Due o tre pensieri sulle elezioni 2018

Un bel rimescolamento di carte queste elezioni 2018. I numeri che contano sono 70, 4,5 e 18,7. La prima cifra è la somma dei voti di M5S e centrodestra; la seconda quelli delle sinistre extra Pd; l’ultimo la percentuale presa dal Pd.

Pur essendo stato dato su programmi diversi non vi è dubbio che quel 70% esprime una protesta contro le politiche che hanno segnato la stabilità italiana che, nel rispetto dei vincoli di bilancio, ha portato a diversi positivi risultati di governo (economia, lavoro, diritti). Sia nella versione Lega che in quella di Forza Italia o di FdI e in quella del M5S il tratto che le accomuna è la spinta a fuoriuscire dalle compatibilità finanziarie con un taglio di tasse e un’espansione della spesa pubblica. La stragrande maggioranza dei votanti ha detto quindi che è stufa di sentirsi dire “non si può fare perché dobbiamo stare nei limiti”. Di fronte alle promesse di un radicale taglio di imposte con la flat tax non è stata tanto a guardare per il sottile se convenisse veramente e a chi, ma ha detto sì. Stessa reazione per il cavallo di battaglia dei 5 stelle, il reddito di cittadinanza. Significativo che il messaggio del taglio è passato nelle zone più sviluppate e quello dell’assistenzialismo in quelle meno sviluppate. Ciò che conta però è il duplice messaggio che è arrivato agli elettori: superiamo i vincoli, torniamo a spendere.

Anche sulla questione migranti la scelta è stata di rottura e le due componenti che si dividono il 70% l’hanno rappresentata. Come ampiamente annunciato dai tanti episodi di protesta l’immigrazione caotica non gestita dai poteri pubblici e l’accoglienza in stile emergenziale con i suoi scandali, i suoi sprechi e soprattutto la sua insensatezza (immigrati parcheggiati a caro prezzo e poi lasciati liberi di vagare alla ricerca di fortuna nel territorio nazionale con l’effetto di ingrossare le file dei lavoratori sfruttati fino al limite dello schiavismo e quelle della microcriminalità) ha prodotto una ribellione di massa. Lo si era detto: gli appelli alla solidarietà hanno un limite superato il quale o si accetta di sopportare un peggioramento della propria vita o ci si ribella. Tanti italiani hanno scelto quest’ultima strada. Ovviamente superfluo ripetere che a sopportare le conseguenze di un’immigrazione disordinata e di una gestione fuori controllo sono state le periferie e le zone popolari già messe sotto pressione per conto loro. C’è da dire che solo con il governo Gentiloni e grazie al ministro Minniti è cambiato qualcosa e questo gli italiani l’hanno ricordato.

C’erano però altre liste che diffondevano un messaggio di ribellione ai vincoli europei e di espansione della spesa pubblica: LeU e Potere al Popolo. Insieme non sono arrivati nemmeno al 5% dei voti. Erano liste chiaramente di sinistra che contestavano il moderatismo del Pd e si presentavano con toni radicali. Niente da fare, gli elettori non le hanno seguite. Alcuni grandi nomi – da Bersani a D’Alema a Grasso – non sono serviti ad attirare maggiori consensi. Sarà la connotazione di sinistra che non convince più con buona pace di quelli che insistono ad indicare la necessità di un’unità delle sinistre come un obiettivo prioritario. Deve essere proprio così perché le due liste coprivano un arco di posizioni molto ampio dal riformismo tranquillo di un Bersani con LeU alla vera e propria rivolta dei centri sociali con Potere al Popolo. Dopo queste elezioni sarà difficile tornare ad invocare l’unità della sinistra. Ormai l’etichetta è corrosa dal tempo e andrebbe ristampata.

Il Pd ha pagato non tanto gli errori di Renzi quanto l’incapacità di completare la costruzione di un partito nuovo che andasse oltre la matrice dalla quale è nato. Si parlò all’epoca di fusione fredda tra gruppi dirigenti ex comunisti, ex socialisti, ex democristiani. L’impressione è che da allora non si sia andati molto più in là. Renzi ha avuto il merito di cercare una strada originale con le sue Leopolde e lo slogan della rottamazione, ma non è stato capace di dare una base analitica e strategica solida al partito. Una cultura politica che ha puntato troppo sull’effervescenza, sul giovanilismo, sull’ottimismo edulcorato, sul decisionismo frettoloso. In definitiva una cultura politica basata più sulle intuizioni, ma di scarso spessore. Quindi un merito di Renzi sì, ma anche la responsabilità di aver strattonato un partito confuso e desideroso di identità, ma ancora immaturo. Troppi traumi in pochi anni. Oltre Renzi urge comunque una riflessione molto ampia che non sia piagnisteo o autocoscienza, ma slancio per capire in che mondo si vive e cosa ci si sta a fare e contatto con la realtà in tutte le sue sfaccettature. Sapendo che la politica non è accettare supinamente ciò che ci si trova davanti, ma capacità di immaginare il futuro costruendolo giorno per giorno.

Ora si tratta di capire cosa faranno i partiti perché i risultati non permettono nessuna maggioranza già definita. Non è cosa che si chiarirà in pochi giorni. Difficile pensare all’alleanza stabile di Pd e M5S anche se parrebbe l’unica via d’uscita da una situazione bloccata. Il Pd oggi non se lo può permettere e non lo può permettere un minimo di ragionevolezza. I rispettivi programmi sono alternativi e non conciliabili. Il Pd deve pensare ad altro. Deve risolvere la sua crisi, chiarirsi le idee, ridefinire la linea politica, radicarsi di più nella società. L’unica strada oggi è quella di un governo istituzionale di durata limitata; potrebbe servire a far decantare la situazione e a far emergere proprio quella convergenza programmatica tra forze diverse sulla quale impiantare un governo di legislatura. Quali forze? Lo si vedrà strada facendo. Di fatto il voto di protesta si è concentrato sul M5S e sulla Lega, dunque…. Se ci si riesce, bene; sennò si torna a votare. Un percorso difficile, ma ci si può provare

Claudio Lombardi

Piccola riflessione sui vincoli europei

il punto del blogAll’inizio del 1992 viene firmato il Trattato di Maastricht. Il trattato definisce le tappe per l’unificazione monetaria alla quale saranno ammessi i paesi che garantiranno stabilità della moneta, bassa inflazione e bassi tassi d’interesse con i famosi parametri: disavanzo di bilancio inferiore al 3% del PIL e debito pubblico inferiore al 60% del PIL.

Nel 1997 viene adottato il Patto di stabilità e crescita che ribadisce i vincoli del 3% e del 60%. L’euro inizia a circolare il 1° gennaio 2002. Insomma l’euro e i suo vincoli non sono esattamente una sorpresa. Dieci anni di preparazione sono pochi?

Nel 2012 viene sottoscritto il nuovo patto di bilancio europeo cioè il Fiscal compact che rafforza i vincoli esistenti imponendo di perseguire il pareggio di bilancio tra entrate e spese, ma con l’impegno a diminuire il rapporto tra debito e Pil in direzione del 60%.

Il senso di tutto ciò è che, avendo voluto creare una moneta unica tra stati sovrani, ci si è limitati a prescrivere parametri di stabilità dei bilanci pubblici per evitare che da questi potesse venire una crisi della stabilità monetaria.

Si sa che una moneta senza autorità politica che determini le politiche fiscali ed economiche che la supportino non dovrebbe esistere. In Europa si è, invece, imboccata questa strada mettendo insieme i paesi più diversi. È evidente che nel lungo periodo questa separazione tra moneta e politiche europee dovrà essere ricomposta superando vincoli tanto rigidi quanto ottusi perché non distinguono tra inflazione  e deflazione, tra crisi e sviluppo. Ma….

Pensiamo che stampare più euro ovvero permettere più deficit e più debito porti di per sé alla risoluzione dei problemi di sviluppo ossia di deficit di competitività di sistema che ha l’Italia (o qualunque altro paese dell’area euro)?

Riflettiamo un momento sulle cronache giudiziarie di questi anni e cerchiamo di stare attenti alle illusioni

Legge di stabilità: luci e ombre

legge di stabilitàIl senso di questa legge finanziaria o di stabilità (la stramberia dei nomi inventati per impressionare!) è piuttosto chiaro ed è ricordato in tutti i commenti. La riduzione del costo del lavoro perseguita in vari modi (abbassamento dell’Irap, eliminazione dei contributi per i nuovi contratti a tempo indeterminato ecc) sta al primo posto. La conferma della riduzione Irpef per i redditi medi (i famosi 80 euro) sta al secondo. Vengono poi gli stanziamenti per l’assunzione dei precari nella scuola, il miliardo e mezzo per il sussidio di disoccupazione, la conferma degli ecobonus e ristrutturazioni edilizie, un nuovo regime forfettario per le partite IVA, credito di imposta per le spese in ricerca, sostegni alle famiglie per i figli.

Circa le coperture il dato più rilevante è il deficit di 11,5 miliardi di euro che si ottiene rinviando di due anni il pareggio di bilancio richiesto dal fiscal compact, ma senza uscire dal parametro del 3%. L’altro riguarda i tagli di spesa nelle pubbliche amministrazioni, dai ministeri ai comuni. Inoltre si rilancia la lotta all’evasione fiscale e si colpisce il gioco con nuove tasse. Nel complesso, tra entrate e spese, il coraggio il governo ce lo ha messo e tante misure annunciate vanno bene certo meglio di quello che ci si aspettava considerando le esperienze degli ultimi governi tutti “lacrime e sangue”.

luci e ombre manovraLe critiche si sono subito appuntate sui tagli di spesa a Regioni e Comuni che, si dice, si dovrebbero tradurre inevitabilmente in tagli ai servizi per i cittadini con il corollario di un aumento dell’imposizione fiscale regionale e comunale. Sicuramente sarà così. E’ stato sempre così da quando le manovre finanziarie hanno tagliato la spesa pubblica. D’altra parte sono anni che si proclama l’esigenza di una revisione della spesa che elimini gli sprechi e l’inefficienza e ancora lo si proclama, ma non lo si fa. Qualcuno ricorderà come nel passato il finanziamento della politica in generale e i fondi regionali a disposizione dei partiti in particolare crescevano sempre e mai venivano tagliati. I servizi, invece, venivano tagliati. Con molta costernazione da parte dei politici, ma venivano tagliati. Non si ricorda alcuna protesta dei rappresentanti dei partiti, allora (anche di sinistra), contro l’ingiustizia che veniva compiuta ai danni dei cittadini.

Invece della spending review nelle Regioni abbiamo avuto gli scandali che hanno riempito le cronache politiche e giudiziarie negli ultimi dieci anni.

Ecco, quando si parla di tagli di spesa, non è il caso di indignarsi tirando in ballo i servizi per i cittadini se prima non ci si sgola, non si urla per stroncare la spesa in sprechi, ruberie e privilegi. E’ una questione di credibilità. Circa i servizi l’annoso problema è quello della qualità che non si ha senza soldi, ma certo non può stare insieme a gestioni clientelari e inefficienti.

incentivi lavoro manovraDetto ciò la critica vera alla manovra del governo sta nella fiducia che viene riposta negli imprenditori i quali ricaveranno un sicuro guadagno dal taglio dei contributi sul lavoro. Come lo useranno questo guadagno? Per espandere la produzione? Non vi è alcuna certezza che ciò accadrà. Certo non potranno assumere personale se non sapranno come produrre e a chi vendere. Questo è il punto. D’altra parte non si parla proprio di un maggiore contributo fiscale da parte dei redditi e dei patrimoni più elevati che è cosa ben diversa dalla tassazione dei profitti delle imprese. Dopo anni di aumento vertiginoso delle disuguaglianze si pone il problema di una redistribuzione del carico fiscale. O vogliamo pensare che continuino a pagare sempre gli stessi?

È di questi giorni la pubblicazione dei dati sui guadagni dei 100 manager più pagati in Italia. In questo elenco i milioni corrono come l’acqua nei torrenti genovesi. Tutti soldi prodotti da quell’organizzazione sociale che è l’impresa. Si dirà: ma sono privati e fanno quel che vogliono dei loro soldi. Sì e no, e poi “loro, di chi”? Ma non è questo il punto. Se l’aliquota massima è del 43% da 75mila euro l’anno all’infinito, se il pensionato con casa di proprietà paga come l’immobiliarista si crea un’ingiustizia che porta ad uno spreco di risorse che è antieconomico. Perché? Perché chi ha redditi “normali” alimenterà il mercato interno; chi li ha giganteschi no.

scommessa del governoMa nessun governo in Europa si pone il problema di una redistribuzione del carico fiscale (tranne, forse, Hollande): perché dovrebbe farlo Renzi?

Altro punto politico di importanza cruciale: il rinvio del pareggio di bilancio. Tanto criticato e accusato di essere una stupidaggine colossale (guarda un po’, votata da tutti i partiti due anni fa) adesso il governo si mette sulla scia della Francia e forza i vincoli europei. Da questa forzatura può passare l’inizio di una svolta che sarà più facile se la scommessa del governo sarà vincente. Il guaio è che è una scommessa tutta nelle mani degli imprenditori e dei milioni di italiani che godranno del taglio dell’Irpef e delle altre riduzioni fiscali. Ma questi ultimi potranno solo spendere i loro soldi sul mercato non certo creare posti di lavoro e, come già detto, le imprese assumeranno se ci sarà uno sbocco per i loro prodotti che dipende da tanti fattori.

Il governo ne controlla diversi, primi fra tutti, la politica industriale e i lavori pubblici. A giudicare dal decreto “Sblocca Italia” in discussione in Parlamento, invece, sembra che punti, come sempre si è fatto, su alcune grandi opere e sul rilancio dell’edilizia privata. E il suolo che frana? E i torrenti che esondano? E le scuole che cadono a pezzi? E i trasporti nelle città e per i pendolari? Sostituiamo tutto con un’autostrada e con un centro commerciale e magari con una sventagliata di palazzi che resteranno invenduti? Se questo vuole il governo, da questa scelta verranno cocenti delusioni

Claudio Lombardi

Un punto di vista civico sulla riforma del lavoro (di Claudio Lombardi)

Esiste la possibilità di un punto di vista civico sulla riforma del lavoro?

Ne parlano i sindacati, ne parlano i partiti, protagonista è il Governo. E i cittadini? Risposta ovvia: i lavoratori sono cittadini e sono i sindacati a rappresentarli insieme ai partiti. Replica (forse meno ovvia): tutti i cittadini in una Repubblica fondata sul lavoro dovrebbero essere interessati alla disciplina del lavoro e non tutti sono per forza rappresentati dai sindacati o si riconoscono in un partito. Su tutti, però, agiscono le norme di legge quelle che il Parlamento comunque approva sia che si presentino come decreto-legge, sia come legge delega, sia come disegno di legge. Quindi ricordiamoci che, finchè non ci sarà una legge approvata definitivamente, ci si trova di fronte a proposte o progetti e non a pacchetti “prendere o lasciare”.

I toni in questi giorni, dopo la presentazione della proposta di riforma da parte del Governo, si sono fatti molto accesi; qualcuno ha parlato di “massacro dei diritti dei lavoratori”, la CGIL promette una lotta dura per contrastare il cammino della riforma, altri immaginano un ingresso massiccio di investitori esteri grazie allo “sblocco” del mercato del lavoro. Ci sono pure quelli (per fortuna) che hanno usato toni più pacati mettendo in luce le parti positive e innovative rispetto alla situazione attuale e quelle più critiche che avrebbero bisogno di modifiche migliorative.

Ma torniamo al punto di vista del cittadino. Di cosa si avverte il bisogno? Sicuramente di strumenti e interventi per le due fasi critiche del percorso lavorativo: la ricerca del lavoro in giovane età e il sostegno negli anni che precedono la pensione ( nel caso in cui si dovesse perdere il lavoro). In entrambe le situazioni occorre un intervento pubblico che aiuti concretamente con erogazioni di denaro, che assista e che predisponga la cornice normativa entro la quale la ricerca del lavoro si svolge e si conclude con la stipula di un contratto o con la sua rescissione.

Nel caso del giovane che cerca lavoro oggi non vi è nulla che aiuti e sostenga ovvero non c’è alcuna forma di sostegno perché inizi a formarsi un reddito autonomo. Come è noto le famiglie suppliscono a questa mancanza (come avviene, d’altronde, anche per l’assistenza agli anziani). Non vi è nemmeno una cornice normativa adeguata che indirizzi e supporti lo svolgimento del rapporto di lavoro. Tanto è vero che i lavori precari dei tipi più svariati e in buona parte anche “in nero” e, comunque, sempre sottopagati, sono quelli più diffusi fra i giovani.

Di cosa hanno bisogno allora i cittadini che vogliono iniziare a lavorare? Hanno bisogno di indennità di sostegno cioè di un reddito minimo di avvio al lavoro, di servizi per l’impiego e ispettivi, di norme che fissino le tipologie contrattuali con modalità precise che scoraggino i raggiri, le truffe e i ricatti.

Tutto ciò c’è nella proposta del Governo? In parte, solo in parte. Manca un disegno complessivo che affronti questa fase della vita delle persone. Alcuni interventi sono previsti (misure per scoraggiare i rapporti precari), ma mancano misure di sostegno e le “famose” politiche attive del lavoro delle quali molto si è parlato. È prevista una mini indennità di disoccupazione che si attiva con requisiti ridotti rispetto a quella “piena”, ma comunque si rivolge a chi ha già avuto un lavoro.

Quindi appuntiamoci le modifiche necessarie con al primo posto un salario sociale o indennità per i giovani.  Costa? Sì certo. Dobbiamo abituarci che per alcune politiche bisogna spendere, per altre no.

Nel caso del lavoratore che si avvia al pensionamento aumentano i rischi di licenziamenti mirati ad una sostituzione con personale più giovane e anche meno costoso. In questo caso occorre innanzitutto una norma che scoraggi il datore di lavoro rendendo difficile e oneroso il licenziamento e occorrono forme di sostegno per il lavoratore nel caso in cui il licenziamento si verifichi lo stesso. L’art. 18 serve a fronteggiare la prima eventualità ed il Governo lo vuole modificare;  nel secondo dovrebbe intervenire l’indennità di disoccupazione (ASPI) più un Fondo di solidarietà per i lavoratori anziani finanziato dalle imprese proprio per accompagnare i lavoratori alla pensione in caso di licenziamento. Oggi l’art. 18 garantisce una copertura piena solo a chi lavora in aziende con più di 15 dipendenti e le casse integrazioni sono ben tre e possono durare diversi anni, ma non si applicano a tutti i lavoratori.

La proposta del Governo, invece, intende estendere la disciplina dei licenziamenti a tutti i lavoratori e la stessa cosa vuole fare con la Cassa integrazione ordinaria e con l’Assicurazione Sociale per l’Impiego (ASPI).

Tuttavia, la modifica dell’art. 18 rende più facili i licenziamenti per motivi economici che darebbero diritto solo ad un’indennità (se riconosciuti illegittimi, attenzione!), ma non al reintegro che, invece, rimane per i licenziamenti discriminatori e per quelli disciplinari (qui a discrezione del magistrato). È facile dedurre che rendere più facili i licenziamenti andrebbe a colpire innanzitutto i lavoratori più anziani, e sarebbe uno strumento in più per un datore di lavoro che volesse liberarsi di un dipendente sapendo che al massimo pagherà una somma di denaro.

Un punto di vista civico non può prescindere dalla dignità delle persone e dalla necessità di un reddito adeguato per assicurarla (articoli 4 e 36 della Costituzione). Bisogna ricordare che quei due articoli della Costituzione pongono obiettivi politici che la Repubblica deve perseguire e introducono diritti per i lavoratori che, quindi, non possono essere lasciati soli. Questo è il motivo per cui il licenziamento deve rientrare in determinate forme giuridiche e non può essere assolutamente libero.

Un punto di vista civico deve anche rilevare che la coesione sociale è un valore di primaria importanza (e una condizione di sviluppo economico) e che l’intervento pubblico deve mettere particolare cura nel sostegno ai lavoratori che perdono il lavoro sia con la quantità e la durata di Cassa integrazione e Aspi, sia con politiche del lavoro che si traducano in servizi per l’impiego e in politiche (industriali, ambientali, dei servizi ecc) di sviluppo del Paese.

Segniamo anche questi punti che potranno essere modificati e migliorati  nell’esame parlamentare possibilmente in un clima disteso privo di esasperazioni ideologiche inutili e dannose da qualunque parte provengano.

In ogni caso la dimensione della riforma non si misura solo sulle norme proposte, ma chiama in causa tutti gli aspetti del programma del Governo che possono incidere sull’andamento dell’economia e dell’occupazione. In realtà il vero completamento della riforma si avrà solo se cresceranno le occasioni di lavoro di buona qualità e ben retribuito e se ciò conseguirà ad un percorso di formazione che deve avere la sua base nella scuola e nelle università. Per questo investire in istruzione e formazione significa investire per lo sviluppo futuro. Anche la cura dell’ambiente e del territorio non è un capitolo da inserire nei programmi di governo ed elettorali per ossequio allo spirito dei tempi, ma è un altro investimento per lo sviluppo dell’economia. La cultura, poi, per l’Italia dovrebbe essere un settore ad elevata intensità di lavoro e di investimenti perché è congeniale alla storia e al patrimonio nazionale e perché può generare sviluppo forse, ben più del settore automobilistico (per dirne uno che ci preoccupa tanto) o di quello edilizio per il quale non c’è più territorio disponibile.

Soprattutto un punto di vista civico deve assumere l’intervento dello Stato e la gestione delle sue risorse come beni comuni dei quali discutere fra cittadini e non riservati a tecnici e addetti ai lavori. Bisogna superare l’ossessione della spesa pubblica perché gli obiettivi di cui si è parlato non si perseguono a costo zero, ma possono sicuramente arricchire il Paese ben più di quanto costano.

Per superare quell’ossessione ci vogliono tre condizioni: 1. Se ne deve convincere l’Europa perché le politiche di sviluppo funzionano a quel livello e sono più efficaci se integrate e perché i vincoli alle finanze pubbliche sono diventati il principale ostacolo allo sviluppo; 2. Bisogna rinnovare la politica, la rappresentanza e le forme che fanno vivere la democrazia perché la corruzione, l’assalto ai soldi pubblici e l’incapacità dei gruppi dirigenti manderebbero a monte qualunque progetto di crescita; 3. Ci vuole una nuova cultura civile perché i cittadini devono mettersi nelle condizioni di elaborare la loro capacità di governo elevandosi al di sopra degli interessi di categoria e cercando di avere una visione politica e programmatica in quanto cittadini. Ciò farebbe bene allo Stato e a tutte le associazioni che si impegnano nell’attività politica.

Le tre condizioni vanno insieme, ma la terza è quella su cui lavorare di più perché è la base sulla quale fondare la rinascita dell’Italia.

Claudio Lombardi