Sconfiggere l’evasione fiscale si può

Pubblichiamo un articolo di Vincenzo Visco tratto dal sito www.lavoce.info

Il problema del contrasto all’evasione fiscale italiana è sempre stato politico, non tecnico. Ma l’evoluzione tecnologica consente già oggi il controllo puntuale del comportamento dei singoli contribuenti. Resta il rammarico per il tempo perso.

UNA QUESTIONE POLITICA

Lo scetticismo sulla possibilità di ridurre in tempi brevi e in modo rilevante l’evasione fiscale in Italia è molto diffuso e radicato. Ma si tratta di un pregiudizio infondato, smentito tra l’altro da alcune esperienze di governo stranamente dimenticate. E in verità il problema non è mai stato tecnico, bensì politico: contrastare in modo esplicito un’evasione di massa come quella italiana può costare milioni di voti.

Alla base del pregiudizio si possono però individuare anche altre convinzioni consolidate, e in particolare che un sistema economico fragile come quello italiano, con le sue piccole e micro-imprese, non sarebbe in grado di sostenere i livelli di pressione fiscale necessari a finanziare un sistema di welfare moderno. E, quindi, l’evasione sarebbe un male inevitabile se non necessario. A ben vedere, si tratta della stessa convinzione che ha fatto sì che negli ultimi trent’anni il nostro paese accumulasse un debito pubblico stratosferico senza che si riuscisse, e in alcuni casi neanche si provasse, a sistemare i conti una volta per tutte.

Tuttavia, se si volesse, l’evasione potrebbe essere (almeno) dimezzata in pochi anni. Cinque anni fa, presentai un rapporto del Nens (Nuova economia nuova società) che aveva per oggetto le tecniche di evasione dell’Iva e le misure che si potevano introdurre per contrastarle. Il rapporto fu presentato al presidente del Consiglio dell’epoca (Matteo Renzi) che, tra le molteplici soluzioni proposte (alcune complementari, altre alternative), adottò lo split-payment e il reverse charge, misure che consentirono un recupero (permanente) di evasione anche maggiore di quello previsto.

LA SVOLTA DELLA FATTURAZIONE ELETTRONICA

Tra le misure allora suggerite, vi era anche l’adozione della fatturazione elettronica generalizzata, che altro non era che l’evoluzione della trasmissione degli elenchi clienti e fornitori introdotti dal governo Prodi II, e un sistema analogo per la trasmissione dei corrispettivi e dei compensi professionali. La fatturazione elettronica fu prima rinviata, poi introdotta come facoltativa e limitata ad alcuni settori di contribuenti. Si è dovuto attendere il governo Gentiloni perché venisse resa obbligatoria, sia pure senza sanzioni adeguate (il che ne indebolisce l’efficacia anche oggi) e senza che l’amministrazione si organizzasse in modo appropriato, mentre per la trasmissione dei corrispettivi è stata prevista un’introduzione graduale.

Il governo Conte, suo malgrado, ha confermato queste misure. In particolare, la fatturazione elettronica, per quanto incompleta perché esclude un numero rilevante di transazioni e rimane senza sanzioni proporzionate, è in vigore dall’inizio dell’anno con evidenti risultati positivi, quali la crescita del gettito Iva relativa agli scambi interni di quasi il 6 per cento nei primi quattro mesi dell’anno – percentuale inferiore a quanto era lecito attendersi, ma comunque rilevante date le modalità carenti di attuazione della misura e dato il contesto attuale di stagnazione-recessione.

Il motivo è semplice: l’evasione lungo la filiera produttiva avviene spesso non dichiarando fatture regolarmente emesse e ricevute o utilizzando strategicamente la diversità delle aliquote in vigore, comportamenti che la fatturazione elettronica dovrebbe rendere impossibili. Analogamente, per quanto riguarda i corrispettivi, molti contribuenti oggi registrano regolarmente le vendite, ma poi non dichiarano i proventi, quindi anche in questo caso vi è da attendersi un recupero di evasione, sempre che si presti la dovuta attenzione ai livelli di mark up dichiarati che potrebbero ridursi in assenza di controlli.

Altre misure potrebbero e dovrebbero essere adottate, quali l’introduzione di un sistema generalizzato di ritenute ai fini delle imposte sui redditi, l’uso sistematico della banca dati sui conti finanziari dei contribuenti, la riduzione dell’uso del contante e l’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale nell’analisi dei rischi. Ma è certo che l’evoluzione della tecnologia consente già oggi, e renderà progressivamente inevitabile nei prossimi anni, il controllo puntuale del comportamento dei singoli contribuenti.

È anche interessante notare una certa schizofrenia nei comportamenti degli ultimi governi: quello Renzi ha innalzato l’uso del contante, eliminato la tracciabilità degli affitti, elevato i limiti per l’applicazione delle sanzioni penali e amministrative, indebolito l’Agenzia delle entrate, tutte misure non certo di contrasto all’evasione. Ma ha dovuto comunque estendere l’utilizzo delle nuove tecnologie in campo fiscale. L’esecutivo giallo-verde, dal canto suo, ha introdotto un sistema forfettario, il cui effetto finale sarà quello di rendere legittima l’evasione abituale di ampie categorie di contribuenti, ma al tempo stesso non ha potuto revocare la fatturazione elettronica. Sia pure tra molteplici ritardi e contraddizioni ed equilibrismi tra ricerca di un facile consenso e un necessario rigore, la strada sembra segnata. Le nuove tecnologie segneranno prima o poi la fine dell’evasione di massa.

Resta il rammarico che non si sia voluto intervenire cinque anni fa a risolvere il problema una volta per tutte.

Vincenzo Visco tratto da www.lavoce.info

Intoccabili evasori (di Vincenzo Visco da www.lavoce.info)

La lotta all’evasione fiscale sembrava essere un punto centrale del programma del nuovo governo. Invece, dalle misure varate emerge continuità con il recente passato. Perché si continua a ritenere che il fenomeno si combatte con gli accertamenti, non con la deterrenza e la promozione sistematica dell’adempimento spontaneo. Si è rinunciato alla creazione di una rete di informazioni, generalizzata e onnicomprensiva, per conoscere la situazione patrimoniale complessiva di ciascun contribuente.

Nel programma del nuovo governo la lotta all’evasione fiscale sembrava essere un punto centrale, caratterizzante. Guardando i provvedimenti effettivamente varati, così non sembra, così non è.

Cos’è davvero la tracciabilità

Quella che emerge è una sostanziale continuità con l’approccio seguito dal governo Berlusconi che, pur avendo fatto poco, era riuscito a convincere molti di aver realizzato successi strepitosi nella lotta all’evasione.

Si è parlato di 35 miliardi di gettito recuperato in un solo anno dall’amministrazione. È stato tuttavia dimostrato che facendo bene i conti ed evitando di manipolare i dati, il presumibile recupero effettivo si riduce a circa 1,5 miliardi. A ben vedere l’unico risultato tangibile ottenuto dal precedente governo e dall’attuale amministrazione è stata la riduzione delle compensazioni Iva (6 miliardi) recuperando e rendendo più incisiva una norma già introdotta dal governo Prodi e subito abrogata da Berlusconi. In altre parole, la strategia seguita, basata prevalentemente sulle verifiche e sui controlli delle dichiarazioni, appare chiaramente insufficiente.

Ciò è inevitabile se si continua a ritenere che l’evasione si combatte essenzialmente ex-post, con gli accertamenti (magari induttivi come quelli basati sul redditometro), e non anche ex-ante, con la deterrenza e la promozione sistematica dell’adempimento spontaneo, strategia seguita con successo negli unici due periodi in cui l’evasione si è effettivamente ridotta nel nostro paese, quelli tra il 1996 e il 2000 e tra il 2006 e il 2008).

La deterrenza si ottiene se i contribuenti sono consapevoli del fatto che il fisco può essere portato a conoscenza delle loro attività o dei loro guadagni da parti terze: questo e non altro è il significato del termine “tracciabilità” che riguarda essenzialmente la conoscenza delle transazioni effettuate. Nel dibattito corrente il termine “tracciabilità” viene spesso identificato con la riduzione dell’uso del contante. Non è così. La riduzione dell’uso del contante è sicuramente un obiettivo strategico nel contrasto all’evasione, va però perseguito non già fissando soglie generali, ma diffondendo l’uso di strumenti di pagamento elettronico anche, e direi soprattutto, per le piccole (e minime) transazioni (cosiddetto “borsellino elettronico”) come avviene in Francia, Belgio e via dicendo. E individuando settori e pagamenti in cui si può imporre il ricorso a ritenute o si può imporre il divieto dell’uso del contante, come fu fatto per esempio dal governo Prodi per quanto riguarda i compensi dei professionisti.

Tracciabili sono anche i rapporti che prevedono il ricorso a ritenute che andrebbero generalizzate. A quanto è dato di sapere nella manovra vi sono (forse) alcune norme volte a incentivare i pagamenti elettronici ed è prevista la riduzione a mille euro dell’uso del contante, norma che risulterà di scarsa utilità pratica dal momento che potrà essere facilmente elusa e ha poco a che vedere con la “tracciabilità” ai fini fiscali. In altre parole, non bisogna confondere l’evasione fiscale con il riciclaggio.

Un incentivo per essere onesti

Vi è poi una norma veramente singolare che a qualcuno potrebbe apparire addirittura provocatoria: si prevede, cioè un incentivo per quei lavoratori autonomi e piccole imprese che accettano un tutoraggio diretto dei loro conti e attività da parte delle amministrazioni finanziarie che prevede anche l’uso di strumenti elettronici di pagamento e fatturazione; in sostanza un incentivo a essere “onesti”. Con il risultato che solo chi già paga le tasse perché già si trova nelle condizioni tecniche per non poter evadere aderirà (monomandatari, lavoratori precari con ritenuta d’acconto, eccetera), e quindi si verificherà una situazione paradossale per cui gli “onesti” saranno “tracciati” e i “disonesti” resteranno fuori dalla possibilità di controllo del fisco. Né si capisce perché mentre un lavoratore dipendente è costretto a essere “onesto”, e cioè pagare fino all’ultimo euro (ritenuta alla fonte), un autonomo debba invece essere “incentivato”.

Uno strumento di deterrenza-controllo molto importante è l’elenco clienti-fornitori (fonte fondamentale di third party information). Sollecitato in proposito, il governo ha sostenuto che reintrodurre questa misura, soppressa dall’esecutivo Berlusconi, ma che aveva dato risultati molto rilevanti nel breve periodo in cui era stata in vigore, era inutile perché è già prevista l’applicazione della fatturazione elettronica. Chi scrive ha varato le norme che hanno introdotto la fatturazione elettronica in Italia, ma ha anche introdotto l’elenco clienti-fornitori (previsto in via temporanea) nella consapevolezza che prima che la fatturazione elettronica possa andare a regime potranno passare anche dieci anni, e che d’altra parte sarebbe pericoloso collegare fin dall’inizio il nuovo strumento all’attività del fisco.

Nel suo intervento alle Camere sul programma di governo il presidente Monti aveva indicato la necessità di pervenire alla conoscenza dello stato patrimoniale di ciascun contribuente. In proposito alcuni mesi fa Guido Tabellini e altri avevano proposto di prevedere una dichiarazione apposita. Tuttavia sarebbe inutile costringere i contribuenti a compilare una ulteriore dichiarazione la cui veridicità dovrebbe poi essere verificata (presso le banche). Più semplice sarebbe (stato) chiedere direttamente alle banche di inviare al fisco le consistenze iniziali, finali e medie dei conti gestiti e l’importo complessivo delle operazioni, così come avviene in Francia e in altri paesi, in modo da poter ricostruire, utilizzando anche i dati del catasto, la situazione patrimoniale complessiva di ciascuno. Sfortunatamente i buoni propositi sono rimasti tali e la pubblicazione dello stato patrimoniale è stata limitata esclusivamente ai ministri!
Altre misure di “tracciabilità” potrebbero essere indicate. Purtroppo il governo ha rinunciato (o rifiutato) a percorrere coerentemente questa via, impopolare forse, ma sicuramente efficace, e cioè di creare una rete di informazioni, generalizzata, omnicomprensiva, poco costosa perché si tratta di informazioni già disponibili e accessibili, in grado di fornire deterrenza ex ante e strumenti per l’accertamento ex post. Confermando invece una strategia perdente perché reticente e perché non affronta alla radice il problema dell’evasione di massa nel nostro Paese. Quasi che fosse più facile e meno impopolare bloccare l’indicizzazione delle pensioni piuttosto che aggredire evasione ed evasori.

Vincenzo Visco da www.lavoce.info 6 dicembre 2011