Tornare in Italia ai tempi del coronavirus

Ne usciremo, ma non diversi e migliori, come l’eterna italica retorica vuol farci credere: tra applausi, inni alla vita, canzoni e lacrimosa bontà. Ne usciremo uguali a quello che siamo sempre stati: un’arca di Noè.

«Ditelo sottovoce, che siete italiani…». Il ragazzo alla reception dell’Hotel Park Inn sorride e si concede una battuta di complicità. Amsterdam è fredda e sferzata dal vento: qui siamo approdati dopo una lunga traversata transcontinentale e con la sorpresa di un volo per Roma cancellato all’ultimo momento. Al telefono, un amico che di viaggi se ne intende raccomanda: «Se avete voglia di cenare in città cercate di parlare in spagnolo o in inglese. Con l’aria che tira in Europa, gli italiani li guardano in po’ storti. Non possono mica sapere che venite dal Messico».

Messico appunto: siamo partiti da Fiumicino con quel pirla di Zaia che se la prendeva con i cinesi che «mangiano topi vivi» e torniamo con la pandemia per le strade e con i soliti che invocano la legge marziale per chi passeggia in solitaria senza un valido motivo.

Messico e nuvole: sulle azzurre rive del Mar di Cortez la paura del contagio planetario è ridotta a un fastidioso ronzio di fondo. Eppure cominciano a spuntare la prime mascherine: qualche isolata coppia di turisti a passeggio sul Malecòn, pochi camerieri tra i tavoli dei ristoranti più affollati.  E una vecchia signora americana che sulla nostra lancia affronta le onde e cerca di accarezzare le balene al riparo di una enorme bandana che lascia scoperti solo gli occhi.

Qui il virus è (era?) un’idea ancora lontana. I messicani sono abituati a mangiare con le mani. Il taco – che a queste latitudini equivale alla nostra pizza – si affronta rigorosamente senza forchetta e coltello. Ma ogni taqueria, anche la più povera e sperduta, ha il suo piccolo lavandino – un filo d’acqua, sapone liquido e salvietta – per il lusso di lavarsi le mani prima e dopo i pasti.

Poveri, ma con l’orgoglio di essere al passo con i tempi.  A San Bruno, un minuscolo villaggio di pescatori con le pangas che filano dal molo verso il largo e con bande voraci di pellicani in picchiata tra le onde, un rigoroso cartello scandisce il decalogo di pulizia del buon cittadino. «Al dia de hoy Baja California Sur està libre… oggi la Baja California Sud è libera dal Coronavirus, e così vogliamo mantenerla. Io mi lavo le mani, e tu?».

Sarà perché il mondo è da tempo un villaggio globale, sarà perché ogni contatto telefonico con gli amici lontani e ogni notizia dall’ Italia si trasforma in una coltellata al fianco, ma il numero delle mascherine sembra moltiplicarsi di giorno in giorno, e di giorno in giorno cresce uno sgradevole e inaspettato senso di colpa. Così devono sentirsi, in ogni latitudine e in ogni epoca, le minoranze nascoste o manifeste: con gli occhi addosso, e un senso di minaccia che pesa come un vestito bagnato. Storie? In una vacanza di appena due anni fa, i messicani – come al solito affettuosi e gentilissimi – si congratulavano con te, oggi ti fanno gli auguri e ti guardano come a dire: «Coraggio, anche questa passerà…».

Così il viaggio di ritorno, quando arriva, è un lento passaggio dal mondo dei sani al pianeta dei malati.  Volo La Paz-Città del Messico, volo Città del Messico-Amsterdam: il mio regno per una mascherina! I viaggiatori sono sempre più europei e con le mascherine che si moltiplicano si moltiplica anche il senso di colpa e la voglia di nascondersi.

Sul volo per Amsterdam si imbarca una rumorosa comitiva di giovani olandesi. Bellissimi, altissimi, biondissimi, sembrano interrogarti con fastidio: «Perché ti confondi tra noi?  Perché non te ne torni in Italia tra vecchi e malati?». No, non è bello davvero sentirsi minoranza. Non è bello davvero sentirsi brutti sporchi e cattivi. Non è bello sentirsi pecore nere nel gregge umano, anche se sarà proprio il gregge – come assicurano gli scienziati – a garantirci la prossima immunità dall’ondata della pandemia.

Nella notte di Amsterdam, in una baraonda di fusi orari, ti arrovelli: se ci portiamo ancora addosso le ferite della crisi finanziaria del 2008,  quanto ci vorrà a superare questa peste mondiale, che ancora – ancora, dall’Africa all’India – non ha toccato i grandi lazzaretti del pianeta? Nell’insonnia del jet lag pensi a Luis Sepulveda in un letto di ospedale: lo scrittore amato, coetaneo e ironico compagno di viaggio, compagno di Allende, esule e cittadino del mondo, europeo per scelta, sopravvissuto al morbo della dittatura più feroce. Ti stringe il cuore, questa inaspettata fratellanza.

Infine, Italia, ultimo strappo. Fiumicino deserta, strade abbandonate e silenzio irreale, vagoni vuoti, il treno che fischia nel nulla delle campagne. Ma sì, finalmente a casa. Tapparsi e sprangarsi bene, fare incetta di pagine, leggere libri mai letti per accidia e pigrizia. Ne usciremo infine, ma non ne usciremo diversi e migliori, come l’eterna italica retorica vuol farci credere: tra applausi, inni alla vita, canzoni e lacrimosa bontà. Ne usciremo uguali a quello che siamo sempre stati, con le nostre debolezze, le paure, gli egoismi. Che sia come canta Sergio Endrigo, uno che la sapeva lunga: «La luna è piena di bandiere senza vento, che fatica essere uomini. Partirà, la nave partirà, dove arriverà questo non si sa. Sarà come l’arca di Noè: il cane, il gatto, io e te».

Flavio Fusi tratto da www.succedeoggi.it

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