenze, per aiutare a verificare l’efficacia delle soluzioni adottate, per controllare che tutto funzioni ! è così difficile capirlo?

Noi ad Ascoli Piceno stiamo provando da qualche anno a portare questa possibilità in dono agli enti che gestiscono l’acqua, ma sembra che questo dono che i cittadini vogliono fare non sia capito né gradito. In concreto stiamo provando a far funzionare le forme di partecipazione che la legge prevede (comma 461 art. 2, legge 244/2007) per migliorare il servizio idrico. Forme e strumenti di partecipazione ignorati dai più; tanto è vero che pochi giorni fa anche un giornalista del Sole 24ore (Santilli l’11 giugno) sottolineava che il punto debole delle gestioni idriche sta nell’assenza di regole per la partecipazione. SBAGLIATO ! BOCCIATO ! è già tutto scritto, ma non ci danno ascolto. Perché? Eppure sarebbe così semplice, invece di tante discussioni, decidere che il GRANDE CONTROLLORE e il GRANDE VERIFICATORE siano i cittadini e costruire un sistema nel quale possano far pesare il loro punto di vista.

Ma non si fa perché non ci si crede. Ecco: la politica non crede che i cittadini possano prendersi dei compiti e svolgerli nel loro stesso interesse. Li tratta da bimbi smarriti che vanno guidati, puniti, ma non responsabilizzati. E la sedia rimane lì.

Invece i referendum dicono che i “bimbi” sono cresciuti e che adesso si muoveranno e la leveranno di mezzo ‘sta sedia. Noi ad Ascoli vogliamo farlo.

Alberto Franco coordinatore Cittadinanzattiva Ascoli Piceno

Dalle elezioni al referendum e oltre: una svolta necessaria (di Anna Lisa Mandorino)

A due giorni dal voto di ballottaggio per le amministrative, non è possibile aggiungere molto, rispetto al merito dei risultati, al tanto che si è già detto sul primo turno di elezioni: si è trattato di un buon risultato per chi spera in una svolta.

Né ha grande senso soffermarsi ad anticipare sensazioni e pronostici sul ballottaggio stesso: in questo momento, si può semplicemente sperare che l’esito favorisca un cambiamento.

Ha molto senso, invece, continuare a lavorare affinché, al referendum del 12 e del 13 giugno prossimi, si raggiunga il quorum necessario: ne ha riguardo al contenuto delle questioni per le quali i cittadini saranno chiamati a pronunciarsi; ne ha, forse perfino di più, riguardo a un istituto, come quello referendario, che, altrimenti, sarebbe definitivamente condannato all’inefficacia e che, invece, rappresenta ad oggi uno dei pochissimi strumenti di partecipazione politica ancora concessi alla cittadinanza. La vittoria dei sì al referendum sarebbe senz’altro un ulteriore importante passo per la svolta che ci vuole in questo Paese.

La svolta a cui ci si riferisce qui, però, non è soltanto un cambio di governo.

Intendiamoci: al di là della propria appartenenza politica, un cambio di governo è oggi indispensabile. Ieri notte, nella ormai prevedibile, per scelta di tempi e modalità, apparizione del premier a Porta a Porta, emergevano i tratti di un governo cicisbeo, impomatato, manierato anche se non di buone maniere, scoperto nel suo ciarlare di elenchi, contratti, piani sempre rivolti a presagire il futuro e mai a dare conto del passato, paradossale nell’attribuire i risultati del  voto a mezzi di informazione malevoli proprio il giorno dopo aver ricevuto una multa dall’Autorità garante delle comunicazioni per sovraesposizione e abuso di quegli stessi mezzi di informazione. Un cambio di governo oggi è indispensabile chiunque i cittadini chiamino a guidare tale cambiamento, semplicemente perché la situazione odierna è ormai tanto degenerata quanto stagnante e così non si può andare avanti.

E, ancora al di là della propria appartenenza politica, dal punto di vista della cittadinanza organizzata non è privo di significato il fatto che ad avere la meglio nel primo turno delle elezioni siano stati candidati outsider o quelli che, pur parte dell’establishment della politica, la politica tradizionale non ha sostenuto, perché questo indica che i cittadini non hanno perso il dono dell’indignazione né la consapevolezza del potere che il diritto di voto implica rispetto al mutamento della realtà, non sono apatici né rassegnati e neanche hanno fatto il callo proprio a tutto.

Detto questo, la svolta necessaria è un’altra: infatti, non ci farà fare molti passi avanti che cambi il governo di questo paese, fra qualche mese o più, se contemporaneamente l’Italia e chi la dirige non si attiveranno per cambiare la sua governance.

Non ci sarà svolta vera, né ora né mai, se la classe dirigente, di qualunque colore sia, non accetterà e favorirà l’idea che non è più in grado, indipendentemente dalle sue qualità – e, tanto più, se non ne ha – di detenere in solitaria, in virtù di un maleinterpretato senso della delega, la guida del Paese.

Non ci sarà svolta vera se non subentrerà, nel senso comune e nella pratica, la coscienza che tra i soggetti legittimati a operare per l’idea stessa della politica come per la gestione delle politiche, un ruolo tocca, secondo Costituzione, proprio alla cittadinanza attiva, ai cittadini singoli o associati quando compiono iniziative di interesse generale.

Non ci sarà svolta vera se questa partecipazione diffusa, questa sussidiarietà virtuosa i cittadini non cominceranno a praticare diffusamente e le istituzioni a sostenere e favorire.

Se poi, procedendo nel ragionamento, si volesse provare a declinare il concetto di partecipazione, si potrebbe dire che partecipare alla cura dei beni comuni vuol dire almeno cinque cose, che i cittadini possono fare e le istituzioni facilitare.

Vuol dire attivarsi innanzitutto, vale a dire poter mettere in campo capacità e interesse per essere presenti nel governo e nella gestione della propria comunità, per assistere e sostenere, attraverso attività di tutela, altri cittadini in difficoltà, per animare dibattiti, campagne e progetti di interesse generale, poiché è dimostrato che, laddove istituzioni e società civile operano insieme per i beni comuni, questi sono garantiti e tutti sono messi in grado di goderne.

Vuol dire poter produrre informazione e valutare il funzionamento e la gestione di tutti i servizi di uso pubblico, raccogliendo dati oggettivi, non propagandistici, non sensazionalistici, ma, invece, monitorati ed elaborati con il punto di vista e secondo i bisogni e le priorità dei cittadini, e sapere che quelle informazioni saranno utilizzate per rendere quei servizi migliori e più efficaci.

Vuol dire poter comunicare e diffondere conoscenza e senso critico sui temi di interesse per i cittadini, sostenere il dialogo, il confronto delle posizioni, senza viziare l’informazione con l’ideologia, e consentire che circoli e si radichi anche nel sentire comune quello che la cittadinanza attiva fa, ogni giorno, in tanti modi, per il bene del Paese.

Vuol dire poter avere rappresentanza e rilevanza, cioè possibilità di essere presenti, da padroni di casa non da ospiti mal tollerati, in tutti i luoghi in cui è prevista la partecipazione dei cittadini, non essere esautorati nelle funzioni di controllo e di terzietà da classi politiche onnivore, e sapere che sulle politiche pubbliche la voce dei cittadini sarà percepita come autorevole perché nessuno conosce i problemi più di chi li vive.

Vuol dire, infine, poter operare per il rafforzamento della dimensione civica, per la crescita dell’ambiente civico, per le alleanze fra organizzazioni di cittadini, con il fine che la cittadinanza attiva si consolidi e si compatti, che faccia fronte comune per azioni più efficaci e risorse meglio condivise, che non venga divisa e frammentata al fine di controllarne meglio le velleità.

Sono ragionamenti, idee, intuizioni su cui in altri paesi si stanno cercando strade nuove anche sperimentando soluzioni che coinvolgano e responsabilizzino i cittadini con la consapevolezza che non è più possibile governare società avanzate e complesse solo con la pratica del comando e dell’egoismo sociale. Alcuni decenni di storia dell’occidente si stanno chiudendo con la ricerca di altri modelli di governance ed anche nei paesi arabi si fa strada l’esigenza di un cambiamento che dia speranza di vita e di benessere alle nuove generazioni.

In Italia le condizioni di vita della maggior parte delle persone peggiorano, il modello di governance che si è affermato alla metà degli anni ’90 non funziona più e risorse immense sono state dilapidate per far funzionare un sistema di potere ora giunto alla sua fase finale che non ha nemmeno prodotto sviluppo e risposte alle esigenze del Paese, i giovani si accorgono di non poter sperare in un futuro migliore di quello dei loro genitori.

È veramente tempo di un cambiamento. Perché non sia finto occorre la partecipazione dei cittadini.

Anna Lisa Mandorino vicesegretario di Cittadinanzattiva

Elezioni seconda puntata: vincerà il meglio ? (di Claudio Lombardi)

Sono già passati alcuni giorni dallo scrutinio dei voti ed è in pieno svolgimento la prosecuzione della campagna elettorale per il secondo turno nelle città che non hanno già deciso con il primo voto. Ovviamente i commenti impazzano e sono fortemente condizionati dall’imminenza del voto. Nella sarabanda dei messaggi all’elettorato spiccano alcune mirabolanti promesse di riduzioni fiscali e di benefici vari tanto sincere quanto possono esserlo le promesse fatte all’ultimo minuto. Qualcuno esagera e annuncia sorprese dell’ultim’ora come se si trattasse di aprire un bell’uovo di Pasqua e tirarne fuori il regalino che potrebbe ammansire l’elettorato scontento. Si sbeffeggia la dignità dei cittadini che vengono presi in giro neanche fossero bambini capricciosi. E chi lo dice è pure ministro della Repubblica!

Qualcun’altro assicura che adesso vi sarà una specialissima attenzione ai problemi locali come se non risultasse paradossale che, trattandosi di eleggere le amministrazioni locali (e lo si sapeva da mesi e mesi), ci si ricordasse soltanto adesso che questo è il livello del confronto sul quale si chiede il voto dei cittadini. Diciamo paradossale per non dire finto o costruito ad arte, definizioni che meglio si adattano alla “spontaneità” e “sensibilità” di politici che studiano elaborate strategie di “attacco” dell’elettorato quando basterebbe occuparsi lealmente dei problemi delle città mantenendo aperti tutti i possibili canali di partecipazione e di coinvolgimento degli abitanti per poterne legittimamente chiedere il voto a testa alta e senza tante manfrine.

Non è il caso, però, di dilungarsi su questi aspetti: ognuno li giudicherà come vorrà.

Pensiamo, invece a ragionare sul senso del voto che c’è già stato. Agganciandosi al precedente commento (cfr http://www.civicolab.it/?p=1189) si può dire qualcosa di più.

La novità di queste elezioni non sta tanto nello spostamento di voti che c’è stato e che ha penalizzato il PDL e la Lega a favore di forze di centro sinistra o alternative ai partiti stessi (Cinque stelle). La novità sta nel disvelamento di un mutamento in corso che ha agito su una parte dell’elettorato e che include anche coloro i quali al voto hanno scelto di non partecipare; un mutamento che probabilmente sta avanzando da anni e che indica una tendenza di lungo periodo dalla quale non sarà facile tornare indietro. E per fortuna, perché qui si tratta – ecco il mutamento – dell’emancipazione degli elettori dai vincoli di partito o, meglio, dalla fiducia data pregiudizialmente ad un partito.

Sembra, in effetti, che una parte crescente dei cittadini non subisca più il “fascino” di messaggi semplificatori che si sono rivelati assolutamente inaffidabili alla prova dei fatti. Esempio eclatante: una riforma del fisco con la riduzione a sole 2-3 aliquote e pure più basse rispetto a quelle in vigore che è stata il cavallo di battaglia elettorale di Berlusconi fin dal 1994. Esempio eclatante, ma non unico visto che tanti programmi elettorali sono stati costruiti per anni e anni come sommatoria di soluzioni per ogni esigenza senza guardare tanto per il sottile sulla realizzabilità degli impegni presi (qualcuno ricorda il Bush che invitava a leggere le sue labbra per assicurare che non avrebbe alzate le tasse? Sì? Ebbene le alzò puntualmente)

La stessa politica incarnata dai partiti non riscuote più la fiducia che dovrebbe avere da parte dei cittadini. Troppi scandali, troppe inefficienze, troppe inadeguatezze di persone che hanno mostrato platealmente di usare la politica per farsi gli affari propri invece di quelli della collettività generando un gigantesco spreco di risorse con il quale si sono dilapidate ricchezze immense dello Stato senza produrre un maggior benessere per gli italiani.

Per questo è sperabile che sempre più gli italiani ragionino giudicando con la loro testa ciò che viene detto e ciò che viene fatto da chi riceve il potere che le elezioni devono attribuire.

Ragionare con la propria testa, però, non significa abbassarla e andare contro le istituzioni e la politica come un ariete presupponendo che si tratti solo di travolgere tutto un sistema corrotto e inutile. Perché poi sempre di un sistema di decisione e di governo si avrà bisogno. Quindi tanto vale pensarci subito, prima di distruggere.

Per questo ora si tratta di restaurare il nostro sistema democratico per risanarlo delle troppe magagne accumulate in tanti anni di degenerazione.

Il restauro ha bisogno di strumenti e di artigiani che lo realizzino nonché di un progetto. Su quest’ultimo punto siamo facilitati perché abbiamo una Costituzione ben fatta che può essere migliorata in vari punti sviluppandone i punti chiave. Per esempio la partecipazione dei cittadini, tema cruciale per una democrazia che non voglia ridursi ad applaudire uno o più capi. La partecipazione non può rimanere principio di valore o vago indirizzo, ma deve diventare asse strategico su cui si adeguano le procedure decisionali, attuative e di controllo della politica in generale e delle singole politiche pubbliche. Deve diventare costume di vita e modo di pensare, in pratica cultura civile di un popolo.

Circa gli strumenti e gli artigiani diciamo subito che i partiti non possono più godersi generosi anzi esagerati finanziamenti pubblici e il monopolio della gestione delle istituzioni (anche con leggi elettorali fatte per premiare il potere dei vertici) rivendicando la libertà da qualsiasi disciplina e onere. Molto deve cambiare a cominciare dalla condivisione dei poteri con la società civile che sarebbe tempo di attuare; con mille cautele e a piccoli passi ovviamente, ma bisognerà pure, partendo dal basso, cominciare a costruire forme di rappresentanza e di intervento diretto dei cittadini, singoli e associati, nelle funzioni politiche e di gestione di pezzi delle funzioni pubbliche inclusi alcuni pubblici servizi essenziali. Bisognerà poi cambiare le regole e la struttura degli apparati istituzionali a cominciare dal Parlamento riducendo i numeri dei parlamentari e dei compensi nonché dell’enorme potere di gestire le risorse pubbliche. In pratica la politica dovrà essere una funzione trasparente, aperta alla partecipazione e responsabile per le sue azioni più che se si trattasse di un singolo cittadino.

Chiaramente tanto altro si potrebbe dire, ma questo intervento vuole solo essere uno stimolo ad una discussione che vada oltre il “chi vince chi perde ai ballottaggi” che può, certo, essere il punto da cui inizia qualcosa di più grande e impegnativo oppure no.

Dipende anche da noi.

Claudio Lombardi

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