Una Rai indipendente al servizio della libertà (di Claudio Lombardi)

Presi da tante emergenze e urgenze, strattonati dalle vicende di partiti, formazioni politiche, blog e gruppi parlamentari, sorpresi da un governo che ha unito Pd e Pdl, la questione del controllo dell’informazione e del suo principale strumento – le televisioni – è passata in secondo piano. Quasi nessuno ne parla, ma ci sono sempre ottimi motivi per ricordarci che la Rai e quindi l’informazione radiotelevisiva pubblica è sempre nelle mani dei partiti e del governo, che l’impero Mediaset esiste ancora e il monopolio a due teste (Rai e Mediaset appunto) non è affatto scomparso.pluralismo tv

Dimenticarsene è un male perché l’informazione è un bene pubblico o, meglio, comune che, appartenendo a tutti, non può e non deve essere controllato da nessuno in misura prevalente. E non di sola informazione si tratta, ma di vera e propria formazione culturale dell’opinione pubblica che passa anche dai programmi di intrattenimento, dai dibattiti politici, dalla scelta dei film, dalla dose di pubblicità. Se intere generazioni assorbono dalle televisioni modelli di comportamento e di relazione uomo-donna centrati sull’esasperato individualismo e sul culto del valore dell’attrazione fisica; se la violenza che è una presenza costante dai primi cartoni animati ai film in prima serata: è lecito o no pensare che tutto ciò influenzi i comportamenti nella vita reale?

È ovvio che è così e non si tratta di invocare una qualche forma di censura, ma di rispondere con il pluralismo e la libertà. Però c’è un però: per anni abbiamo subito la privatizzazione delle televisioni come se fosse il trionfo della libertà di espressione. Qualcuno ha anche pensato che la privatizzazione di una parte della Rai sarebbe stata utile al pluralismo. Dopo tanti anni di esperienza dobbiamo convincerci che un pluralismo che passa per forza dai capitali privati investiti in un’azienda televisiva non dà garanzie né di libertà né di pluralismo.

pluralismoAllora si tratta di capire cosa garantisca un’informazione equilibrata e un uso della televisione che spalanchi le porte a una molteplicità di punti di vista, a sperimentazioni artistiche e creative o a professionisti della comunicazione liberandoli sia dalla sottomissione agli interessi di partiti in caccia di potere, sia di imprenditori in caccia di profitti (e di potere politico come è stato per venti anni con Berlusconi).

Insomma se il servizio pubblico non esistesse bisognerebbe inventarlo perché rappresenta l’infrastruttura a disposizione della società intera per far circolare informazioni, idee, creatività, intrattenimento. Il problema è che il servizio pubblico, cioè la Rai, è al centro da sempre degli appetiti di potere di chi sa benissimo quanto la televisione condizioni la formazione del consenso. Per questo da sempre la Tv pubblica è stata “governata” dalle maggioranze di governo con un’estensione alle opposizioni da quando esiste la Commissione parlamentare di vigilanza. Come sappiamo bene la logica in Rai da decenni è stata quella di un’influenza diretta della politica e di una spartizione dei posti di direzione. È un sistema che non garantisce più nulla e che, unito all’affermazione politica di Berlusconi che gli ha consentito di governare per molti anni sia le sue Tv che la Rai, ha sconvolto il mondo dell’informazione. Tra l’altro da tanti anni è pure saltata l’identificazione dei partiti come rappresentanti di tutte le componenti della società e, quindi, nemmeno si può dire che basti cambiare governo (escludendo il proprietario di Mediaset) per tornare alla normalità.potere comunicazione

Occorre cambiare sistema e bisogna farlo su tre piani diversi: gestione della Rai, conflitto di interessi e limiti alle concentrazioni televisive. Di proposte di riforma ne sono state scritte tante, ma nessuna è approdata ad una conclusione. C’è da tempo una proposta in campo elaborata da un movimento di cittadini, intellettuali, giornalisti che si chiama MoveOn Italia e che ha definito la sua riforma “La Rai ai cittadini”. Il cuore di questa proposta di cui si discuterà oggi alla Camera (Ore 17 Sala della Mercede, via della Mercede) è la soppressione della Commissione parlamentare di vigilanza e la creazione di un Consiglio delle comunicazioni audiovisive che ne assorbe le funzioni dall’indirizzo, alla vigilanza, alla nomina del consiglio di amministrazione Rai. Il Consiglio sarebbe composto da membri eletti da rappresentanze della società civile, dagli utenti (cioè da chi paga il canone) e dalle maggiori espressioni istituzionali (Parlamento, enti locali, regioni) mettendo così in movimento una platea di soggetti molto più ampia di quella dei partiti.

Rispetto alla situazione attuale il cambiamento sarebbe enorme e metterebbe in discussione un altro dei capisaldi dell’assetto attuale: il possesso delle azioni della Rai da parte del Ministero dell’economia. Bisognerebbe forse verificare l’utilità di mantenere l’attuale profilo societario (società per azioni), ma, in ogni caso, andrebbe stabilito che le azioni Rai non possono essere cedute e che il governo non ha alcun potere di influenza sulla gestione dell’azienda in virtù del controllo delle azioni.

Insomma la liberazione del servizio pubblico come contributo al pluralismo e alla libertà e non solo dell’informazione.

Claudio Lombardi

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