“Una notte di dodici anni”, l’inferno Uruguay

Il bellissimo film di Alvaro Brechner racconta, senza retorica, l’odissea di tre uomini nell’Uruguay travolto dalla dittatura (dal 1973 al 1985). Il carcere, gli orrori, le torture, le umiliazioni e infine il lento ritorno all’umanità

Lacero, sporco, affamato, il prigioniero si affaccia allo spioncino. Grida agli aguzzini: «Rendetemi il mio mate e il mio pitale!». Gli agenti irrompono nella cella, lo massacrano a calci e bastonate. Lui, una larva umana, continua a gridare sotto i colpi: «Assassini, rendetemi il mio mate e il mio pitale!». Rendetemi la mia dignità di uomo e di cittadino: è storia vera, storia di un Paese, quella che mostra il regista uruguayano Alvaro Brechner nel suo film Una notte di dodici anni. I dodici anni (dal 1973 al 1985) sono i lunghi anni della dittatura uruguayana e sono anche gli anni che i protagonisti reali della vicenda scontarono nelle carceri dei militari golpisti.

Eleuterio Fernandez Huidobro (Nato), Mauricio Rosencof (Ruso), Josè Mujica (Pepe): militanti del gruppo armato Tupamaro, arrestati all’alba della dittatura, liberati all’alba della ritrovata democrazia: la telecamera del regista segue i suoi personaggi per 4380 giorni e notti, i capitoli della prigionia scanditi per anni, mesi e giorni. Il film racconta la discesa all’inferno come una galoppata nel delirio. Di volta in volta, senza preavviso, i prigionieri sono sbattuti da un carcere all’altro, in avamposti freddi e inospitali: svegliati di notte, bastonati, incappucciati, caricati sul camion, infine scaricati in una nuova cella, dentro un silos abbandonato, in una gabbia, in un fetido buco nella terra. Inverno ed estate: gelo nelle ossa, calore infernale, fame senza rimedio.

Così si faceva, in quegli anni, tra Cile, Uruguay e Argentina: il trasferimento dei detenuti si chiamava traslado, ma si chiamava traslado anche l’estremo trasferimento, l’ultimo viaggio verso la morte. Gli atti dei processi postumi sono pieni di trasferimenti. Dove sono i tuoi compagni? chiedono i magistrati all’unico sopravvissuto. I miei compagni – risponde lui – sono stati tutti trasferiti.

La dittatura si è impadronita anche delle parole, e le piega, le torce a suo piacimento, le tortura come tortura gli umani. Così il governo militare si chiama proceso, che significa: «processo di riorganizzazione nazionale». Desaparecidos sono poi le vittime, private anche dei corpi, delle spoglie mortali, ridotti a fantasmi, appunto: scomparsi. E le madri delle vittime che chiedono il ritorno a casa di questi fantasmi, cosa altro possono essere se non locas? cioè: streghe e pazze scatenate, alienate, invasate.

C’è un metodo, in questa bestiale crudeltà. Dice il carceriere: «Dovevamo uccidervi quando vi abbiamo catturato. Ma non è stato possibile, così ora vi renderemo pazzi». Il film di Brechner racconta dunque questa battaglia ostinata contro l’irruzione della pazzia. Pepe, Ruso e Nato sono soli, non possono incontrarsi, non possono parlare, non possono vedere, non hanno un pezzo di carta e una matita con cui scrivere, mangiano cibo di maiali, condividono le celle con i topi, soffrono il freddo estremo, la fame estrema, l’estrema sporcizia. Ma i tre compagni decidono di combattere questa battaglia, ognuno a suo modo: Ruso, che è scrittore, scriverà lettere d’amore per conto di un carceriere. Prima ricevendo in cambio una bastonata, poi dettando le parole una per una, infine vergando le frasi con un mozzicone di lapis su un prezioso pezzo di carta. Nato costruisce un sogno, dove ripercorre la quotidianità perduta, la luminosa pigrizia dei giorni trascorsi con la moglie. Pepe, ingaggia ogni ora un furioso corpo a corpo con i carcerieri, mai piegando la testa, chiedendo aiuto alla vecchia madre testarda che lo segue di città in città e di carcere in carcere.

La libertà arriva alla fine come un lento risalire dal fondo dell’abisso. Una cella e non un buco, una finestra sul cortile, una camicia non lacera, un pezzo di pane morbido, una parola non punita dal bastone: ti accorgi giorno dopo giorno che fuori la dittatura lascia la presa, lentamente, e sembra così facile tornare a vivere. Sta in questa assoluta non retorica la riuscita dell’opera di Brechner, premiata alla Biennale di Venezia. Quando si aprono le porte del carcere, Pepe entra nel nuovo mondo portando sotto braccio il pitale, il vaso da notte, dentro cui ha fatto crescere una piantina verde. Sono uomini e non eroi, quelli che, nell’ultima scena, il film consegna alla vita futura. Nel nuovo Uruguay, Nato diventerà ministro della difesa, Ruso continuerà a scrivere drammi e poesie. Pepe – lo sappiamo – sarà un amatissimo presidente della Repubblica. Degli altri – degli aguzzini – oggi non resta nemmeno la polvere.

Flavio Fusi tratto da www.succedeoggi.it

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