Un grande referendum mediatico sugli inceneritori? Meglio parlare di sistema integrato (di Claudio Passiatore)

Le visioni manichee, quelle che non prevedono sfumature, non facilitano mai la comprensione. E quando l’argomento è ostico (ammettendo che quello dei rifiuti lo sia), parte il valzer delle semplificazioni. Tre le ultime in ordine di tempo ci sono quelle che stanno alimentando una sorta di grande “referendum mediatico” tra favorevoli e contrari agli inceneritori, un quesito che di per sé non avrebbe niente di male se fosse posto in modo corretto (e supportato da informazioni esaustive).

L’elemento scatenante nel dare origine a una sorta di “bipolarismo” sul singolo tema degli inceneritori – o comunque uno dei fattori che mediaticamente ha più influito negli ultimi giorni nell’imporre sui media una direzione al dibattito – è stato, oltre alle consuete vicende napoletane e dei rifiuti spediti in Olanda, la posizione del neoletto sindaco di Parma Federico Pizzarotti, strenuo oppositore dei termovalorizzatori.

La posizione del grillino è chiara, niente da dire. Quella che non è chiara è la sua strategia. Perché dire no, o dire si, è già qualcosa, ma non basta. Il sindaco del Movimento 5 stelle dovrà infatti spiegare meglio di quanto non abbia fatto nel suo programma (dove ha citato come esempio virtuoso un impianto di produzione di Cdr, tra l’altro chiuso!) qual è la sua idea per gestire i rifiuti del suo comune, e non solo. Ma questi sono solo “particolari” di una visione (manichea, appunto) che ha sdoganato e imposto il messaggio che si può essere contrari, o anche favorevoli, agli inceneritori. Contrari o favorevoli, a prescindere dal contesto, dalle normative, dalla funzione degli impianti etc… L’effetto sui media è stato devastante.

Stamani il Corriere della Sera titola: “Quanto ci costa esportare i rifiuti nell’Italia senza inceneritori. Napoli li invia in Olanda”,  mettendo sul piatto l’aspetto economico, aspetto importante, ma non certo l’unico da tenere in considerazione quando l’orizzonte è quello di una gestione sostenibile. Perché il “quanto ci costa” non è riferito al peso ambientale e all’energia grigia prodotta per spedire le navi in Olanda. Ma un titolo è un titolo, è necessaria una sintesi, e allora andiamo al corpo del pezzo di Sergio Rizzo dove, purtroppo, sono evidenti ancora una volta le conseguenze delle semplificazioni (non solo quelle di Pizzarotti).

Con l’obiettivo di sostenere e fomentare uno pseudo-dibattito tra favorevoli e contrari e di stigmatizzare le contrapposizioni, Rizzo sostiene che “il Parlamento europeo ha approvato recentemente un rapporto sulla politica ambientale comunitaria che prefigura il divieto di incenerimento”. L’informazione, oltre a non essere corretta, vuole rappresentare un punto a sfavore del partito del “si”. Nell’ultima parte del pezzo, però, ce n’è anche per i contrari: “I danesi hanno 31 inceneritori, come gli svedesi. Trentuno per sette milioni di abitanti, mentre l’Italia ne ha 49 per 60 milioni di persone.

In Germania sono 70, ma distruggono quattro volte il quantitativo che si brucia da noi. La Francia ne ha 130″. Ebbene, in base a queste scarne informazioni, il lettore è posto di fronte a una scelta che nelle realtà non esiste, o almeno non esiste nei termini in cui è sviluppata. Non solo. Questo genere di semplificazione, come detto, genera solo confusione.

Per affrontare il tema rifiuti, e magari gestire meglio di quanto fatto fino ad oggi tutte le criticità (i risultati del caso e della crisi di Malagrotta sono un monito), un grande referendum sui termovalorizzatori non serve a niente e a nessuno. Ciò che è utile, invece, è ricordare che il ciclo integrato prevede una gerarchia dei interventi (riduzione, recupero di materia, recupero di energia), che tutti gli anelli della catena sono necessari, che nel nostro Paese la metà dei rifiuti finisce in discarica (al sud anche di più della metà). E ancora: che gli impianti sono necessari (tutti, dalla selezione al recupero di materia compreso il compostaggio al recupero energetico), e che per dare un senso alla raccolta differenziata deve essere sviluppata un’industria del riciclo, che differenziare i rifiuti come atto in sé non è sufficiente, che la prima azione per ottenere la sostenibilità è l’efficienza dei processi produttivi in grado di ridurre gli scarti (che ci sono sempre), etc … E’ ripartendo da questa impostazione, e evitando di alimentare la formazioni dei partiti del “no” e del “si”, che si smetterà di parlare solo degli inceneritori e si tornerà (si inizierà?) a affrontare tutte le criticità che hanno portato l’Italia a essere uno dei Paesi europei con il più alto numeri di infrazioni per il mancato rispetto delle direttive Ue sui rifiuti.

Claudio Passiatore da www.greenreport.it

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