Un anno fa il referendum: cosa è cambiato per l’acqua? (di Claudio Lombardi)

Tra pochi giorni sarà un anno dal voto referendario che sancì una svolta politica insieme alle elezioni comunali in città del calibro di Milano e Napoli.

La svolta c’è stata, ma i servizi pubblici locali non sono un granchè cambiati da allora e qualche domanda bisogna pure farsela. Innanzitutto sulla reale portata dello strumento referendario che, nel nostro ordinamento, serve per abrogare norme e non per scriverne di nuove. È lecito, quindi, distinguere fra effetti formali o giuridici e impatto o significato politico dei voti referendari. Tenendo presente questa discriminante si può inquadrare meglio il referendum più conosciuto, quello per l’acqua pubblica.

Punto primo, il quesito referendario approvato da oltre il 90% dei votanti riguardava tutti i servizi pubblici locali di rilevanza economica e non solo l’acqua poiché prevedeva l’abrogazione  di un articolo di legge che stabiliva l’obbligatorietà della gara pubblica per l’affidamento dei servizi. La volontà della legge era di ostacolare le cosiddette gestioni in house ossia l’affidamento senza gara a società di proprietà degli enti locali. Infatti, era anche stabilito che, se si fosse mantenuto l’affidamento diretto a società pubbliche, i comuni dovessero vendere a privati una bella fetta di azioni in loro possesso in modo da perdere la maggioranza.

Si è votato e questa norma è stata abrogata. Quindi, si continuerà ad affidare i servizi in house come prima e non ci sarà l’obbligo di fare le gare pubbliche né di vendere le azioni. Però c’è un però perché già la Corte Costituzionale nella sentenza di accoglimento del primo quesito (sentenza 24/2011) precisò che dall’abrogazione dell’Art. 23-bis “conseguirebbe l’applicazione immediata nell’ordinamento italiano della normativa comunitaria […] relativa alle regole concorrenziali minime in tema di gara ad evidenza pubblica per l’affidamento della gestione di servizi pubblici di rilevanza economica”.  Quindi le gare sono sempre possibili e applicabili anche al servizio idrico che è considerato un servizio economico di interesse generale come gli altri (per esserlo basta, secondo l’UE, che si presti un servizio a pagamento).

Conseguenze? È possibile l’affidamento diretto così come le gare e la vendita di quote azionarie. Che fare lo decide il comune o gli enti locali aggregati in ATO. Per questo nei servizi locali non c’è stato alcun cambiamento epocale. In alcune città però al posto delle S.p.A. si pensa di ricostituire, per l’acqua, le vecchie municipalizzate che non sono società per azioni e non possono essere vendute ai privati (a Napoli per esempio è nata ABC – acqua bene comune).

È chiaro che una evoluzione di questo tipo sarebbe il logico approdo di un referendum che, in realtà, voleva proporre qualcosa di nuovo più che abrogare una legge.

Punto secondo. L’altro quesito ha abrogato la norma che stabiliva un guadagno del 7%  sui capitali investiti nella gestione del servizio idrico. Ora, come criterio per la tariffa, rimane solo il recupero dei costi sostenuti e questo dovrebbe essere il criterio cui si atterrà l’Autorità per l’energia e il gas cui è stata affidata anche la regolazione dell’acqua.

Punto tre. Per funzionare meglio di oggi l’idrico ha urgente bisogno di grandi investimenti stimati nell’ordine di 65 miliardi di euro. In pratica gli acquedotti sono ridotti male e vanno riparati e migliorati. Chi ci mette i soldi? La risposta dei movimenti per l’acqua promotori del referendum è che dalla fiscalità generale bisogna tirar fuori i soldi per aggiustare gli acquedotti. Bene, però i soldi vanno presi in prestito perché la fiscalità generale già sta su livelli esagerati e, a meno che non si compiano miracoli sul fronte della lotta all’evasione o con una patrimoniale pesante, dalle tasse non può venire niente oggi per l’acqua. Anche perché c’è già una lunga fila di interventi che dovrebbero finanziarsi con l’aumento delle entrate fiscali (peraltro in diminuzione a causa della crisi).

In questa situazione non sarebbe assurdo se si decidesse di prendere i soldi dalle tariffe che, tutto sommato, sono ancora fra le più basse d’Europa a fronte di consumi di acqua minerale al top forse anche su scala mondiale. Ovviamente fatti salvi gli interventi per chi versa in condizioni di povertà.

Il problema, quindi, non è tanto il livello delle tariffe, ma lo stato del servizio e il soggetto che intasca i soldi. Non è la stessa cosa pagare ad aziende comunali e pagare a privati verso i quali si indirizza sempre la diffidenza dei cittadini. Però nessuno si faccia illusioni: i costi devono essere pagati o con le tariffe o con i soldi pubblici investimenti compresi. D’altra parte anche gli stessi referendari hanno pensato alla fiscalità generale.

Comunque qui viene fuori anche una questione di valore generale legata alle particolarità della gestione dell’acqua: i ricavi da tariffa dipendono dalla quantità erogata, ma i costi sono quasi fissi data una determinata rete di distribuzione. Poiché è giusto risparmiare acqua, per ripagare i costi bisognerebbe aumentare le tariffe. Questo rende problematica una gestione privata che dovrebbe puntare all’incremento dei ricavi e alla diminuzione delle spese.

Nel caso del bene comune acqua, quindi, il problema del tipo di gestione non è di facile soluzione e occorre proprio pensare a qualcosa di diverso che guarda più a forme di tipo cooperativo con il coinvolgimento degli utenti.

Ma questo è un capitolo ancora tutto da scrivere a un anno dal referendum.

Claudio Lombardi

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