Anticorruzione: avanti piano fra mille ostacoli (di Vittorino Ferla e Giuseppe Bianco)

Il ddl anticorruzione passa al Senato e ora ritorna alla Camera per la quarta lettura. Certamente un risultato importante se si pensa al degrado della vita pubblica in questo momento storico. Il provvedimento è, da un lato, il frutto della maggiore autonomia del governo dei tecnici dalle pressioni delle diverse forze politiche, e, dall’altro, il frutto di una pressione molto forte da parte della società civile stanca di assistere allo squallore diffuso dei comportamenti degli ufficiali pubblici, siano essi politici o funzionari.

Alcune misure sembrano particolarmente efficaci: i protocolli di legalità obbligatori, il monitoraggio costante delle prefetture sulle aziende esposte al rischio di penetrazione mafiosa, la maggior tutela dei segretari comunali e provinciali, il divieto di collocare i pubblici impiegati condannati anche con sentenza non passata in giudicato in uffici deputati alla gestione delle gare di appalto (misura che serve ad ovviare la sostanziale disapplicazione della pena accessoria dell’estinzione del rapporto di pubblico impiego), la delega al Governo per la non candidabilità in organismi di rappresentanza politica di soggetti condannati per corruzione e reati similari.

Si tratta di misure che in qualche modo contribuiscono a creare un sistema di preallarme rispetto agli inizi dei fenomeni di corruttela. Ed è quanto suggeriva la Commissione Cassese già nel 1996.

Letta nel suo complesso, però, la legge approvata assume più un valore simbolico che reale, a causa delle numerose lacune che i diversi passaggi parlamentari non sono riusciti a colmare.

In primo luogo, non convince la formulazione dei nuovi reati. Per esempio, sono previste pene davvero minime per reati come il traffico di influenze. Ciò impedirà di condurre indagini approfondite attraverso, tra l’altro, l’uso delle intercettazioni. Il reato di corruzione fra privati – che serve a perseguire le forme di corruzione conseguite al processo di esternalizzazione dei compiti pubblici (società miste, consulenti, general contractor) – riguarderà solo i vertici delle strutture private e mai i quadri intermedi o i dipendenti: esattamente al contrario delle raccomandazioni del rapporto GRECO (il Gruppo degli Sati Europei contro la Corruzione).

In secondo luogo, nel provvedimento spiccano soprattutto gli assenti: non si accenna al ripristino del falso in bilancio né al reato di autoriciclaggio (fattispecie suggerite dallo stesso Fondo Monetario Internazionale) che incidono sui campi limitrofi della corruzione sistemica. L’evasione e i bilanci falsi servono a creare le provviste in nero prima della corruzione, il riciclaggio in tutte le sue forme serve a nasconderne dopo i proventi.

La Autorità Anticorruzione è individuata nella CIVIT, organo che non ha alcun profilo di indipendenza dall’autorità politica, privo di poteri ispettivi e sanzionatori, di profilo modesto sul piano delle competenze attualmente messo in campo e il cui ex presidente – oggi ancora membro del collegio – ha fatto parlare di sé per essere protagonista di casi che oggi – proprio con la nuova legge – sarebbero classificati come esempi di traffico di influenze. Difficilmente i funzionari pubblici disponibili a segnalare comportamenti illeciti di altri colleghi – saranno davvero spronati a denunciare ad un ente di nomina governativa in un sistema complessivo in cui gli organismi indipendenti di valutazione sono tutti occupati da colleghi dirigenti.

In verità, dunque, resta ancora molto da fare per questo Governo, a partire dal rendere immediatamente effettiva l’incandidabilità dei condannati in vista delle prossime elezioni.

Segnaliamo almeno quattro azioni concrete che il Governo dovrebbe fare subito per essere credibile: 1) rendere trasparenti gli atti della PA fin dalla loro formazione e, in particolare, rendere pubblici e comprensibili i bilanci di enti pubblici e partiti a tutti i livelli istituzionali, centrali e territoriali; 2) attribuire alla Civit (futura commissione anticorruzione) piena autonomia dalla politica e poteri ispettivi e sanzionatori reali, perché finché sarà così nessun dirigente pubblico sarà libero di denunciare episodi di peculato e malversazione; 3) allungare i tempi della prescrizione per i reati contro la pubblica amministrazione per garantire lo svolgimento dei processi e la condanna dei corrotti; 4) rendere sempre più diffuso il recupero delle risorse sottratte e poi la loro restituzione alla collettività, anche attraverso la confisca e l’uso sociale dei beni dei corrotti.

Ecco perché l’impegno dei cittadini per la trasparenza e la legalità non può diminuire proprio adesso.

Articolo tratto da www.cittadinanzattiva.it

Vittorino Ferla – Responsabile Cittadinanzattiva per la Trasparenza e la Legalità
Giuseppe Bianco – Magistrato, Procuratore della Repubblica, Firenze

20 anni da Tangentopoli, ma la corruzione è sempre viva (di Vittorino Ferla)

Sono passati venti anni dall’inizio di Tangentopoli. Venti anni fa il sistema dei partiti che aveva animato la vita politica italiana nel dopoguerra è deflagrato. La causa principale fu la pervasiva occupazione delle Istituzioni da parte del ceto politico e la corruzione diffusa tra uomini di partito, amministratori e operatori pubblici.

L’impatto della corruzione sullo sviluppo del Paese

Purtroppo, però, negli ultimi venti anni, ben poco è stato fatto per fronteggiare fenomeni così gravi e ormai così visibili. Sono stati fatti, anzi, alcuni passi all’indietro con la depenalizzazione del falso in bilancio e con l’allungamento dei termini di prescrizione nel caso di processi per corruzione. Due decisioni che hanno avuto conseguenze gravi sulla vita dei cittadini.

Basti pensare che il danno erariale annuale causato in Italia dalla corruzione è pari almeno a 70 miliardi di euro (secondo una recente valutazione della Corte dei Conti). Una enorme quantità di risorse che potrebbero essere altrimenti impiegate.

Non solo, ma la burocrazia e la  corruzione quando sono intrecciate sbarrano il passo alla concorrenza (quella sana che porta l’innovazione) e impediscono lo sviluppo dell’economia.

Diversi studi internazionali, inoltre, indicano che la diffusione della corruzione inquina la spesa pubblica e porta a trascurare l’istruzione, i servizi sociali e l’assistenza.

In questo modo la corruzione colpisce direttamente sia la salute economica che i diritti dei cittadini e peggiora la qualità della vita.

La lotta alla corruzione non è ancora nell’agenda della politica

Alla luce di queste considerazioni, la sostanziale immobilità del Parlamento e delle Istituzioni è davvero sconcertante.

Un disegno di legge sulla corruzione presentato dal precedente governo giace in Commissione Affari costituzionali della Camera dei Deputati. Si tratta di una proposta giudicata inadeguata e insufficiente dalla gran parte dei commentatori e il Parlamento è fermo in attesa di una nuova iniziativa del Governo,  ma anche della fine del condizionamento che alcune forze politiche fanno pesare non appena si parla di lotta alla corruzione.

“Strano” comportamento delle forze politiche su un problema drammatico che richiederebbe seri provvedimenti d’urgenza. Strano, ma non troppo a leggere le cronache giudiziarie degli ultimi anni.

Bisogna anche ricordare che il Parlamento non ha ancora ratificato la Convenzione penale sulla corruzione, elaborata e proposta dal Consiglio d’Europa nella sua versione definitiva il 27 gennaio 1999, convenzione ratificata, ad oggi, da 43 Stati (l’ultima l’Ucraina nel 2010): il ddl di ratifica giace ancora in Senato in attesa di approvazione.

Non basta. Dopo appena un anno e mezzo dall’approvazione, il dlgs 150 del 2009 (meglio noto come riforma Brunetta) – che introduce importanti novità in tema di trasparenza e performance delle istituzioni pubbliche e che offriva indirizzi importanti in termini di lotta alla corruzione e agli abusi di potere – resta sostanzialmente inapplicato. Mille resistenze a tutti i livelli, mentre il punto di vista dei cittadini viene sostanzialmente espulso perché non esistono strumenti di partecipazione effettiva.

L’ambiguo ruolo della CIVIT

A questo quadro già poco confortante bisogna aggiungere una doverosa valutazione del lavoro svolto fin qui dalla Commissione indipendente per l’integrità, la trasparenza e la valutazione delle amministrazioni pubbliche, la cosiddetta CIVIT.

Le speranze di quanti si aspettavano una energica iniziativa riformatrice della CIVIT si sono rivelate mal poste. I risultati sono assai deludenti. L’attività è meramente formale, legata all’adempimento di atti burocratici e alla approvazione di delibere su norme e regolamenti. Per di più si sono succedute le dimissioni dei suoi componenti tanto da far dubitare che la CIVIT sia ritenuta un organismo utile.

Sicuramente non è utile per combattere la corruzione (come vorrebbe il disegno di legge Alfano fermo alla Camera) dato che è un organismo per niente indipendente, ma di diretta emanazione governativa e, quindi, soggetto alle sempiterne logiche lottizzatrici della politica nazionale. Come dovrebbe essere evidente, infatti, la lotta alla corruzione non può essere fatta sotto il controllo dei partiti.

Ovviamente di partecipazione di rappresentanti dei cittadini nemmeno se ne parla, ma questo è scontato quando si tratta di lottizzazione.

Partecipazione dei cittadini: gli strumenti di civic auditing

La trasparenza è un antidoto alla corruzione si sa. Ma non basta soltanto l’incremento delle informazioni; ci vuole anche la reale partecipazione dei cittadini e delle loro organizzazioni nei processi di definizione, implementazione e valutazione dell’azione amministrativa; e per questo ci vuole l’accesso dei cittadini a tutte le informazioni rilevanti.

Occorre quindi che la nuova disciplina contro la corruzione scommetta e faccia leva anche sulla capacità della iniziativa civica di promuovere e curare la pubblica amministrazione intesa come un grande bene pubblico.

A questo proposito ci sono nodi irrisolti nelle norme attuali. Per esempio, non c’è traccia della presenza di rappresentanti delle associazioni dei cittadini sia nei nuclei di valutazione dei dirigenti, sia all’interno dell’organismo centrale di valutazione. La stessa CIVIT, d’altro canto, non prevede la partecipazione di rappresentanze dei cittadini negli organismi di valutazione di cui ogni amministrazione dovrebbe dotarsi. Sembra quasi che la partecipazione dei cittadini sia vista come una minaccia.

Invece, nel dibattito pubblico, ormai, alcune parole chiave come trasparenza, valutazione e benchmarking (confronto o comparazione) sono diventate di uso comune. Comincia a riconoscersi il tema del civic auditing, largamente utilizzato nei paesi nord-europei e negli Usa, per migliorare la trasparenza e l’efficienza delle strutture pubbliche. Comincia a diffondersi la percezione che i sistemi di valutazione interni vanno incrociati con quelli esterni, per assicurare che l’offerta di servizi sia conforme agli standard internazionali di qualità, e rendere pubblici gli obiettivi e i risultati raggiunti, sia del rendimento dell’organizzazione sia di quello personale, in nome della trasparenza totale.

A ciò si aggiunga la necessità di utilizzare meglio internet per agevolare l’accessibilità ai dati e per attivare forme appropriate di confronto pubblico annuale sulla valutazione interna e la valutazione esterna per ciascuna amministrazione (specie a livello regionale e locale), e sugli obiettivi di miglioramento, con la partecipazione, oltre che di studiosi qualificati e organi di informazione, anche delle associazioni di consumatori o utenti. Anche così, permettendo ai cittadini di leggere tra i numeri dei bilanci pubblici, sarà possibile scovare le situazioni di illegalità.

Confisca e uso sociale dei beni dei corrotti

Un’ultima considerazione riguarda i proventi delle attività illecite derivanti dalla corruzione. Alcuni anni fa fu approvata una norma su impulso di Cittadinanzattiva per la confisca e l’uso sociale dei beni dei corrotti con la quale si disponeva il sequestro e la confisca dei beni derivanti dalla corruzione e la destinazione del ricavato all’entrata del bilancio dello Stato per essere riassegnato in egual misura al finanziamento degli interventi per l’edilizia scolastica e per l’informatizzazione del processo.

Si tratta di una norma sostanzialmente inapplicata, ma dalla quale deriverebbero perfino delle risorse per il bilancio dello Stato. C’è da chiedersi per quale motivo nessuna istituzione nazionale competente si sia posta il problema di monitorare lo stato attuazione della norma e di favorirne l’applicazione.

Vittorino Ferla

Sacconi a Venezia: come ti ‘blindo’ i cittadini attivi (di Vittorino Ferla)

La Conferenza di apertura dell’Anno Europeo del volontariato, svoltasi a Venezia il 31 marzo e il 1 aprile scorsi, è nata male. Un programma costruito a tavolino, senza alcun coinvolgimento delle associazioni e dei volontari. Un evento a numero chiuso, fatto del tutto inaudito, al quale si partecipa solo se si è in quota a canali, più o meno ufficiali, di legittimazione. Tant’è che sul sito della Conferenza ci si poteva registrare, certo, ma solo a una condizione: sottoscrivere il form nella parte in cui annuncia che i posti sono limitati. “Per motivi di sicurezza”, stava scritto.

 Una zona rossa per la cittadinanza attiva

La verità è un’altra. Anche per il mondo della cittadinanza attiva esiste una ‘zona rossa’. Serve per dividere gli interlocutori e indebolirli. Per ridurre all’impotenza le organizzazioni che avrebbero qualcosa da dire. Blindare la Conferenza è un modo in più, non solo simbolico, ma pratico, per blindare la partecipazione dei cittadini.

Dentro questa ‘zona rossa’ sono ben accolti soltanto gli amici (gli altri possono stare si, ma senza fare troppo rumore) e gli ideologi di questa nuova stagione politica.  E’ la stagione dell’uso privatistico delle istituzioni, dei beni comuni e dei servizi pubblici. L’obiettivo è chiaro: indebolire l’azione delle amministrazioni pubbliche, smontare una serie di garanzie di tutela di diritti fondamentali, favorire quelle imprese amiche che, con la veste buona dell’ente caritatevole o dell’utilità sociale, raccolgono i resti di alcuni servizi essenziali.

 Un visione privatistica della sussidiarietà

In questa prospettiva privatistica il concetto di sussidiarietà viene utilizzato impropriamente, in modo del tutto contrario al dettato costituzionale. La sussidiarietà diventa strumento a vantaggio delle corporazioni, occasione di scambio con una politica consenziente, metodo di spartizione di risorse pubbliche per premiare imprese che si dicono sociali. Soprattutto, vengono meno le responsabilità dello Stato, le reti di protezione vengono strappate, i più deboli sono lasciati a se stessi e alle loro famiglie. Basterebbe leggere il Libro Bianco sul Welfare del ministro Sacconi per rendersi conto di questa new wave del ‘si salvi chi può’. Senza oneri per lo Stato. Sarà per questo che, in questi mesi, il Ministero dell’Economia ha cercato di tagliare tutto il possibile, specie se aveva a che fare con le politiche sociali. Lo stesso 5×1000 è allargato e ridotto a capriccio a seconda delle necessità del momento. Sacconi è stato chiaro a Venezia: “lo stabilizzeremo per legge ma il fondo da distribuire sarà deciso di anno in anno e le associazioni non devono farci troppo affidamento”. Più chiaro di così…

 Un ruolo gregario

In compenso, qualche risorsa per gli ospedali privati o per le scuole confessionali si trova anche in tempi di crisi, con la scusa che le imprese – specie quando sono amiche – sono sempre efficienti. Non importa, ovviamente, se non garantiscono l’accesso universale ai servizi e la tutela eguale dei diritti. In questo contesto, i volontari sono ‘quelli che puliscono il culo’, come il ministro Sacconi ha avuto la delicatezza di dire. Sono, tutt’al più, i ‘pesci pulitori’ nell’acquario predisposto dai poteri in sella. O i giardinieri che tengono fresco l’orto intorno al Palazzo in cui si chiudono gli affari veri. Cittadini attivi, ma privati di qualsiasi ruolo pubblico e politico che darebbe solo fastidio al Palazzo.

Non è un caso, dunque, che le relazioni principali della Conferenza del volontariato siano espressione di una precisa opzione culturale. L’unica buona per un progetto di riforma ispirato dalla retorica tipica del conservatorismo compassionevole di provenienza anglosassone. Qualcosa che vorrebbe assomigliare alla Big Society promossa in UK da David Cameron. Ma l’iniziativa del governo britannico, assai contestata in patria per il suo contenuto anti-equitativo, ha ben altra ambizione e ben altri strumenti in campo.

 Impegni costituzionali

Noi sappiamo invece che la Costituzione italiana, quando parla di sussidiarietà, offre una prospettiva  completamente diversa: l’alleanza tra cittadini e istituzioni per la soluzione di problemi di interesse generale, un concorso di responsabilità condivise che ha come obiettivo la cura dei beni comuni, una democrazia partecipata che si pone la meta dello sviluppo sociale, civile e ambientale per tutti. Ma di questa sussidiarietà progressiva a Venezia se n’è vista molta tra i volontari, molto poca da parte delle Istituzioni. Anche perché tante organizzazioni di cittadini che la pensano così hanno partecipato con il ‘mal di pancia’. Oppure hanno preferito restarsene a casa. Per far sentire più forte il proprio ‘NO’.   

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Giustizia: il Ministro Alfano ha mancato il bersaglio (di Vittorino Ferla)

Che cosa si aspettano davvero i cittadini dalla riforma della giustizia? E la riforma proposta dal Governo serve davvero oppure no?

Certamente, il quadro che emerge dai Rapporti sulla giustizia elaborati da Cittadinanzattiva, sulla base delle segnalazioni dei cittadini, è molto grave. Cittadini che attendono anche oltre trent’anni per ottenere una sentenza definitiva. Avvocati che non spiegano le scelte ai propri assistiti, non li mettono al corrente di possibilità diverse dal ricorso alle aule giudiziarie (mediazione, conciliazione, etc.) o non li informano delle possibilità di fare ricorso al patrocinio gratuito. Consulenti Tecnici di Ufficio che depositano la propria documentazione con anni di ritardo o che, addirittura, rappresentano allo stesso tempo la parte che chiede giustizia e quella che si difende. Giudici che rinviano ripetutamente le sedute, o che, all’interno di una stessa causa, vengono più volte sostituiti. 

Sorpresa: il difficile rapporto con gli avvocati

Nella metà delle segnalazioni raccolte ed elaborate dai rapporti di Cittadinanzattiva, la domanda prevalente  è quella della consulenza, cioè la richiesta di un sostegno concreto e competente. I cittadini chiedono poi informazioni sul funzionamento delle leggi, sulle procedure da seguire, siano esse nazionali o al livello comunitario. Il primo motivo di crisi, dunque, nell’impatto con il mondo della giustizia, non è affatto, come normalmente si pensa, il rapporto con i magistrati. Piuttosto, il rapporto con i propri legali: le principali difficoltà segnalate sono quelle legate alla mancanza di informazioni e orientamento, nella quale prospera l’inefficienza e la rendita di posizione degli intermediari professionali. Ecco perché le proposte di riforma del Ministro Alfano appaiono a maggior ragione fuori bersaglio. La ‘riforma della giustizia’ è assai preoccupante perché assomiglia molto di più ad una riforma della magistratura per renderla più docile alle aspettative della politica. Agli italiani serve qualcos’altro: una riforma della giustizia che abbrevi i tempi dei processi, che renda l’impegno dei cittadini accessibile grazie a dei costi ragionevoli, che metta i magistrati nelle condizioni di operare con tutti gli strumenti e con la massima qualificazione possibile contro i crimini più rilevanti che incidono sulla vita quotidiana delle persone. 

Se il governo sovraccarica i tribunali

Da una parte, il Governo, con questa riforma ci racconta che vuole far funzionare la giustizia. Dall’altra, lo stesso governo adotta misure che vanno nella direzione di un ulteriore sovraccarico dei tribunali con i danni conseguenti per il cittadino. Basti pensare alla recente legislazione che per dimostrare il pugno duro nei confronti degli immigrati rischia di oberare ulteriormente il lavoro dei magistrati. Per esempio, i pacchetti sicurezza hanno abolito quei riti speciali che consentivano di definire i procedimenti per reati bagatellari (reati con pene inferiori a 2 anni) evitando l’ennesimo processo. Il risultato è stato un ulteriore aggravio processuale.

Problemi simili rischia di sollevare il nuovo – e inutile –  reato di clandestinità, introdotto per motivi puramente ideologici e propagandistici su impulso della Lega, ma che avrà soltanto effetti negativi. Prima di tutto, ovviamente, sui cittadini immigrati, ma anche sui cittadini italiani. Di recente, la Procura di Agrigento ha dovuto iscrivere 6mila tunisini sul registro degli indagati. Il risultato è che in un colpo solo, e grazie a una legge di quello stesso governo che vuole migliorare la giustizia, avremo 6mila processi in più. Sarebbe molto più ragionevole, per esempio, sospendere tutti quei processi per reati minori che sono commessi dai cosiddetti ‘irreperibili’, che per il 90 per cento dei casi sono destinati al gratuito patrocinio e riguardano cittadini extracomunitari. Pensate quanto respirerebbe il lavoro dei giudici. 

Trasformare i reati in illeciti amministrativi

Così come, una delle vie possibili per velocizzare e rendere effettiva la giustizia italiana, sarebbe quella di superare quello che i giuristi chiamano ‘panpenalismo’, ovvero il fatto che qualsiasi tipo di illecito sia penalmente perseguibile. I magistrati, anche a causa di leggi ormai inadeguate o di nuove leggi sbagliate, non sono messi nelle condizione di dedicarsi ai grandi fenomeni criminali, ma sono obbligati a fare processi penali per qualsiasi piccolo illecito. Invece di introdurre continuamente nuovi micro reati per motivi spesso propagandistici, sarebbe il caso di snellire i processi prevedendo per quegli illeciti che non sono fortemente ‘offensivi’ la riduzione ad illeciti amministrativi. Sarebbe anche un modo per ridurre i costi e utilizzare meglio le risorse in un paese che ha un carico di processi penali tra i più pesanti d’Europa. 

La resa dei conti

Rispetto ad un simile quadro – che si potrebbe ulteriormente approfondire – che senso ha la crociata contro i pubblici ministeri? Appare evidente ai più che la riforma della giustizia è una pura finzione: sembra piuttosto una resa dei conti tra poteri dello stato, nella quale l’obiettivo del governo è garantire un salvacondotto per l’irresponsabilità del ceto politico.

Vittorino Ferla

Che fine ha fatto la riforma Brunetta? Si parlava di trasparenza e qualità nella P.A. ma…. (di Vittorino Ferla)

Peccato. A vedere sotto i nostri occhi la progressiva agonia della riforma Brunetta cresce un forte sentimento di rammarico.

Il decreto legislativo 150 del 2009 – che introduce importanti novità in tema di trasparenza e performance delle istituzioni pubbliche – rappresentava un formidabile passo in avanti in termini di efficacia, efficienza e produttività della PA e offriva indirizzi importanti in termini di lotta alla corruzione e agli abusi di potere.

Oggi però, dopo appena un anno e mezzo dall’approvazione, quel cammino sembra sostanzialmente interrotto.

I tagli lineari della manovra finanziaria hanno sottratto risorse importanti e così non ci sono più soldi per premiare i dipendenti meritevoli e attuare la riforma.

L’azione collettiva si può usare con difficoltà e spesso, per i cittadini, il gioco non vale la candela.

La Presidenza del Consiglio è stato il primo pezzo di amministrazione a sganciarsi dai controlli della legge, poi ci ha provato il Ministero dell’Economia.

Mille resistenze vengono a tutti gli altri livelli, rafforzate dai tempi di attuazione e di adeguamento che la legge stessa prevede, per esempio in ambito di amministrazioni sanitarie.

In più, l’ultimo accordo siglato dal governo con i sindacati ripristina di fatto la tradizionale palude burocratica e corporativa e recupera i contenuti del Memorandum Nicolais del gennaio 2007. Solo la Cgil non lo ha firmato, non certo per dissenso dai contenuti, ma solo per rimarcare ancora una volta la propria zelante opposizione al governo.

E così, niente valutazione delle performance da parte di organismi indipendenti. Si ritorna ai controlli corporativo-sindacali effettuati da commissioni paritetiche (rappresentanti delle amministrazioni oggetto di controllo e rappresentanti dei sindacati dei dipendenti delle amministrazioni medesime). Il punto di vista dei cittadini viene sostanzialmente espulso. Inoltre, la differenziazione dei salari in base al merito va in soffitta a garanzia della certezza di irresponsabilità per tutti.
In un contesto del genere, si auspicava una energica iniziativa riformatrice della CIVIT (la Commissione indipendente per la trasparenza, l’integrità e la valutazione, introdotta con la riforma). Ma le speranze si sono rivelate mal poste e i risultati assai deludenti. La Commissione è tutt’altro che indipendente, essendo di nomina governativa. La selezione dei commissari è fatta secondo le tradizionali logiche spartitorie dei partiti. L’attività è meramente formale, legata all’adempimento di atti burocratici e alla approvazione di delibere su norme e regolamenti. Nessuno spirito manageriale serio, scarsissima disponibilità alla consultazione e al coinvolgimento sistematico dei cittadini. Nonostante l’investimento economico che è stato fatto – che comunque è importante – i progetti e le iniziative concrete stentano ancora a partire.

Di fronte a tanta inadeguatezza e ai tradizionali ritardi, uno dei commissari, il giovane docente Pietro Micheli, ha preferito presentare lettera di dimissioni e ritornare alla sua attività accademica a Londra.
Allo stesso tempo, ogni proposta di candidatura per la Commissione, fatta allo scopo di allargare ai cittadini l’esercizio di poteri e responsabilità per il miglioramento della trasparenza e della qualità dell’azione amministrativa, si è sempre arenata nelle secche degli accordi tra maggioranza e opposizione: quel posto toccava ad altri, come al solito, per garantire la par condicio….
Il quadro ci pare chiaro abbastanza. Ancora una volta la crisi della politica – che sembra accompagnarsi alla crisi dell’interesse generale – depotenzia l’azione delle istituzioni.

Tuttavia la legge resta comunque uno strumento di partecipazione e un’occasione di empowerment. I cittadini, così, sono chiamati ad assumersi nuove responsabilità nell’ambito della trasparenza: valutazione della qualità dei servizi e del rendimento dei dirigenti pubblici, impegno per la legalità, pressione costante perché le istituzioni rendano conto del loro operato, verifica della qualità della spesa pubblica, controllo delle capacità di governo.

Per approfondimenti vai sul sito www.cittadinanzattiva.it

Vittorino Ferla

I nuovi cittadini: l’immigrazione tra diritti, responsabilità e partecipazione (di Vittorino Ferla)

Quale relazione tra immigrazione e cittadinanza? Se ne è parlato il 25 gennaio scorso al Senato nel corso del convegno “I nuovi cittadini”, promosso da Cittadinanzattiva e dall’Ambasciata degli Stati Uniti in Italia. Un rapporto che possiamo cominciare ad approfondire a partire da una domanda (in che senso nuovo oggi gli immigrati sono titolari di diritti?) e da una sfida (quella della cittadinanza attiva e della sussidiarietà costituzionale).

Gli immigrati sono titolari di (quali) diritti?

A questa domanda si può rispondere prima di tutto ammettendo il superamento del nesso Stato-nazione come principio normativo del regime dei diritti di cittadinanza. La cittadinanza, nella sua triplice declinazione basata su diritti, appartenenza e partecipazione, risponde ad altri criteri regolativi: il riconoscimento della persona umana al di là dei propri legami con una comunità specifica, l’esercizio concreto e attivo dei diritti al di là della titolarità formale degli stessi.
La cittadinanza diviene ‘post-nazionale’ e si ancora al regime internazionale dei diritti umani, all’insieme di norme, convenzioni, dichiarazioni che lo sostanziano. In questo rinnovato spazio pubblico, i diritti non scaturiscono dalla sovranità dello Stato-nazione ma dalla “Costituzione”. Non è un caso che la Costituzione italiana sia costruita in questa chiave progressiva. Da un lato, infatti, essa recepisce la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, accogliendo tutele di diritti che vengono ben prima di quelle legate alla cittadinanza nazionale: basti pensare al diritto alla salute di cui i cittadini immigrati godono e che il nostro servizio sanitario nazionale si deve impegnare a tutelare, anche se non sono cittadini italiani (v. sentenza n.269/2010 della Corte costituzionale). Dall’altro, essa apre alle profonde trasformazioni che provengono dalla costruzione della cittadinanza europea, con il suo profondo contenuto di libertà. Si afferma una nuova coscienza storica che distingue tra i diritti della personalità (o, se si preferisce, della cittadinanza costituzionale e universale), che in quanto tali devono essere

estesi a ‘tutti’, e diritti di cittadinanza (in chiave nazionale), che possono essere riconosciuti ai ‘membri’ di una specifica comunità politica. In tale quadro, i diritti di libertà per eccellenza, che in quanto tali dovrebbero poter essere garantiti a tutti, e che stanno inoltre a fondamento della nuova cittadinanza europea, sono proprio “il diritto di residenza ed il diritto di circolazione”!

Cittadinanza attiva, sussidiarietà, immigrazione

Se questo ragionamento, poi, si sposta nel campo della cittadinanza attiva la prospettiva si allarga. L’art.118, u.c. della Costituzione mostra benissimo come i cittadini singoli o associati che svolgono attività di interesse generale non sono affatto i titolari di diritti di cittadinanza nazionale, bensì i titolari di diritti di fondamento ‘costituzionale’ (dunque, prima di tutto, diritti umani contenuti nelle Carte internazionali e diritti di cittadinanza secondo gli sviluppi della normativa europea).

Tutti i cittadini, pertanto, compresi i cittadini immigrati, sono nelle condizioni di esercitare i propri diritti, di assumersi responsabilità nella vita pubblica, di dare il proprio contributo per lo sviluppo sociale e civile del luogo in cui risiedono. Dunque di svolgere attività di interesse generale.

Siamo di fronte ad una cittadinanza sostanziale che si sviluppa nelle politiche della vita quotidiana, ben al di là di questioni meramente formali di appartenenza ad un determinato Stato-nazione.
L’insieme di tutte queste considerazioni ricaccia in un passato davvero antico i criteri di attribuzione della cittadinanza oggi vigenti. L’ordinamento italiano fonda l’attribuzione della cittadinanza nazionale su una sorta di ‘familismo giuridico’: si è cittadini per eredità di sangue o per via di matrimonio. Come è possibile accettare ancora oggi che la cittadinanza si acquisisca per ‘tradizione familiare’, in qualche modo per ‘destino’, piuttosto che per ‘elezione’, per la libera e autonoma scelta di chi decide di vivere nel nostro paese, vi risiede stabilmente condividendo la nostra sorte comune, e qui si impegna con il proprio lavoro, le proprie attività economiche, le proprie iniziative civiche, nella costruzione di una comunità nazionale aperta, accogliente e solidale?

La missione della Repubblica

Di fronte a tutto ciò, l’ipertrofizzazione burocratica della gestione dei permessi di soggiorno o lo stato di limbo al quale vengono condannati gli immigrati di seconda generazione (italiani a tutti gli effetti) è una violenza gratuita, una negazione bella e buona dell’umanità stessa di questi soggetti. Alla luce di questo ragionamento, la missione delle istituzioni repubblicane dovrebbe essere ben diversa. In primo luogo, si tratta di rinnovare l’impegno per la rimozione degli ostacoli allo sviluppo umano di tutti i cittadini, senza distinzioni di sorta, come prevede l’art.3 della Costituzione. In secondo luogo, sulla base del principio di sussidiarietà iscritto nell’art.118, u.c., bisognerà favorire ‘tutti’ quei cittadini che svolgono attività di interesse generale, esercitando diritti e responsabilità. Anche così, certamente, si costruirà un’Italia più unita e più europea. Varrebbe la pena di ricordarlo, in questo speciale 2011 in cui si celebrano l’Anno europeo della cittadinanza attiva e i 150 anni dell’Unità d’Italia.

Vittorino Ferla