Una giornata al pronto soccorso: diario di un monitoraggio (di Francesca Moccia)

Sono le 11.00 del 18 aprile: arriviamo al pronto soccorso dell’ospedale Pertini di Roma. Siamo in tre; nessuno conosce i nostri nomi, ma ci aspettano. Sanno che siamo un gruppo del Tribunale per i diritti del malato e che al nostro passaggio tutto deve essere in “ordine”.

Il caposala non ci lascia un minuto, vuole raccontarci tutto: quello che funziona e quello che non funziona, quanto era difficile prima della razionalizzazione degli spazi, e quanto adesso tutto sia migliorato; le persone che ora aspettano meno, gli stranieri che possono essere compresi grazie a un glossario in 29 lingue; peccato per quel mediatore culturale, bravo, ma che è rimasto solo 6 mesi e alla fine del progetto è andato via.

Con orgoglio ci fa vedere il monitor che in tempo reale fotografa la situazione del triage: codice bianco, verde, giallo e rosso. Tutte le persone in sala d’attesa possono seguire e sapere a che punto sono. E poi i braccialetti identificativi permettono di evitare lo scambio di persone, una procedura nuova e molto utile per ridurre gli errori.

Guardiamo i bagni, non sono distinti per uomo e donna e il caposala non se era mai accorto: “prima c’erano i cartelli, che strano, li avranno rubati “– ci dice. Ci accompagna al piano di sopra in un labirinto di corridoi enormi, dove tutto è pulito e a posto, solo una sedia a rotelle lì nell’angolo è pronta per essere riparata. “Signora, da quanto tempo è qui?” – chiedo. “Da stanotte, mio marito si è sentito male e siamo qui in attesa”. Ma nell’altra stanza qualcuno aspetta da tre giorni un posto letto.

Ancora il caposala: “E’ questo il vero disagio: non abbiamo abbastanza posti per i ricoveri” e poi: “ c’è qualcosa che non funziona al 118: le ambulanze finiscono tutte qui, non c’è una distribuzione veramente equa dei casi che comprenda tutti gli ospedali della città. Ma noi non diciamo mai no a nessuno, piuttosto le persone aspettano tre giorni su una barella”.

Fuori sono sette le ambulanze che aspettano la barella che hanno in dotazione. Non lasciano la struttura fino a quando non viene loro restituita e spesso sostano ore perché le barelle servono al pronto soccorso. Ecco perché in giro di ambulanze ce ne sono sempre poche e sembra che non bastino mai.

Usciamo, soddisfatti. Ci viene a salutare anche il primario, che prontamente ci invita a segnalare i problemi che abbiamo rilevato; la dirigenza è disponibile a fare tutto quello che serve per migliorare il servizio ai cittadini. E’ proprio vero? Lo sappiamo che alcune frasi sono di circostanza, ma abbiamo la sensazione che sia stato sincero e questo ci fa sentire ancora più soddisfatti.

Siamo soddisfatti perché abbiamo percepito la forza che trasmettiamo all’esterno, la nostra riconoscibilità, quanto è vero che come singoli non contiamo abbastanza, ma tutti insieme siamo una forza, credibile, riconoscibile, e con una storia alle spalle.

Facciamo qualche telefonata.” In quanti ospedali siamo andati oggi? 100? Così tanti? Ma siamo una forza! Che bella giornata europea dei diritti del malato, dedicata a noi, in modo semplice e dirompente allo stesso tempo; in punta di piedi, ma come un esercito che marcia per salvaguardare i beni comuni. Non è solo teoria quello che fu scritto nel 1998 nel Manuale di cittadinanza attiva: ”Il monitoraggio è l’attività di controllo realizzata periodicamente dalla cittadinanza attiva per verificare il funzionamento dei servizi e per raccogliere informazioni sui problemi da sottoporre ad azioni di tutela. Come funzione permanente consente una azione di prevenzione delle violazioni, in quanto dà vita ad una attività di vigilanza sulla qualità dei servizi che può influenzare gli operatori, scarsamente abituati ad essere controllati. Esso, inoltre, consente di passare dalla difesa del singolo caso alla tutela di situazioni generalizzate, grazie al fatto che i sopralluoghi periodici rendono possibile l’osservazione di fenomeni che si ripetono o che riguardano un vasto numero di persone. E potenzia l’attività di tutela anche nei confronti degli interlocutori.”

Tutto vero ancora  nel 2011, mentre ci interroghiamo sul futuro della nostra Cittadinanzattiva e di tutte le altre organizzazioni che praticano la partecipazione civica in Italia, della rilevanza che dovremmo avere come soggetti che vogliono contare sempre di più nelle politiche sanitarie. Ma quello che abbiamo fatto ha già un grande valore, ha già scalfito la realtà, ha già costretto alcuni a tener conto di noi, del nostro punto di vista, della nostra rilevanza.

Speriamo che in futuro saranno sempre di più i cittadini che rivendicheranno il loro diritto di sapere, di far pesare il loro punto di vista sulle decisioni e di partecipare al controllo sulla loro attuazione. Questa è la sostanza della cittadinanza attiva per la quale ci battiamo.

Francesca Moccia Coordinatore nazionale Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanzattiva

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