Le televisioni senza regole al tempo del populismo

Pubblichiamo un articolo di Vincenzo Vita tratto da “Il Manifesto”

Se si fa eccezione per qualche articolo, non pare che al momento susciti qualche interesse la rapida discesa nell’inferno televisivo della par condicio. A vista d’occhio e di telecomando, durante i giorni di una crisi drammatica per la vita repubblicana, l’equilibrio delle e nelle presenze politiche sul piccolo schermo non solo è saltato. Si è, bensì,  rovesciato nel suo contrario. E’ diventato ovvio inondare il video di flussi spesso illimitati nel tempo di comizi e conferenze stampa senza contraddittorio o riequilibri adeguati.

Quando si racconterà la storia di questo periodo apparirà chiaro quanto ha pesato la televisione nella crescita dei consensi per Matteo Salvini. Non meno dei social e della ormai famosa “Bestia”. La differenza non è secondaria: i tweet e i post aizzano gli animi e aggregano gruppi, ma la comunicazione generalista varca i confini dei simpatizzanti o degli attivisti. Parla a mondi anche lontani e, soprattutto, definisce l’agenda delle priorità, spesso supposte più che reali: vedi il caso clamoroso dei migranti, moltiplicati per n volte nella rappresentazione mediatica. Si ingigantisce il leader leghista non solo facendolo apparire come una star, ma amplificando in modo abnorme i temi a lui congeniali: sicurezza, paura, caccia al diverso, sovranismo populista.

Si potrebbe dire che lo spirito della legge del 2000  è violato al di là di Salvini. A maggior ragione, dunque, il tema va riaperto prima che la prossima stagione assomigli alla lotta violenta e mortale descritta da un efficace film del 1975 di Norman Jewison “Rollerball”, che immaginava un conflitto senza esclusione di colpi nel 2018. Appena un anno di errore.

Ciò che inquieta ulteriormente è l’anomalia inedita della concomitanza tra la crisi di governo e la scadenza delle due istituzioni che hanno un rilievo cruciale nella fase pre-elettorale (breve, brevissima, media o lunga che sia): il Garante per la protezione dei dati personali e l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. L’ufficio per la privacy ha finito a giugno e, in virtù di un decreto di proroga del governo, andrà avanti fino al 7 ottobre. L’Agcom è in mera prorogatio e chiuderà i battenti il 26 settembre. Sul tema delicato della par condicio e sul contrasto del mercato dei profili personali, come sull’odio in rete, si giocherà la correttezza democratica della fase politica in corso. Se già, ad esempio, il controllo e le sanzioni sulle violazioni “di antenna e di parola” è stato fragile e vacillante, con l’Autorità “dimezzata” tutto sarà definitivamente acqua fresca. Così, il prezioso lavoro condotto dall’organismo presieduto da Antonello Soro sulla difesa della riservatezza e sulla trasparenza degli algoritmi rischia di essere travolto dai vari “Cambridge Analyticache si aggirano nel villaggio globale. E’ vero che sanzioni pecuniarie rilevanti sono state comminate a Facebook e Google negli Stati uniti e nell’Unione europea. Ma la posta in gioco è troppo alta per correre dei rischi che si potrebbero rivelare letali.

E’ realistico che le due Autorità vengano rielette nelle prossime settimane, in tale temperie? Assai improbabile. E’ indispensabile, allora, che si immagini una proroga della proroga attraverso, ovviamente, un apposito strumento normativo. Non sarebbe certamente un fulgido esempio di estetica legislativa e, tuttavia, siamo in una situazione di per sé brutta se non orrenda.

Se vi sono soluzioni migliori, ben vengano. Subito, però.

Ciò che non si può sopportare è lo slittamento dall’edificio democratico all’abisso dell’orgia mediatica.

Ci vuole il commissario Montalbano

Il successo strepitoso del “Commissario Montalbano”, con un inedito 44,1% di share e 11 milioni 268mila telespettatori, è un omaggio postumo ad Umberto Eco. Nel notissimo “Apocalittici e integrati” (1964) il compianto pensatore criticava la suddivisione tradizionale tra i tre livelli culturali –alto, medio, basso- sottolineando intrecci e contaminazioni costanti. Un pubblico così vasto come quello toccato dalla serie tratta dai romanzi di Andrea Camilleri significa che è stata raggiunta la “mediana perfetta” tra i diversi protagonisti della fruizione: nord, centro, sud, donne, uomini, giovani, anziani,con i differenti gradi di scolarizzazione. La sintesi tra gli apocalittici e gli integrati. Si può analizzare da vari punti vista il caso Montalbano,  l’essere diventato un  evento mediale figlio di una fortunata commistione tra il testo e la sua rappresentazione. Rimane il fatto che l’accorta miscela tra produzione e consumo è una lezione davvero interessante, che ci racconta molto anche dell’Italia televisiva, vogliosa in tanta parte di avere offerte né omologate né trash. Tuttavia, il tema ha origini lontane.

cultura popolareLa poliedrica personalità di Eco è stata approfondita da un angolo di visuale piuttosto inedito dal bel volume di Claudio e Giandomenico Crapis (Umberto Eco e il Pci, Reggio Emilia, 2016, ed. Imprimatur), vale a dire il rapporto “dialettico” tra il semiologo e il maggior partito della sinistra. Il libro, presentato qualche sera fa a Roma insieme ad Alberto Abruzzese e Furio Colombo, mette il dito nella piaga. Le culture dell’universo comunista –pure nella democratica declinazione italiana-  non hanno superato la dicotomia tra alto e basso, arrogandosi il diritto di introdurre gerarchie spesso artificiose come se negli essere umani pensanti non convivessero strati e sentimenti complessi. Andiamo ad una mostra di pittura astratta con spirito militante, ma ci rigeneriamo ascoltando un brano di musica pop. E la televisione, confinata dalle élite della sinistra a puro intrattenimento di scarso peso (ci ricordiamo l’imbarazzante debolezza sul conflitto di interessi di Berlusconi?), ha in verità plasmato la coscienza diffusa più delle hegeliane “arti belle”.

Umberto EcoIl 5 e il 12 ottobre del 1963 “Rinascita” –il settimanale del Pci- ospitò un saggio in due puntate di Eco proprio attorno a tali argomenti. “…il fatto è che la cultura di sinistra non ha ancora fatto un sol passo per discutere la natura dell’emozione estetica e le funzioni dell’arte in una nuova situazione storica e sociale…” Benché “…ai Festival dell’Unità si suonino i dischi di Rita Pavone, compiendo in tal modo un gesto automatico di antropologia culturale: si riconosce l’esistenza di un altro universo di valori. Ma poiché la cultura umanistica ufficiale lo ha declassato come universo di disvalori, non ne viene tentata alcuna reale operazione di acquisizione…”

Al saggio critico l’ortodossia rispose con il ricorso ai sacri valori del marxismo della vulgata. Fece eccezione Romano Ledda e temperò gli strali del partito l’allora responsabile culturale Rossana Rossanda, con un lungo e rigoroso articolo che usava criteri interpretativi che correvano con raffinatezza ai confini della linea ufficiale. Comunque, il distacco dagli stili espressivi popolari e il sospetto verso il coraggio delle avanguardie rimasero, pur in forme aggiornate, una costante. Non a caso la lotta della stagione analogica è stata persa malamente, con esiti amari e penosi.

Ora però, con l’era digitale, perseverare diventa sì diabolico. Ci vuole Montalbano.

Vincenzo Vita

Una rete pubblica per la banda larga

In un documentato articolo di Alessandro Longo su La Repubblica di qualche giorno fa, si annuncia con una certa enfasi la costruzione di una rete pubblica in fibra ottica dedicata ai 7.300 comuni considerati a “fallimento di mercato”. Il soggetto attuatore dovrebbe essere la società del ministero dello sviluppo Infratel Italia. Ottimo direi… diceva una vecchia pubblicità. L’esecutivo si è convinto finalmente di intraprendere l’unica via credibile per coprire il territorio con connessioni adeguate alla società dell’informazione, vale a dire con il ruolo diretto della sfera pubblica? Del resto, come ci ricorda nei suoi scritti Mariana Mazzucato, l’evoluzione delle tecniche è percorribile sul serio solo se la scintilla viene dallo “stato innovatore”. Da solo, il mondo privato si ritaglia le zone di sicuro profitto, lasciando al loro destino quelle meno abbienti.

rete internetSembra, insomma, essersi determinato a fine dicembre un cambio di rotta impresso dallo specifico comitato che fa riferimento a palazzo Chigi. Qualche scetticismo è d’obbligo su di una materia tuttora sfuggente, in assenza di una trasparente opzione strategica. Siamo alla quarta “ondata”, dopo l’ipotesi della Cassa depositi e prestiti, il consorzio degli operatori con o senza Telecom, l’entrata in scena di Enel. A meno che sia proprio quest’ultima a stare sullo sfondo dell’ultima virata. Gli stop and go si susseguono da tempo. Senza parlare delle contraddizioni degli anni passati, a partire dalla “stecca” iniziale di una privatizzazione frettolosa, che non mantenne nella mano pubblica il bene comune della rete.

Ecco il punto. La rete è un sistema unitario. Come può coesistere un pezzo istituzionale con un mosaico di privati in concorrenza? E’ doveroso rispondere a simile interrogativo. Chi decide, chi controlla, visto che le aree sfortunate spesso sconfinano nei quadranti felici? Ciò accade sicuramente nelle grandi aggregazioni urbane ed è bene tenerne conto. Come? Per non buttare forse l’ultima occasione per risalire dal fondo classifica in Europa (e nel mondo, quanto ad esempio a velocità), meglio sarebbe ridare coerenza all’intero edificio.

comunicazione e personeLa rete tutta ha da essere pubblica, lasciando alla competizione di mercato l’offerta di servizi di notevole ritorno economico. Senza, ovviamente, espropriare nessuno. La governance deve comprendere i diversi operatori interessati, laddove per pubblico non va intesa la mera formula societaria, bensì la visione generale. Va, poi, aggiunto che la banda larga e ultralarga è solo una tappa verso una moderna democrazia della comunicazione. Se è vero che il nuovo network riguarderà 19 milioni di persone, si pone il problema di una seria alfabetizzazione, da inserire una volta per tutte nei cicli formativi, trattandosi dei linguaggi indispensabili per esercitare i diritti di cittadinanza. E poi l’occupazione. Siamo di fronte ad un’opportunità straordinaria per offrire lavoro qualificato a migliaia di persone, giovani o meno. Altrimenti viene a mancare la motivazione forte tra i cittadini, che è sempre la variabile decisiva nei passaggi cruciali. Insomma, non è una pratica da evadere in nome della rivoluzione digitale. E’ un vero cambiamento di modello, che chiede il superamento dell’antica dittatura televisiva, suscitando una domanda avanzata. Un immaginario post-generalista.

Chissà se il governo vorrà chiarire propositi, intenzioni, alleanze produttive e misure di sostegno del consumo, specie nelle regioni del sud dove già l’investimento era previsto. Coraggio. La rete non è un pranzo di gala.

Vincenzo Vita

La Rai del governo

Nelle prossime ore si consumerà il “delitto perfetto” del servizio pubblico radiotelevisivo. Quest’ultimo è dalla primavera-estate nella cella dell’esecuzione, in attesa di una telefonata del governatore che, naturalmente, non arriverà. Un’agonia durata 232 giorni. E il conto alla rovescia arriva proprio al confine tra l’autunno e l’inverno. Sull’azienda di viale Mazzini calano il buio e il freddo.

controriforma RaiIl Senato, in terza lettura, vara un testo mediocre e pericoloso. Una controriforma chiamata riforma, com’è d’uso nella stagione recente, quando ai misfatti politici si sono aggiunti quelli semantici. Il significato ultimo (e unico, salva la solita delega all’esecutivo, questa volta per mettere mano al Testo unico sulle radiodiffusioni del 2005) del testo è chiaro: portare la Rai sotto l’egida e il controllo di palazzo Chigi, trasformando il direttore generale in amministratore delegato con poteri regali. La novità non sta solo qui. Alla vigilia della scadenza della concessione –maggio 2016- con lo stato, il servizio pubblico viene ributtato nel girone in bianco e nero che precedeva la riforma (vera) del 1975.

Del resto, così come alla Leopolda renziana è stato esibito il volto censorio verso la stampa libera, figuriamoci se poteva resistere all’assalto il broadcaster pubblico, popolato persino da qualche non allineato. L’attacco ai talk ha anticipato il rodeo finale che, proviamo a scommetterci, seguirà inesorabile con un potente e prepotente cambiamento dei gruppi dirigenti dell’azienda. Non ci si illuda che sia solo innocuo maquillage l’esito dei cinque articoli del disegno di legge. E’ la cornice legittimante delle prevedibili scene di caccia. Insomma, il “bignamino” della vecchia grida di Gasparri ha un valore in sé, la conquista della stanza dei bottoni; e per sé, l’apertura di un’altra fase: centralistica, sorvegliata, italianamente autoritaria. servizio pubblico radiotelevisivoCon uno schiaffo solenne alla giurisprudenza costituzionale, ampiamente evocata da Roberto Zaccaria nel corso dell’audizione svolta alla Camera dei deputati a nome dell’associazione “Articolo21”, rigorosa nell’affermare i principi dell’indipendenza, dell’autonomia e del pluralismo. Siamo al cospetto del peggior conservatorismo, persino surreale. E sì, perché nell’era delle piattaforme multi e cross mediali, nonché della discussione sull’accesso aperto e sulla neutralità della rete -in cui il pubblico bene comune potrebbe e dovrebbe svolgere un ruolo di garanzia per tutti, senza discriminazioni- il pasticciaccio perpetrato ha il sapore di un vecchio disco a 45 giri, brutto e pieno di fischi.

Certamente un’opposizione vi è stata, a partire dalle proposte fatte proprie dalle “sinistre”, frutto di un lungo lavoro culturale avviato da MoveOn. Movimento ancora protagonista, come è stato lo scorso 2 dicembre con una manifestazione a Roma, condivisa da numerosissime associazioni. Lì fu annunciata l’intenzione di mantenere vivo l’impegno, attraverso un osservatorio e una partecipata consultazione civile. Peraltro, la Bbc rinnova il suo rapporto di servizio pubblico attraverso la Royal Charter, che scaturisce proprio da una ricerca sul Dna moderno del public service. Francamente, però, serve alzare la voce, facendone una questione democratica, al di là degli aspetti specifici.

Viene spontaneo chiedersi come potrà digerire un simile misfatto il Presidente Mattarella, che nel 1990 si dimise da ministro, per l’insostenibile pesantezza della legge Mammì sull’emittenza madre delle sciagure successive.

Vincenzo Vita

La morte dei migranti

Le immagini terribili e brutali dei cittadini del mondo (perché chiamarli migranti?) che provano a sopravvivere ai conflitti e alla fame -cercando terra ed accoglienza- sono diventate serialità narrativa. Con il contorno della deformazione iperbolica dei dati reali (l’Italia ben al di sotto di altri paesi nelle richieste di asilo) e della strategia della paura, funzionale alle subculture xenofobe e fascistoidi. Queste ultime presenti sotto traccia, come un malanno endemico che riesplode quando le speranze e il futuro cedono il passo al noir. Ne ha parlato con accurata argomentazione Mario Morcellini su l’Unità di domenica scorsa.

migranti fugaMa non basta. Ormai è la morte ad essere diventata un’immagine normale. E sì, proprio la perdita della vita, che si tinge persino di propaganda ideologica quando fa politicamente comodo (ricordiamo l’amarissimo caso di Eluana Englaro, ad esempio), si svalorizza ad immagine prevedibile e minore: una mera sequenza mediatica. Carrette del mare, gommoni, tir diventano “ubicazioni funzionali”, per dirla con Foucault. Gli ammazzamenti dei terroristi dell’Isis o gli spari in diretta della Virginia appartengono alla sfera dell’orrore. Mentre i corpi di coloro che fuggono dai luoghi dove la morte è altrettanto incombente e persino più sicura sono comparse di una cerimonia funebre di routine. Che crea assuefazione e prepara lo spirito della guerra, quella nuova di cui varie volte ha parlato Papa Francesco.

Il cambiamento in corso della e nella geografia politica è il potenziale prologo di un allargamento esponenziale dei teatri del conflitto. Del resto, ciò che sta avvenendo è il frutto avvelenatissimo dei colossali errori dell’Occidente e dell’Europa: Iraq, Siria, Libia, Somalia, e così via. Il vecchio colonialismo degli stati nazionali e il passo imperiale degli Stati uniti hanno dato luogo al disastro, con la complicità dei ras locali. L’effetto è l’esodo ininterrotto di persone cui proprio la globalizzazione e l’informazione diffusa hanno dato l’opportunità di sognarsi cittadini del mondo: con il diritto alla felicità, previsto dalla Dichiarazione di indipendenza americana. Tra l’altro.

mediatizzazione morteAdriano Fabris ha descritto recentemente il meccanismo della morte dorata, con gli assassini scoperti da sofisticati meccanismi tecnologici, cui ci rinviano fiction di successo sul filone criminale. Come Csi Miami indagata dal filosofo, ma il discorso si potrebbe allargare a numerosi tv-movie nei quali la morte è un gioco intellettuale ad uso e consumo di strabilianti intelligentissimi detective. Così, con le dovute differenze, per serie cult come Gomorra, i Soprano o Romanzo criminale. Lì le efferatezze esorcizzano gli incubi e le ansie dell’immaginario collettivo. Qui, sui barconi e i camion, la morte è realistica. Naturale. Ci si abitua a convivere con la brutalità, le nefandezze, gli omicidi collettivi, come è stato nelle stagioni devastanti delle persecuzioni e del terrore? La mediatizzazione non stop senza critica prepara le condizioni culturali e psicologiche della Guerra. Non bastano le pur utili Carte scritte dagli organismi professionali e dal sindacato dei giornalisti. Certamente, etica, attenzione ai soggetti deboli e ai minori, rispetto dei corpi sono essenziali. Il nodo, però, è tutto politico. La televisione deve diventare davvero adulta, facendo del dramma delle migrazioni il primo capitolo degli approfondimenti e dei talk. L’analisi rigorosa e la memoria storica sono cruciali, l’antidoto della malattia. Per carità, senza urlatori da share.

Vincenzo Vita

Rai for ever (di Vincenzo Vita)

riforma RaiSarà vera la volontà di riformare la Rai o è solo un “falso movimento? Qualcosa si muove, dopo anni di tentativi naufragati e forse neppure davvero convinti. Tanto in televisione basta andarci. Ecco quello che conta, almeno per una parte cospicua del ceto politico.

Fu questa la “filosofia” prevalente nella seconda metà degli anni novanta, quando il progetto di riordino del servizio pubblico del centrosinistra fu boicottato insieme alla legge sul conflitto di interessi. Prevalse la grave sottovalutazione  della portata del sistema dei media, prossimo a diventare –al contrario- esso stesso soggetto politico, strapotere tra i poteri. Con il berlusconismo imperante il servizio pubblico andava circoscritto e sospinto al di fuori dei trend dello sviluppo integrato (il matrimonio con telefoni e rete), lasciandolo volteggiare nel limbo della logora offerta generalista.

Il “duopolio” cominciava a prendere i volti di Sky e di Mediaset, con la Rai sospinta in serie B. Proprio la vicenda più recente, vale a dire il tentativo di conquista di “RaiWay” da parte di “EI Towers” (e chissà come andrà a finire) sembra l’urlo di avvio della guerra finale. Dove proprio il servizio pubblico si gioca la partita della vita.

riforma RaiEcco, allora, perché è importante riprendere finalmente il cammino di una “riforma di struttura”. Il governo ha annunciato la presentazione di un suo progetto, e l’ha detto più di una volta. Siamo in attesa. Altri articolati sono stati nel frattempo depositati: Anzaldi (che riprende la proposta dell’allora Ministro delle comunicazioni Gentiloni), Marazziti: per stare nell’area della maggioranza. E proprio ieri, per passare alle opposizioni, è stata divulgata la proposta del Movimento 5Stelle. Interessante, perché rende assai rigorosi i criteri di scelta dei consiglieri di amministrazione, sottoposti ad una valutazione di merito stringente. Anche se appare curioso l’affidamento di un atto tanto delicato all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, che certo non si è rivelata in quest’ultimo scorcio di tempo campione di attività e di solerzia. Anzi. Comunque, lo sforzo di Roberto Fico e dei colleghi ha diversi aspetti utili, da tenere in conto nell’immaginare una discussione aperta e senza preconcetti.

A tal fine, un bel gruppo di parlamentari (Nicola Fratoianni e Pippo Civati, Arturo Scotto, Sandra Zampa, Luca Pastorino e Annalisa Pannarale) ha elaborato un’ipotesi normativa convincente, nonché innovativa nel metodo. E’ il frutto, infatti, di un lungo e partecipato confronto istruito dal MoveOn-Italia. “La Rai ai cittadini”, movimento nato qualche anno fa sull’onda dell’esperienza venuta dagli Stati Uniti.

cambiamento governance RaiI punti essenziali dell’articolato riguardano in primo luogo la funzione di “bene comune” attribuita al servizio pubblico, il cui ruolo deve aumentare e non diminuire nell’era digitale, per evitare ulteriori divisioni culturali e sociali. La Rai può trovare prospettive e strategie adeguate se diviene lo strumento per la diffusione gratuita e generale di tutte le piattaforme tecnologiche. Inoltre, il consiglio di amministrazione è eletto da un organismo indipendente e rappresentativo del mondo della società civile: il Consiglio per le Garanzie del servizio pubblico, formato solo in parte ridotta da espressioni direttamente politiche ( 6 membri su 21 indicati dal Parlamento).

Insomma, la scelta di liberare la Rai dall’antica servitù della lottizzazione passa dalla teoria alla prassi. A breve scade il consiglio della Rai. Per cortesia, la legge Gasparri questa volta no.

Vincenzo Vita

Presidente digitale (di Vincenzo Vita)

pluralismo televisivoE’ la prima volta che il “digitale” entra in scena nel discorso di insediamento di un Presidente della Repubblica. Infatti, Sergio Mattarella –il nuovo Capo dello Stato- ha utilizzato un termine spesso rimosso nel e dal dibattito pubblico, aprendo uno squarcio sul tema inquietante del divario tra chi è tecnologicamente tutelato e chi no.

L’Italia è ormai la maglia nera d’Europa sulla velocità della ”banda larga”, ed è pure arretratissima nelle connessioni. Si tratta, come è noto, di uno dei punti più delicati della stagione del capitalismo cognitivo, nonché della morfologia  dei linguaggi e delle relazioni della contemporaneità. Non occuparsene è un delitto e bene ha fatto il neo Presidente a cogliere simile urgenza, in una riflessione asciutta ma chiara. Ivi compreso l’accenno al doveroso utilizzo dei nuovi strumenti nella Pubblica amministrazione.  Con un altro riferimento preciso, che allarga la visuale al dettato costituzionale dell’autonomia e del pluralismo dell’informazione.

discorso MattarellaEcco, è una felice carta da visita del primo cittadino, che le cronache di questi giorni hanno ampiamente ricordato come protagonista antico della vicenda radiotelevisiva. Alla fine del luglio del 1990 Mattarella si dimise dal governo Andreotti insieme a quattro colleghi della “sinistra democristiana”, in segno di protesta contro la legge dell’allora ministro Mammì, sulla quale fu messa –tanto per cambiare- la fiducia. Fu la beatificazione del potere berlusconiano, cui furono concesse (caso unico al mondo, insieme al Messico) ben tre reti nazionali, numero diventato “sacro” e immutabile negli anni successivi, tra complicità e distrazioni, figlie della caparbia resistenza del “partito del conflitto di interessi”. Allora si giocò un pezzo rilevante della storia italiana, premessa della nascita di “Forza Italia”. Formazione nata nel video e sospinta dal vento favorevole dell’occupazione proprietaria dell’etere.

Ebbene, ci furono dei nobili no nei riguardi del grave processo involutivo del rapporto tra media e politica. Negli altri paesi europei –dalla Francia, alla Germania, alla Spagna- si dava luogo alla concorrenza e alla rappresentazione di idee e di culture diverse, mentre in Italia si bloccò la lancetta degli orologi sul vecchio schermo generalista, impedendo l’evoluzione del pluralismo tanto politico quanto tecnico. Molti dei guai di oggi nascono da lì, come pure dall’incosciente assenza di visione sul versante del servizio pubblico, relegato al ruolo –via via ingiallito- di monopolio bis.

digital divide ItaliaLa riforma venne progettata dal centrosinistra negli anni 1996/2001, con Sergio Mattarella  vice Presidente nel governo di D’Alema, ma l’ostruzionismo ostile delle destre e il fuoco amico di parti del centrosinistra affossarono lo spirito innovatore. Quel testo (capostipite dei tentativi seguiti e delle speranze attuali) fu difeso da Mattarella, sicuro e convinto sostenitore della visione pubblica della comunicazione.

Quindi, i cenni del discorso di apertura del settennato nascono da lontano e sono frammenti preziosi da prendere davvero sul serio. Se si raccordano con il costante richiamo alla Carta fondamentale e alla categoria della solidarietà, si coglie la premessa di un vero e proprio Manifesto. Non è corretto tirare la giacchetta della massima autorità, né è ragionevole dare valutazioni preventive. Aspettiamo con fiducia, sognando di poter avere un illustre garante del carattere costituzionale dell’informazione. E’ stato citato il capitolo duro della criminalità in rete. Ma  digitale è pure il cuore della democrazia, per come si svolge ora.

Vincenzo Vita

Fatti non chiacchiere sulla Rai (di Vincenzo Vita)

ipotesi riforma RaiSettimana fondamentale ad Hit parade! Diceva all’inizio di ogni puntata della famosa trasmissione radiofonica il compianto Lelio Luttazzi. E settimana almeno altrettanto fondamentale per la Rai. E’ in programma tra oggi e domani, infatti, il consiglio di amministrazione dell’azienda, da cui forse emergeranno alcune scelte sul riordino del servizio pubblico. E sottolineo se, cantava Mina.
Appunto, visto che in questi ultimo mesi sono sì sbocciati -secondo una tardiva lezione maoista- cento fiori, ma un’opzione ancora non è emersa. Aspettando Godot (Renzi….). Iniziative, convegni, da ultimo l’interessante “Pallacorda” promossa dal Dipartimento di comunicazione e ricerca sociale della Sapienza di Roma, diretto da Mario Morcellini. Vale a dire un ciclo di cinque seminari tesi ad aggiornare il tema, liberandolo da inerzie e mere ripetizioni. Ma con quale percorso? Infatti, dopo qualche promessa del sottosegretario Giacomelli di avviare una consultazione di massa nonché di anticipare alla fine di quest’anno il rinnovo della convenzione con lo stato, una coltre di nebbia ha avvolto le effettive intenzioni del governo.
Mentre sul nodo cruciale dei servizi pubblici, retti -tra l’altro- dal trattato di Amsterdam del 1997- una parola sarebbe lecito attendersi dal semestre europeo a guida italiana. Anzi. Una ridefinizione moderna e impegnativa del servizio pubblico nell’era della rete e delle tecniche numeriche (a quando quelle quantiche?) è necessaria per costruire la cittadinanza digitale. Questa è la sfida. Altro che ridimensionamento del servizio pubblico, come vorrebbe la farisaica corrente privatistica. Al contrario, si tratta di “espandere” il concetto di servizio pubblico, come carta cognitiva del nuovo universo . E dentro l’area pubblica prende piede il pre-concetto del bene comune, vero traguardo della democrazia partecipata.
servizio pubblico radiotelevisivoEcco. Serve un salto di qualità nel dibattito, superando i mille rivoli senza sbocco che non interagiscono (almeno un blog comune, no?) e non trovano un filo conduttore. Eppure, un anno fa Articolo 21 lanciò una consultazione nelle scuole per una nuova carta d’identità per la Rai e l’associazione “MoveOn” ha lavorato per due anni attorno ad un articolato normativo che domani verrà presentato alla sala stampa della Camera dei deputati. Così, la felice iniziativa -ancora un po’ generica- dell’università di Roma potrebbe a sua volta divenire un riferimento. Si operi una scelta. Sempre che si voglia davvero studiare idee e progetti di sviluppo e di cambiamento coraggiosi e non -al contrario- dare luogo ad una danza della morte.
Rai ai cittadiniE’ troppo aspettarsi dal consiglio di amministrazione della Rai un piano di evoluzione dell’azienda? Un programma non recessivo: di transizione da un apparato subalterno ideologicamente alla logica partitica ad una società multi-piattaforma indipendente e protagonista dell’industria culturale? Il tempo corre e il panorama mediatico è in via di rivolgimento profondo: alleanze e scelte strategiche prefigurano una foto di gruppo assai diversa da quella degli anni passati. A proposito, mai una volta che il governo  scopra un’altra verità. Nessuna vera riforma nascerà se non si metterà mano a quel puro anagramma del potere berlusconiano che fu la legge Gasparri. Se non interverrà il Parlamento, qualcuno potrebbe persino lanciare l’idea del referendum abrogativo. Insomma, la questione non sta nel difendere “quel che resta del giorno” di un brand, quanto piuttosto nell’avere il coraggio di pensare al futuro, come sta avvenendo pressoché ovunque. L’Italia è sempre più l’anello debole del villaggio globale.
Vincenzo Vita

Il Valle è il messaggio (di Vincenzo Vita)

teatro valleScriveva McLuhan che “In una cultura abituata da secoli a frazionare ogni cosa al fine di controllarla, può essere sconcertante scoprire che il mezzo è il messaggio”. Così nel famoso testo “Gli strumenti del comunicare” (1967).

Ecco, pare sfuggire a diversi autorevoli interlocutori, ivi compreso il sindaco di Roma, che il teatro Valle è un messaggio. E sì, perché nel sottovuoto spinto dell’era dei tagli inferti da Tremonti e sotto l’egida del pensiero unico berlusconiano, l’esperienza dell’antica sala del centro della Capitale apparve pressoché una boccata d’ossigeno. Tuttavia, qui si intende raccogliere il valore simbolico e profondamente politico proprio del messaggio che viene dal Valle, talmente forte dall’essere un potenziale criterio generale.

Infatti, l’esperienza della Fondazione Teatro Valle Bene Comune, costruita attraverso il paziente lavoro di fior di giuristi –da Rodotà, a Mattei, a Maddalena- rappresenta un tertium genus: tra pubblico e privato o, meglio, oltre la classica polarità dialettica del secolo breve. Il pubblico inteso come mero intervento dello stato; il privato come egoistica tutela della proprietà. La crisi finanziaria e fiscale ha reso sempre meno immaginabile un generico ricorso alle casse dell’erario, mentre il rovesciamento della morale weberiana ha ridotto a mera eccezione il generoso mecenatismo cui guardano con disarmante ingenuità i liberisti in buona fede.

teatro valle occupatoDi qui, l’urgenza di ridare contenuti e significato alla semantica del “pubblico”, che oggi difficilmente potrebbe rimettere tout court i panni gloriosi delle suggestioni di Giorgio Strehler e di Paolo Grassi. Intendiamoci. Il ruolo pubblico nell’universo delle culture è se mai ancor più importante oggi, dentro i conflitti della società dell’informazione e della conoscenza, in cui la povertà diventa digitale. Proprio per dare vigore ad una linea contraria alle privatizzazioni, è necessario allargare il territorio “pubblico”, ri-costruendone i nuovi confini mediante il concetto di bene comune. Come l’aria, come l’acqua, anche il patrimonio culturale attiene ai principali diritti di cittadinanza, previsti dalla Costituzione.

Vale la pena, tornando al Valle, di ricordare il contesto in cui ebbe inizio la vicenda. Quel 14 giugno del 2011. Il teatro era parte dell’ente teatrale italiano, sciolto d’imperio da un decreto governativo cui si cercò disperatamente di opporsi, purtroppo senza successo. Il Valle, pur legato al ministero delle attività culturali e al comune di Roma (cui per competenza era transitato), in verità era rimasto a lungo vacante. Con i rischi connessi.

L’occupazione –senza enfasi o santificazioni- non per caso è stata accolta con rispetto e interesse per tre anni, per il suo spirito paradossalmente legalitario, essendo vocata alla salvaguardia di una sala straordinaria a rischio di oblio. I fini dicitori storceranno il naso in nome della dura lex, cui peraltro –e non a caso, probabilmente- non se l’erano sentita di ricorrere. Nel frattempo il Valle è diventato un riferimento, raccogliendo l’adesione attorno al progetto della Fondazione di una eccezionale platea artistica e intellettuale. Pagine importanti cancellate all’improvviso? Suvvia. Serve una intelligente transizione, con reciproco riconoscimento tra gli interlocutori, evitando tra l’altro un bando  internazionale per la gestione, che significherebbe azzerare un’esperienza creativa e privatizzare il Valle. No. Quella dei beni comuni è un’ idea di futuro.

Vincenzo Vita

Calcio e TV (di Vincenzo Vita)

calcio e tvNelle baruffe chiozzotte sul futuro della Rai, in cui si sfidano –al momento, la speranza non muore mai- ricette dibattute vent’anni fa, è curioso come i cultori della materia non si siano resi conto che il destino ha già deciso. Nella terribile vicenda dei diritti televisivi del calcio il servizio pubblico è già uscito di scena. La gara vede due soli contendenti: Sky e Mediaset.

“Che botte quella notte…” cantava Fred Buscaglione e quel famoso motivo sembra la colonna sonora della contesa. Il calcio rappresentato in televisione (ma ora pure su diverse piattaforme, ecco un nodo della controversia) è uno dei generi che attribuiscono il successo a un broadcaster o a un altro: parliamo di grandi numeri negli ascolti, non di nicchie. Del resto, il calcio fa parte delle grandi cerimonie dei media, ben descritte dal pregevole volume dei sociologi Katz e Dayan (1992). Quasi una religione laica, il calcio trova la sua sublimazione nel consumo domestico, dove assurge a metalinguaggio e simbologia di potere. Ecco perché periodicamente si ripropone la lotta senza esclusione di colpi per accaparrarsi i campionati. La Champions League per il periodo 2015-2018 è già appannaggio di Mediaset. L’analogo triennio per il campionato di calcio italiano è l’oggetto del desiderio sul quale menano fendenti e relativi pareri giuridici il gruppo di Murdoch e il biscione berlusconiano. L’offerta di Sky è altissima -2.370 milioni di euro-  e Mediaset ha difficoltà a starvi dietro. Cifre stratosferiche, che chiariscono che il valore di mercato vale solo per i meno abbienti.

mediaset e calcioNell’empireo del Capitalismo simulato denaro e prezzo appartengono a negoziati convenzionali, forte essendo la spinta degli attori in scena a farsi il mercato ad uso e consumo. Senza il calcio la televisione sarebbe indebolita; senza televisione il calcio crollerebbe sotto i suoi debiti. La tragi-commedia va avanti, finché qualcuno non dirà che il re è nudo. La Lega calcio, però, sembra disorientata dall’affondo di Sky e prende tempo. E già, perché in questa avventura sta cambiando la geopolitica dei media italiani, con un nuovo duopolio suddiviso tra Sky e Mediaset, in luogo di quello (delle due Repubbliche precedenti) tra Rai e gruppo di Segrate. Anzi, Murdoch pronto a prendere il posto di comando, dopo l’acquisizione di cinque canali digitali terrestri da Telecom. Ed è previsto persino un incontro tra la società anglo-australiana e il presidente del consiglio Renzi. Murdoch appoggia chi vince, come accadde in Gran Bretagna con Blair, salvo gli incidenti di percorso.

Ecco, attorno ai diritti di trasmissione del dio-pallone si sta svolgendo una piccola grande guerra, decisiva per gli equilibri futuri. Chissà come finirà il match in corso, se l’avrà vinta Sky con la potenza economica dell’offerta messa in campo ( per le otto squadre in grado di totalizzare l’86% dello share tanto per il satellite quanto per il digitale), o riemergerà in zona Cesarini Mediaset. Che, per la legge del contrappasso, ha dovuto ricorrere a quel po’ di antitrust in vigore in Italia. Si tratta delle leggi n.106 del 2007 e n.78 del 1999,entrambe volute e varate dal centrosinistra. In base a quei dispositivi non si possono conseguire posizioni dominanti, al di là delle piattaforme distributive utilizzate.

Che dicono nel frattempo le autorità competenti, l’Antitrust e quella per le garanzie nelle comunicazioni?. Attorno al calcio si è sempre giocata l’egemonia televisiva. Fu così con l’acquisizione dei diritti da parte di Canale 5 nel 1980, tappa decisiva per la costruzione dell’impero berlusconiano. La storia si ripete, ma ora senza la Rai. E a pagamento.

Vincenzo Vita

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