Vantaggi e svantaggi dello smartworking

Con la progressiva entrata in vigore delle misure restrittive alla nostra libertà di movimento, a partire dalla notte tra il 7 e l’8 marzo, si è iniziato ad usare molto il termine inglese smartworking, un neologismo per una parte del paese, ma ormai una realtà consolidata per i dipendenti delle grandi aziende, a partire dalle banche, ove  da molti mesi,  se non addirittura da qualche anno, una parte considerevole dei dipendenti è abituata a lavorare anche da posti diversi dall’ufficio.

Possiamo dire che, per molti versi, lo smartworking spacca il paese a metà, tra chi lo ama e chi lo odia, chi lo pratica da tempo e chi ancora non ha capito bene come funziona. Spacca a metà anche il mondo dei manager,  quelli delle grandi aziende che stavano pianificando un uso intenso delle smartworking già prima della pandemia, e quelli delle piccole e medie imprese che anche nella Lombardia flagellata dal virus hanno cercato in tutti i modi di avere i dipendenti presenti nel posto di lavoro. Ora è chiaro che non tutte le attività possono essere fatte da casa. Un idraulico o un fattorino non può certo lavorare da casa, ma la pandemia ha mostrato una diversità di approccio, quasi filosofica, tra le grandi aziende che con lo scoppio dell’emergenza hanno costretto i propri dipendenti a lavorare da casa (anche per paura di subire richieste di megarisarcimenti) e le medie e piccole aziende che hanno chiesto ai loro dipendenti di andare avanti come prima. E tale differenza legata alle dimensioni dell’impresa ha riguardato non solo le imprese industriali, ove il lavoro è caratterizzato da una certa manualità e quindi non può essere svolto da casa, ma anche le aziende dei servizi e del terziario avanzato.

Il termine smartworking ha un equivalente nella nostra lingua, lavoro agile, che rende meglio l’idea di questa nuova realtà. Il lavoro agile è normato nell’ordinamento italiano fin dal 2017 ed è una tipologia di lavoro subordinato che si può svolgere senza obbligo di recarsi in un determinato posto di lavoro e, talvolta, senza vincoli d’orario. E’ quindi evidente che è cosa ben più ampia del lavorare da casa. Chi lavora da casa continuando a fare tutto quello che faceva prima, come lo faceva prima  e con gli orari di prima fa telelavoro e non lavoro agile. E’ evidente che lo smartworking è una modalità di prestare lavoro subordinato che tende a confondersi con il lavoro autonomo e, quindi, va normato con attenzione. E’ inoltre evidente che va bene per alcuni lavoratori e non per altri, va bene in alcuni momenti e non per sempre, va bene se fatto solo per alcuni giorni alla settimana.

Io ho iniziato a praticare lo smartworking  solo quando la mia azienda mi ha costretto a farlo. Il 9 marzo è stato il primo giorno nella Lombardia fresca di zona rossa.

Il lavoro agile (come il telelavoro) ha vantaggi e svantaggi.  Senza dubbio il più importante vantaggio per i lavoratori è il drastico abbattimento dei tempi di spostamento, con riduzione dei minuti o delle ore in fila in automobile o sui mezzi pubblici. A tale vantaggio individuale si somma quello per la collettività connesso alla riduzione dell’inquinamento. Inoltre, se il rapporto di lavoro è veramente flessibile l’attenuazione degli obblighi di  orario di lavoro può aiutare a conciliare le esigenze di lavoro e famiglia. Il dipendente o la dipendente che ha un figlio che esce da scuola non ha la necessità di mandare i nonni o la babysitter a prendere il figlio. Fa una pausa e recupera in un momento successivo il tempo perso. Le grandi aziende, soprattutto quelle che sono già attrezzate per far accedere da remoto i propri dipendenti a tutte le infrastrutture, possono ottenere grandi risparmi con il taglio delle sedi fisiche: riduzione degli affitti e riduzione del costo del personale (buoni pasti e taglio degli straordinari, che in smartworking di regola  non vengono remunerati).

L’altra faccia della medaglia è costituita dagli svantaggi dello smartworking. Lavorare da casa di certo limita, almeno nelle ore di lavoro, le relazioni umane. Non dividere spazi fisici con i colleghi vuol dire socializzare meno e scambiare meno opinioni. Per i livelli impiegatizi la perdita di alcune componenti della retribuzione se non bilanciata da riduzioni di costi – quelli dei trasporti o del pranzo fuori casa – può essere gravosa. La flessibilità dell’orario che ha innegabili vantaggi per la conciliazione di lavoro e famiglia può degenerare in una forte attenuazione della differenza tra il tempo di lavoro ed il tempo libero, così gli impiegati rischiano di diventare piccoli manager senza avere i grandi vantaggi economici dei manager. Infine, se nelle aziende medio-grandi tendenzialmente si stima un aumento della produttività con lo smartworking, nelle piccole imprese e nelle pubbliche amministrazioni si teme al contrario una perdita di produttività, per mancanza di capacità organizzative del management o per mancanza di disponibilità economiche per effettuare i necessari investimenti per rendere produttivo o anche solo fattibile il lavoro in remoto. Se un piccolo comune non ha, e non avrà in futuro, le disponibilità economiche per dotarsi delle infrastrutture che servono per lavorare da casa non potrà evitare una riduzione della produttività lasciando a casa i dipendenti.

In conclusione appare chiaro che lo smartworking, soprattutto nella sua componente più visibile, il lavoro da casa, ha sempre vantaggi e svantaggi che dipendono moltissimo dal tipo di lavoro svolto e dalla situazione personale del dipendente. Tendenzialmente la qualità delle prestazione di chi fa lavori poco standardizzati e standardizzabili viene pregiudicata dallo smartworking più di quella di chi fa lavori routinari. Lo smartworking è drammatico per i giovani e in generale per coloro che devono imparare un nuovo lavoro o inserirsi in una nuova struttura. Ci sono indubbiamente vantaggi per chi vive in città molto grandi o per chi vive lontano dalla città in cui lavora; può dare vantaggi a chi ha figli, è invece negativo per chi vive da solo. E’ più alienante lavorare da soli quasi dieci ore sullo stesso tavolo in cui si mangia, o guidare più di un’ora all’andata e più di un’ora al ritorno per ogni giornata di lavoro? Non c’è un’unica risposta a questo interrogativo.

È comunque evidente che, se ci fosse di nuovo una situazione come quella che abbiamo vissuto in Lombardia a partire da Marzo un più ampio ricorso anche da parte delle piccole e medie imprese allo smartworking sarebbe auspicabile e necessario. In condizioni ordinarie, però, la scelta migliore sarebbe garantire la libertà di scelta del lavoratore nell’ambito dei piani industriali decisi dall’azienda. Insomma lo smartworking va preso sul serio e non trasformato in un mito sia positivo che negativo

Salvatore Sinagra

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