Un 25 aprile di resistenza e di riscoperta

“Ci sono momenti in cui la storia chiama, ci sono momenti in cui si viene messi di fronte a un bivio e dobbiamo decidere da che parte stare” tuonava ieri Giorgia Meloni alla Camera. Di che stava parlando? A cosa riservava tanta veemenza? Ai 36 miliardi di prestiti che l’accordo europeo rende possibile ottenere dal Mes. Bisognerebbe dire che mai si era vista tanta miseria politica e morale su un tema marginale nella crisi che stiamo vivendo e rispetto a ciò che si sta muovendo in Europa anche per aiutare il nostro Paese. Sul perché la destra italiana abbia deciso di impiccarsi ad una battaglia chiaramente anti italiana si dirà in un altro articolo. Per ora ci basta prendere a prestito le parole della Meloni per metterle in un altro contesto ben più dignitoso del suo.

Il vero bivio dell’Italia contemporanea è stata l’uscita dal fascismo. Gli italiani lo hanno avuto davanti questo bivio e hanno avvertito il richiamo della storia. In tanti hanno scelto di prendere le armi e combattere contro i nemici dell’Italia di allora: nazisti e fascisti. Forse non lo si ricorda abbastanza, ma l’Italia di Mussolini, l’Italia fascista era alleata della Germania nazista. Due regimi totalitari feroci che miravano all’annientamento di ogni libertà e che hanno scatenato una guerra mondiale. Mussolini riluttante? Forse, ma da alleato che fu pronto a gettarsi nella mischia al riparo delle armate naziste per ottenere qualche brandello di vittoria. I nostalgici e gli eredi del fascismo dovrebbero sentire la vergogna e il disonore per ciò che il fascismo ha fatto all’Italia.

A riscattare l’onore dell’Italia, invece, fu un movimento di lotta che coinvolse, certo, una minoranza di italiani, ma che fu incredibile vedere sorgere spontaneamente dopo vent’anni di dittatura. Fu la Resistenza a vincere il fascismo. Lo vinse con le poche armi che riuscì a mettere insieme, ma lo vinse soprattutto sul piano morale. È la Resistenza il vero atto di nascita della Repubblica libera e democratica. Le immagini dei gruppi partigiani che sfilano nelle città liberate restano la testimonianza più forte di un periodo terribile, di distruzione e di terrore, ma anche di una spinta vitale fortissima per la rinascita e per la rifondazione dello Stato.

Per molti anni il ricordo della Liberazione è stato condizionato dalla lotta politica in corso tra i partiti e tra due schieramenti mondiali in competizione e in lotta. Per timore di dare troppo peso ai comunisti e ai socialisti la Resistenza fu svilita e bollata con il marchio di una sola parte politica. Ogni anno, per decenni, in occasione del 25 aprile si sono dovuti contrastare quelli che non volevano si celebrasse o che ne volevano sminuire l’importanza. I più accesi oppositori del 25 aprile sono sempre stati, ovviamente, gli eredi del fascismo lasciati liberi di tornare all’attività politica già alla fine della guerra. Ancora oggi, ad ogni celebrazione della Liberazione, i fascisti tornano a farsi sentire con azioni violente contro simboli e luoghi significativi della lotta antifascista e persino contro ciò che ricorda le vittime della dittatura. L’idea, però, che la data della Liberazione fosse una ricorrenza in tono minore o divisiva ha sempre coinvolto una parte non piccola degli italiani. Non è strano se si riflette sullo scarso senso di attaccamento alla Patria che ci ha afflitto per molto tempo. Fa parte della lentissima e faticosa conquista di un’identità nazionale che uscisse dai canoni della retorica culturale e politica. Per molto tempo anche l’inno nazionale e il tricolore non sono stati avvertiti da molti italiani come simboli che li rappresentassero e che a loro appartenevano. L’ostilità e la diffidenza verso lo Stato si estendeva verso ogni sua rappresentazione e verso i suoi momenti fondanti.

Qualcosa, però, è cambiato negli ultimi decenni. Fu il Presidente Ciampi a voler restituire, all’inizio degli anni ‘2000, valore e onore all’inno e alla bandiera e gli italiani lo hanno seguito. Nonostante anni tormentati e tanti eventi che hanno creato sfiducia nei confronti delle istituzioni e della politica si è fatto strada un bisogno di identità nazionale. Lo si è avvertito da tanti segnali ed è stato evidente nell’emergenza coronavirus che stiamo ancora vivendo. Nessuno ha ordinato a migliaia di persone di esporre il tricolore alle finestre e sui balconi così come nessuno ha ordinato di suonare l’inno nazionale nei giorni più duri dell’inizio del lockdown. È stata la manifestazione di un desiderio e di un bisogno di sentirsi parte di qualcosa di più grande di ogni singolo individuo. Hanno circolato sui social video che mostravano le tante bellezze del nostro Paese. Anche questi non ordinati da nessuno, ma prodotti per iniziative spontanee.

Il logo del tricolore è diventato una presenza costante nella messaggistica e la comunicazione pubblicitaria ha immediatamente registrato questa nuova tendenza adeguandovisi e rilanciandola. Gli italiani si sono stretti alle istituzioni repubblicane e democratiche e hanno mostrato coraggio e rigore nel rispettare le regole di comportamento che erano state decise. Nessuno prima del mese di marzo avrebbe mai immaginato che decine di milioni di persone in ogni parte d’Italia avrebbero aderito a norme draconiane che li hanno privati della loro libertà. Eppure solo una piccola minoranza è andata contro i divieti e ha fatto notizia proprio era collocata negli spazi vuoti lasciati dalla stragrande maggioranza.

È stata questa maggioranza a prendere nelle sue mani e ad accogliere nei suoi sentimenti il 25 aprile festa della Liberazione. Nessun sondaggio può sostituire la sensazione che in questo 25 aprile sia accaduto qualcosa di nuovo: la riscoperta dell’atto di nascita della Repubblica. È come se gli italiani avessero detto “noi siamo quelli che si ribellarono e che permisero all’Italia di rinascere; noi siamo l’Italia”. Lo hanno detto con il tricolore e con il canto che simboleggia in tutto il mondo questa rinascita: “Bella ciao”.

Sarà difficile tornare indietro da questa riscoperta. Così come sarà impossibile fare a meno della partecipazione degli italiani anche nella fase 2 e nella fase 3 e in tutte le fasi della lunga e difficile crisi che ci aspetta. Ce la faremo se terremo bene a mente la nostra identità nazionale e se chiederemo ai nostri rappresentanti lo stesso rigore e lo stesso coraggio che noi abbiamo avuto

Claudio Lombardi

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