Un ragionamento sul debito pubblico dell’Italia

debito pubblico

Un recente articolo di Marco Fortis sul Sole 24 ore svolge un ragionamento piuttosto insolito sul debito pubblico italiano. Insolito perché esce fuori dagli schemi consueti che indicano nel debito un “mostro” difficile da controllare che ci differenzia e ci penalizza rispetto agli altri paesi europei. Ovviamente non si mette in discussione la negatività dell’indebitamento e la necessità di ridurlo. Si contesta però che l’Italia possa essere considerata a rischio default.

crescita pilE infatti, “un recente Rapporto della Commissione Europea, ad esempio, ha definito il debito pubblico italiano a “basso rischio” nel breve termine (2016-17), ad “alto rischio” nel medio termine (2017-2026), peraltro assieme ai debiti di altri 10 Paesi tra cui Francia, Gran Bretagna, Spagna e anche Finlandia, e il debito meno rischioso in assoluto nel lungo termine (sull’orizzonte 2030)”. Precisa Fortis che l’indicazione di un alto rischio nel medio termine deriva esclusivamente dalla mancata convergenza sull’obiettivo di riportare il debito al 60% sul Pil nel 2030, “un obiettivo che nessuna nazione al di fuori dell’area Euro oggi si sognerebbe mai di porsi”. Osservazione suffragata dal fatto che “nello stesso scenario di base prefigurato dalla Commissione Ue, l’Italia, pur essendo considerata ad “alto rischio” nel medio termine, sarà comunque il Paese che ridurrà di più il proprio debito tra il 2017 e il 2026 abbassandolo di 19,9 punti dal 130% al 110,1%”. Ovviamente si tratta di previsioni, ma di queste si ragiona nella valutazione di rischiosità dei debiti.

Altro aspetto è quello del rating del debito che oggi per l’Italia è BBB- secondo l’agenzia di rating S&P. Un livello che si ripercuote sui tassi praticati nei mercati finanziari. Ragionevolmente ci si domanda nell’articolo “come può l’Italia, con tutto il rispetto, essere valutata allo stesso livello della Romania o un gradino appena superiore a quello del Portogallo, essendo la terza economia dell’Eurozona, avendo la seconda miglior bilancia commerciale manifatturiera con l’estero della Ue e avendo sempre presentato ininterrottamente (unico caso al mondo) un avanzo statale primario positivo dal 1992 ad oggi con la sola breve (insignificante nei numeri) parentesi del 2009?”

rating debitoLa valutazione BBB- deriva essenzialmente dall’alto rapporto debito/Pil e dalla bassa crescita dell’economia. Tuttavia, si domanda Fortis, “non conta nulla, a compensazione di ciò, avere una economia reale solida? Una ricchezza privata interna con pochi eguali nel mondo? Uno dei più bassi debiti delle famiglie in rapporto al Pil? Una posizione finanziaria netta sull’estero di tutta sicurezza? È così grave – nuova freccia all’arco dei nostri detrattori – avere banche con accresciuti NPLs (peraltro ben coperti da rettifiche e garanzie reali) derivanti da normali attività di prestito all’economia reale anziché bilanci poco trasparenti imbottiti di titoli tossici (non garantiti da nulla) come molte banche sistemiche del Nord Europa?”

A queste considerazioni l’autore ne aggiunge altre due cruciali: la limitata quantità di debito posseduta da investitori non residenti (44%) e il livello dell’avanzo primario cumulato negli ultimi dieci anni pari al 14,1% del Pil e inferiore solo a quello della Danimarca e accanto a Germania, Lussemburgo e Svezia. “Eppure il rating dell’Italia è solo BBB-. E anche Fitch e Moody’s, pur più generose di S&P, ci elevano al massimo al livello della Spagna, i cui conti pubblici sono fuori controllo ormai da anni e le cui banche sono state salvate anche col nostro contributo”.

Con questi dati, osserva Fortis, l’Italia dovrebbe avere lo stesso trattamento di altri paesi che hanno la tripla o la doppia A.

L’articolo si limita a prendere in esame alcuni dati, ma trascura un elemento non misurabile – l’affidabilità politica – cioè come funziona realmente il sistema di governo e come si ripercuote sull’economia. Probabilmente sta qui la “svalutazione” del sistema Italia che fa perdere terreno e considerazione sui mercati finanziari e nel rapporto con l’Europa. Sta a noi contribuire a rimediare a questa grande vulnerabilità del nostro Paese

Claudio Lombardi

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