Un passato che non passa e un futuro che non viene: in balia del declino (di Lapo Berti)

Punto 1. Diciamo subito la cosa che più conta. L’Italia non è vittima di una crisi economica venuta dall’esterno, per colpe e responsabilità non sue, come recita una vulgata variamente condivisa e colpevolmente diffusa dal mondo politico. Certo, c’è anche questo e pesa. Ma l’Italia è, prima di tutto, presa nelle spire di un declino che sta progressivamente soffocando la sua vita economica. Non è un processo iniziato ieri e nemmeno l’altro ieri.

E’ l’approdo sciagurato di una trasformazione del paese che non c’è stata, a causa di un sistema politico incapace di esprimere una visione strategica e di un ceto politico incapace di riformarlo. Quella metamorfosi possibile e necessaria, che il nostro paese aspetta da almeno un trentennio, è stata sostituita da una degenerazione progressiva della vita pubblica, colonizzata e asservita da poteri privati che si sono fatti sempre più arroganti e predatori, assecondati da un ceto politico sempre più succube, corrotto, e disponibile ad anteporre l’obiettivo della propria sopravvivenza a qualunque accezione del bene pubblico.

Punto 2. Il declino dell’Italia, a partire dal suo sistema economico viene da lontano. Inizia con la fine del modello di economia mista cui si devono gli anni del miracolo economico. Quel modello aveva le sue radici nel corporativismo fascista che si era tradotto in un poderoso apparato economico pubblico guidato da una tecnocrazia abile ed efficiente. Passata la guerra quel modello fu mantenuto, si sviluppò con la grande espansione delle partecipazioni statali e delle banche pubbliche e riuscì a realizzare, negli anni ’50 e ’60, la ricostruzione del Paese.

Negli anni ’70 finì quella fase; il sistema politico non ebbe evoluzione perché congelato dal contesto della guerra fredda con le stesse forze politiche “condannate” a governare per tenere lontani i comunisti dal potere e si crearono le condizioni perché la stagnazione del sistema cominciasse a produrre i germi della corruzione che avrebbero impedito all’Italia di diventare un paese normale.

All’inizio degli anni ’90 Tangentopoli non fu la prima, ma l’ultima manifestazione della degenerazione del modello di economia mista incentrato sul sistema delle banche e delle grandi imprese pubbliche. A capo di quel sistema si affermò un ceto politico che trovò nella capacità di sfruttarne tutte le opportunità (in termini di ricchezza e di potere) il terreno di un’alleanza con una parte del mondo imprenditoriale, con i gruppi dirigenti degli apparati dello Stato e con i vertici delle aziende pubbliche. Questa alleanza è stato finora il nucleo duro del blocco di potere che ha gestito un sistema ormai privo di regole e basato sull’impunità dei gruppi di comando. La componente sociale che si raggruppò intorno al blocco di potere fu costituita da quei gruppi sociali che ricavarono cospicui vantaggi in termini di redistribuzione del reddito (realizzata anche con l’evasione fiscale e con benefici di vario tipo tutti  a carico della spesa pubblica). Questo intreccio definisce la specificità del caso italiano.

Punto 3 . Per questi motivi anche ammesso (e non concesso) che qualche governo tecnico ci porti fuori dalla crisi, il nostro destino resterà inscritto nella traiettoria del declino le cui cause risiedono in primo luogo nell’inadeguatezza del sistema politico, prima ancora che nell’arretratezza del sistema economico.

I “luoghi” di incubazione del declino sono presto individuati: la grande industria pubblica che ha prosperato in regime di monopolio all’ombra delle maggioranze di governo; i servizi pubblici locali, riserva di caccia dei potentati locali; una parte dell’economia privata, abituata a vivere in simbiosi con il potere pubblico; una parte consistente del mondo delle professioni; gran parte della classe politica resasi inamovibile con la manipolazione delle regole del sistema democratico e con l’uso distorto della spesa pubblica.

Punto 4 . Anche le parti più dinamiche e più sane della società e dell’economia italiana, sono state costrette a rinunciare ad esprimere una nuova classe dirigente e a porre le basi di un nuovo sistema-paese. In questo modo si è imboccata la strada della conservazione rinunciando a quei cambiamenti che avrebbero dovuto mettere l’Italia in condizione di affrontare le sfide della globalizzazione. Il vecchio modello di economia che ha funzionato fino agli anni settanta è morto e sepolto, ma il blocco di potere che con esso si è formato e che gli è sopravvissuto tiene ancora in mano le sorti del paese e, soprattutto, impedisce che si formi un nuovo blocco sociale, capace di portare a compimento la modernizzazione della società e dello Stato e il passaggio a un modello di economia che renda sostenibile il capitalismo.

Punto 5 . In questi giorni la politica italiana travolta dagli scandali, delegittimata dall’incapacità e dall’inefficienza, svuotata di ogni capacità d’iniziativa e, soprattutto, dell’energia necessaria a produrre una svolta capace di rigenerarla, sembra quasi in attesa di qualcuno o qualcosa che ne decreti ufficialmente la fine e la esegua. Passaggio non facile, a oggi piuttosto improbabile. E’ tutta qui la drammaticità del momento: un passato che non passa e un futuro che non viene.

La cosa più probabile è anche la meno attraente e, alla lunga, la più dannosa: una deriva senza rotture, ma anche senza prospettive. Il paese continuerà a galleggiare tenuto in vita da tentativi sempre più velleitari di realizzare aggiustamenti di sistema privi di una strategia e faticosamente sorretto dalle energie di quelli che non si arrendono, ma che non hanno ancora il potere di guidare un vero cambiamento.

Punto 6 . L’unica speranza sta in una rigenerazione dal basso, di cui qualche segno si vede: una mobilitazione di energie nuove, di figure sociali non rappresentate, che sappia investire la classe politica attuale e spingerla ai lati della storia per ritrovare un cammino di crescita, civile e culturale prima ancora che economico. Solo una classe dirigente nuova, giovane e dinamica può concepire il cambio di passo e di paradigma che è necessario per sottrarsi alla morsa micidiale di un declino che è ormai inscritto nel destino che noi stessi abbiamo contribuito a determinare e che solo noi possiamo tentare di rovesciare. C’è un bisogno drammatico e urgente di ricambio della classe dirigente che investa tutti i settori, dalla politica alle rappresentanze sociali, agli apparati pubblici, al sistema economico. Ma una nuova classe dirigente non emerge e non si afferma nel vuoto di una crisi. Può solo essere sospinta da una convergenza d’interessi fra tutte le forze che puntano sulla modernizzazione del paese e sul rinnovamento del suo modello economico e sociale. Un evento che all’orizzonte ancora non si vede.

Lapo Berti (una più ampia analisi su www.lib21.org)

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