Gli equivoci del fertility day

Lo spot del fertility day del ministero della salute non è solo offensivo nei confronti delle donne che non possono o non vogliono avere figli, ma è anche il frutto di una gigantesca distorsione della realtà.

L’Italia è un paese vecchio, per fortuna è tra gli Stati al mondo con l’aspettativa di vita più elevata, purtroppo registra poche nascite e l’immigrazione non riesce ad equilibrare tale situazione anche per la fuga di molti giovani.

anzianiLa questione demografica per tantissimi anni nel nostro paese è stata trascurata dai politici, dall’opinione pubblica e dai media. Per esempio un paio di anni fa gli economisti e molti di coloro che hanno la passione della politica si sono divisi davanti alle proposte relative alle tasse del best seller di Thomas Piketty Il capitale nel XXI secolo, ma ben pochi hanno riflettuto su una verità che non dovrebbe dividere sottolineata nello stesso libro: la crescita del PIL dei paesi occidentali dalla rivoluzione industriale in avanti è stata in media l’1,6% l’anno, per metà è stata frutto di innovazione e per l’altra metà di crescita demografica. Solo un pazzo potrebbe affermare che la crescita demografica è economicamente neutra, perché il PIL a parità di altre condizioni con l’aumento della popolazione cresce in assoluto restando fermo in termini pro capite, ma di regola quando la popolazione non cresce invecchia e così diminuiscono le entrate fiscali e aumentano i bisogni di welfare a partire da pensioni e sanità.

L’Italia è una nazione vecchia come il Giappone, fa meglio di noi la Germania anche grazie al fatto che da molti anni accoglie e integra nel mercato del lavoro giovani immigrati europei ed extraeuropei. Due esempi assai positivi sono la Francia, paese con poca fiducia nel futuro ma che ha un welfare generoso che supporta le famiglie con figli e gli Stati Uniti, che almeno fino agli ultimi critici e controversi anni sono stati terra di poco welfare ma di tante opportunità. Altro dato interessante è che fino alla metà degli anni novanta il numero di figli per donna in età fertile era più elevato al sud che al nord e oggi avviene il contrario.

fare-figli-giovaniLo spot del ministero a mio parere parte dal presupposto errato che l’Italia è popolata da trentenni che rinviano scelte quali quelle di farsi una famiglia o far figli perché vogliono divertirsi o non vogliono responsabilità. Eppure se il declino del nostro paese dipendesse dall’abbandono dei “sani costumi di un tempo” dovremmo cercare una qualche differenza culturale che spieghi perché il sud “sta degenerando” molto più velocemente del nord.

I nostri esperti del ministero sanno che indagini statistiche dimostrano che le donne italiane in età fertile desiderano avere tra due e tre figli come quelle di paesi come la Francia e la Svezia ove si registra una più elevata natalità? Sanno per esempio che esistono zone del meridione con una disoccupazione giovanile ben superiore al 50%? Sanno che in una grande città quale Roma o Milano ci sono giovani che svolgono anche lavori qualificati e sono pagati poco più di mille euro al mese che non solo non possono ambire ad un mutuo ma hanno la necessità di una garanzia dei genitori per prendere un appartamento in affitto magari pure in condivisione con due amici? Sanno che per una coppia con due stipendi normali il nido pubblico è un miraggio e quello privato può costare ben più di 500 euro? Hanno idea di quanto costi ad una famiglia con due redditi normali, quindi abbastanza benestante rispetto ai tanti giovani che non trovano lavoro, avere un figlio in più e contemporaneamente chiedere un part time?

famigliaHa poco senso ricordare che nel dopoguerra gli italiani avevano meno beni di oggi ma facevano molti figli, rispetto al dopoguerra sono radicalmente cambiate le prospettive ed è cambiata la società.

Due trentenni americani fanno tre figli perché nonostante i problemi degli Stati Uniti hanno fiducia nelle opportunità del mercato, due trentenni francesi fanno tre figli nonostante i problemi della Francia perché hanno fiducia nel welfare state francese, due trentenni italiani sono assolutamente sfiduciati. Credo quindi che in molti, non solo nei palazzi dei ministeri, dovrebbero smetterla di pensare che si possano risolvere i problemi con cambiamenti culturali e non meglio definiti “ritorni ai valori di un tempo”. Il nostro paese può tornare a crescere, dal punto di vista demografico e non solo, facendo due cose: rimodulando il welfare sull’esempio di quello francese e dando ai giovani migliori opportunità sul mercato del lavoro. Anche quest’ultima strada necessita risorse, almeno quelle per le politiche attive del mercato del lavoro, ma può essere percorsa anche con interventi a costo zero (almeno per lo Stato) quali la lotta alla corruzione, alle clientele ed alle raccomandazioni.

Salvatore Sinagra

Il punto di Romano Prodi sulla disuguaglianza

Sul sito www.avvenire.it compare un’interessante intervista a Romano Prodi della quale riportiamo una sintesi

La diseguaglianza è il “buco nero” nel quale rischiano di annullarsi gli sforzi per stabilire un ordine mondiale fondato sulla stabilità e sulla cooperazione. Ben più dei conflitti religiosi è questa la causa del degrado di territori dai quali le popolazioni vogliono fuggire e crea le migrazioni di massa che caratterizzano questo periodo storico. In Europa la disuguaglianza rischia di far fallire il compromesso tra Stato, erogatore e garante di politiche pubbliche e di welfare, e mercati basati su una imprenditorialità legata ai territori. Il rischio secondo Prodi, è “di vivere in una società non solo ingiusta ma anche poco dinamica”.

ricchi e poveriLa crescita delle disuguaglianze non nasce oggi, ma risale a circa 35 anni fa. Fino al 1980 le disuguaglianze “sono diminuite, grazie all’effetto delle politiche salariali, all’azione dei sindacati, all’intervento redistributivo dei governi attraverso le imposte. Soprattutto prevaleva una dottrina economica, che possiamo definire keynesiana, per la quale la protezione sociale e l’uguaglianza erano obiettivi condivisi. Poi tutto si è rovesciato. Soprattutto per opera dei governi della Thatcher in Gran Bretagna e di Reagan negli Stati Uniti si è imposta la dottrina economica di ‘non intervento’ basata sui principi di un liberalismo esasperato. Sono diminuite in modo drastico le aliquote fiscali sui redditi maggiori, sono state abolite in molti Paesi le imposte sulle eredità e, anche se non è diminuito nel complesso il carico fiscale, è stato alleviato il peso sui redditi più elevati”.

Non è stato un processo spontaneo, ma “ci sono state scelte politiche che hanno aumentato le differenze tra ceti alti e ceti medio – bassi. A ciò si è accompagnata la finanziarizzazione dell’economia: le strutture della finanza hanno accumulato fortune come non mai prima. Si dice che oggi un terzo delle ricchezze del mondo facciano capo a persone che starebbero tutte in un solo pullman e questo, come viene spiegato da molti economisti, perché il rendimento della finanza è più elevato del rendimento dell’economia produttiva”.

ricchezza Ciò che colpisce è che l’ideologia liberista è penetrata così in profondità che per molto tempo proporre la redistribuzione delle ricchezze attraverso il sistema fiscale significava candidarsi a perdere le elezioni. Tuttavia adesso sta cambiando qualcosa e “siamo arrivati a un fatto prima inconcepibile: un candidato alla primarie americane che si definisce socialista, parola che negli Usa era quasi un crimine di guerra”. Al di là delle possibilità di vittoria di Sanders conta “che una parte cospicua della giovane generazione americana lo sostenga”.

Anche le nuove tecnologie hanno contribuito a cambiare gli equilibri preesistenti distruggendo “una quantità enorme di lavoro nelle classi medie” e frammentandolo. Si è verificata così una polarizzazione tra le fasce più basse (badanti, colf, addetti ai call center) e le fasce alte che (manager, dirigenti). “Il problema è serio soprattutto per Paesi come l’Italia che ha uno scarso ritmo di aumento delle professioni innovative. Se continuiamo a mandare all’estero i nostri cervelli è un suicidio collettivo”.

Il problema per Prodi è riagganciare la ripresa, ma “non lo si può fare senza aumentare la propensione al consumo. Se la ricchezza si accumula solo nelle classi superiori, che consumano rispetto alle altre una percentuale minore del loro reddito, è chiaro che l’economia non si muove. E restiamo in una condizione che non dà sicurezza perché rompe la struttura sociale”.

crescita pilIl grande interrogativo è se l’Europa saprà cambiare strada rispetto a quella battuta nei decenni passati e che ha fallito. Per Prodi “l’Europa può vantare a suo merito l’unica grande invenzione del secolo scorso, il welfare state ma, di fronte ai cambiamenti che ho descritto, ha progressivamente perso la sua anima. La cancelliera Merkel, che pure rischia la sua vita politica per il suo atteggiamento in favore dell’immigrazione, afferma nel contempo che l’Ue, avendo solo il 7% della popolazione e il 20% del Pil mondiale, non può sostenere il 40% del costo globale del welfare. È un discorso che ha una logica, ma 30 anni fa sarebbe stato rovesciato e saremmo partiti dalla necessità di preservare le conquiste sociali. Questa rassegnazione dell’Europa alla perdita del suo patrimonio di solidarietà mi colpisce molto. Tuttavia oggi la battaglia per una maggiore uguaglianza può essere ricominciata, perché c’è una corrente intellettuale robusta che mette in primo piano questi problemi, anche se non si è ancora trasformata in forza politica”.

Armi e solitudine: quel che so dell’America (di Lorena Nattero)

Quel poco di America che conosco lo devo alla mia famiglia per parte di madre: vivono quasi tutti lì, molti a New York, in Connecticut, qualcuno anche in Pennsylvania ed ora in Texas. Nessuno di loro parla Italiano, eppure, dalle nostre conversazioni, dalle loro discussioni, dalle cose che dicono e dai giudizi che esprimono, penso di aver compreso in gran parte la cultura che sottende a molte delle loro scelte e delle loro convinzioni, comprese quelle che stanno scritte nelle leggi che sono anche le loro.

L’ostinazione con cui tanti Americani difendono il diritto a possedere e usare le armi non è così difficile da capire, se si accantona per un attimo la nostra cultura europea e ci si cala nella condizione emotiva e umana dei tanti immigrati eterogenei dai quali è formato il popolo degli USA.

Soli, in un Paese ignoto e spesso vissuto come minaccioso, hanno identificato nella famiglia e nell’essere Americani l’obiettivo ed insieme l’identità perduta col distacco dal Paese d’origine, dagli affetti, dalle amicizie, dalle tradizioni, tutto per cercare una vita migliore. Sono convinti di averla raggiunta questa vita migliore e non sono disposti affatto a rischiare di perderla.

Vivono in una società che fa del denaro e del successo economico il simbolo inconfutabile del valore e del merito, sono abituati perciò a pensare che chi è più ricco non solo è più bravo, ma anche più rispettabile e va agevolato e rispettato al massimo: se ai ricchi si chiedono più tasse, non daranno più lavoro ai dipendenti, non distribuiranno più i bonus agognati, metteranno in crisi il modello sociale rassicurante – il sogno americano – che promette a tutti le stesse opportunità.

Nessuna sorpresa quindi se le lobby – delle armi, del petrolio, dell’edilizia – sono potentissime e sono riuscite, fino ad ora, ad ignorare Kyoto e la minaccia dell’inquinamento e oggi, nonostante i fatti di sangue che hanno fatto orrore al mondo, sferrano una battaglia senza quartiere contro una Legge che regolamenti il possesso delle armi più micidiali.  Il fatto poi che un emendamento della Costituzione sancisca il diritto dei cittadini a possedere armi induce molti ad identificare con l’arma posseduta ed esibita la propria “americanità”, il sostituto delle radici recise, l’identità che fa sentir parte di questo grande Paese e non relitti che ne attraversano faticosamente  i flutti travolgenti.

Di fatto i media sostengono i potenti interessi economici disseminando le loro cronache di paure profonde facendo così della paura una componente fondamentale della cultura americana: paura del vicino di casa di colore, del ragazzo su rollerblade, dell’automobilista al motel. E ora anche paura dei ragazzi folli che compiono le stragi, contro i quali si invocano più armi e più addestramento per insegnanti e studenti, ma forse anche per le loro stesse famiglie nella demenziale follia di una società dove ognuno è armato contro l’altro.

L’esempio viene da uno Stato che reprime con violenza, che usa una Polizia dal volto violento, che applica Leggi feroci e che uccide per legge i suoi criminali appendendoli per il collo, fulminandoli sulla sedia o iniettando veleno nelle loro vene. Tutto ciò comunica un messaggio di violenza che educa più efficacemente di mille scuole o religioni. Lo Stato insegna che la vendetta è un diritto, che il perdono non esiste, che si condannano a morte anche  i malati mentali e si giudicano come adulti anche i bambini. E’ uno Stato feroce, che contrasta con la pretesa di accoglienza e rispetto e serenità con cui l’America ama presentare sé stessa e la sua storia e che pure leggiamo in tanti aspetti di questo Paese immenso e multiforme.

Questo Stato non è invocato però per spezzare la solitudine in cui l’Americano vive costantemente: soli nella malattia, contro la quale nessuna Assicurazione privata li tutela davvero; soli nella scuola, la cui scelta non è affatto libera, ma condizionata dal reddito innanzitutto, poi dai risultati fin dalla prima infanzia, dal quartiere in cui si vive; sola è la donna di fronte alla maternità, che può costare il posto di lavoro e lo stipendio e l’assicurazione sulla salute; soli contro i debiti inevitabili per sopravvivere decentemente, per mandare i figli al College, per pagare le tasse su una casa migliore di quella che ci si potrebbe permettere;  soli nella vecchiaia, quando una pensione accumulata può svanire nel nulla se le azioni in borsa crollano o un finanziere fallisce.

A proteggere da queste solitudini e paure, lo Stato non c’è e gli Americani non se ne lagnano.

Pensano che noi Europei siamo degli idioti che paghiamo le cure, la maternità, la scuola, le pensioni e ci prendiamo cura della povertà: a loro si insegna che chi è povero non ha saputo lavorare e farsi una posizione, perciò in fondo merita di essere abbandonato. E chi è debole e disarmato in fondo merita di essere ucciso. Non sono disposti a far pagare ai ricchi qualche dollaro in più per distribuire ai più poveri tutele e sicurezze, che guarirebbero tutti dalla solitudine e dalla paura.

No, non vivono sereni molti Americani. Hanno belle case e macchine che costano poco e tecnologie interessanti, ma ogni giorno devono impegnarsi allo spasimo per essere all’altezza di ciò che si chiede loro e potersi garantire – chissà ancora per quanto tempo – le sicurezze che garantiscono la vita e che noi diamo per scontate, delle quali spesso ci lamentiamo e che vorremmo anche più efficaci.

C’è una cultura americana, contro la quale tanti lottano, ma che ancora incolla gran parte degli Americani alla violenza, al cinismo, all’egoismo familiare feroce.

Obama lo ha capito benissimo, ha iniziato un cammino che sarà lungo, molto lungo. Iniziato da Roosvelt si è interrotto per tanto, troppo tempo. Ora c’è davvero speranza che raggiunga il suo traguardo.

Lorena Nattero