Appello in TV di un procuratore antimafia (di Pietro Grasso)

Da “Vieni via con me” del 29 novembre 2010. Elenco delle cose di cui ho bisogno per combattere la mafia (legge il Procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso)pietro grasso

  1. Ho bisogno che la lotta alla mafia sia posta tra le priorità nel programma di qualsiasi partito e che le leggi per contrastarla ricevano voto unanime.
  2. Ho bisogno che imprenditoria, burocrazia, politica, rappresentanti delle istituzioni e delle professioni, insomma l’area grigia contigua alla mafia, non intrecci relazioni con essa, formando cricche e reti criminali per gestire i loro lucrosi, comuni affari.
  3. Ho bisogno che ai giovani delle forze dell’ordine, agli operatori di giustizia, ai magistrati, che tanti successi hanno conseguito con dedizione, con sacrifici, con rischio della vita, non manchino risorse, tecnologie, incentivi economici, ma anche autovetture, carburante, carta, etc..
  4. Ho bisogno che nel reato di scambio elettorale politico mafioso oltre al danaro sia compresa qualsiasi utilità in cambio della promessa di voto.
  5. Ho bisogno di conoscere tutti i segreti della mafia, i suoi progetti criminali, le sue strutture, i suoi traffici, le sue relazioni esterne attraverso pentiti e testimoni di giustizia, che vanno incentivati, e attraverso le intercettazioni, che, nel rispetto della privacy, del segreto investigativo e senza imporre bavagli all’informazione, non vanno limitate.
  6. Ho bisogno che i beni sequestrati e confiscati ai mafiosi siano al più presto destinati all’utilità dei cittadini.
  7. Ho bisogno, per evitare che i boss mafiosi continuino a comandare dal carcere, che il regime del 41 bis sia applicato in strutture adeguate e in maniera efficace.
  8. Ho bisogno che siano rapidamente sciolte le amministrazioni locali ed allontanati i funzionari infedeli, quando si pongono al servizio degli interessi e dei privilegi dei mafiosi.
  9. Ho bisogno che all’estero, dove l’Italia è apprezzata per la strategia e gli strumenti di contrasto alla criminalità organizzata, non ci siano Stati-rifugio per i tesori della mafia, della corruzione, dell’evasione fiscale.
  10. Ho bisogno di una legge sull’autoriciclaggio, per indagare, cosa attualmente non consentita, su chi commette un reato e poi ne occulta i profitti.manifestazione libera no mafia
  11. Ho bisogno di politiche di sviluppo che diminuiscano gli squilibri tra Nord e Sud, che non trattino il Sud come un vuoto a perdere, di quelli che…tanto si arrangiano, tanto si ammazzano tra di loro.
  12. Non ho bisogno per combattere la mafia dell’annunciata riforma della giustizia, almeno di quella che propone la separazione delle carriere, un Consiglio Superiore della magistratura solo per il pubblico ministero, l’appellabilità delle sentenze solo da parte del condannato, leggi ad personam, termini iugulatori per le varie fasi processuali che portano all’impunità degli imputati.
  13. Ho bisogno, invece, di una riforma della giustizia che tenda a ridurre drasticamente il numero degli uffici giudiziari, a rendere più agile e veloce il processo penale, a rivedere il sistema delle impugnazioni, ad eliminare quelle garanzie soltanto formali, che consentono strategie dilatorie, funzionali a scarcerazioni o prescrizioni.
  14. Ho bisogno di stare attento a coloro che più che riformare la giustizia e curarne i mali secolari vogliono riformare i magistrati, delegittimarli, intimidirli, renderli inoffensivi, considerarli un cancro da estirpare.
  15. Ho bisogno di quei magistrati, antropologicamente diversi, che riconoscono nei principi costituzionali, dell’obbligatorietà dell’azione penale, della dipendenza della polizia giudiziaria dal pubblico ministero e dell’autonomia e indipendenza della magistratura, un patrimonio insostituibile di democrazia, da difendere, anche da parte di tutti i cittadini, non come un privilegio di casta, odioso, come tutti i privilegi, ma come principi funzionali alla domanda di giustizia che alta si leva dalla società;
  16. di quei magistrati, che pur non essendo stati eletti dal popolo, si distinguono per il rigore etico, per la strenua ed inflessibile difesa della cosa pubblica, delle istituzioni e della società;
  17. di quei magistrati, matti o utopisti, che ancora credono che in Italia si possa riuscire a processare, oltre ai mafiosi ed ai mandanti delle stragi, anche la mafia dei colletti bianchi, gli infiltrati nelle istituzioni, i corruttori di giudici, di pubblici funzionari e di politici, coloro che creano all’estero società fittizie per riciclare denaro sporco;
  18. di quei magistrati che, come me, dinanzi alle bare rivestite del tricolore, dei berretti degli agenti di scorta e delle toghe dei magistrati Falcone e Borsellino, giurarono che la loro morte non sarebbe stata vana e che per questa Italia unita, al Nord come al Sud, sono pronti a dare la vita.

Elenco delle tecniche del governare che stiamo subendo (di Aldo Cerulli)

Analizzando ciò che sta avvenendo nel Paese sono giunto anch’io a redigere un elenco come quelli resi famosi dalla trasmissione televisiva “Vieni via con me”. L’elenco riguarda le tecniche di governo che sono state applicate da ormai molti anni a noi cittadini italiani:

 1-La strategia della distrazione

L’elemento primordiale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel deviare l’attenzione del pubblico dai  problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche, facendo ricorso alla continua “inondazione” di informazioni insignificanti, ma attraenti per la curiosità delle persone che vengono indotte ad interessarsi prioritariamente a queste notizie e non ad altre.

La strategia della distrazione si rivela indispensabile, inoltre, per impedire al pubblico d’interessarsi alle conoscenze essenziali in varie aree (scienza, economia, psicologia, neurobiologia ecc) che, in qualche modo sono importanti per valutare le scelte politiche. 

L’ideale per chi vuole governare con pochi problemi è mantenere l’attenzione del pubblico deviata dai temi cruciali ed occuparla con una varietà di distrazioni trasformando altresì il dibattito politico in una rissa continua che oscuri le differenze e impedisca la riflessione. 

2- Creare problemi e poi offrire le soluzioni.

Questa tecnica è anche chiamata “problema- reazione- soluzione”. Si  crea un problema partendo da una “situazione” prevedibile per causare una certa reazione da parte del pubblico, con lo scopo che sia questo il mandante delle misure che  si desiderano far accettare. Ad esempio: lasciare che dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, o organizzare attentati sanguinosi,  con lo scopo che sia l’opinione pubblica a richiedere leggi sulla sicurezza e politiche a discapito della libertà. O anche: non contrastare una crisi  economica fino al punto di far apparire inevitabile (un male necessario) la retrocessione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici

3- La strategia della gradualità.

Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla  gradualmente, a contagocce, per diversi anni consecutivi. E’ in questo modo che condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte  durante i decenni ‘80 e ‘90: Stato minimo, privatizzazioni,  precarietà, flessibilità, disoccupazione in massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una  rivoluzione se fossero stati applicati in una sola volta. 

4- La strategia del differire.

Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria”, ottenendo  l’accettazione pubblica, ma rinviando l’applicazione al futuro. Perché è più facile accettare un sacrificio futuro che un sacrificio immediato. Prima, perché lo sforzo non è quello impiegato immediatamente. Secondo, perché il pubblico, la  massa, ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che “tutto andrà meglio  domani” e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato. Questo dà più  tempo al pubblico per abituarsi all’idea del cambiamento ed accettarlo  rassegnato quando arriva il momento. 

5- Rivolgersi al pubblico come ai bambini.

La maggior parte della pubblicità diretta al gran pubblico, usa  discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente mentale. Quanto più si cerca di ingannare lo spettatore tanto più si tende ad usare un tono infantile. Perché? Per evocare il rapporto adulto-bambino o genitore-figlio traslato su quello autorità-cittadino perché quest’ultimo tende sempre a fidarsi di o affidarsi a chi ha il potere. 

6- Usare l’aspetto emotivo molto più della riflessione.

Sfruttare l’emozione è una tecnica classica per provocare un corto  circuito tra razionalità ed emotività che blocchi il senso critico dell’individuo. L’uso del registro emotivo permette aprire la porta d’accesso all’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori,  o indurre comportamenti. Rientra in questa tecnica l’aggressione verso le critiche, il vittimismo rispetto alle accuse e, in genere, il rifiuto di un confronto razionale in favore dell’evocazione di emozioni e suggestioni che non hanno riscontri nella realtà, ma affascinano e diventano forti perché attivano l’irrazionalità emotiva. Esempi numerosi nella pubblicità, nel razzismo e nel fanatismo. 

7- Mantenere il pubblico nell’ignoranza e nella mediocrità.

Far si che il pubblico sia incapace di comprendere le tecnologie ed i  metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù. La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza  dell’ignoranza che divide le classi inferiori dalle classi superiori rimanga  e diventi impossibile colmarla. 

8- Stimolare il pubblico ad essere compiacente con la mediocrità.

Spingere il pubblico a ritenere che è di moda essere stupidi, volgari e ignoranti e che tali comportamenti garantiscono una strada più efficace e rapida per soddisfare le proprie esigenze. Per farlo è indispensabile fornire molti esempi sia nell’ambito della comunicazione di massa (televisione innanzitutto) sia con i comportamenti di chi ha conquistato il potere. 

9- Rafforzare l’auto-colpevolezza.

Far credere all’individuo che è soltanto lui il colpevole della sua disgrazia, per causa della sua insufficiente intelligenza, delle sue capacità o dei suoi sforzi. Così, invece di ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si autosvaluta e s’incolpa, cosa che crea a  sua volta uno stato depressivo, uno dei cui effetti è l’inibizione della  sua azione. E senza azione non c’è rivoluzione

10- Conoscere gli individui e gestire un sistema di controllo e di indirizzo che escluda la partecipazione attiva

Negli ultimi 50 anni, i rapidi progressi della scienza hanno generato un divario crescente tra le conoscenze del pubblico e quelle possedute e utilizzate dalle élites dominanti. Grazie alla biologia, alla neurobiologia, e alla psicologia applicata, chi gestisce la comunicazione è riuscito a conoscere meglio l’individuo comune di quanto egli stesso si conosca. Questo significa che, nella maggior parte dei casi, il controllo che viene esercitato sugli individui è sistematico ed esclude una partecipazione responsabile ed attiva alle scelte di interesse generale. Questo sembra essere anche il senso e lo scopo delle tecniche prima elencate che tutte si basano sull’apparenza di una grande apertura al popolo e nascondono la verità di un potere che manovra e domina mantenendo nascoste le vere motivazioni e i veri effetti delle scelte che vengono adottate.

 Chi vuole può provare a comparare questo elenco con i fatti realmente accaduti.

Aldo Cerulli

Elenco del peggio e del meglio della scuola (legge lo scrittore Domenico Starnone)

  1. La scuola peggiore è quella che si limita a individuare capacità e meriti evidenti. La scuola migliore è quella che scopre capacità e meriti lì dove sembrava che non ce ne fossero.

  2. La scuola peggiore è quella che esclama: meno male, ne abbiamo bocciati sette, finalmente abbiamo una bella classetta.  La scuola migliore è quella che dice: che bella classe, non ne abbiamo perso nemmeno uno.

  3. La scuola peggiore è quella che dice: qui si parla solo se interrogati. La  scuola migliore è quella che dice: qui si impara a fare domande.

  4. La scuola peggiore è quella che dice: c’è chi è nato per zappare e c’è chi è nato per studiare. La scuola migliore è quella che dimostra: questo è un concetto veramente stupido.

  5. La scuola peggiore è quella che preferisce il facile al difficile. La scuola migliore è quella che alla noia del facile oppone la passione del difficile.

  6. La scuola peggiore è quella che dice: ho insegnato matematica io? Sì. La sai la matematica tu? No. 3, vai a posto. La scuola migliore è quella che dice: mettiamoci comodi e vediamo dove abbiamo sbagliato

  7. La scuola peggiore è quella che dice: tutto quello che impari deve quadrare con l’unica vera religione, quella che ti insegno io. La scuola migliore è quella che dice: qui si impara solo a usare  la testa.

  8. La scuola peggiore rispedisce in strada chi doveva essere tolto dalla strada e dalle camorre. La scuola migliore va in strada a riprendersi chi le è stato tolto.

  9. La scuola peggiore dice: ah com’era bello quando i professori erano rispettati, facevano lezione in santa pace,  promuovevano il figlio del dottore e bocciavano il figlio dell’operaio. La scuola migliore se li ricorda bene, quei tempi, e lavora perché non tornino più.

  10. La scuola peggiore è quella in cui essere assenti è meglio che essere presenti. La scuola migliore è quella in cui essere presenti è meglio che essere assenti.

Da “Vieni via con me” del 29 novembre 2010

Elenco di quello che per me significa legalità (legge Don Ciotti)

  1. «Legalità è il rispetto e la pratica delle leggi. È un’esigenza fondamentale della vita sociale per promuovere il pieno sviluppo della persona umana e la costruzione del bene comune». Sono parole di un documento del 1991 della Chiesa italiana.

  2. Legalità non sono, quindi, solo i magistrati e le forze di polizia, a cui dobbiamo riconoscenza e rispetto. Legalità dobbiamo essere tutti noi.
    Legalità è responsabilità, anzi corresponsabilità.

  3. Legalità sono quei beni confiscati alle mafie e destinati a uso sociale. Per quella legge “Libera” raccolse, quindici anni fa, un milione di firme.
    Legalità sono il pane, l’olio, il vino che produciamo nelle terre confiscate alla mafia. Tremila giovani sono arrivati dall’Italia e dall’estero per dare una mano, per formarsi, per approfondire!

  4. Legalità è l’attenzione ai famigliari delle vittime innocenti delle mafiee ai testimoni di giustizia. Sabato eravamo a Terrasini, in provincia di Palermo, con 400 famigliari. Persone che hanno avuto la forza di trasformare il dolore in impegno e chiedono tre cose: giustizia, verità, dignità. Ci hanno guidato per le strade di Milano, lo scorso 21 marzo: eravamo in 150mila. Con loro è nata nel 1995 la “Giornata della memoria e dell’impegno”, che quest’anno sarà a Potenza.

  5. Legalità sono quei percorsi che Libera anima in oltre 4500 scuole, quei protocolli firmati con circa il 70% delle università. E poi i progetti con alcune istituzioni e col ministero, la “nave della legalità”, la “carovana antimafie” che attraversa ogni regione d’Italia.  «La mafia teme la scuola più della giustizia. L’istruzione taglia l’erba sotto i piedi della cultura mafiosa» diceva Nino Caponnetto.

  6. Non può esserci legalità senza uguaglianza! Non possiamo lottare contro le mafie senza politiche sociali, diffusione dei diritti e dei posti di lavoro, senza opportunità per le persone più deboli, per i migranti, per i poveri. Legalità sono i gruppi e le associazioni che si spendono ogni giorno per questo.

  7. Legalità è la nostra Costituzione. E’ il nostro più formidabile testo antimafia. Le mafie e ciò che le alimenta – l’illegalità, la corruzione, gli abusi di potere – si sconfiggono solo costruendo una società più giusta.

  8. Legalità è speranza. E la speranza si chiama “noi”. La speranza è avere più coraggio. Il coraggio ordinario a cui siamo tutti chiamati: quello di rispondere alla propria coscienza.

Da “Vieni via con me” del 29 novembre 2010

Elenco delle cose che ancora oggi Machiavelli avrebbe da dire a chi governa il popolo italiano (legge Dario Fo)

  1. Sia chiaro: i consigli che il Segretario della Repubblica di Firenze dedicava al Principe in verità non sono a lui rivolti ma alla popolazione intiera del proprio regno. In poche parole si tratta di un vero e proprio machiavello col quale, fingendo di parlare al signore, si vuol dar l’avvisata ad ogni cittadino di come si articola e con quali trucchi si muove la macchina del potere.

  2. Ecco il primo consiglio:
    «Durante le tue concioni ai sudditi, Signore, se ti serve, non ti far niuno scrupolo di mentire, ma quella menzogna, bada bene, bisogna che tu la vada ripetendo in tempo breve per due, tre, financo sette volte e più di modo che, al fine, nelli orecchi di chi ti ascolta il falso si sarà trasformato in una pura e inconfutabile verità.»

  3. La seconda avvisata l’è questa:
    «Recorda che quei privati che per astuzia e appoggio della fortuna accumulata divengono prìncipi, con poca fatica ci riescheno, ma appresso, di molte altre corruzioni debbon giovarsi per mantenerlo quel potere. Perché dentro lo tuo governo fazioni continue se formeranno fino a trascinare entro una immancabile rovina te e tutti i tuoi consoli e consolatori.»

  4. Ecco il terzo suggerimento:
    «Assumi sempre nel tuo governo cortigiani scaltri d’ingegno e anco in truffalderia… meglio se questi si trovano sotto scacco della legge così potrai proteggerli da ogni incriminazione… in tal modo costoro ti saranno grati e alla tua più completa mercé. Ma quando le loro infamie saranno interamente scoperte dalla popolazione e dai giudici presentati al popolo tutto colmo d’indignazione e subitamente liberati di quella malagente…gridando via i traditori, badando bene di non farti trarre nel baratro con loro.»

  5. E il quarto consiglio recita:
    «Non farti mai cogliere nella condizione d’essere ricattato e ricattabile… ma nell’attimo in cui un accusatore ti andasse trascinando con le sue testimonianze nel pubblico ludibrio, tu appronta subito la contromossa nella quale lo sparlatore verrà accusato di atti indegni tali da trascinarlo a sua volta nel fango più putrido… non importa se poi appresso le tue accuse risulteranno false e artatamente concepite. Basta che tu, avanti a quelle calunnie le faccia pronunciare da un tuo tirapiedi ben conosciuto come fabbricante di infamie. E quel tuo servente nel processo verrà punito, tu ritenuto completamente innocente, e la vittima galleggerà per lungo tempo in quella palude di infamità.»

  6. Quinto ed ultimo consiglio:
    «Tieni a mente, Signore, che se una città e suo territorio tu giongi a conquistare, all’immediata tu debbi indagare de quello populo per conoscere de come ell’é stato governato innanzi che tu l’abbi ridotto in tua soggezione. Se scuopri che esso populo non sia uso a partecipare a governo del Comune in niuna forma e quindi nulla conosce dei suoi natural diritti del esser partecipe alla conduzione de esso governo, mantienlo come l’hai truovato. Non concedere a questi toi novi sudditi privilegio alcuno del qual non siano usi godere.  Se tu gliene facessi dono essi non intenderebbero mai la ragione di cotesta tua magnanimità e cadrebbero in grave sospetto.  Ma se tu, dopo aver assoggettato una città con suo territorio, venissi a scoprire che quello populo che ci abita da sempre è stato uso a governarsi da se solo, con proprie leggi liberamente decretate e podestà e gestori di governo eletti coi rituali comuni alla democrazia, non soffermarti a volerla governare quella gente: prosegui lungi da quella popolazione imperocché altrimenti te ne verrebbe gran danno.  Se poi tu, al di fuor d’ogni ragione o consiglio, vorrai tener soggetta  sotto dominio quella città e territorio, ti sarà soluzione unica che tu procuri di ruinare, di occidere dentro quelle mura ogni uomo e femmina… occidi anco i figlioli loro senza arrestarti dinnanzi agli infanti, e occidi anche quelli ancor non nati, chiocciolati nello ventre de loro madri… poiché il sapore di libertà alberga già in quelle picciole menti da che han vita, e nascono con quella volontà d’esser liberi, fissata a tal punto che sempre, in ogni momento si getteranno in forsennati tumulti contro di te per rifarsela propria, quella libertà… ad ogni condizione». Inteso, hai?

 

Da “Vieni via con me” del 29 novembre 2010

Elenco delle cose di cui ha bisogno per combattere la mafia (legge il Procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso)

 

  1. grassoHo bisogno che la lotta alla mafia sia posta tra le priorità nel programma di qualsiasi partito e che le leggi per contrastarla ricevano voto unanime.

  2. Ho bisogno che imprenditoria, burocrazia, politica, rappresentanti delle istituzioni e delle professioni, insomma l’area grigia contigua alla mafia, non intrecci relazioni con essa, formando cricche e reti criminali per gestire i loro lucrosi, comuni affari.

  3. Ho bisogno che ai giovani delle forze dell’ordine, agli operatori di giustizia, ai magistrati, che tanti successi hanno conseguito con dedizione, con sacrifici, con rischio della vita, non manchino risorse, tecnologie, incentivi economici, ma anche autovetture, carburante, carta, etc..

  4. Ho bisogno che nel reato di scambio elettorale politico mafioso oltre al danaro sia compresa qualsiasi utilità in cambio della promessa di voto.

  5. Ho bisogno di conoscere tutti i segreti della mafia, i suoi progetti criminali, le sue strutture, i suoi traffici, le sue relazioni esterne attraverso pentiti e testimoni di giustizia, che vanno incentivati, e attraverso le intercettazioni, che, nel rispetto della privacy, del segreto investigativo e senza imporre bavagli all’informazione, non vanno limitate.

  6. Ho bisogno che i beni sequestrati e confiscati ai mafiosi siano al più presto destinati all’utilità dei cittadini.

  7. Ho bisogno, per evitare che i boss mafiosi continuino a comandare dal carcere, che il regime del 41 bis sia applicato in strutture adeguate e in maniera efficace.

  8. Ho bisogno che siano rapidamente sciolte le amministrazioni locali ed allontanati i funzionari infedeli, quando si pongono al servizio degli interessi e dei privilegi dei mafiosi.

  9. Ho bisogno che all’estero, dove l’Italia è apprezzata per la strategia e gli strumenti di contrasto alla criminalità organizzata, non ci siano Stati-rifugio per i tesori della mafia, della corruzione, dell’evasione fiscale.

  10. Ho bisogno di una legge sull’autoriciclaggio, per indagare, cosa attualmente non consentita, su chi commette un reato e poi ne occulta i profitti.

  11. Ho bisogno di politiche di sviluppo che diminuiscano gli squilibri tra Nord e Sud, che non trattino il Sud come un vuoto a perdere, di quelli che…tanto si arrangiano, tanto si ammazzano tra di loro.

  12. Non ho bisogno per combattere la mafia dell’annunciata riforma della giustizia, almeno di quella che propone la separazione delle carriere, un Consiglio Superiore della magistratura solo per il pubblico ministero, l’appellabilità delle sentenze solo da parte del condannato, leggi ad personam, termini iugulatori per le varie fasi processuali che portano all’impunità degli imputati.

  13. Ho bisogno, invece, di una riforma della giustizia che tenda a ridurre drasticamente il numero degli uffici giudiziari, a rendere più agile e veloce il processo penale, a rivedere il sistema delle impugnazioni, ad eliminare quelle garanzie soltanto formali, che consentono strategie dilatorie, funzionali a scarcerazioni o prescrizioni.

  14. Ho bisogno di stare attento a coloro che più che riformare la giustizia e curarne i mali secolari vogliono riformare i magistrati, delegittimarli, intimidirli, renderli inoffensivi, considerarli un cancro da estirpare.

  15. Ho bisogno di quei magistrati, antropologicamente diversi, che riconoscono nei principi costituzionali, dell’obbligatorietà dell’azione penale, della dipendenza della polizia giudiziaria dal pubblico ministero e dell’autonomia e indipendenza della magistratura, un patrimonio insostituibile di democrazia, da difendere, anche da parte di tutti i cittadini, non come un privilegio di casta, odioso, come tutti i privilegi, ma come principi funzionali alla domanda di giustizia che alta si leva dalla società;

  16. di quei magistrati, che pur non essendo stati eletti dal popolo, si distinguono per il rigore etico, per la strenua ed inflessibile difesa della cosa pubblica, delle istituzioni e della società;

  17. di quei magistrati, matti o utopisti, che ancora credono che in Italia si possa riuscire a processare, oltre ai mafiosi ed ai mandanti delle stragi, anche la mafia dei colletti bianchi, gli infiltrati nelle istituzioni, i corruttori di giudici, di pubblici funzionari e di politici, coloro che creano all’estero società fittizie per riciclare denaro sporco;

  18. di quei magistrati che, come me, dinanzi alle bare rivestite del tricolore, dei berretti degli agenti di scorta e delle toghe dei magistrati Falcone e Borsellino, giurarono che la loro morte non sarebbe stata vana e che per questa Italia unita, al Nord come al Sud, sono pronti a dare la vita.

Da “Vieni via con me” del 29 novembre 2010